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Trombetti, Alfredo. Elementi di glottologia. [Introduzione] – T01

Introduzione [Elementi di Glottologia I]

Preliminari

1. Le lingue si possono studiare in tre modi e per tre scopi
diversi :

1. Come mezzo per il raggiungimento di uno scopo pratico,
cioè per comunicare con gli stranieri. Tale studio, necessario per
commercianti, viaggiatori, ecc., non ha carattere scientifico. Chi
possiede praticamente più lingue chiamasi poliglotta.

2. Come mezzo per il raggiungimento di uno scopo filologico,
cioè per intendere le opere letterarie di un popolo. Tale studio
ha carattere puramente descrittivo, e chi si dedica ad esso chiamasi
filologo.

3. Come fine, per uno scopo scientifico, cioè per intendere
l'origine e lo sviluppo del linguaggio e per determinare le reciproche
relazioni di parentela delle varie lingue. Chi si dedica a
tale studio chiamasi glottologo.

La Glottologia, o scienza del linguaggio, è dunque ben distinta
dalla Filologia, con la quale viene troppo spesso confusa in sè o
per il nome. Così gl'inglesi chiamano generalmente l'una e l'altra
Philology. Per il glottologo tutte le lingue possono e devono essere
oggetto di studio, non solo quelle che hanno importanza pratica
e letteraria (italiano, arabo, cinese ecc.), o soltanto letteraria,
come sono alcune lingue estinte (assiro, egizio ecc.), ma anche
quelle che generalmente non si considerano importanti né per l'una
né per l'altra ragione, quali sono in generale le lingue parlate
da piccoli nuclei di popoli « primitivi ». Anzi, per il glottologo
1tali idiomi sono spesso più interessanti di altri, perché meglio
rappresentano la naturale evoluzione del linguaggio e meglio conservano
gli elementi più arcaici, laddove gl'idiomi dei popoli più
inciviliti (egizio, cinese ecc.) si allontanano spesso e non poco
dalle condizioni primitive. Solo il Brunetière poteva dire : « Che
importa a noi della lingua dei Botocudi? ». Il glottologo si contrappone
al filologo come, per esempio, il botanico si contrappone
al giardiniere.

2. Gli antichi poco si curarono dello studio delle lingue, e
ciò per il prevalere del sentimento di nazionalità su quello di
umanità ; onde essi consideravano se stessi come ‘uomini’ e gli
stranieri come ‘barbari’, cioè balbuzienti.

Le prime osservazioni linguistiche furono quelle che condussero
all'invenzione della scrittura fonetica. Gli Assiri, soli fra i
popoli antichi, rivolsero per ragioni pratiche la loro attenzione
anche a lingue straniere, compilando paradimmi grammaticali e
liste di vocaboli. Meravigliosa l'opera dei grammatici indiani, fra
cui primeggia Panini ; e nel secolo passato i dotti europei attinsero
a quella fonte spesso con vantaggio, talvolta anche oltre il
giusto. Ma nessuna opera grammaticale dell'antichità esercitò
un'influenza così grande come quella di Dionisio Trace, che costituisce
il fondamento della grammatica tradizionale fino ai nostri
giorni.

Col cristianesimo, religione eminentemente umana, acquistarono
importanza le lingue dei volghi tra i quali si diffondeva la
nuova fede, che più tardi veniva propagata dai missionari in ogni
parte del globo. E la scienza del linguaggio deve moltissimo ai
missionari, i quali, vivendo a lungo tra popoli primitivi e predicando
nei loro idiomi, sogliono acquistarne tale padronanza da
rendere preziosi i loro insegnamenti. Non altrettanto può dirsi
dei viaggiatori, frettolosi raccoglitori di vocaboli, fatte le debite
eccezioni di quelli che, in tempi recenti, attesero a raccogliere
materiali linguistici con metodo scientifico. Moltissimo poi contribuirono
ad accrescere la conoscenza di nuovi linguaggi le colonie
stabilite in ogni parte del globo. E si può dire che ormai non
vi siano regioni estese, nelle quali non sia penetrata l'esplorazione
linguistica. Ne questo continuo aumento quantitativo delle
nostre cognizioni linguistiche va scompagnato da un miglioramento
qualitativo, poiché noi conosciamo ora molte lingue di popoli
primitivi assai meglio di talune proprie di popoli civili.

La scienza del linguaggio non data che da un secolo o poco
più, e fu creata quando, nel 1816, F. Bopp analizzò le forme
2grammaticali del Sanscrito, Greco, Latino, ecc., e, comparandole
tra di loro dimostrò che esse provengono da trasformazioni del
medesimo sistema primitivo. Così fu trovato il metodo scientifico
comparativo, che in seguito andò sempre più perfezionandosi ; e
così fu creata la grammatica comparativa, la quale ha appunto
lo scopo di spiegare le forme di più. lingue per mezzo della comparazione.
Lo stesso metodo si usa nello studio delle fasi successive
di una medesima lingua, nella grammatica storica, di cui
diede un modello magistrale J. Grimm.

Prima del Bopp si aveva qualche idea di connessioni linguistiche,
ma le comparazioni erano difettose e si limitavano generalmente
ad accostare tra di loro vocaboli non analizzati nei loro
elementi morfologici e fonetici. Tuttavia la connessione reciproca
delle lingue ugrofinniche fu riconosciuta già alla fine del secolo
XVIII, in cui si scoperse anche l'unità del vasto gruppo maleopolinesiaco,
e in principio del secolo scorso si sapeva già qualche
cosa del gruppo bantu. Assai tempo prima erasi riconosciuta la
stretta parentela non soltanto lessicale ma anche grammaticale
delle lingue semitiche, cosa abbastanza facile, data la loro grande
somiglianza.

Per molto tempo gli studi glottologici si sono rivolti prevalentemente
alle lingue indoeuropee e semitiche, cioè alle lingue
dei popoli più progrediti, che hanno determinato il corso della
storia. In tal modo non si poteva certo avere una visione esatta
della natura,, origine ed evoluzione del linguaggio. Il problema
fondamentale che si pose F. Bopp, quello dell'origine delle categorie
grammaticali, non poteva essere risolto coi soli dati forniti
dalle lingue indoeuropee. Bisognava estendere di molto le comparazioni
e indagare i processi propri degl'idiomi più arcaici.
Ma il dogma della pluralità d'origine del linguaggio, introdotto
malauguratamente nella seconda metà del secolo scorso dal Pott,
dallo Schleicher e soprattutto da F. Müller, fece considerare come
antiscientifico ogni tentativo di connettere tra loro gruppi linguistici
ritenuti indipendenti ; e così fu preclusa la via al progresso
degli studi. Solo in questi ultimi anni, tolto di mezzo l'ostacolo
del dogma ed esteso l'esame in tutte le direzioni, la glottologia
ha progredito mirabilmente e va progredendo con ritmo sempre
più accelerato.

3. La grammatica scientifica o storico-comparativa è una
parte della glottologia, la quale comprende anche lo studio del
patrimonio lessicale e di molte questioni d'indole generale. Secondo
F. Müller la « allgemeine Sprachwissenschaft »3

I. ha per oggetto tutte le lingue conosciute ;

II. esamina la natura del linguaggio e III. la relazione di
esso con l'uomo ;

IV. indaga l'origine del linguaggio umano.

L'« allgemeine Sprachwissenschaft » di F. Müller, dato il suo
sistema poligenistico, era necessariamente in massima parte soltanto
descrittiva. Riconosciuta l'unità d'origine del linguaggio,
essa diventa « allgemeine vergleichende Sprachwissenschaft », che
è la « Glottologia generale comparata » de' miei Saggi (cfr. U. 53).
Ma la scienza di cui qui si pongono le prime basi può e deve
essere chiamata semplicemente Glottologia, dovendosi questo termine
intendere nella massima estensione al pari di Fisica, Zoologia,
Botanica, ecc. Accanto alla Glottologia così intesa stanno le parti
di essa che trattano di singoli gruppi (glottologia bantu, indoeuropea,
ecc), come accanto alla Fisica stanno l'ottica, l'acustica
e le altre parti di essa.

Se già per F. Müller la glottologia doveva avere per oggetto
tutte le lingue conosciute, ciò vale ora a maggior ragione. Ogni
limitazione, se è giustificata dalla necessità di dividere il lavoro,
torna però dannosa all'indagine scientifica. Chi limita soverchiamente
il proprio campo d'osservazione, si priva di elementi preziosi,
è spesso tratto in errore, o con fatica riesce a scoprire
quelle verità che, ampliando il campo d'osservazione, gli apparirebbero
chiare e manifeste. Se « durch zweier Zeugen Mund —
wird alle Wahrheit kund », ciò tanto più deve avvenire quando
le voci e le testimonianze si moltiplicano. Di questo voglio dare
alcuni esempi scelti a caso. Poiché i temi verbali e nominali
semitici racchiudono generalmente tre consonanti, non possiamo
aspettarci di trovare fra essi dei temi che corrispondano a quelli
indoeuropei come ei- andare, dō- dare, ped- o pod- piede ; li
troviamo bensì nell'Egizio-Copto : ei andare, do- dare, pad piede.
Nell'Assiro abbiamo na-dānu ‘dare’ che corrisponde, salvo il
prefisso, all'Indoeuropeo *dōno- (Sanscr. dāná-, Lat. dōnu-m ‘il
dare, dono’). Gli astratti verbali in -i-d (per -i-t) e in -ti del
Nuba, come ban-ti ballo (cfr. Barea sel-ti spaccatura), hanno
esatto riscontro in astratti verbali semitici e indoeuropei, i quali
però sono di genere femminile, mentre ora il Nuba non conosce
la categoria del genere ; ma se noi ci spingiamo fino al Bari,
vi troviamo degli astratti verbali come rom-e-t saluto e mol-e-t
preghiera (Slavo mol-i-ti pregare) che sono di genere femminile.

Il Finck assegnava alla glottologia come fine supremo quello
di scoprire i motivi psicologici delle differenze linguistiche, onde
4egli presumeva di spiegare le caratteristiche particolari delle
varie lingue con la speciale conformazione psichica e col diverso
temperamento dei popoli : fine irraggiungibile, problema esorbitante
dalla glottologia. La quale piuttosto ha per compito principalissimo
di applicare il metodo comparativo a tutte le lingue
o gruppi di lingue per determinarne le reciproche relazioni di
parentela. Il problema, invece, della origine o formazione prima
del linguaggio esorbita in gran parte esso pure dai limiti della
glottologia, poiché questa si arresta agli elementi primitivi o più
antichi ai quali possa pervenire, e deve lasciarne l'interpretazione,
cioè lo studio delle relazioni tra parole e cose, nonché la
ricerca delle condizioni psicofisiche nelle quali e per le quali potè
formarsi il linguaggio, ad altre discipline, e in primo luogo alla
psicologia individuale e collettiva. Perciò non posso ammettere
con H. Schuchardt (Sprachverwandtschaft, S. der preuss. Ak.,der
Wiss., 1917) che il sommo scopo della glottologia consista solo
nel formarsi una chiara idea dell'origine del linguaggio, che
sarebbe quanto dire dell'origine della proposizione. La Glottologia
è storia del linguaggio umano nella sua totalità, dalle
origini ai tempi attuali, attraverso la sua meravigliosa
evoluzione nel tempo e nello spazio
.

4. Ma la storia del linguaggio umano rispecchia fedelmente
la storia dell'uomo, tanto nelle sue vicende ulteriori, quanto in
quelle esteriori. Questa duplice funzione fu intuita già dal Leibniz,
quando scrisse che le lingue sono lo specchio migliore dello spirito
umano, e che ad indagare le antiche origini dei popoli niente dà
maggior luce che la comparazione delle lingue. A noi importa
ricostruire l'antichissima storia dell'umanità a grandi linee, allo
stesso modo che sogliamo spingere lo sguardo nei lontani orizzonti
per scoprire e scrutare i luoghi remoti, non nei loro minuti
particolari, bensì nel loro insieme. Ora, questo è reso possibile
appunto dall'enorme frazionamento e differenziamento subito dal
linguaggio attraverso una lunghissima serie di secoli e in ogni
angolo delle terre abitabili ; mentre tale vantaggio ci sarebbe
negato ove il linguaggio fosse rimasto fisso e inalterato, o fosse
andato soggetto a poche divergenze, che non avrebbero reso possibile
il risalire al centro.

Così il fine ultimo della Glottologia è in pari tempo un mezzo
per lo studio dell'Umanità, che, come disse il Pope, è lo studio
più proprio dell'uomo.

Per la sua duplice natura di fenomeno fisico e di espressione
del pensiero emanante dalle imperscrutabili profondità dello spirito
5umano, il linguaggio appare come un vincolo tra il mondo materiale
e il mondo spirituale ; onde alla glottologia spetta pure una
certa funzione unificatrice del sapere.

Infine, la nostra scienza ha pure un compito morale. Per la
sua unità d'origine da un lato e per il suo successivo dividersi
dall'altro, il linguaggio è simbolo di un sublime accordo tra
umanità e nazioni, e lo studio di esso « col rivelare affinità tra
le stirpi apparentemente più diverse, viene in aiuto ai principi
di tolleranza ie fraternità delle nazioni » (Ascoli).

I gruppi linguistici e la monogenesi del linguaggio

I sistemi di classificazione

5. Assai grande è il numero delle lingue conosciute, certamente
più di duemila. Il calcolo riesce difficile anche per l'impossibilità
di distinguere lingue e dialetti, essendo tale distinzione
in gran parte convenzionale. Due parlate si considerano come
dialettali quando le differenze (che di regola sono soltanto di
ordine fonetico) non impediscono la mutua intelligibilità ; la quale
però in parte dipende dallo sviluppo intellettuale dei parlanti.

La prima necessità che si presenta è di classificare una moltitudine
così grande d'idiomi. Tre sistemi di classificazione si
costruirono : psicologico, morfologico e genealogico.

6. La classificazione psicologica fu adombrata già da G. di
Humboldt e fu poi elaborata dal filosofo del linguaggio Steinthal
nel 1860. Essa considera la lingua in relazione al pensiero, e si
fonda in ultima analisi su di un presunto contrasto tra lingue
perfette e imperfette, contrasto che dovrebbe essere originario ed
essenziale, ciò che è contraddetto dalla storia stessa delle lingue.
Assolutamente parlando, non vi sono lingue più perfette e altre
meno, come la mano non è più perfetta del piede : tutte sono
strumento adeguato ai bisogni di coloro che le parlano. Ma i
filosofi del linguaggio si foggiarono un ideale arbitrario, deducendolo
dalle lingue meglio conosciute dei popoli civili, e condannarono
come crassamente rozze tutte quelle che da siffatto
ideale parevano allontanarsi.

La classificazione psicologica distingue forma e materia,
ma non nella parola, bensì nella proposizione, quale espressione
del pensiero. Ecco il sistema di Steinthal (Charakteristik
der hauptsächlichsten Typen des Sprachbaues, Berlin 1860) :6

A) Lingue senza forma — I. Giustapponenti : 1. L. dell'Indocina.
II. Modificanti : a) per reduplicazione, e
prefissi : 2. L. della Polinesia —
b) per suffissi : 3. L. uraloaltaiche
c) per incorporazione : 4. L.
americane.

B) Lingue con forma — I. Giustapponenti : 5. Cinese.
II. Modificanti : a) per accostamento di
elementi : 6. Egizio — b) per mutamento
interno : 7. L. semitiche
c) per veri suffissi : 8. L. indo-europee.

Come saggio basterà ricordare ciò che scriveva Steinthal
intorno alle lingue dell'Indocina : « Esse corrispondono ai zoofiti
della zoologia. Come questi rappresentano il passaggio dal regno
vegetale al regno animale, così queste lingue segnano il limite
della favella umana e si avvicinano al mutismo del linguaggio
dei gesti. In verità si devono denominare acritae, poiché in esse
sono imperfette tutte le distinzioni grammaticali. Sono lingue senza
struttura, come i detti animali sono privi di scheletro articolato.
Consistono di sole radici monosillabiche e corrispondono ai funghi
e alle alghe. La loro struttura della proposizione è un'imagine
dell'infimo processo meccanico, della caduta. Una parola cade
sull'altra. Solo così si potrebbe qui parlare di caso ». Quest'ultimo
sembra uno scherzo di cattivo gusto ; e per irresto basterà
ricordare che alcune di quelle lingue, che Steinthal poneva tanto
al disotto delle nostre (qualificate come « rose tra le lingue »),
vantano un'antica e copiosa letteratura.

Nella seconda edizione della « Charakteristik » curata da
Misteli (Berlin 1893) trovasi, la seguente classificazione più elaborata :

tableau lingue | incorporanti | isolanti le radici | isolanti i temi | coordinanti | agglutinanti | flettenti | tipi e sotto-tipi | messicano | groenlandese | cinese | siamese-birmano | maleo-dajaco | egizio-copto | bantu | uraloaltaico | dravidico | semitico | indoeuropeo

Il Finck in « Die Haupttypen des Sprachbaues » (Leipzig
1909) segue questo sistema, però chiama ‘subordinanti’ le lingue
7del V gruppo e divide il VI in tre, secondo che si tratta di
lingue flettenti la radice, il tema o un intero gruppo di parole,
cioè rispettivamente lingue semitiche, indoeuropee e georgiano.
Perciò i suoi tipi sono otto, illustrati con l'esame di otto lingue
viventi : Eschimo di Groenlandia, Cinese, Samoano, Subiya, Turco,
Arabo moderno d'Egitto, Greco moderno, Georgiano.

7. Ma il Finck meditava un piano veramente grandioso e
ambizioso. Come osserva il van Ginneken, egli ha mirato durante
tutta la vita ad un ideale : indagare i motivi psicologici delle
differenze linguistiche. Infatti, in una lettera a me indirizzata
poco prima della sua morte immatura, egli faceva consistere
appunto in questo il fine supremo della glottologia. Il pensiero
del Finck, desunto anche dal libro « Die Klassifikation der
Sprachen » (Marburg 1901), può essere col van Ginneken riassunto
nel modo seguente (A = Empfindung, B = Gefühl) :

1. — Predominio di A e grande eccitabilità : temperamento
sanguigno. Lingue coordinanti dell'Africa : Ottentoto, Boschimano,
Bantu, Sudanese, lingue Nubiane, Camitico.

2. — Predominio di B e grande eccitabilità : temperamento
collerico. Lingue dell'Oceania isolanti i temi : lingue Papua, Polinesiane,
Melanesiane, Malesi, Australiane (forse non tutte).

3. — Predominio di A e tenue eccitabilità : temperamento
flemmatico. Lingue subordinanti dell'Asia : Singhalese, Munda,
Dravidico, Uraloaltaico, lingue Paleoasiatiche.

4. — Predominio di B e tenue eccitabilità : temperamento
malinconico. Lingue incorporanti : Groenlandese e molte altre
lingue americane.

5. — Predominio di A e media eccitabilità : temperamento
sanguigno-flemmatico. Lingue isolanti la radice : Indocinese e
Mon-Khmer.

6. — Predominio di B e media eccitabilità : temperamento
collerico-malinconico. Lingue flettenti la radice : Semitico.

7. Infine gli Europei goderebbero un certo equilibrio ; soltanto
l'eccitabilità degli Indoeuropei sarebbe maggiore di quella
dei Baschi e Caucasici, onde le differenze tra le lingue indoeuropee
flettenti il tema e le caucasiche (col Basco) flettenti i gruppi.

Il sistema non poteva essere più armonicamente architettato.
Peccato soltanto che la realtà sia così restia ad adattersi a
schemi così bene disegnati sulla carta! E dire che nessuno più
del Finck ha mai mostrato tanta incapacità di sentire lo spirito e
la fresca vitalità dei linguaggi primitivi. « Seine Sprachkenntnis
— dice benissimo il van Ginneken — wird nie zum Sprachgefühl ».
8Sarebbe stato capace di rendere la parola tedesca
« Gelegenheit » con « Samt-verbeugen-art ». Non rende egli, per
esempio, la snella voce dimostrativa ndžiyo del Subiya con « es ist
er Organismus er Organismus da » (Haupttypen, 57) ?

8. Assai più nota della classificazione psicologica e quasi
popolare è la classificazione morfologica, specialmente nella forma
che le diede A. Schleicher. Infatti la divisione delle lingue in
isolanti, agglutinanti e flessive, trovasi in tutti i manuali di linguistica
ed è generalmente riportata nei testi scolastici di geografia.
Senonchè tali divisioni non si riferiscono che a stati
transitori di aggregazione spesso coesistenti e intrecciantisi nelle
varie lingue, ne colgono affatto l'essenza, onde non hanno più
valore della contrapposizione tra vapore acqueo, acqua e ghiaccio.

L'inglese non è isolante, ma ha proposizioni come you know
many people
e do you know it ?, che non differiscono da quelle
di lingue isolanti. Il Cinese, che si suole citare come tipo delle
lingue isolanti, ha una lunga storia dietro di sè e conserva tracce
di fasi precedenti. Esso appartiene ad un gruppo linguistico in
cui si trovano tutti i gradi possibili. Il Tibetano, per esempio,
ha forme verbali come pres. ḁ-geb-s : perf. e fut. b-kab e d-gab :
imper. khob ‘coprire’, zo mangia ! : ma za non mangiare ! L'avere
negato il carattere di flessione a tali forme è un puro arbitrio
di Schiefner, che in ciò non doveva essere seguito da Conrady ;
laddove von der Gabelentz giustamente osserva che « Mehr Flexibilität
kann man doch kaum verlangen » (Sprachw. 391). Infatti
tali mutamenti interni non differiscono punto per la loro natura
da quelli così cospicui delle lingue semitiche e che trovano un
riscontro nei casi come sing : sang dell'inglese, nei quali Sweet
vede giustamente « The most abstract form of inflection and the
farthest removed from the agglutinative stage » (The History of
Language, 64).

L'inglese non è agglutinante, ma ha parole come un-just-ly,
care-less-ness, che hanno carattere agglutinativo. Lo stesso dicasi
delle forme italiane come forte-mente, finir-anno. D'altra parte
le lingue turche, considerate tipiche fra le agglutinanti, hanno
forme come Altai at cavallo : plur. at-tar, ät carne : plur. ät-tär,
ot fuoco : plur. ot-tor, nelle quali l'assimilazione della vocale del
suffisso a quella della radice attesta l'intima unione degli elementi.
E nel Mota (Melanesia) ime qoe ‘a pig's house’ per *ima
i qoe
si ha un chiaro esempio di flessione paragonabile a quello
dell'italiano case da casa :La flessione non è che l'intima unione
di elementi che furono un tempo semplicemente accostati.9

Il Finnico è ancora considerato da molti come agglutinante,
benchè esso sia, come osserva lo Sweet, « as good a type as any
of a fully developed inflectional language ». Si esamini, per es,, la
declinazione di käsi mano : gen. käde-n, part. kät-tä, ill. käte-en,
plur. käde-t, part. käsi-ä, ecc. Anche qui la fusione degli elementi
non potrebbe essere maggiore.

9. Si fanno molte altre distinzioni nei sistemi, morfologici.
Molte lingue agglutinanti sono in pari tempo polisintetiche. Così
il Turco teoricamente da sev-mek ‘amare’ potrebbe formare un
reciproco-causativo-passivo-impossibilitativo-negativo sev-iš-dir-il-e-me-mek
‘not to be able to be made to love one another’. Ma
tali parole mostruose, che formano la delizia dei ricercatori di
curiosità linguistiche, sono ignote nell'uso comune, in cui le possibilità
sono assai limitate. Il polisintetismo è una caratteristica
di molte lingue americane e viene spesso confuso col processo
d'incorporazione, che è pure caratteristico delle medesime lingue
e consiste nella tendenza a concentrare l'intera proposizione nel
verbo non soltanto intransitivo (cfr. Lat. veni-t) ma anche transitivo
col suo oggetto pronominale, per es. Azteco ni-k-mačtia
io t'istruisco. Nell'Azteco è possibile anche l'incorporazione dell'oggetto
nominale, per es. ni-naka-kwa ‘io mangio carne’, la
quale espressione però differisce da io carne mangio più nella
scrittura che nella realtà. Comunemente si direbbe ni-k-kwa in
naka-tl
‘io la mangio la carne’. Un esempio di lingua incorporante
in Europa si avrebbe nel Basco, in cui si trovano forme
come n-a-bil-ki-o io vado a lui, d-a-kar-t lo porto io, e altre
assai più complesse. Ma si tratta sempre di processi che non
hanno niente di speciale e che ricorrono in molte lingue, cfr.
Italiano date-glie-lo, Cafro to-a-m-tanda yena egli lo ama lui,
u-Satani w-a-m-kohlisa u-Ewa Satana egli la ingannò l'Eva
(Francese je l'ai vu votre frère).

Le parole-proposizioni del Groenlandese come a-ner-quwaa-tit
‘he begs you to go out’ e a-ne-iaar-qer-quwaa-tit ‘he begs you
again to go out early’ costituiscono, delle unità più apparenti che
reali, presso a poco come in italiano egli d'uscir prégavi.

È nota anche la distinzione tra lingue sintetiche ed analitiche,
ma anche qui si tratta di sole differenze di grado.

Un criterio più importante di classificazione morfologica è
dato dalla posizione degli elementi formativi nella parola (prefissi
e suffissi). Indoeuropeo, Uraloaltaico e Dravidico sono esclusivamente
prefiggenti, o quasi ; negli altri gruppi si trovano prefissi
e suffissi insieme. Non vi sono lingue esclusivamente suffiggenti.10

10. Un difetto comune a tutti questi sistemi sta nel loro
criterio fondamentale vago e non applicabile in ogni caso ; onde,
oltre le linee più generali, non giovano a nulla, e si rende necessario
ricorrere pel resto ad un altro criterio, il genealogico o
storico. Sono sistemi infecondi, che non hanno arrecato il minimo
contributo al progresso delle nostre conoscenze positive.

La sola classificazione veramente scientifica delle lingue, fondata
su un principio, applicabile con coerenza e senza alcun limite,
indipendentemente da qualsiasi criterio estrinseco, è la classificazione
genealogica, la quale è stata sempre feconda di importanti
risultati non solo per la storia interna del linguaggio nella sua
natura, origine ed evoluzione, ma anche per la storia esterna di
esso nelle vicende dei popoli, e per molte discipline che hanno
stretti rapporti con la glottologia.

Il criterio della classificazione genealogica è dato dall'affinità
linguistica. Ma importa subito notare che tale concetto non ha
niente a che fare con quello di somiglianza : due lingue affini
possono essere similissime, come l'italiano e lo spagnuolo, oppure
dissimilissime, come l'italiano e l'armeno. Le lingue si dicono
affini quando sono continuazioni diverse di una medesima
lingua
.

11. Secondo il principio genealogico, o di affinità storica, le
lingue vengono distribuite in gruppi di vario ordine o grado.
Così l'italiano, il francese, lo spagnuolo, ecc., formano un gruppo
di lingue affini, cioè aventi un'origine comune. Esse, infatti,
derivano dal latino, o per meglio dire non sono altro,che il
latino stesso in vario modo e per molteplici fattori modificato
attraverso i secoli nelle regioni ove potè durevolmente stabilirsi
la dominazione romana : sono altrettante differenziazioni del latino.
Vano sarebbe ricercare quando ha avuto origine l'italiano : esso
continua il latino senza che vi sia mai stata alcuna soluzione di
continuità ; è latino moderno. La diversità del nome non deve
trarre in inganno, specie se si rifletta alla necessità di distinguere
l'aspetto moderno assunto dal latino in Italia da quello
assunto altrove. Dove invece non si hanno diramazioni, il nome
suole rimanere costante (antico, medio e nuovo Tedesco, Greco, ecc. ;
però la fase ultima dell'Egizio prende il nome di Copto).

Dalla prima origine del linguaggio in poi non si sono formate
lingue nuove nel senso assoluto, molte invece si sono estinte,
come il Copto, l'Assiro, le lingue della Tasmania, ecc. Ma il
latino non si può dire estinto nel senso assoluto, continuando la
sua vita rigogliosa nella fase odierna o neo-latina.11

Alla sua volta il Latino forma un gruppo con l'Osco e l'Umbro :
il gruppo italico. Però, mentre l'antica fase unitaria delle lingue
neo-latine, cioè il loro punto di divergenza, è storicamente conservata
nel latino, la fase unitaria delle lingue italiche, il protoitalico,
appartiene alla preistoria, ma è necessariamente presupposta
come l'età giovanile dell'uomo è presupposta dall'età adulta.

Nè qui si ferma l'aggruppamento. Il gruppo italico insieme
con l'ario o indo-iranico, con l'armeno, greco, albanese e coi
gruppi celtico, germanico e balto-slavo rientra nel più ampio
gruppo che i tedeschi denominano indogermanico e noi indoeuropeo.
Tutte le lingue indoeuropee sono la continuazione di un
linguaggio proto-indoeuropeo, che naturalmente appartiene alla
preistoria, ma che mediante la comparazione si può ricostruire
nelle linee essenziali con sufficiente esattezza.

E qui viene ovvia la domanda se codesto proto-Indoeuropeo
non sia alla sua volta, con altri simili capo-stipiti, la continuazione
di un altro linguaggio ancora più antico. Ma poiché ci
troviamo ormai di fronte ad un gruppo di ordine primario, converrà
prima vedere quanti di siffatti gruppi abbia finora stabilito
la glottologia genealogica.

12. Al celebre glottologo viennese Federico Müller spetta il
merito di aver data la prima classificazione genealogica completa
delle lingue del globo, mentre, d'altra parte, su lui principalmente
grava la responsabilità di avere introdotto nella scienza
il dogma del poligenismo linguistico.

Il Müller costruì il suo sistema genealogico per la prima
volta nel 1868 nella parte etnografica della grande opera sul
viaggio della fregata Novara, poi lo sviluppò nel 1873 nella sua
« Allgemeine Ethnographie » e infine nel 1876 nella Introduzione
del « Grundriss der Sprachwissenschaft ». Egli stabilì l'esistenza
di 78 gruppi linguistici indipendenti, anzi, dichiarando di avere
in alcuni casi riunito in unità provvisoria lingue o isolate o
soltanto supposte connesse, volle arrotondare la cifra, e per le lingue
attualmente parlate ammise circa 100 lingue-madri (Grundriss,
I, i, 76 seg.). Che le cento « verschiedene Ursprachen » si
debbano considerare come distinte in senso assoluto, cioè come
disconnesse fino ab origine, appare da tutta l'opera del Müller
(a pag. 71, per esempio, si parla esplicitamente di « grundverschiedene
Ursprünge »).

Cento diverse origini per un fenomeno così singolare e meraviglioso
qual è il linguaggio umano, non è poco davvero. Ma
v'ha di più. Non essendo il Müller riuscito a classificare tutte
12le lingue secondo il criterio genealogico, anzi avendo egli fatto
una sistemazione in senso esageratamente poligenistico, credette
opportuno ricorrere ad un criterio estrinseco subordinando le sue
classificazioni linguistiche alle classificazioni antropologiche ; e
scelse il sistema di Haeckel fondato esclusivamente sulla natura
dei capelli. Ora Haeckel aveva affermato che da un homo primigenius
alalus
erano derivate parecchie razze di uomini estinte da
lungo tempo, salvo due, le quali avrebbero dato origine alle
razze attuali, determinate in numero di dodici.

Soltanto dopo la formazione di queste dodici razze
si sarebbe svolto il linguaggio umano secondo F. Müller, e i
molti gruppi linguistici primari presupporebbero origini indipendenti
non solo nelle diverse razze ma anche entro l'ambito di
una sola e medesima razza. Così le lingue indoeuropee, camitosemitiche
e caucasiche insieme col basco, lingue parlate da popoli
appartenenti alla razza mediterranea, ma, secondo il Müller, senza
alcuna connessione tra di loro, si sarebbero formate tra genti
mediterranee già separate le une dalle altre allo stato alalo, cioè
prive di favella umana, in quanto che avrebbero posseduto soltanto
quella « Gefühlssprache » che non manca neppure agli
animali. Con ragione Schuchardt osserva che neanche alla più
sbrigliata fantasia sarebbe dato di concepire tale quadruplice
radice delle lingue mediterranee (Ueber das Georgische, Wien
1895, pag. 7).

Questa è mitologia che della vera scienza ha appena l'apparenza
esteriore ingannatrice.

Se il Müller stabilì in molti casi origini indipendenti per
gruppi linguistici entro una sola e medesima razza, si comprende
che non poteva assolutamente ammettere affinità di linguaggi fra
razze diverse. Infatti nella « Allgemeine Ethnographie 2 » egli si
volse con estrema violenza contro l'ipotesi della parentela dell'Ottentoto
con le lingue camitiche chiamandola un'« ipotesi stravagante
in sommo grado » e un « grossolano errore scientifico »
(Ueber den behaupteten Zusammenhang der Hottentoten-Rasse mit
dem Volke der Aegypter, pag. 116 segg.). La cosa contrastava
troppo con la sua teoria. Ma le teorie sono una cosa e i fatti
sono un'altra. E un fatto, che il Müller non potè negare, è pur
anche quello dell'affinità sussistente fra le lingue melanesiane e
le maleo-polinesiache non ostante che i popoli che parlano quelle
lingue appartengano a razze diverse.

13. Il sistema antropologico-linguistico di F. Müller può essere
così rappresentato :13

tableau capelli lanosi | a vello | a ciuffo | capelli lisci | ricciuti | rigidi | razze | ottentoti | papua | negri afric. | cafri | australiani | iperborei | americani | malesi | mongoli | dravida | nuba | mediterranei | lingue | ottentoto | l. dei boschimani | lingue dei papua | gr. bantu | lingue dell'Australia e Tasmania | gr. maleopolinesiaco | gr. uraloaltaico | giapp | coreano | l. monosillabiche | munda | dravidico | singh. | fulah | gr. nuba | masai | basco | gr. caucasico | gr. camitosemitico | gr. indoeur.

L'avere subordinato le classificazioni linguistiche alle antropologiche
non fu senza danno per quelle. Infatti, benché il Müller
assicuri che le dodici razze formano soltanto il punto di partenza,
non la base degli aggruppameli linguistici, pure è certo che
il sistema di E. Häckel, così discutibile in se stesso, ebbe una
notevole influenza sulla parte linguistica. Così, per esempio, sembra
che il Müller abbia separato le lingue dei Kunama, Barea e Nuba
dal gruppo cuscitico unicamente perche egli riteneva che quei
popoli appartenessero ad una razza diversa dalla camitica. E furono
certamente motivi antropologici che lo spinsero a rappresentare
il Mafor come una genuina lingua papuana, e più tardi a cercare
nel Nengone quei « residui papuani » che gli sembravano doversi
postulare per spiegare fatti estranei al linguaggio.

14. Poiché il sistema del Müller è da tempo antiquato e superato,
non fa d'uopo sottoporlo ad un minuzioso esame critico :
basteranno alcuni esempi per caratterizzarlo e mostrarne i lati
deboli. Molti « stipiti » linguistici sono costituiti da una sola
lingua isolata, per esempio il Wolof. Ora, chi crederà che il Wolof
sia una « Ursprache » nel senso assoluto della parola ? Basta un
esame anche poco profondo per convincersi che il Wolof è affine
al Bantu. Nella sua « Potyglotta africana » Koelle ha una serie di
« unclassified Languages », parecchi dei quali il Müller trasformò
14arbitrariamente in « isolated Languages » che vennero ad accrescere
il numero delle origini indipendenti. Così, perché il Koelle
non s'era accorto (cosa inesplicabile) che il Landoma è tanto
affine al Baga e al Temne da sembrare un dialetto del primo, il
Müller lo dichiarò « isolirt » insieme col Banyum (recte : Banyun),
Nalu, Bulanda, ecc. E che dire degli « stipiti » costituiti da lingue
appena conosciute di nome, per esempio Mbafu e Mitschi ?

« La lingua degli abitanti delle isole Nicobari è un idioma
affatto speciale, che non si collega con nessun'altra lingua ».
Così assicurava F. Müller nel 1888 senza possibilità di prova, e
pochi anni dopo la sua audace asserzione era dimostrata falsa da
Von der Gabelentz, da E. Kuhn, da W. Schmidt e da altri.

« La lingua degli abitanti delle isole Andamanesi non mostra
alcuna affinità nè con le lingue dei Papua, nè coll'idioma degli
abitanti delle Nicobari, nè con qualsiasi lingua degl'insulani dell'Oceano
Indiano. Noi dobbiamo dichiararla un idioma affatto
speciale e isolato ». Donde attingeva il Müller tanta sicurezza ?
Quando egli scriveva quelle parole (1888), vere lingue papuane
non si conoscevano ancora, e noi sappiamo ormai da parecchi
anni che l'Andamanese non è affatto un idioma isolato.

15. Nel 1905 io, fondandomi sul risultato di studi miei e di
altri, stabilii l'esistenza di soli 11 gruppi linguistici primari connessi
tra di loro in senso risolutamente monogenistico (« L'unità
d'origine del Linguaggio », pag. 6 e 14). I 52 gruppi extra-americani
del Müller venivano in tal modo ridotti a 10. A parte
anche la riduzione ultima monogenistica, il mio sistema potè
parere e parve soverchiamente ardito. Senonchè quattro anni dopo,
nel 1909, F. N. Finck, che pur proponevasi di esporre i soli
risultati sicuri della glottologia, per le lingue extra-americane
Contava appunto non più di 10 o 12 gruppi, generalmente in
accordo con quelli che avevo stabilito io stesso.

Anche il Finck subordina i suoi aggruppamene linguistici
alle grandi divisioni antropologiche, scegliendo per queste un
sistema dei più semplici, quello del Keane, il quale divide il
genere umano in quattro razze : etiopica, mongolica, americana
e caucasica. In tal modo egli evita che vengano troppo spesso
separati idiomi affini tra loro ; e se taluni gruppi linguistici si
estendono oltre i singoli gruppi antropologici pur così vasti, si
distingue sempre una parte più vasta e più arcaica che fornisce
il criterio decisivo per la classificazione.

Il sistema del Finck (Die Sprachstämme des Erdkreises, Leipzig
1909) può essere rappresentato nel modo seguente :15

Razza caucasica

1. gr. Indoeuropeo — 2. gr. Camitosemitico — 3. gr. Caucasico
4. gr. Dravidico — 5. Elamico e Cosseo, Chaldico, Heteo e
Mitanni, Licio ecc., Etrusco, Iberico e Basco.

Razza mongolica

1. gr. Mundapolinesiaco — 2. gr. Indocinese — 3. gr. Uraloaltaico
4. Lingue artiche o iperboree — 5. Sumerico.

Razza americana

A. Regione del Pacifico settentrionale — B. Regione dell'Atlantico
settentrionale — C. Regione centrale — D. Regione del fiume
delle Amazzoni — E. Regione della Pampa — F. Regione delle
Ande o del Pacifico meridionale.

Razza etiopica

A. L. dei Negri africani. — 1. gr. Paleoafricano : a) Boschimano,
b) Ottentoto — 2. gr. Neoafricano :
a) Bantu, b) Sudanese occidentale, e)
Sudanese centrale, d) Nilotico.
B. L. dei Negri oceanici. — 1. gr. Australiano — 2. gr. Andamanese
3. gr. Papua.

16. Questo sistema rappresenta senza dubbio un considerevole
progresso di fronte a quello del Müller, ma appartiene al Finck
solo per una parte minima. Come osserva giustamente il van
Ginneken in una critica acuta pubblicata nell'« Anthropos », un
lettore profano del libro del Finck deve ricevere l'impressione
che solo l'autore di esso abbia saputo mettere insieme tante belle
cose, non essendo mai fatto il nome di alcuno di quelli che contribuirono
alle classificazioni genealogiche, come « Hervas, G. di
Humboldt, J. Grimm, Gallatin, Buschmann, Bopp, Bleek, Donner,
Bastian, Caldwell, Lepsius, F. Müller, Powell, W. Schmidt, Trombetti
e H. Möller ». Per quel che mi riguarda, io ho già notata
in Num. pag. 471 che il Finck seguì in tutto e per tutto la
classificazione da me proposta delle lingue della « zona centrale
africana » in Pron., 43 segg., 55 segg. e 60 (perciò l'Adyoukrou
e il Guimini di Delafosse attraverso il mio Adjukru e Gimini si
trasformano in Adschukru e Dschimini !). In generale, la classificazione
delle lingue dei Negri è quella da me proposta, e il Finck
si mostra perfino propenso ad ammettere il nesso Andamanese-Papua-Australiano
senza, naturalmente, citare nè me nè il Gatti.16

Quanto al sistema antropologico del Keane (che del resto poco
differisce da quello del Flower), si può dire che nelle linee generali
non si allontana molto dal sistema ormai tradizionale e prevalente,
ma nei particolari si presta a non poche obbiezioni. I Dravida,
per esempio, appartengono proprio alla razza caucasica ? Ciò è
contraddetto dal nesso (non esclusivamente linguistico) dravidico-australiano.

Il merito principale del Finck sta in questo, che, ammettendo
egli come estremamente verosimile il monogenismo linguistico,
non è, come il Müller, contrario per principio a nuovi aggruppamenti
anche arditi, e in più luoghi del suo lavoro accenna alla
possibilità di nuove riduzioni. Perciò fa meraviglia che egli non
ricordi, come osserva il van Ginneken, il nesso dell'Indoeuropeo
da una parte col Camitosemitico, dall'altra coll'Ugrofinnico.

17. La mia classificazione del 1905, di cui ho fatto cenno,
era la seguente :

Africa. — 1. Bantu al sud — 2. Camitosemitico al nord.

Eurasia — 3. Caucasico — 4. Indoeuropeo, 5. Uraloaltaico,
6. Dravidico — 7. Indocinese, 8. Mon-Khmer.

Oceania — 9. Maleopolinesiaco — 10. Andamanese-Papua-Australiano.

America — 11. Gruppo americano (di ordine molto elevato).

I primi 9 gruppi, perfettamente distinti, erano riconosciuti
da tempo più o meno lungo, il 10° fu da me determinato e confermato
poi dal Gatti. La comune origine delle lingue americane
fu pure da me fin d'allora riconosciuta sulla base di pochi ma
sicuri elementi (per es. n- per il pronome di prima, m- per il
pronome di seconda persona dall'estremo nord all'estremo sud,
U. 205 segg.). Riconobbi inoltre l'impossibilità di stabilire grandi
divisioni entro quel vastissimo gruppo, che ritenni essere presso
a poco del valore del gruppo africano, suddiviso in due parti
unicamente per renderne più facile lo studio.

La stretta connessione dei gruppi 8° (Mon-Khmer col Khasi,
Munda, ecc.) e 9° fu da me riconosciuta indipendentemente da
W. Schmidt (1906). Già in U. pag. 5 io scriveva : « Alle lingue
dell'Estremo Oriente (sud-est dell'Asia), particolarmente a quelle
del gruppo Mon-Khmer, si collegano le lingue maleopolinesiache,
… mentre le rimanenti lingue dell'Oceania, che si possono comprendere
in un gruppo Andamanese-Papua-Australiano, presentano
relazioni più spiccate con le lingue dravidiche ». Così si delineavano
le due grandi correnti che dall'Asia australe mossero ad
17occupare le isole dell'Oceania. Tali aggruppamenti, nonchè l'ulteriore
parentela del vasto complesso asioceanico con le lingue
dell'Africa, appariscono chiaramente indicati nello schema riprodotto
dal D.r A. Wirth su mie indicazioni orali nella « Beilage
zur Allgemeinen Zeitung » di Monaco del 17 ottobre 1906.

18. Posteriormente il mio sistema non ha subito alcun mutamento
essenziale. Per ragioni pratiche in Pron. (1908) e in Num.
(1909) tenni distinto l'Ottentoto-Boschimano dal Camitosemitico
(v. U. 221), e fra questo e il Bantu distinsi una « zona centrale
africana » destinata a scomparire (Pron. 357, Num. 453). Le
lingue paleoasiatiche furono da me sempre considerate come intermedie
tra le uraloaltaiche e le americane, dapprima più vicine
a quelle (Pron. 357), poi decisamente accostate a queste (Num.
376 e 383).

In tal modo rimase inalterato il numero di 11 gruppi diversamente
distribuiti ed enumerati in ordine presso a poco geografico :
1. Ottentoto-Boschimano — 2. Bantu — 3. Lingue della zona
centrale africana — 4. Camitosemitico — 5. Caucasico, Basco
e lingue affini — 6. Indoeuropeo — 7. Uraloaltaico e lingue
paleoasiatiche — 8. Dravidico-Australiano — 9. Munda-Polinesiaco
10. Indocinese — 11. Lingue dell'America.

Eliminati i gruppi 1° e 3° restano i 9 grandi gruppi primari
definitivamente stabiliti in Num. 470 seg. e nelle Comparazioni
lessicali :

Africa — 1. Bantu-Sudanese — 2. Camitosemitico.

Europa e Asia — 3. Caucasico — 4. Indoeuropeo — 5.
Uraloaltaico — 6. Indocinese.

Asia e Oceania — 7. Dravidico-Australiano — 8. Munda-Polinesiaco.

America — 9. Lingue americane.

In Less. i gruppi 6-8 sono disposti diversamente : 6. Dravidico-Australiano
7. Mundapolinesiaco — 8. Indocinese.

19. Riassumendo e tenendo conto delle reciproche relazioni
dei grandi gruppi, che saranno in seguito esaminate, noi perveniamo
a 4 vastissimi aggruppameli in pieno accordo con le
massime divisioni geografìche :

I. Lingue africane — II. Lingue eurasiatiche — III. Lingue
oceaniche — IV. Lingue americane.

I gruppi I, III e IV sono denominati a potiori, ma ciascuno
di essi ha qualche sotto-gruppo in suolo asiatico
.
Inoltre, come vedremo, i gruppi I e III formano una unità distinta
18da quella dei gruppi II e IV, onde la suprema divisione linguistica
risulta dicotomica :

A Lingue dell'Africa e dell'Oceania — B. Lingue dell'Eurasia
e dell'America.

Chiamando australe l'aggruppamento A e boreale B (poiché
le lingue dell'America sono tutte boreali per la loro origine,
come vedremo), l'intero sistema può essere rappresentato nel modo
seguente :

A. Ramo australe

I. Lingue dell'Africa — 1. Bantu-Sudanese — 2. Camitosemitico.

II. Lingue dell'Oceania — 3. Dravidico-Australiano — 4.
Mundapolinesiaco.

B. Ramo boreale

III. Lingue dell'Eurasia — 5. Caucasico — 6. Indoeuropeo
7. Uraloaltaico — 8. Indocinese.

IV. Lingue dell'America. — 9. Gruppo americano.

Esamineremo ora i singoli gruppi primari con le loro suddivisioni,
e insieme anche gli aggruppameli maggiori, per esporre
infine la nostra dottrina della monogenesi del linguaggio.

Il ramo australe (Africa ed Oceania)

Le lingue dell'Africa

20. Una sintesi mirabile sui popoli e idiomi dell'Africa fu
data da R. Lepsius nella celebre Introduzione alla sua « Nubische
Grammatik » (Berlin 1880). Da essa convien prendere le mossa.

Secondo il Lepsius, in origine il continente africano era occupato
soltanto dalla razza negra, la quale l'occupa tuttora, salvo
le regioni costiere del nord e nord-est invase più tardi da popolazioni
camitiche provenienti dall'Asia. Fra i caratteri fisici del
tipo negro il colorito della pelle non ha grande importanza, essendo
un prodotto del calore solare. Tutti gli altri caratteri sono comuni :
dolicocefalia, prognatismo, cavità orbitarie distanti tra loro e conseguente
scarso sviluppo dell'osso nasale, inclinazione in avanti
del bacino, labbra all'insù, naso depresso, estremità magre, capelli
increspati e lanosi. Egli osserva espressamente che in tutti questi
punti gli Ottentoti e Boschimani concordano con le altre popolazioni
19negre, salvo la minore altezza del cranio e alcune differenze,
specie nelle parti molli. Le differenze fra Ottentoti e Boschimani,
da molti esagerate, si limiterebbero nel senso che le caratteristiche
di quelli sarebbero in questi ancora più spinte.

21. Quanto alle lingue, il Lepsius distingue tre zone : I. lingue
bantu al sud dell'equatore, II. lingue della zona intermedia, III.
lingue camitiche originarie dell'Asia. Si aggiungono in ultimo le
semitiche introdotte più tardi (a parte le europee). Ed ecco lo
schema degli aggruppamene :

A. Lingue originarie dei Negri africani

I. Bantu — Ovest : 1. Hereró, 2. Pongue, 3. Fernando Po —
Est : 4. Cafro, 5. Ciuana, 6. Suáhili.

II. Miste — Ovest : 1. Efik, 2. Ibo, 3. Yoruba, 4. Ewe, 5.
Gã, 6. Ci, 7. Kru, 8. Vei (Mande), 9. Temne, 10. Bullom, 11.
Wolof — Centro : 12. Pul, 13. Songhai, 14. Kanuri, 15. Teda,
(16. Haúsa), 17. Logone, 18. Wandala, 19. Bagrima, 20. Maba,
21. Kongiara, 22. Umale — Est : 23. Dinka, 24. Scilluk, 25.
Bongo, 26. Bari, 27. Oigob (Masai), 28. Nuba, 29. Barea.

B. Lingue camitiche

Egizio — Lingue libiche : 1. Berbero, 2. Hausa — Lingue cuscitiche :
1. Begia, 2. Shoho, 3. Falasha, 4. Agau, 5. Galla, 6.
Dankali, 7. Somali — 8. Ottentoto.

C. Lingue semitiche

Abissinia : 1. Geez, 2. Tigre, 3. Amharico, 4. Harari — Arabo.

22. Dalla semplice distribuzione geografica delle lingue africane
si deduce il processo storico dei più antichi movimenti etnici.
Il primitivo tipo linguistico africano si trova nella prima zona,
nelle lingue bantu tra loro omogenee. Poi vennero i Camiti con
linguaggi pure tra loro omogenei. Ora, nella zona intermedia
troviamo molti idiomi isolati che non appartengono del tutto nè
al gruppo meridionale nè al settentrionale ; onde la conclusione
che essi siano il prodotto del contatto fra le lingue autoctone e
le asiatiche penetrate in territorio africano.

Per dimostrare che le lingue isolate della seconda zona concordano
in punti essenziali in parte con quelle della prima e in
parte con quelle della terza zona, il Lepsius le esamina nel loro
comportamento rispetto a 12 contrasti càratteristici che egli stabilisce fra
il Bantu e il Camitico :20

tableau bantu | prefissi di classi nominali | prefissi nominali | prefissi personali nel verbo | concordanza | preposizioni | genitivo posposto al regens | verbo tra il sogg. e l'ogg. | oggetto pron. anticipato | sillabe aperte | nasalizzazione iniziale | intonazione | camitico | genere grammaticale | suffissi nominali | suffissi personali | posp. | prep. | nell'egizio e libico | gen. | verbo in principio o alla fine | sillabe anche chiuse

23. Dal contatto e mescolanza dei Negri coi Camiti sarebbero
sorte le lingue « miste » della zona intermedia. Il tipo fisico dei
primi si conservò in generale inalterato, salvo dove più forte fu
l'influenza camitica, come è il caso dei Nuba del Nilo e dei Barea
per la prossimità dei Camiti orientali, e dei Ful-be, che nelle
loro probabili sedi al nord del Senegal furono in lungo contatto
coi Camiti settentrionali. Al contrario gli Hausa, antica colonia
libica, avrebbero assunto a poco a poco il tipo fisico dei negri
fra i quali vivevano ; e lo stesso sarebbe avvenuto degli Ottentoti
originariamente cuscitici.

Più forte sarebbe stata l'influenza esercitata dalle lingue settentrionali
su quelle dei Negri della zona intermedia, nessuna
esclusa. In generale le lingue della seconda zona assumono in
sempre maggior misura forme camitiche quanto più si allontanano
dalla prima zona, fino al Nuba e al Barea, che hanno tutte le
caratteristiche, camitiche, escluso il genere. Secondo il Lepsius
sarebbe un errore il credere che le forme grammaticali non siano
trasmissibili da una lingua all'altra. — Segue poi una parte
storica molto interessante, che qui non possiamo riassumere.

24. Fin qui il Lepsius. La sua sintesi è veramente grandiosa
e geniale, ma non si può accettare. Il tentativo di spiegare le
lingue intermedie, per posizione geografica e struttura, con l'azione
di elementi camitici su fondo africano, è arbitrario. Quali prove
abbiamo di una così vasta influenza camitica quale imagina il
Lepsius ? E dove sono i dati geografici e storici che la facciano
apparire verosimile in ogni caso ? Nessuno vorrà ammettere un
influsso a distanza. La trasmissione di forme grammaticali in una
certa misura è sempre possibile, e se ne hanno esempi ; ma nessuno,
21credo, vorrà ammetterne una così vasta e profonda, non
accompagnata da abbondante infusione di elementi lessicali. E
noto che questi si trasmettono per via di prestito molto più facilmente
che le forme grammaticali ; e basterà ricordare l'esempio
dell'inglese. Ma soprattutto fa meraviglia che il Lepsius, così
acuto osservatore, non abbia riflettuto come sia facile spiegare
le divergenze delle lingue intermedie dal Bantu con la loro indipendente
evoluzione. Le caratteristiche non sono mai fisse e immutabili,
e anche in tempi storici vediamo variare, per esempio, la
collocazione delle parole nella frase. Neanche il genere grammaticale,
cui da tanta importanza il Lepsius, è un criterio assoluto.
Noi lo troviamo nel Bari e nel Masai, lingue della seconda zona,
ne vale il dire, come fa il Lepsius, che ivi deriva dalle classi
del Bantu : il genere non cessa di essere genere quando se ne
scopre la genesi. D'altra parte, perche il Nuba non potrebbe aver
perduto la categoria grammaticale del genere ?

Io ho sempre protestato contro l'abuso della comoda teoria
delle mescolanze con cui si pretende di spiegare, senza prove,
una infinità di fatti linguistici e antropologici. Una lingua nuova,
che per i suoi elementi appaia intermedia tra altre due conosciute
prima, non può dirsi, per ciò solo, mista ; anzi può rappresentare
uno stadio più puro ed arcaico, dal quale le altre due si siano
allontanate differenziandosi. Non senza ragione fu osservato che
noi siamo sempre involontariamente inclini a ritenere ciò che
abbiamo conosciuto prima come più primitivo di ciò che abbiamo
imparato a conoscere dopo (Jac. van Ginneken, De huidige stand
der geneal. taalwetenschap, 2). È sempre estremamente difficile
dimostrare l'azione di una lingua su di un'altra, e questa riflessione
dovrebbe rendere più prudenti coloro che senza prove ad
ogni momento vedono lingue, miste. Quando anche si riesca a
dimostrare in un qualsiasi idioma l'esistenza di più strati, non
sempre ci è dato di distinguerli nettamente, determinarne l'età
relativa e la provenienza. Perciò io, ove non si abbiano chiare
prove, non parlo mai di lingue miste, non amando fondare alcuna
teoria su possibilità astratte.

Del resto, il Lepsius considerò Bantu e Camitico addirittura
come diametralmente opposti, con caratteristiche opposte, irriducibili
ad unità. Egli, fondandosi soprattutto sul genere, ammetteva
piuttosto una grande unità formata dal Camitico, Semitico
e Indoeuropeo (pag. XXIII segg.).

25. Recentemente Westermann, Struck, Meinhof e altri hanno
riunito le lingue della zona intermedia in un gruppo a sè, detto
22Sudanese, con inclusione del Nuba, Kunama e Barea, con esclusione
del Pul, Bari (Masai, ecc.), che andrebbero col Camitico.
Il criterio principale per l'inclusione e l'esclusione sarebbe l'assenza
o la presenza del genere. E una caratteristica del Sudanese,
che lo distinguerebbe tanto dal Camitico quanto dal Bantu, consisterebbe
nel monosillabismo o nella tendenza al monosillabismo.

Westermann (Die Sudansprachen, Hamburg 1911) prende in
esame cinque lingue occidentali strettamente affini tra loro (Ewe,
Ci, Ga, Yoruba, Efik) e tre orientali (Nuba, Kunama, Dinka), e
su una base così ristretta pretende ricostruire l'Ur-Sudanisch con
corrispondenze fonetiche esatte anche fra gli estremi. Le comparazioni
sono principalmente lessicali come quelle di Struck, il
quale però le estende con vantaggio ad un grande numero di
linguaggi.

Il Westermann non ha riconosciuto che le lingue del tipo
Ewe sono degradate, cosa che non poteva sfuggire all'acume del
Lepsius. Il quale, a proposito dell'opinione dello Schlegel che
l'Ewe in luogo di preposizioni o posposizioni usi dei sostantivi
o verbi (errore ripetuto dal Westermann), osserva molto finemente
che il valore preposizionale di tali parole sussiste anche se esteriormente
non si distinguono da sostantivi (per es. me ‘l'interno’
e ‘in’, e-no̱ χo̱a-me non ‘egli-siede casa-interno’, bensì ‘egli
siede in casa’) ; quindi soggiunge : « Wollte man solche und andre
Formlosigkeiten als unentwickelte Urbildungen nehmen, wie dies
jetzt zu geschehen pflegt, so würde dies einen Adamitischen bis
in die neuste Zeit unverändert erhaltenen Sprachzustand voraussetzen
der… gänzlich undenkbar ist… Ebenso sind alle übrigen
sogenannten formlosen Sprachen anzusehen : es sind nicht
unentwickelte
, sondern zurückgegangene entblätterte
Sprachen ». Nega quindi che esista ancora in qualche lingua un
monosillabismo primitivo, e cita come esempi il Cinese, Tibetano
ed Inglese (pag. XXXIV seg.). Lo stesso pensiero manifesta a
proposito dell'Ottentoto : « Denn es ist ohne Zweifel ein Irrthum,
wenn man immer wieder geneigt ist, dergleichen gleichsam in
Atome aufgelöste Sprachen wie es die Hottentottische ist, für
urälteste unverändert stehen gebliebene, gleichsam
adamitische Sprachen, statt für zerstörte, herabgekommene
und auf die unumgänglichste Verständlichkeit reducirte Sprachen »
(pag. LXIX). Se il Westermann avesse meditato questi insegnamenti
del grande Maestro, avrebbe forse potuto evitare non pochi
errori, come quello del preteso suffisso -ḷẹ, che invece appartiene
al tema e in certe condizioni si è dileguato.23

26. Del resto, in complesso, la costituzione del gruppo Sudanese
di Westermann rappresenta sotto alcuni aspetti un vero regresso.
Tutta la sezione occidentale è strettamente collegata al Bantu,
come riconobbero Bleek, Norris, Logan, Christaller, De Gregorio,
Krause, Lepsius, Torrend, Finck, W. Schmidt, L. Homburger, la
quale ultima ha potuto dimostrare recentemente con buon metodo
e senza sforzo che il Wolof, Pul e Mande hanno, stretta affinità
col Bantu. Della sezione centrale, che presenta le maggiori difficoltà
per una buona, sistemazione, nulla ci dice il Westermann.
Quanto alla sezione orientale, il Nuba, Kunama e Dinka furono,
collegati alle lingue cuscitiche dal Reinisch con dimostrazione
ottima, che resta tale anche dopo i lavori di Westermann e
Meinhof. Chi può credere che il Nuba sia affine al lontano e
differentissimo Ewe più che alle vicine lingue cuscitiche ? Ma il
punto più curioso si è che il Dinka non si può separare dal Bari :
dove va l'uno, deve andare anche l'altro, ciascuno con la sua
prossima parentela, cioè quello col Scilluk ecc., questo, fra altro,
col Masai. Infatti la parentela del Dinka e del Bari fu riconosciuta
da tempo, e riconfermata recentemente da H. Schuchardt.
Ora il Bari e il Masai sono, per Westermann, Struck, e Meinhof,
lingue camitiche ; e camitico perciò dovrebbe essere il Dinka.

Tutti questi contrasti si appianano in ultima analisi ; poiché,
come vedremo, tutte le lingue africane costituiscono un solo
gruppo. Però, per ragioni evidenti di opportunità, tratteremo
separatamente del Bantu-Sudanese e del Camito-Semitico.

Il gruppo Bantu-Sudanese

27. Il Bantu-Sudanese occupa la maggior parte dell'Africa
centrale e meridionale, e si estende sulle coste ; orientali fino
all'equatore, e sulle coste occidentali, fino al fiume Senegal. In
questi due! estremi i confìnr linguistici sono netti : al sud dell'equatore
lingue.schiettamente bantu, come il Kamba, Pokomo,
Nika e Suahili, al nord lingue schiettamente camitiche, come il
Somali e il Galla; al sud del Senegal il « sudanese » Wolof col
Pul, ecc., al nord i dialetti berberi. Nell'interno invece i confini
fra il Bantu-Sudanese e il Camitico sono incerti, e propriamente
non esistono : si può accettare come approssimativa la linea
Senegal-Equatore, mentre la linea G. di Guinea-Equatore segna
il confine fra il Bantu e il Sudanese (la più settentrionale, delle
lingue bantu sarebbe il Kaka nell'Adamaua, 8°). Però a nord
24della, linea Senegal-Equatore si stendono per larghi tratti lingue
intermedie, e così pure a est del 30° meridiano, compreso il
cuneo del gruppo Masai a est del lago Victoria Nyanza fino oltre
il 5° grado di latitudine meridionale. Infine nell'estremità meridionale
del continente trovasi ora confinato il gruppo Ottentoto-Boschimano
affine al Camitico.

Lingue isolate di tipo « sudanese » sarebbero ad oriente del
lago Victoria : Mbugu (5°), Gaya e Nyifwa o Kavirondo (1°). Questo
va col lontano Scilluk, e quanto allo Mbugu v. Num. 90 seg.

Notevolissimo è il fatto che nell'estremo nord-ovest, coi gruppi
Wolof-Pul, Fulup ecc., e nell'estremo nord-est con le lingue del
Kordofan (a sud di El Obeid, 10°-12°), dopo una larga zona di
lingue del tipo « sudanese », ricompare in pieno vigore il tipo
bantu con tutte le sue principali caratteristiche.

28. Una classificazione provvisoria delle lingue della « zona
centrale » fu data da me in Pron. 43 segg., 55 e 60 :

Regione occidentale

I. a) Efik — Ibo — Nupe ; Yoruba, Ewe, Ci, ecc. — Lingue
delle Lagune. — b) L. arcaiche del Togo (Avatime, ecc).
c) gr. Mosi-Gurunsi — gr. Senufo.
II. a) Lingue Kru — b) Lingue Mande,
III. a) Lingue Fulup — b) Wolof — Serer — Pul.
IV. Gruppo equatoriale (Sandeh, ecc).

Regione centrale

a) Songhai — b) Hausa, Teda, Kanuri, Muzuk, Logone, Wandala
c) Maba, Bagrima.

Regione orientale

Kunama, Barea, Nuba, Umale, Dinka, Sciluk, Bari, Nandi, Masai.

Questa classificazione è seguita anche in Num. con qualche
modificazione e molti ampliamenti. Ma riconobbi pure che tutte
le lingue occidentali o « semi-bantu » sono strettamente affini al
Bantu e le orientali o « nilotiche » vanno piuttosto col Camitico
(ora converrebbe togliere, l'Umala, lingua bantoide del Kordofan,
e dare la dovuta importanza, ai prefissi del Bari, Masai, ecc., che
segnano il passaggio al Bantu) ; e così pure le lingue centrali.
Il gruppo equatoriale, infine, per molti elementi si avvicina al
gr. nilotico, tanto che Schuchardt nel suo lavoro Baskisch u.
Hamitisch lo pone nel gruppo camitico.25

Quanto alle lingue occidentali, che sono le « sudanesi » nel
senso da noi ora definito, W. Schmidt le raggruppò secondo l'uso
dei prefissi e suffissi e secondo la collocazione del genitivo nel
modo seguente :

tableau con prefissi | con suffissi | con prefissi-suff | senza affissi | gen. a-b | wolof | gr. fulup | pul | serer | kisi | yor | nupe | aku | ibo | gen. b-a | ci | guang | avat | gr. mosi-gurunsi gurma | gr. mande | gr. kru | ewe | akra

Tale aggruppamento ha il difetto di separare lingue strettamente
affini (per es. il Ci dall'Ewe, Yoruba ecc.) e di avvicinare
tra loro lingue meno affini. Ma nelle MSOS, viii 3. Abt. 252,
dopo aver ammesso col Krause l'affinità del Pul, Serer e Biafada
tra loro e col Bantu, vede giustamente nel Tem del Togo settentrionale
(gr. Mosi-Gurunsi) una lingua che colma il distacco
troppo grande fra il Pul-Serer-Biafada e il Bantu.

Molto resta ancora da fare per chiarire le reciproche relazioni
delle lingue sudanesi tra loro e col Bantu.

29. Una classificazione genealogica delle lingue bantu veramente
scientifica fu data per la prima volta da F. N. Finck
(Die Verwandtschaftsverhältnisse der Bantusprachen, Göttingen
1908). Egli, dopo avere esposto e criticamente esaminato i tentativi
del Bleek, di F. Müller, Torrend e Jacottet, premessi i
criteri fondamentali, dà una nuova classificazione fondata su 7
caratteristiche, la quale si può riassumere così :

A. Sezione esterna (prima immigrazione)

I. Sud-Est — 1. gr. Cafro, 2. gr. Thonga, 3. Venda, 4. gr.
Ciuana, 5. Lenge o Siga, 6. gr. Makua.

II. Nord-Ovest — 1. Bubi, ecc. (Fern. Po), 2. gr. Kamerun,
3. Fang, 4. Pongwe, 5. gr. del medio Congo.

B. Sezione media (seconda immigrazione)

I. Est — 1. gr. Nyoro, 2. gr. Ganda, 3. Kamba, 4. Rega, 5.
gr. Taita, 6. Pokomo, 7. gr. Nika, 8. gr. Giaga, 9. gr. Nyamwezi,
10. gr. Rundi, 11. gr. Njwema, 12. gr. Guha, 13. gr. Shambala,
14. gr. Suaheli, 15. gr. Sagara, 16. Kinga, 17. gr. Gangi, 18.
gr. Ungu, 19. Konde della costa, 20. Konde del Njassa, 21. gr.
Komoro, 22. Pangwa, 23. Yao, 24. gr. Sena, 25. gr. Senga, 26.
gr. Karanga.26

II. Ovest — 1. gr. Herero, 2. gr. Tonga, 3. gr. Mbundu sud,
4. Kwango o Mbunda, 5. gr. Rotse, 6. gr. Angola, 7. Loango o
Fiote, 8. Buma, 9. Lunda, 10. gr. Luba.

Le caratteristiche, tutte di ordine fonetico, sono le seguenti :

1. , :Nord-Ovest e gr. Chiana — i, u

2. di, li, ri, rar. ti : in tutta la sezione — dži, ži, dzi, zi, ecc.

3. l < t : Nord-Ovest escluso 1; r < t : Sud-Est escl. 1 e 2 — t.

4. k t p da ng nd mb : gr. Ciuana e gr. Makua — ng nd mb.

Infine 5. suoni laterali solo nei gruppi Cafro e Thonga, 6.
armonia vocalica e 7. attrazione nasale solo in una parte di B.

Secondo Finck le lingue della sezione « esterna » apparterrebbero
ai primi immigranti provenienti dal Nord-Ovest e la sezione
del Sud-Est sarebbe rimasta isolata dall'altra per il sopravvenire
di una seconda corrente d'immigrazione dal Nord-Ovest. Alcuni
dati etnologici confermerebbero queste ipotesi.

30. In Num. (pag. 26 segg. e 454) io ho ammesso col Finck
quattro sottosezioni, ma riunite diversamente in due sezioni principali.
L'esame dei numerali, infatti, suggerisce una prima divisione
del Bantu in orientale e occidentale (linea approssimativa
di divisione : il meridiano di Stanley Falls e Victoria Falls, 25°).

tableau bantu occidentale | bali | bari | nord ba | sama | toba | sambuari | lombi | poamo | bua | buka | kama | bantu orientale | bili | biri | tandatu | kaga | fungati | samvu | sansu | nana | nane | kenda | gana | zana

Inoltre oko 1 è più frequente nella regione occidentale che
nella orientale, mentre mu-longo 10 sembra essere caratteristico
di questa. Infine le forme del 3 e 5 sono quasi esclusivamente
del tipo tatọ e tano nella regione occidentale, mentre nella orientale
sono frequenti anche i tipi satọ e sanọ. Ma le differenze più
notevoli si hanno nei numerali 6-9, e ciò si comprende facilmente :
tandatu è 3 + 3 e nana 4 + 4, mentre nella regione occidentale
il sistema è quinario, almeno in 6 e 7.

Con questi criteri io separai il Njwema e Kusu dai gruppi
orientali e li assegnai al ramo occidentale di Nord-Ovest. Ciò è
confermato anche dal prefisso pi- dei diminutivi, per es. Njwema
fi-ulu Kusu f-ulu uccello (cfr. ora Meinhof, Grundriss 2 170).27

Con tutto questo io non disconosco la stretta parentela di
una parte delle lingue del Sud-Est con quelle del Nord-Ovest, e
ammetto una assai antica emigrazione da nord-ovest verso sud-est,
nella quale vedo la causa del distacco del gruppo Ottentoto-Boschimano
dalle lingue affini delle regioni settentrionali.

Quanto al distinguere gli strati etnici più antichi dai più
moderni, come fa il Finck, credo che sia impossibile, finché non
si conoscano, meglio gl'idiomi delle regioni centrali.

31. Chi scoperse l'affinità delle lingue che furono poi dette
bantu (propriamente lingue dei ba-ntu o ‘uomini’) fu un naturalista
tedesco, Lichtenstein, che si era recato al Capo di Buona
Speranza presso il governatore olandese nell'intervallo tra la
prima e seconda occupazione inglese (1803-1806). Avendo confrontato
tra loro un grande numero di vocabolari, specialmente
quelli di Mozambico raccolti da un gesuita, egli giunse alla conclusione
che le lingue dell'Africa meridionale da Benguela da una
parte a Kilwa dall'altra formano un'unica famiglia. Tale scoperta
egli annunzio e dimostrò in una memoria pubblicata nel 1808,
in cui sono esaminati anche i prefissi delle classi nominali, che
formano la più notevole caratteristica delle lingue bantu. Anche
Marsden arrivò indipendentemente, come pare, a riconoscere l'unita
delle lingue dell'Africa al sud dell'equatore (escluso l'Ottentoto
e Boschimano) verso il 1816. Egli aveva nell'India un servo di
Mozambico, dalla bocca del quale apprese molti vocaboli della
sua lingua nativa ; e con grande sorpresa trovò che essi corrispondevano
non solo a quelli del Cafro, ma anche a quelli della
lingua del Congo. L'affinità fu poi scientificamente dimostrata da
C. von der Gabelentz, Ewald e Pott, e la cosa fu divulgata da
Ritter, Priehard e Latham. Del resto, le lingue bantu sono tanto
omogenee che l'affinità appare anche ad un esame superficiale.

Il fondatore della glottologia bantu è il tedesco Bleek. La
prima parte della sua « Comparative Grammar of South-African
Languages » fu pubblicata nel 1862. Essa tratta della classificazione
delle lingue dell'Africa al sud dell'equatore e della fonologia.
Allo studio delle lingue bantu va parallelo quello dei dialetti
ottentoti. Le corrispondenze fonetiche sono riassunte in tabelle in
cui il Cafro è preso come base. Nel 1869 fu pubblicata la prima
sezione della seconda parte che contiene uno studio accurato dei
prefissi nominali bantu e dei suffissi nominali, ottentoti. Per la
sua morte prematura il Bleek non potè compiere l'opera che
doveva comprendere quattro parti. Egli estese i suoi studi a tutto
il territorio bantu, e dei prefissi nominali tratta in modo compiuto
28ed esatto. La fonologia poi, per l'epoca in cui fu scritta,
merita encomio.

Nel 1891 il gesuita Torrend pubblicò una « Comparative
Grammar of the South-African Bantu-Languages » completa. Per
l'esposizione limpidissima dei fatti si legge con vero piacere.
Assai pregevole la morfologia, mentre le speculazioni etimologiche
dell'autore sono quasi sempre fantastiche.

Presentemente il più autorevole bantuista è Meinhof. Dopo una
serie di lavori preparatori, egli pubblicò nel 1899 il « Grundriss
einer Lautlehre der Bantusprachen », che ebbe una seconda edizione
assai ampliata nel 1910. Esso contiene anche un utilissimo
elenco di voci proto-bantu. Al medesimo autore dobbiamo
i « Grundzüge einer vergleichenden Grammatik der Bantusprachen »
e molti altri lavori speciali. A Meinhof spetta indiscutibilmente
il merito di aver creata la fonologia scientifica del
Bantu e di averla condotta a tale grado di precisione da poter
rivaleggiare con l'elaborata fonologia indoeuropea, anche per quel
che riguarda la ricostruzione delle forme preistoriche.

Documenti antichi naturalmente non ci sono. Il primo libro
stampato in una lingua bantu fu pubblicato a Lisbona nel 1624.
Nel medesimo secolo vennero in luce altri lavori, un catechismo
nella lingua di Angola, un vocabolario e una grammatica della
lingua del Congo (opera del P. Giacinto Brusciotto di Vetralla)
e una grammatica angolese. Poi gli studi bantu non furono ripresi
che nel secolo XIX, quando il P. Bernardo Maria di Canneccattim
pubblicò a Lisbona un dizionario (1804) e una grammatica della
lingua di Angola.

32. Venendo ora a trattare della struttura grammaticale delle
lingue bantu (con brevi osservazioni sulle sudanesi), dobbiamo
anzitutto affermarne il carattere generale estremamente arcaico.
Credono alcuni che la grande omogeneità delle lingue bantu su
territorio così esteso si debba spiegare con la loro recente origine
dal proto-Bantu, mentre lo scarso differenziamento si spiega benissimo
con la continuità territoriale e sopratutto col carattere fonetico,
come ora vedremo.

33. a) Il sistema fonetico proto-bantu è il seguente :

tableau a | k | g | ng | i | ẹ | e | t | l | nd | n | u | ọ | o | p | b | mb | m

Questo sistema appare assai arcaico per la mancanza assoluta
di spiranti (compreso s) e per l'equivalenza l = d. Manca r. Le
29esplosive sonore sono spesso rinforzate da nasale, ma ng nd mb
non si possono considerare come gruppi di consonanti, i quali
mancano del tutto.

Di fronte allo scarso numero delle consonanti, è notevole la
varietà delle vocali. Mancano, secondo Meinhof, veri dittonghi ;
però sono frequenti le combinazioni come ya e wa (cioè i̯a e u̯a),
e in molte lingue bantu anche ai e oi = e e we delle altre.

Le sillabe, di regola costituite da consonante + vocale, sono
aperte, e perciò le parole cominciano di regola con consonante
e finiscono sempre in vocale. L'accento dinamico, originariamente
sulla sillaba, radicale, è debole, perciò le sillabe atone non vanno
soggette a riduzione o a dileguo. Fanno eccezione le lingue del
Nord-Ovest, nelle quali perciò, con la tendenza al monosillabismo,
si sviluppa più che altrove l'accento musicale.

b) Similissimo al sistema fonetico proto-bantu di Meinhof
è quello « sudanese » di Westermann (Sudanspr. 198 seg.), che
può valere almeno per le lingue del tipo Ewe.

Le principali caratteristiche del Bantu di nord-ovest con le
deviazioni dal tipo primitivo si trovano anche qui, in parte più
accentuate. Tale è il dileguarsi delle vocali e sillabe finali, per es.
Duala mo-to uomo : Balong mo-ṭ : Bafo mo, Benga i-bali due :
Duala i-ba : Efik i-ba. Perciò anche qui predominio dell'accento
musicale. Le vocali primitive ẹ ọ sono distinte da i u come nel
Bantu di nord-ovest, per es. Ewe a-ḍé, Efik e-dem, Pul ḍem-gal,
Biafada wu-dèma, Pagiade pu-leme, Sobo e-reme, Egbele o-lemi
lingua : cfr. Duala e-yeme, Fang dẽm, invece forma comune bantu
-limi ; Ewe to, Bute to, Mario e Gio , Dewoi orecchio : cfr.
Fernando Po ba-to, ma-to, lo-to, Fang a-lo, invece forma comune
bantu -tu. Frequenti le combinazioni di vocali.

Per il mutamento di t in l si noti, per esempio, Kukuruku
é-là, Akposo e-lá, Boviri be-lalé, Banyun χa-lal tre : Duala
i-lalo ecc., invece forma comune bantu -tatu. Per il trattamento
della sillaba li, per es., Mano m-ere, Wolof w-er luna : Bamba
e Kusu w-eli, Fang mi-el, invece forma comune bantu mw-ezi ;
Mandenga ǧeli da *gali, Pagiade po-ade sangue, Pul 'ali-re
mestruo : Bangi m-ali grasso, Galoa a-gali olio, invece forma
comune bantu -azi sangue.

Le « velari-labiali » kp e gb vengono considerate come caratteristiche
delle lingue sudanesi, e con ragione. Esse però si trovano
anche in lingue bantu del Kamerun e derivano da kw e gw.

Concordanze molto precise in mutamenti fonetici saranno studiate
nella Fonologia. Qui basteranno questi cenni.30

34. a) Caratteristica fondamentale delle lingue bantu è la
distribuzione dei sostantivi in classi distinte mediante prefissi che
variano dal singolare al plurale, per es. mọ- pl. ba- per le persone,
mọ- pl. mẹ- per le piante, nẹ- per gli animali, ka- per i
diminutivi : mọ-ana fanciullo, ba-ana fanciulli, ka-ana bambino,
tọ-ana bambini, ecc.

Nelle lingue del Kamerun i prefissi si presentano spesso in
forma molto ridotta, essendo non di rado rappresentati da una
vocale. I prefissi contenenti una nasale, perdendo la vocale, spesso
si confondono tra loro e la nasale che rimane tende a scomparire,
lasciando però non di rado traccia della sua preesistenza in
mutamenti fonetici, come vedremo nella Fonologia. Anche gli altri
prefissi possono scomparire, per es. Benga i-lalĕ pietra : Duala
dale, mu-Rundo di-toi orecchio : Duala toi.

b) I medesimi fatti si ripetono nelle lingue del tipo Ewe
in grado anche maggiore. Invece i prefissi si trovano ancora in
pieno vigore nelle lingue arcaiche del Togo (Avatime, ecc.), poi
nelle due estremità settentrionali del Bantu-Sudanese, cioè nel
gruppo Fulup della Senegambia ad occidente e nelle lingue del
Kordofan ad oriente.

Nel Pul e Serer come nel gr. Mosi-Gurusi i prefissi appaiono
trasformati in suffissi, fatto che spiegheremo più avanti. Però il
mutamento delle consonanti iniziali, così caratteristico e cospicuo
nel Pul e Serer, come nel Biafada, dipende dalla presenza o assenza
di un prefisso nasale originario, per es. Pul pul-o da *m-pul-o :
plur. ful-be da *pul-be. Del resto, nella concordanza ricompaiono
i prefissi : Pul le-ki ki-n hi-towi albero-esso esso-questo esso (è)
grande, Tem ero we-brine uomo sporco, era be-brine uomini
sporchi, ale-re di-brine ragazza sporca, ale-wa be-brine ragazze
sporche, simi-ka ke-brine uccello sporco, simi-si si-brine uccelli
sporchi, ecc.

35. a) Altra caratteristica importante, collegata con la precedente,
è la concordanza ora accennata, la quale consiste nel
ripetere il prefisso del nome soggetto davanti a tutte le parole
della proposizione che gli si riferiscono ; per es. Tonga

ka-čeče ka-a-ngu ka-a-fua esso bambino, esso mio esso (è) morto
tu-čeče tu-a-ngu tu-a-fua essi bambini essi miei essi (sono) morti

I prefissi contenenti nasale ne sono privi davanti a parole di
carattere verbale, per es. Tonga mu-ntu u-lede l'uomo egli dorme.

b) Dove sono in vigore i prefissi e i suffissi, ivi si trova
sempre più o meno sviluppata la concordanza ; per es. Temne
31ma-nono ma-mi ma-fai ma-pong il latte il mio il caldo esso è
finito, Talodi (Kordofan) t-ok t-asare il cane il piccolo, r-ok
r-asare
i cani i piccoli.

36. a) La declinazione è appena iniziata. Il soggetto sta in
principio della proposizione, l'oggetto diretto segue il verbo e di
regola viene anticipato per mezzo di un pronome incorporato (43).
Forme speciali di accusativo ci sono soltanto per alcuni pronomi :
-kọ- te, -mọ- lui, lei, e talune forme del riflessivo. L'oggetto
indiretto viene espresso mediante la forma verbale in -ela, cfr.
Ted. ‘ich schenke ihm’ e ‘ich beschenke ihn’.

Il genitivo è diretto (A-B) e indicato dalla particella -a-,
per es. Suaheli vi-su vy-a-mzungu i coltelli dell'europeo.

L'unico vero caso è il locativo formato mediante la posposizione
-i, -ni o -ini, per es. Suaheli ńumba-ni in casa. Vi sono
poi tre prefissi locativi : pa- su, kọ-, presso, verso; mọ- entro.

b) In parecchie lingue sudanesi il genitivo, per un processo
secondario, è divenuto inverso (B-A), e perciò invece di preposizioni
si usano posposizioni. L'oggetto diretto sta invece di regola
dopo il verbo. Il dativo viene espresso col verbo ‘dare’, che però
spesso si confonde con la preposizione ‘a’. Le indicazioni locali
sogliono essere espresse con proposizioni coordinate alla principale,
per es. ‘i fanciulli giuocano sono nella strada’ in luogo
di ‘i fanciulli giuocano nella strada’.

37. a) Gli aggettivi sono poco numerosi e in gran parte di
origine verbale. Perciò nel Sotho l'attributo ha carattere di predicato,
per es. mọ-thọ e (opp. yọ) mọ-χọlọ l'uomo che (è) grande
= l'uomo grande. Altrove davanti all'aggettivo sta di regola il
solo prefisso nominale.

b) Lo stesso può dirsi in generale delle lingue sudanesi.
Nel Pul., secondo Westermann, non esistono quasi affatto aggettivi
predicativi, che vengono sostituiti da forme verbali.

38. a) I temi verbali primitivi sono di regola bisillabi con
armonia vocalica completa nel Bantu occidentale, per es. :

tableau kuanjama | pres. | ende | andare | piti | uscire | longo | lavorare | kulu | crescere | mbundu | pret. | lenge | fuggire | žimi | spegnersi | soto | cercare | sumbu | comprare | luyi | singi | amare | mono | vedere | tundu

Nel Duala solo con e ed o, per es. mene misurare, longo
cantare (ma lọnga costruire). I verbi con a nella prima sillaba
hanno -a ed -e, per es. Mbundu inf. banga pret. bange fare.32

Armonia completa o incompleta si ha anche nelle forme derivate,
quando alle vocali radicali a i u segue i u anziché e o,
e alle vocali radicali e o segue e o anzichè i u ; per es. Yao enda :
rel. endela andare, tola : rel. tolela recare, džigala : rel. džigalila
portare, tila : rel. tilila fuggire, udža : rel. udžila ritornare, Herero
topora durchbohren, tupura die Augen aufreissen, kama : intens.
kamuka ausdrücken, koha : intens. kohora waschen.

b) Nel Sandeh valgono le medesime regole : gbere diventar
cattivo, dendi cacciare, biti salire, zundu lavare, invece gara :
gari vomitare, ecc.

Ewe bala e bali umschlingen, kpala e kpali quer liegen —
Ci para fegen, fara gemischt sein, bara wieder in die Welt
kommen ; sere bitten, fragen, bere rot werden, k'ek'ere binden ;
firi erhalten, siri in den Weg stellen ; horo, hohoro waschen,
goru spielen (a-goro Spiel) ; ḍuru ankommen, turu tragen, huru
sieden — Ga tere tragen, sere schmelzen, plur. folo schneiden
(e così sempre con armonia vocalica il v. plurale) — Yoruba
kede öffentlich ausrufen, šoro wütend sein, ecc. — Eflk tara lose
sein, verbreitern, kere denken, kworo schreien.

Vei mola leuchten, tala zerreissen; džele lachen, fele ansehen,
sele aufsteigen ; fili werfen, Bamb. kisi retten, kili nennen ; folo
anfangen ; Vei wulu gebären.

39. a) Nello Shambala si trovano dei verbi composti di due
temi come š'inda-lima etwas andauernd tun + ackern = den
ganzen Tag ackern, fi'ka-le'ta sich beeilen + bringen = schnell
bringen.

È probabile che formazioni simili si trovino anche in altre
lingue bantu, poiché su questo processo sono fondate molte forme
verbali derivate.

b) In lingue sudanesi si trovano composizioni simili, anche
di sinonimi, come Ewe fa-ńã kneten. Efik da di nimm komm
= bringe, da fiak nimm kehre um z=z bringe zurück.

40. a) I verbi derivati si formano mediante suffissi. Tra questi
sono notevoli i suffissi vocalici comuni al verbo e al nome.

tableau verbo | nome | inf. | part. | sost. | intrans. | agg. | pass. | caus. | agentis

Il nome non ha suffissi propri, poiché in ultima analisi
è sempre una forma verbale. Per es. il Sumbwa i-tekero o
bu-tekero ‘cucina’ non deriva direttamente da teka ‘cuocere’
ma dalla forma relativa di questo verbo, che è tekera.33

Tra i suffissi consonantici sono notevoli i seguenti che formano
due serie :

tableau intrans | trans

Inoltre : -a-ta (v. Morfologia), -pa denom., -ga durativo, -a-na
reciproco, -a-ma stativo (cfr. ma stare), -ba id. Infine combinazioni
come -a-kala, -ọ-kọla, -pala, ecc.

Raddoppiamenti completi come Suaheli tžeka-tžeka ‘ridere
continuamente’, e incompleti iniziali come Duala kikimele
stottern da kima keifen.

b) Forme corrispondenti si trovano nelle lingue sudanesi
meglio conservate, come il Pul, Wolof, Serer, Temne, ecc. Per
queste devo rimandare alla Morfologia.

41. b) In alcune lingue sudanesi esistono forme speciali per
il « verbum plurale ». Se il verbo è intransitivo concorda col
soggetto, se è transitivo concorda con l'oggetto. Ga da pl. dárá
o drá crescere, bo pi. bóló o bló gridare, fo pl. folo o fio tagliare;
Efik duo pi. duo-fio cadere, hpa pi. kpa-na morire.

42. a) Nella coniugazione i modi sono indicati generalmente
per mezzo di suffissi e i tempi per mezzo di prefissi.

Suffissi : -a indicativo (realtà), -e ottativo-congiuntivo-imperativo,
-ẹ negativo e futuro (imperfetto semitico), -i oppure -i-le
perfetto. Vi è anche una forma durativa o frequentativa in -ga
e in parecchie lingue il modo relativo.

Notevole è la forma negativa, per es. Suaheli tu-(n)a-tuma
noi mandiamo, cong. tu-tume : neg. ha-tu-tumi nón noi-mandiamo,
ma cong. tu-si-tume che noi non mandiamo.

Il modo relativo viene espresso con un suffisso invariabile
(Benga -e, Cafro -yo, Sotho -χo, per es. Cafro i-haše eli-baleka-yo
il cavallo che corre), oppure con un « pronome relativo » variabile
secondo la classe dell'antecedente, per es. Suaheli a-penda-ye
cl. I ‘che ama, amò, amerà’. Tonga in-gubo zi a-lapela a-nzi-o
le vesti che egli prega con esse, the clothes in which he prays,
ba-li ku-li ba-ntu ba n-zim-pongo zi-a-bo e-zi dove sono gli
uomini che le capre di essi (sono) queste, Kamba ka-indo ka ni-na
ha-onie iyo
l'insetto che io lo vidi ieri.

Il perfetto indica azione compiuta e stato conseguente. Nei
verbi derivati il suffisso -i si aggiunge al verbo semplice e al
suffisso (che è un ‘verbo ausiliare’), onde alle forme del presente
in -a-ma, -a-na e -a-la si contrappongono quelle del perfetto in
-e-me, -e-ne ed -e-le.34

b) Anche in lingue sudanesi si trovano tali forme, specialmente
quella in -a e quelle del perfetto. V. la Morfologia.

43. a) I tempi sogliono essere diversi nello stile narrativo
e descrittivo, e nella narrazione si fa di regola una distinzione
fra il principio e i tempi consecutivi.

La forma più semplice è quella in cui il pronome sta immediatamente
davanti al verbo, per es. Kaguru ni-langa io vedo,
u-langa tu vedi. Questa forma non è frequente, però è normale
col modo congiuntivo e trovasi non di rado nell'espressione negativa,
nel perfetto e nelle proposizioni relative.

I prefissi sono nominali come kọ- dell'infinito (Tonga ku-bona
= to see), o particelle come ẹ- o y- e specialmente a-, per es.
Tonga u-a-bona tu hai veduto, vedesti, mu-a-bona voi avete
veduto, vedeste (anche presente), Yao n-a-wene io ho veduto.
Anche na- è una particella = ‘e, con’, ma ha pure carattere
verbale : Suah. ni-na-penda io amo, con verbo monosillabo ni-na
ku-dja
io vengo. Slmilmente Suah. ni-li-tuma e n-a-li-tuma ich
sandte, cfr. n-a-li ku-dja ich kam. Frequenti sono pure le perifrasi
con ba o bẹ ‘essere’.

Vario è l'uso di ka-, per es. Herero ka-eta ‘va porta’ =
‘hole’, Suah. a-ka-tuma und er sandte.

Come veri ausiliari sono usati in varie lingue molti verbi
che significano ‘compiere, andare, venire’ ecc., e l'unione col
verbo principale avviene in due modi : 1. Suah. ni me ku-la io
ho compiuto mangiare = io ho mangiato, 2. Duala na ta na lọma
ich war ich schicke = ich schickte.

b) Darò qualche esempio di formazioni simili in lingue
sudanesi. Sandeh mi zundú io ho lavato, me á-zundu id., me
á-zunda
io lavava, mi ná-zunda io lavo, mi ní-zundu io lavava
(cfr. Duala na-ni-bola lo faccio appunto ora), ko runga ka-gamba
egli cominciò a parlare, ko rungá ko ná-gamba egli cominciò
egli parla, mó ndu ka-níko tu va a cercarlo. Ci o-be-fa egli
prenderà, mi-be-ko io andrò (cfr. Pongue mi be tonda io amerò).

44. a) Nella coniugazione il pronome soggettivo precede il
verbo e tra quello e questo si colloca il pronome oggettivo, per
esempio : Cafro u-tanda tu ami, u-si-tanda tu ci ami. Fa eccezione
la seconda persona plurale dell'imperativo coi suffissi -i, -ni o
-ini
: Kamba ona-i, Suah. ona-ni, Kaguru lange-ni vedete (voi).

b) Nelle lingue sudanesi la coniugazione è pure di regola
prefiggente. Nel Wolof i pronomi soggettivi sono posposti, per es.
sopḁ-nā io amo, lekḁ-nā io ho mangiato, cfr. baχe-nā buono io
(sono). Si noti gisal vois : gisle-n voyez (come Kaguru lange-ni).35

Nel Pul ha luogo l'inversione del soggetto pronominale quando
la proposizione comincia con altra parola (come nel Tedesco), per
es. mi hirsi ich schlachtete : kande kirsū mi beute schlachtete
ich. Similmente nel Serer mi feχu rōg ích liebe Gott : rōg feχu-m
Gótt liebe ich.

45. a) La collocazione delle parole è diretta (A-B). Talvolta,
nello stile narrativo, il verbo sta prima del soggetto come parola
dominante. I pronomi dimostrativi in parecchie lingue, stanno
prima del nome, per es. nel Duala. Nello Suabeli si può dire
yule mthu ‘quéllo uomo’ oppure mthu yule ‘uómo quello’.

La voce interrogativa sta di regola in fine di proposizione :
Cafro w-a-ti-ni egli ha detto che cosa ?, Suab. a-me ku-fa nani
è morto chi ? (invece nani a-li-ye ku-fa chi è che è morto?).

Il discorso indiretto si volge in forma diretta (il re ha detto :
io verrò). Si noti l'espressione del Kinga um-beki gu-ka-tye :
n-degwe der Baum sagte : ich möchte fallen = l'albero minacciò
di cadere. Un altro uso del verbo ‘dire’ è il seguente : Sotho
βa rẹ tú essi dicono = sie schweigen stili.

Una notevole infrazione al principio A-B rappresenta la collocazione
del pronome oggettivo (come in italiano : io ti amo).

b) I suffissi nominali del Pul, Wolof, ecc., corrispondono
spesso a dimostrativi posposti delle lingue bantu, per es. pul-o
da *m-pul-o Pul : cfr. Sotho mo-sali e-o questa donna, Wolof
gur-g- l'uomo.

La costruzione normale della proposizione è nel Pul, come
nella maggior parte delle lingue bantu, la seguente : soggetto —
verbo — oggetto indiretto — oggetto diretto ; per es. ‘egli diede
(al) figlio vacca questa’.

La deviazione più notevole dal Bantu si ha nel tipo inverso
del genitivo (B-A) in parecchie lingue sudanesi. Ma tale inversione
è di origine secondaria, come vedremo nella Morfologia.

46. a) Nei pronomi personali si distinguono tre forme : 1.
pronomi preverbali, 2. possessivi, 3. assoluti. Questi ultimi sono
di regola resi bisillabi per mezzo di affissi o raddoppiamento,
mentre i possessivi quasi-sempre e i pre verbali sempre sono monosillabi.
Le forme normali dei pronomi preverbali e possessivi
della prima e seconda persona sono le seguenti :

tableau nẹ- | io | -nga | -nge | -ngọ | mio | ọ- | tu | -kọ- | te | -ko | tuo | tọ- | noi | -i-tọ | nostro | mọ- | voi | -i-nọ | -i-nyọ | vostro

Per ‘io’ ass. sono frequenti le forme con m in luogo di n,
forme che si usano anche come preverbali e possessive.36

L'oggettivo kọ deriva da *kọ-ọ ‘verso te’. Simile è il possessivo
-ko, cfr. Sotho -χaọ da *kọ-a-ọ ‘presso di te’ = ‘tuo’,
Her. omu-ku-etu ‘quello, presso di noi, quello di noi’ = ‘il
nostro compagno’.

I pronomi possessivi delle varie classi (esclusa la prima e
seconda) hanno di regola la desinenza -o, identica a quella dei
dimostrativi della dér-Deixis o seconda posizione. Esempi di forme
comuni :

tableau a-ka | e-ki | o-ku | a-ko | *a-ka-o | e-ki-o | e-čo | o-kiv-o | o-ko

b) Il ricchissimo sistema pronominale del Bantu ha perfetto
riscontro nelle varie lingue sudanesi. Qui ci limiteremo a notare
alcuni arcaismi. Mancano forme corrispondenti a -kọ- te, -ko tuo,
che abbiamo visto essere di origine secondaria. Il medesimo tema
serve spesso per il singolare e plurale, per es. Akka e-ma, ma
io : a-ma, noi, Sandeh á-ni, a-ne noi ( : Kaguru a-ni-ye io),
Sandeh mo tu : Ci mu voi, ecc. Anche qui -o è suffisso dei possessivi
e dei dimostrativi. Il pronome di terza o si riferisce alle
pèrsone, e alle cose.

47. a) I numerali semplici hanno due forme, una con la consonante
iniziale pura e l'altra con l'iniziale palatalizzata per
epentesi di un prefìsso i.

tableau mó | mjué | bale | bjele | tato | tjato | na | nja | tano | tjano | kome | kjome | kama | gjana

Bantu or. ta-n-datọ 3 e 3 = 6 (Nyarw. šešatu per *ša-išatu,
cfr. šatu 3), na-na, na-nai 4 + 4 = 8. Nel Bantu occidentale
generalmente 5 + 1, 5 + 2, ecc. Il Pongue eno-gomi 9 è sottrattivo
da 10 (i-gomi).

I numeri ordinali sono resi, nel Bantu mediante espressioni
possessive, per es, Suah. m-tu w-a-tatu ‘l'uomo quello dei tre’
= ‘il terzo uomo’.

b) Nelle lingue sudanesi forme ridotte come ba, gr. Mosi-G.
le 2, ta, sa 3, na, nei, nia 4, tien, , -tnu (donde il frequente nu)
5, kue, gwa, wo 10 ; però anche forme piene come gr. Mande
vere, fele 2, Pul tato (pers.) e tati (cose) 3. In molte lingue
37sudanesi trovasi il tipo pu 10. Per 20 vi sono parole significanti
‘uomo’, per es. gr. Kru goro plur. gore opp. woro plur. wore
(cfr. Pul gor-ko uomo, plur. wor-be). Al Bantu occidentale kama
100 si collega gr. Mande kame da *kama-i, quindi keme, kemi,
Filyam he-χma-y, Temne e Pul keme 100.

Col Pongue e-no-gomi (Orungu se-ni-homi) 9 vanno, come
pare, le forme del gr. Mosi-Gurusi no-go, no-wo, na-go.

Ordinali del Pul : tat-a-bo 3°, nay-a-bo 4°, ecc. Si dice :
putju tat-a-bu cavallo terzo, gor-ko tat-a-bo uomo terzo, hai-re
tat-a-b-re
pietra terza.

Il gruppo Camito-Semitico

48. Il gruppo Camitosemitico consta di due sotto-gruppi assai
ineguali, di cui l'uno, il Camitico, di gran lunga più esteso, interamente
su suolo africano, mentre il Semitico occupava in tempi
antichi solo una parte dell'Asia anteriore (Arabia, Palestina, Siria,
Mesopotamia).

Il Semitico comprende cinque lingue, affini tra loro presso a
poco come le neo-latine. Esse si possono raggruppare nel modo
seguente :

Semitico orientale — 1. Assiro-Babilonese.

Semitico occidentale — a) Nord : 2. Aramaico con dialetti
occidentali e orientali, fra cui il Siriaco ; 3. Cananeo, cioè Ebraico,
Fenicio, ecc. — b) Sud : 4. Arabo settentrionale e meridionale ;
5. Etiopico.

La lingua detta etiopica o Ge'ez (dal nome del popolo che
la parlava) è prossimamente affine all'Arabo meridionale, e fu
portata nell'Abissinia da coloni provenienti appunto dalle opposte
sponde dell'Arabia meridionale. Il nome stesso degli odierni
Amhara attesta, secondo Hommel, la loro provenienza dalla regione
arabica detta Mahra. L'emigrazione è di molto anteriore all'era
volgare.

I documenti semitici più antichi sono babilonesi, del tempo
di Sargon I di Agade (verso il 3000 av. Cr.).

49. Il Camitico inteso in senso ristretto comprende 1. l'Egizio,
2. il Berbero, 3. il gr. Cuscitico.

I più antichi documenti dell'Egizio appartengono almeno al
quarto millennio avanti l'era volgare. La fase più recente, dal
III secolo dopo Cristo, va sotto il nome di Copto (arabo ḳobt da
Αἰγύπτιος). In questo, si distinguono cinque dialetti : 1. Sahidico
38o dell'Alto Egitto (Tebe, ecc), 2. di Achmim, 3. di Feijum, 4.
di Menfi, 5. Boheirico o del Basso Egitto.

Il Berbero è la continuazione dell'antico Libico, del quale
abbiamo iscrizioni in caratteri che hanno dato origine all'odierna
scrittura tifinagh. Il Berbero si distingue in una grande quantità
di dialetti, i quali vanno da Siwa (oasi di Giove Aminone) in
Egitto fino al fiume Senegal. Anche nelle isole Canarie si parlavano
dialetti berberi, che sono estinti da molto tempo. Le differenze
dialettali sono lievi, e tutto al più permettono di distinguere
dagli altri i dialetti meridionali dei Tuareg.

Il Cuscitico si divide in

Basso Cuscitico — Nord : Begia o Bisciari — Centro : 'Afar e
Saho — Sud : Galla e Somali

Alto Cuscitico — Lingue Agau (Bilin, Chamir, Quara, ecc.) —
Lingue Sidama : Kafa, Gonga, ecc.

50. Egizio e Berbero concordano in molti punti essenziali e
formano probabilmente un gruppo (Camitico settentrionale). Certo
è ad ogni modo che fra l'Egizio e la più vicina lingua cuscitica,
il Begia, il distacco è assai forte. Uno dei punti più notevoli in
cui si manifesta il nesso Egizio-Berbero consiste nella forma e
uso dei pronomi di seconda persona : Egizio m. kw, čw, f. čm,
čn tu, te = Berbero m. ku-k, ke-č o še-k tu (Tuareg kai anche
‘te’), f. ke-m o še-m, ecc. In questo punto essenziale le lingue
del gruppo Hausa concordano col Berbero, e vedremo più avanti
che a tale accordo prende parte anche il Basco-Caucasico. Trattandosi
di una innovazione, il fatto ha una particolare importanza
come criterio di classificazione.

51. La prossima parentela delle tre lingue senza genere, Nuba,
Barea e Kunama, entro il gruppo Camitico, fu determinata esattamente
da L. Reinisch. Tutte e tre si collegano all'alto Cuscitico,
e in particolare alle lingue Agau.

Già nella prefazione alla grammatica del Barea (1874) il
Reinisch osservava che questa lingua è meno affine al contiguo
Begia che alle lingue Agau, benché queste siano ora geograficamente
lontane. Riassumo qui gli argomenti del Reinisch senza
apportarvi quelle correzioni che ora sarebbero necessaire.

1. Barea plur. -ta e -ka = Falasha (Quara) -t e -k.

2. Genitivo B-A, per es. Barea aben wol vatershaus, F. yedera
gaba
gotteswort.

3. Suffissi nominali : a) Barea sel-ti spaccatura, Agau gas-ti
inimicizia ; b) Barea bur-si, bor-ši forza, Agau laχo-ṣi lite ; c)
39Barea nese-mo aufstehend, wone-mo kommend, Agau galagela-moi
verfurer ; d) Barea agg. bur-ko forte, šol-ko rosso, Fal. fera-g
m. forte, zara-g m. rosso.

4. Numerali : a) Barea doko, Damot lagu uno ; b) Barea aré,
aré-ga (cfr. le- in le-fek 10), Damot e Lasta li-ga due.

5. Pronomi possessivi prefissi al nome (suffissi nel Begia),
per es. Barea o- mio, he- nostro : Fal. yi-, Agau ya- mio, e-nunostro ;
Barea en-ga- tuo, en-go- vostro (en-ga-ne voi) : Belen
ko-, Agau ku- tuo.

6. Coniugazione : Barea wos-te io odo, wos-ta tu odi, wos-to
egli ode, won-na-go noi udiamo, voi udite, won-n-ko essi odono,
Falasha sing. wasi-g, plur. wasi-na-go. :

7. Infinito : Barea al-ing um zu gehen, Agau fat-ingi gehen.

8. Posposizioni : Barea e Fal. li in, Barea tolko = Fal. tülig
unter, B. go = F. gwa bis, zu, ecc. Barea kotáde ta kólukma,
Fal. yir deri kam deri ‘menschen und tiere und’ = ‘uomini
e animali’.

9. Concordanze lessicali (62, di cui 41 sostantivi, 7 aggettivi,
14 verbi).

Anche fra il Barea e il Begia vi sono molti elementi in
comune. Fra quelli indicati dal Reinisch meritano menzione i nomi
d'agente come Barea kun-kena costruttore : Begia o-ibab-kena
viaggiatore, e le forme negative come Barea ka-fure = Begia
ka-for io non fuggo, Barea ma-für = Begia ba-fur non fuggire.

A sud del Barea si parla il Kunama. Per questi due idiomi
del Barca (Eritrea) v. anche « Das persönliche Fürwort » dei
Reinisch.

52. Lungo il Nilo, da Assuan verso il sud, si parla il Nuba,
a notevole distanza dal Barea e Kunama. La posizione linguistica
del Nuba fu determinata una volta per sempre dal Reinisch in
un prezioso lavoro intitolato appunto « Die sprachliche Stellung
des Nuba » (Wien, 1911), lavoro che qui mi duole di non poter
riassumere. Le conclusioni del Reinisch sono due, assai importanti :
1. il Nuba si collega anzitutto alle lingue Agau ; 2. esso è
un anello di congiunzione tra queste e le lingue nilotiche (Dinka
e Scilluk, quindi Bari, Masai, ecc).

Il Reinisch considera il Nuba, Barea e Kunama come lingue
« proto-camitiche » per il fatto che esse non avrebbero sviluppato
il genere grammaticale. Persuaso che il popolo camitico (da cui
un ramo cuscitico, passato nell'Arabia meridionale, avrebbe dato origine
al popolo semitico) sia provenuto dall'Africa centrale,
ritiene essere i proto-Camiti intermedi fra i Camiti e i popoli
40del Sudan. Esamina quindi le relazioni del Nuba con gl'idiomi
dei negri Dinka e Scilluk abitanti nelle regioni meridionali del
Nilo. Anticamente sembra esservi stata continuità territoriale ;
poi, in causa di invasioni arabe, le popolazioni nilotiche del nord
(Nuba) furono separate da quelle del sud. Tuttavia anche ora, in
una regione intermedia, nel Kordofan, si trovano genti di tipo negroide
e di linguaggio nubiano, le quali sono resti di quella
grande popolazione che dominava un tempo dai confini dell'Egitto fino
alle regioni del Nilo Bianco e Azzurro,

Riassumo le comparazioni del Reinisch.

1. Prefissi nominali : D. ke-čam il mangiare, Sc. gi-n-čam id.,
cfr. Nuba dūl-ká-nē grandezza (v. 58) — D. a-luák servente,
servitore, cfr. Kunama á-bačā combattente.

2. Plurale : D. -r =. Nuba -rī — D. -ke = Nuba -čī (e -kū)
— D.,-t = Agau -tī — Plurali interni simili a quelli del Begia.

3. Nella formazione del genitivo vi è stretto accordo col Nuba.
Alcune preposizioni-posposizioni sono in comune, per es. D. e-toṅ
= Nuba -il-tōn von, aus.

4. Aggettivo predicativo : Dinka ran a-did l'uomo è grande,
Scilluk tūan a-täk il toro è forte, Bari ṅun a-dúma Dio è grande ;
cfr. Nuba tī más-a la vacca è bella.

5. Nel Scilluk i temi verbali terminano in vocale, per es.
ya kada io vado, ya rūe io rimango, ya yūdi io trovo, ya mā́go
io prendo. Con quest'ultima forma concordano i nomi in -o, suffisso
corrispondente a del Kafa, -au del Quara (modus relativus).
— D. čame Sc. čami mangia !, D. čam-ke Sc. čam-u
mangiate !, cfr. Nuba toge batti !, tog-we battete ! — Sc. ya pa
čamo
io non mangio, ya nūti čamo io non mangiai, ya ku čamo
io non mangiai, ya ku čamo io non mangerò. Con pa (anche fa)
cfr. il Begia bā-.

6. Dinka 'ēn a-bi-čam io mangerò : Nuba K. bi-togri io batterò.
— Dinka 'ēn a-či-čam io ho mangiato, cfr. Nuba F. toga-kḗ-s
ho battuto, Kunama n-a-lab-ke ich bin verdorrt. — Scilluk perf.
a-, fut. u- opp. o-, per es. ya-māgo io prendo, yan a-māgo io
ho preso, yan u-māgo io prenderò ; e con le particelle de, re, ne
interposte ya de māgo io prendo, yan u-de-māgo io prenderò, ecc.

7. Dinka an e 'ēn da *ain e questo da *ani, Scilluk y-an io :
tipo comune camitos. an, ani. Le forme più brevi sono a, y-a
io, i, y-i tu, e, y-e egli, nel Masai a- io, i- tu, e- egli ; cfr.
anche Scilluk toṅ-a la mia lancia, toṅ-i la tua lancia, toṅ-e la
sua lancia. Nel Kunama a- mio, e- tuo, i- suo. — Dinka kan
questo = Somali kan questo, quello. — Dinka ṅa, ye-ṅa chi ?,
41ye-nu che ?, particella interrogativa (Scilluk ) ; cfr. Nuba,
Barea e Kunama chi ?, Saho e Galla -hō, Geez -hū particella
interrogativa.

8. Dinka tok = Barea e Galla toko 1 ; Nuer kel, Bari gele-ng,
cfr. Begia gŭal, gŭar 1, Nuba gor- in 6 — Dinka róu, Nuer
rau 2, cfr. Begia rau altro, secondo — Dinka dya-k, cfr. Nuba
toyu-k, tos-ku 3 — Dinka wdye-č, Nuer dye-č = Nuba di-k(a),
di-ǧ 5. — Il sistema è quinario.

9. Per le comparazioni lessicali v. ‘Steli, des Nuba’ 161-168.

53. Resta da determinare la precisa posizione dell'Ottentoto-Boschimano.
Per la storia degli studi che furono fatti su questo
argomento devo rimandare a Pron. 25 segg. Gli Ottentoti abitavano
anticamente fin verso lo Zambese, e secondo le vedute geniali
del Lepsius formavano una corrente migratoria cuscitica al sud
dell'equatore, la quale fu poi interrotta da una invasione di Negri
(Bantu), presso le coste ora abitate dai Suahili, onde essi, respinti
verso sud, furono totalmente separati dai confratelli settentrionali.

In Pron. 20 seg. e 88 io identificai, fra altro, le seguenti
forme pronominali :

1. Ott. -b, -ba m. egli — Bongo m. egli, Begia -b, -ba id.

2. Ott. -s, -sa f. essa — Bongo da *sō f. essa, Egizio e
Mehri -s, Assiro -ša, ecc.

3. Ott. -ti f. esse — Berbero ti f. queste, esse.

4. Ott. -n, -en, -na c. essi, esse — Berbero -en m., -in f.,
Chamir -än.

5. Ott. -gu, dial. -ku m. essi — Nuba -gū, Barea -gu e -ka,
Somali kŭa (= Ott. -kua).

In Num. 14 seg. identificai parecchi numerali ottentoti e
boschimani con numerali camitici. Parecchie comparazioni lessicali
si trovano già in Cr. 196 segg. Nel 1910 identificai il Nama
tara-khoi-sa ‘donna’ col Kunama dar-kí-šā ‘donna, matrona’,
e nel 1914 l'Ottentoto del Capo siri-goe, tsere-gou ‘tartaruga’ col
Begia dír-kŭa, dér-kŭa, Nuba M. dákke da *där-kŭe id. (per il
primo termine cfr. KD. derre, derri =. Tabwa ki-tiri tartaruga).

54. In una breve nota pubblicata nel 1910 (La lingua degli
Ottentoti e la lingua dei wa-Sandawi) io, ricordata l'opinione
circa gli avulsivi (Schnalzlaute) ottentoti, espressa da Steinthal
nel 1879, che « in welchen Sprachen irgendwo uns diese
Schnalzlaute wieder begegnen, haben wir verwandte Sprachen »,
esaminai il Sandawe in rapporto all'Ottentoto e trovai che aveva
in comune con esso, oltre gli avulsivi, parecchi numerali e pronomi,
nonché alcuni vocaboli primitivi. Recentemente Dempwolff
42ha pubblicato materiali del Sandawe più esatti di quelli che si
possedevano prima, e il nesso Ottentoto-Sandawe appare ora pienamente
confermato (Die Sandawe, Hamburg 1916). Riassumo i
principali punti di concordanza fra il Sandawe e il Nama.

1. Sistema fonetico caratterizzato dagli avulsivi. Accento musicale.
Il Sandawe è più ricco di consonanti e gruppi di consonanti,
il Nama è più ricco di vocali e gruppi di vocali.

2. I temi possono essere ripetuti o reduplicati. Combinazioni
di temi verbali come bringen + kommen = holen.

3. Genere : Sandawe sa essa, tami-tsu, tami-su donna, ma-su,
me-su madre, cfr. Nama tara-s, tara-sa donna. Anche grammaticale :
S. //ʼaga-su sole, N. sori-s id.

4. Numero : Sandawe tami-tsi, tami-si donne, cfr. Nama tara-ti
id. ; S. // ṅo-ko bambini, cfr. N. !'oa-gu id.

5. Casi : Sandawe rogo-ʼiṅ col coltello, Nama gõa-b-i id. Posposizioni.
Il genitivo è inverso (B-A), per es. Sandawe tsi tata mio
padre, Nama ti 'ĩ id.

6. Pronomi : Sandawe tsa, -se io = Nama -ta, -te ; Sandawe
-e c. = Nama -e id.

7. Generi del verbo : causativo Sandawe -ku, Nama -gei ;
rifl. S. -ts, Nama -se̥n ; rec. S. -ki, -n-ki (cfr. ki due), Nama -gu.

8. Modi : Sandawe -ge (volere) ottativo, N. -ga congiuntivo-finale-ottativo ;
Sandawe specie d'interiezione, Nama -o id.
con l'imperativo.

9. Participio (?) in -se : Sandawe χase, Nama tsu-se übel ;
S. /hime-se cantore, Nama //nae-se cantante, cantore.

10. Costruzione B-A : Sandawe ‘er Rinder hüten’ = Nama
‘er Rinder tut hüten’. Sandawe ‘dann er Mann sprechen’ =
Nama ‘dann er Mann tat sprechen’. Sandawe e Nama ‘io bevo
non’, proib. ‘non bere’.

11. Collocazione degli elementi pronominali nel verbo : sogg.
‘andare-io, andare-tu’, ogg. ‘battere-me, battere-te’. Sandawe
'embo-χ-se parlare per me, 'embo-χ-po parlare per te, Nama
mĩ-ba-te parlare per me, ecc. Sandawe e Nama ‘amare-te-io,
amare-me-tu’, ecc.

12. Molte corrispondenze lessicali di primaria importanza,
per es. S. /noá Klaue : N. /nowó kratzen ; S. !'o voll sein : N.
!'o zustopfen, !'ora füllen ; S. χoa scharren, χade schaben : N.
χoa, χa schaben, χaro id., χoro graben ; S. tha sing., giri-be
plur. laufen : N. tãi laufen, be fortlaufen ; S. tso Kot : N. tsoa-s
After ; S. tsoro Unfug : N. soro ungeziemend ; S. 'omi-te Fische
fangen : N. /ʻoma id.43

Si aggiunga il numerale 4 : Sandawe haka-χ = Nama hagá,
haka. Ma per i numerali sarà opportuno che io ripeta qui le mie
anteriori comparazioni.

1. Nama t'gui (cfr. t'gúri solo), Bosch. t'gu solo — Wandala
tegoi, Logone tekū. Nuba M. kōi KD. kōl solo ; quindi Sandawe
ts'eχ o tseχe = Kotoko di Kusri e di Log. tsege-di, Maba tékē.

2. Bosch. ṭ'ku, ṭ'u, Ottentoto t'ko-am — Teda kiū, ču, θu,
Sandawe ki e kiso-χ = Logone kiši-o, Kotoko di Kusri kiki-o,
Buduma kisi.

Bosch. (Kung) dzá e tši-dzá, cfr. Ott. -sa-ra esse due —
Ufiomi dza-r, Mbulunge tja-dā.

3. Bosch. (se-Roa) n-guene, Ott. ṭ'-gona — Turkana n-gauní,
Masai ō-kuni, o-guni, Lattuka kunu-goe, guni-ggo, poi Pika e
Karekare kúnu, Maba kun-gā-l, ecc.

4. Ott. hagá, haka — Sandawe haka-χ, wa-Ngomvia háka,
Mbulunge tji-gaḥ, Mbugu hāi o hahi e kahahi.

Notevole assai il fatto che queste concordanze si estendono
anche nella direzione del lago Tsad.

Il territorio in cui si parla il Sandawe è compreso fra il 5°
e il 6° grado di latitudine meridionale e il 35° e 36° grado di
longitudine orientale (da Greenwich). Geograficamente vicine al
Sandawe sono tre lingue bantu, Gogo, Limi e Irangi, e due
« camitiche », il Tatoga o Taturu e il Burunge o Mbulunge,
mentre l'Iraku trovasi più lontano.

55. Concludendo, la classificazione odierna delle lingue camitiche
è la seguente :

1. Camitico settentr. : Egizio : — Berbero — Hausa, Muzuk, ecc.

2. Cuscitico a) basso : Begia — 'Afar-Saho — Somali e Galla
b) alto : lingue Agau — lingue Sidama.

3. Nilotico a) nord : Nuba sett. e mer. — Barea e Kunama
b) sud : Dinka e Scilluk, Bari, Masai, ecc.

4. Camitico merid. : Sandawe, Mbulunge, Ufiomi — Ottentoto e
Boschimano.

In 2, 3 e 4 le relazioni di parentela vanno generalmente da
nord a sud, ma non mancano indizi di connessioni speciali in
direzione da est ad ovest.

56. Il progresso degli studi in questo vastissimo campo è
stato considerevole, specialmente in tempi recenti.

Già nel XVII secolo i grandi orientalisti, come Ludolf, Bochart,
Castel, avevano una chiara ed esatta idea, dell'unità semitica.
Nel XIX secolo lo studio delle lingue semitiche fu allargato e
44approfondito per la conoscenza dell'Assiro e di altri idiomi. Grandi
semitisti furono Gesenius, Ewald, poi Dillmann, Noeldeke, ecc.
La prima grammatica comparata è del Wright (1890), alla quale
seguì quella dello Zimmern (1898). Ora abbiamo il « Grundriss »
di Brockelmann in due grossi volumi.

Nel 1860 Lottner, fondandosi sulla concordanza dei pronomi,
affermò la reciproca parentela del Salio, Galla, Tamasceq ed
Egizio, e la loro affinità col Semitico (il Copto, veramente, era
stato riconosciuto affine al Semitico già dal Rossi e dal Benfey).
Sette anni, dopo F. Müller confermava la cosa aggiungendo il
Begia, e nel III volume del suo monumentale Grundriss (1887)
dava uno schizzo chiaro ed esatto della morfologia camitica
(Egizio, Berbero e Cuscitico). Infine, nel 1909, il Reinisch pubblicava
l'opera « Das persönliche Fürwort und die Verbalflexion
in den chamito-semitischen Sprachen », in cui si tratta anche del
genere, del numero e di altre categorie grammaticali, e viene
esteso l'esame anche allo Hausa e Muzuk da una parte e al
Kunama e Barea dall'altra. Ma il pensiero fondamentale dell'autore,
che vede dappertutto forme del verbo ‘essere’ rappresenta
una vera aberrazione (v. Pron. 335).

Al Reinisch, però, noi siamo debitori della massima parte
della nostra conoscenza delle lingue cuscitiche.

57. Esaminiamo ora la struttura delle lingue camitosemitiche
seguendo l'ordine tenuto per il Bantu-Sudanese.

Il sistema fonetico è povero di vocali etimologicamente
distinte (nel Semitico sarebbero tre sole : a i u) e le combinazioni
si limitano generalmente ad ai e au. Al contrario, le consonanti
sono assai numerose, poiché accanto alle esplosive stanno
le spiranti e la maggior parte delle consonanti ha doppia articolazione,
« enfatica » e non enfatica, per es. k ḳ χ χ̇ e g ġ γ γ̇.
Ma si tratta di sviluppi seriori, come dimostreremo nella Fonologia.

Mancano in generale le consonanti nasalizzate ng nd mb. delle
quali però si può dimostrare la preesistenza. Esse sono ancora
conservate nel Masai, Bari, ecc., nello Hausa (per es. ambata
anreden, banda fuori, accanto), e nel Logone e Kanuri si trovano
anche in principio di parola. Invece in quasi tutta l'estensione
del Camitosemitico si trovano le consonanti raddoppiate o geminate
e non di rado come equivalenti alle nasalizzate, per es. Nuba
K. bedd- F. fedd- : D. bend- M. fend- pregare.

Il p manca a molte lingue : Nama, Kunama, Barea, Nuba,
gr. Cuscitico, Berbero, Semitico meridionale. Viene sostituito da
45f, che però alla sua volta manca al Nama, Masai e Semitico
settentrionale. La mancanza totale dello s nel Bari e nel Dinka
rappresenta un arcaismo assai notevole.

La distinzione precisa fra vocali lunghe e brevi trovasi specialmente
nel Semitico ed Egizio con valore morfologico : Arabo
kàtala = ḳattala (intensivo), ḳalḳā́l = ḳalḳála-. In altri casi la
lunghezza della vocale è determinata semplicemente dall'accento
dinamico, come in altri gruppi linguistici.

In origine le sillabe erano sempre aperte, come nel Bantu,
e costituite da una consonante seguita da vocale. La prima sillaba
si conservò quasi ovinique con la propria vocale, onde mancano
anche ora i gruppi iniziali di consonanti, mentre in mezzo e in
fine di parola si dileguarono spesso le vocali, per es. Arabo
yá-ḳtulu da *yá-ḳutulu.

58. Del primitivo sistema di classificazione nominale restano
abbondanti tracce. Ricorderemo in primo luogo gli « articoli »
del Masai : masch. ol-, femm. en-. Il primo corrisponde al Bantu
ọlọ-, il secondo al Bantu ẹnẹ-, ẹn-. Il plurale di ol- è il-, cfr.
Bantu ili- prefisso del plurale.

L'origine del segno più diffuso del femminile-neutro, t, è
chiarissima. Esso non è altro che il tọ- dei diminutivi bantu
(usato dapprima per il singolare, come ka-), elemento che trovasi
anche in mọ-n-tọ uomo, kẹ-n-tọ cosa, ecc. Nel Nandi tale elemento
è -to, -ta, -t senza genere, per es. per-to la scorza d'albero,
kel-do il piede. Nello Asá (Dorobo) il medesimo segno indica il
femminile e si contrappone a k del maschile, per es. we-tu figlia :
we-ku figlio. Nel Berbero e iu alcune lingue cuscitiche t può
anche essere preposto al nome.

Nel Somali l'articolo maschile è -ku, -ka, -ki, il femminile
è -tu, -ta, -ti per il singolare e plurale. Si ha così un contrasto
fra k maschile e t femminile, contrasto che si estende fino al
Nama, e si deve perctò considerare come antichissimo.

Ma K ha una notevole diffusione anche come prefisso. Nel
Bari ki- forma in parecchi casi dei diminutivi-femminili, come
ki-ačér sorella, ki-né (Masai en-gi-ne) capra, ki-to-bok piccola
tartaruga. Senza indicazione di genere è frequente ha-, hi-, ku
nel Bari e lingue affini. Anche nel Kanuri K è frequente : ka-ni
capra, ke-ska, ki-ska albero.

Molti prefissi sono ora irrigiditi e indissolubilmente saldati
col nome, per es. Bari lo-doke rana, Dinka r-in nome = Rangi
ir-ina, Sem. s-in dente = Itumbo is-ino. Molti altri esempi di
siffatti prefissi irrigiditi si vedranno nella Morfologia.46

La grande varietà di forme del plurale è una conseguenza
della primitiva classificazione dei nomi, come vedremo più avanti.
Però l'originaria formazione del plurale in queste lingue è quella
del raddoppiamento, processo in uso ancora nel Boschimano, nelle lingue
cuscitiche, nello Hausa e altrove.

Risulta dunque che il genere grammaticale si è sviluppato
dalle classi. Anche gl'indici vocalici, u per il maschile ed i per
il femminile, hanno riscontro nel Bantu-Sudanese, dove o serve per
le persone ed e per le cose. E derivata dalle classi è pure la
comune categoria del numero.

59. Esempi di concordanza con gli affissi del genere e del
numero :

Masai ol-alem le-papa la spada essa del padre, en-gaǧi e-yīyo
la capanna essa della madre, ol-murani ō-gol il guerriero
il forte, ol-aleni l-a-i la spada la mia.

Bari lo-doke ló-dit la rana la piccola. Qui l'articolo è fuso col
nome, altrove è scomparso : (lo) ṅutu ló Bari l'uomo il Bari,
(na) ṅutu ná Bari la donna la Bari.

Begia ū-kām ū-win ēa il cammello il grande venne, tū-kām tū-
win-t ēa
la cammella la grande essa venne, ū-mēk win-u ;
l'asino (è) grande esso, tū-mēh win-tu l'asina (è) grande essa.

Tamasceq i-ella γur-i t-ibegau-t t-ulaγe-t essa è presso me (= io-
ho) la cavalla essa la bella essa.

Arabo al-baitu l-kabīru la casa la grande, al-imra'a-tu hiya
l-sāriḳa-tu
la donna essa, ella (è) la ladra essa.

Naturalmente le traduzioni che precedono danno grande risalto
al processo, che nella coscienza dei parlanti è ora molto attenuato.

60. La declinazione rimane sempre rudimentale e raggiunga
il massimo sviluppo nel Semitico : nom. -u, gen. -i, acc. -a.
L'indice a del genitivo trovasi conservato in molte lingue, per
esempio Masai l-a-i ‘il di me’, Zuawa argaz a Mimi il marito
di Muni, Geez zī-a-ka ‘il di te’ (cfr. Tonga zi-a-ko ‘i di te’),
egzī-a-beḥēr signore della terra > Dio.

Coi locativi come Suaheli ńumba-ni ‘in casa’ cfr. Assiro ellā-n
oberhalb, ecc.

61. Anche nelle lingue camitosemitiche l'aggettivo è strettamente
collegato col verbo. Nel Dinka, per esempio, la proposizione
nominale ran a-did ‘l'uomo è grande’ non differisce dalla
proposizione verbale ran a-čam ‘l'uomo mangia’. Arabo ḥazin
afflitto : perf. ḥazin-ta afflitto (sei) tu. Non solo come predicato
l'aggettivo ha di regola forma verbale, ma spesso anche come
47attributo, per es. Tamasceq ilia γur-i aiis i-ulaγe-n è presso me
(= io ho) un cavallo che è buono, io ho un buon cavallo.

Gradatamele però gli aggettivi si distaccano dal verbo e
formano coi sostantivi la categoria del nome.

62. Temi verbali (e nominali) bisillabi con armonia vocalica
si trovano in grande copia nel Nama : //ama comprare, ara
kerben, !awa hinaufgehen, //garà weigern — here non profondo,
!ère aver la voce bassa, ǂeré brummen — diwi, giwi giuocare
con uno spino, biri sich rücksichtslos betragen, disi dieci — doró
forare, bōró tingersi il viso di rosso, /nowó schaben, kratzen,
goro cinque, soró ungeziemend sein — χuwú oben abtrinken,
duru-b topo, χurú estrarre, ecc.

Nel Kunama si ha l'armonia vocalica nel tema dell'imperativo,
spesso estesa anche al prefìsso :

i-bení prendi, i-delí spacca, i-gesí abbevera — i-biší sciogli,
i-diginí sposa

o-boró fora, i-doró fabbrica — n-fulú ungi, o-fulú libera.

I verbi che hanno a nella prima sillaba terminano in ,
per es. e-kafé caca, i-balé perdi, i-faké dividi. Cfr. Nama //garè
‘non poter parlare per cattiveria o malumore’ di fronte a //garà
weigern, e Sandeh gara : gari vomitare.

Sensibilissima all'armonia delle vocali è la lingua Muzuk,
cfr. tukunu ku-dara tu ami : tikini ki-diri voi amate, a-dara
egli ama : a-duru-kunu egli ama te, e-diri-kini egli ama voi.

herge ne ḥeḥe e-pidem
cane esso giovane esso (è) bello
harga-i nei ḥaḥa-i ta-pudum-ī
cagna essa giovane essa (è) bella

Masai : a-ta-ngasa I began, a-te-yera I boiled, a-ti-gila I broke,
a-tu-suǧa I followed. Nandi kararan bello : plur. kororon. Irob-Saho
(cfr. il Kunama) :

i-lík va !, i-gdíf uccidi !, kihín amante : i-khinä io ho amato —
rohós ricco : o-rhosä io fui ricco, soḥóṭ schadend : o-sḥoṭä ich
schadete — u-ktúb scrivi !, nugús regnante : u-ngusä io regnai.

Cfr. nel Semitico le basi ḳatal, ḳutut, ḳitil.

Armonia parziale o totale in casi come Bari čukuri (cfr. Muzuk
yugurī) gallina : pl. čokoro, viceversa golo-tot ruscello : pi. gulu-ǧin
e mede casa : pl. midi-ǧik. Cfr. nel Nama sore-s piuttosto che
sori-s sole, !gó brüllen (di buoi) : !gu-í id. (di leoni), //go-e
giacere : //gú-i porre.

63. Verbi composti si trovano nel Boschimano, Nama, Kunama,
Nuba, Kafa, ecc., per es.48

Nama sā-mũ auslesen + sehen = : aussuchen
urí- ==gã springeh + hineingehen = hineinspringen

Kafa te-íme bringen + geben = darreichen
kate-hame eilen + gehen = schnell gehen.

Kunama no-gol bere + distruggere = austrinken, bin-ka
prendere + andarsene = togliere (questo all'aoristo fa ná-bin
ná-ka-ke
), Nuba eda-fale herausbringen, eda-tōre hineinbringen,
ǧana-daffe comprare + dar via = vendere.

Come si vede, queste forme composte esprimono in generale
quelle modificazioni del verbo che noi sogliamo rendere con preposizioni
(preverbi) e avverbi.

Vi sono anche verbi con l'oggetto nominale incorporato. Nama
khoa-am aprir la bocca, χan-dom strozzare (dom-i gola). Nel
Kunama secondo Reinisch sarebbero composti con ka ‘ventre’
parecchi verbi come kaf- cacare : fa gettare, kagē sbadigliare :
aprire, spaccare, kale calunniare : le ferire (ferire il ventre
ossia il cuore ; a ogni modo con kālō calunniare = Ibo kalu
ingannare concorda la serie del Latino calumnia).

64. Quanto ai verbi derivati, conviene notare anzitutto la
distinzione che nettamente fanno parecchie lingue cuscitiche fra
verbi ‘forti’ e ‘deboli’ nel senso della grammatica tedesca.
Quelli hanno il tema con vocalismo variabile e sono prefiggenti,
questi hanno il tema invariabile e sono suffiggenti (verbi ‘denominativi’).

I verbi deboli hanno forme derivate mediante suffissi, le quali
corrispondono esattamente a quelle del Bantu : caus. -i = B.
caus. -i-, passivo -am ed -im = B. stativo -ama perf. -eme o
-ime, ecc. Tali suffissi si rendono indipendenti e così sorgono i
suffissi primari del nome. Così, per esempio, nel Galla
hal-mā ‘vittima’ sembra essere derivato direttamente da ḳal-uccidere,
mentre in realtà appartiene al passivo ḳal-am- e sta
per *ḳal-amā. Lo stesso dicasi del -ti che -forma gli astratti
verbali come Begia dū́-ti sonno (cfr. Bari do-to dormire, Bantu
lo-ta sognare, -lo-to e -lo-tẹ, sogno), Galla arg-i-ti ‘apparizione’
dal riflessivo arg-i-t vedere.

I raddoppiamenti completi e incompleti sono molto frequenti,
e questi ultimi possono essere iniziali, mediani e finali. Degno
di nota è il fatto che nel Boschimano, nel Nama e nel Kunama
il raddoppiamento dà al verbo un significato causativo, per es.
Bosch. tsũ sentir tormento : tsũ-tsũ tormentare, Nama ǂán sapere :
ǂán ǂán far sapere, insegnare, Kunama fura fuggire : fu-fura
scacciare.49

65. Il verbum plurale trovasi nel Nandi, Suk, Sandawe e in
qualche altra lingua, anche nella forma suppletiva. Suk wet- pl.
pet- andare, mwun- pl. pkon- venire, Sandawe (solo verbi intransitivi)
tha pl. giribe correre, hik' pl. ni' andare. Hausa so amare,
con soggetto plurale so-so.

Il Nuba forma il plurale del verbo transitivo mediante un
suffisso : M.tog-ir io batto uno, tog-ǧ-ir io batto molti o tutti.
K. tog-ir-ri, D. tog-id-di id.

Westermann Sudanspr. 72 afferma che nel Kunama il verbo
non ha forme di plurale. Eppure tali forme sono qui più chiare
che altrove (v. Reinisch, Kunama-Spr. 31 seg.) : plur. lá-di
correre, na pl. ná-na cantare, inoltre

tableau sing. | ī | andare | ō | venire | ū | entrare | du. | mī | mō | mū | plur. | lī | lō | lū

Slmilmente ufē, mufē, lufē lavarsi, utā, mutā, lutā rimanere.
Si aggiunga mbi, mimbi, nimbi piangere, una, muna, nuna rubare.

Anche nel Semitico trovasi il verbum plurale in forma d'intensivo,
per il soggetto, come Arabo mawwata l-māl das Vieh
starb in Massen, o per l'oggetto, come Arabo γallaḳtu l-abwāba
ich habe die Tore verschlossen (Brockelmann, Grundriss I 508).

66. Nella formazione dei modi e dei tempi l'accordo col Bantu
è generale ed evidente.

Con Bantu -a pres. : -i oppure -e perf. si confronti Somali
imperf. diga : perf. diga-i, Galla hīmā : hīme. Per le forme negative
cfr. Berbero (Ahaggar) i-nγa egli ha ucciso : ur i-nyi egli
non ha ucciso ; e per la collocazione dei pronomi cfr. Ebr. ēn-ennī
ōmēr
nón-io (sono) parlante, io non parlo, Copto ti moši io vado :
en-ti moši an nón-io vado punto.

Il modo relativo è anche qui formato mediante suffissi invariabili
o mediante mi « pronome relativo » variabile secondo il
genere dell' antecedente ; per es. Bilin wāsā-ŭχ il quale ode,
wāsā-û i quali odono, Somali nin-k' an arkáy-o ‘l'uomo che io
vedo’, propr. ‘l'uomo (che) io vedo lui’, come nel Semitico. E
in ‘generale’ la sintassi delle proposizioni relative coincide con
quella del Bantu.

Il contrasto del Bantu fra le terminazioni -ama, -ana, -ala
del presente ed -eme, -ene, -eie del perfetto ricompare, per es.,
nel Tamasceq ie-lkam egli segue : perf. ie-lkem.

Infine noteremo che ai perfetti bantu in -i-le corrispondono
nel Nuba le forme come KD. birg-i-ri voglio.50

67. Nelle lingue camitosemitiche si trovano forme verbali con
tutti i possibili prefissi vocalici : a-, e- opp. i-, o- opp. u-.

Nel Masai una classe di verbi ha un prefisso i- che corrisponde
al medesimo prefisso del Bantu. Nel Masai spesso e in
lingue cuscitiche di regola i- forma il verbo causativo.

La particella a- ha riscontro in tutto il Carnitosemitico :
Dinka 'ēn a-čam io mangio, Arabo a-ḳtulu io uccido, y-a-ḳtulu
egli uccide.

Forme con -na- corrispondenti a Suaheli ni-na-penda io amo,
Sandeh mi ná-zunda io lavo : Hausa i-naso io amo, yá-na-so
egli ama, Begia a-n-dī́r io uccido, e-n-dī́r egli uccide, nḗ-dir
noi uccidiamo.

Per l'uso di ka cfr. Kunama ká-fulu liberiamo !, ká-fake
dividiamo !

Alle forme del futuro con be- del Pongue e del Ci (43) corrispondono
le forme del futuro con bi- del Dinka e del Nuba,
come Dinka 'ēn a-bi-čam io mangerò, Nuba K. bi-togri io batterò.

68. La coniugazione era in origine e in gran parte è anche
ora soltanto prefiggente, con la sola eccezione delle forme suffiggenti
dell'imperativo, come nel Bantu.

L'origine della coniugazione suffiggente sarà discussa nella
Morfologia.

69. L' originaria collocazione delle parole è diretta (A-B),
come nel Bantu. Nel Cuscitico, in una parte del Nilotico e nel
Camitico meridionale la collocazione delle parole, per un processo
secondario, divenne inversa (B-A), per es. Begia ‘io dell'asino
la coda taglio’. Qui il genitivo è preposto, ma la collocazione
originaria è conservata coi suffissi possessivi, per es. ō-san ū-k
il fratello il tuo (= di te).

70. Passiamo, ai pronomi. Una caratteristica del Camitosemitico
propriamente detto, nonché del Nilotico (salvo il Kunama
mā- noi esci.), è la totale mancanza di m nel pronome di prima
persona. Tale elemento trovasi soltanto nel gr. Hausa : Bagrima
ma, Maba, a-m io, ma-ng, mi-, Wandala ma-, Logone m- noi
(ogg. -mo, poss. -mū), Muzuk ma- io, mi- noi, Hausa mu noi.
Come si vede, prevale il valore di plurale.

Abbiamo visto che nel Bantu ko ‘te’ e ko ‘tuo’ sono di
origine secondaria e mancano nel Sudanese. Anche nelle lingue
nilotiche questi temi sono scarsamente rappresentati. Nel Camitosemitico
proprio sono comuni e conservano il valore non-soggettivo
che hanno nel Bantu, per es. Afar-Saho kū- tuo,
te. Assiro -kū tuo, -kunu voi ogg. = Congo -kunu- id. Fa
51eccezione il Berbero che usa questo pronome anche al nominativo :
Tuareg kai, Scilcha ki tu, konui voi, ecc. Ora è notevole che
ciò si ripete nel gr. Hausa : Hausa kai f. ki tu, ku voi, Maba
e Bagr. k-, Wand. ka- tu, ecc., però anche Log. -ku te, tuo,
kun voi ogg. e altre forme simili (50). Inoltre col Berbero -m te,
tuo (femm.) cfr. Maba mi, me tu, Teda e Kanuri -m tuo.

Per il nominativo del pronome di seconda subentra nel Camitosemitico
proprio un elemento t- scarsamente rappresentato nelle
lingue nilotiche (Bari do per *n-to tu, -t tuo, ta voi, Masai
indae per *intae voi), e mancante affatto al gr. Hausa.

71. Quanto ai numerali, rimando a Num. 455 segg. Qui mi
limiterò ad alcune osservazioni sui fatti più salienti. In primo
luogo va notato che si trovano ambedue le serie del Bantu, con
e senza epentesi di j.

1 : Pika mo-di, Somali mi-d (cfr. Nene pu-mo-di, Nyamb.
moi-do). Col Geez aḥa-dū́ acc. aḥá-da e femm. aḥa-tī́ acc. aḥá-ta
cfr. da una parte Bantu-S. oko, oka, dall'altra Brinni ka-de,
Kàlana ko-du-m ( : gr. Bagrima ko-do).

2 : Kunama bare, Maba bari concordano col Bantu occidentale.
Senza b- : Barea aré = Siti ārè, gr. Boa ali ; Nuba S.
ore = Bantu-S. oli, z-ole (questo = gr. Bagrima dzi-ol). Con
prefìsso m- : Begia m-alḗ = Mimi m-el. Mehri trī- Aram. tar-,
da *tjari = Gura tiel, tieri, teri, Kasima tile, Adjulo tilé (forme
leggermente distinte da Gura tāl, tarri, Koama tere ecc. 3.

3 : Kunama satté e saddé, Somali sádde-ḥ, G. sída-ḥ, Afar
sidṓ-hū, quindi Bilin sä-γu-ā́ Chamir ša-kū-ā́ con elisione dell'esplosiva
dentale davanti alla gutturale come nel sa-kw-a del
gr. Mande. Senza s- : Saho adó-ḥ = Kamba atu, Scilluk adé-k
= Darrunga atti-k. Berb. ka-raḍ con rotacismo, cfr. saḍ- in 6.

4 : Nilotico an-gw-an. Con liquida in luogo della nasale e
con altra congiunzione : Ariangulu (Galla) ar-fu-r, Galla a-fú-ri,
Saho a-f-ā́r ecc. da *ari-fu-ári 2 e 2, quindi il 4 semitico ecc.
Anche il sädzā delle lingue Agau è 2 + 2 (cfr. Boschim. dza 2)
e così pure a-kek, a-čeče del gr. Sidama = čeče del Bantu orientale
e kigye-re del gr. Senufo ( : Kotoko kiki-o, kiši-o, Buduma
kisi, Log. ks-dē, Sandawe ki, kis-o- 2).

5 : Somali e Galla šan. Anche qui forme senza s- : Agau
an-ku̯-ā́ = Kamba áno. Scilluk a-bíd, Masai miei da *m-biet,
Hausa biát, biét = Yola beda, Serer beta-k, beti-k e betu-k, anche
betu = Fern. Po beto, Rundo beta per *be-tan = B. bi-tano.
Afar kōn, Ufiomi kōán ecc. = gr. Senufo kono- 5, Were (Adam.)
konó 10= Bantu or. -kono mano.52

6 : Barea dat per *n-dat = Bantu orientale ta-n-dato. Col
Nyarwanda šešatu da *sa-isatu concorda esattamente l'Egizio sjšt
f. Cfr. anche il Berbero saḍ-is o saḍi-s, il Geez sede-štū́ f., ecc.

7 : Egizio sfχ Sem. sabaʻ = Basá sambók ; Taturu sukwa
per *sankwad = Fan san-gw-āl 5 e 2.

8 : Afar-Saho ba-hā́r = Pepel bá-kari (il secondo termine
è una forma del 3, cfr. Begia ma-háy = Deba ma-kadi 3).
Bilin säγua-tā́ (5) + 3= gr. Mande segu, sagu-i.

9 : Hadiya honsuá, Tambaro onṣo = Hehe i-gonza. Cuscitico
sa-g-al e sa-g-an, Taturu se-g-äs 5 e 4 = gr. Tumak tin-g-asi,
te-g-ese, ti-ele e ti-še ( : Sem. ti-š'), Isciele e Abacia ite-γ-ena.

10 : Hausa gōma plur. gōmi-a, Bode goma plur, gomi, Teda
mar-kum, Berb. mara-go, mēre-g = Bantu kọmẹ, Pongue i-gomi.
Mandara o Wandala i-šumi =. Cafro šumi. Bari puök, Barea
le-fek (ord. le-foko) = Wolof fuk, gr. Mande pūgo. Begia tamún
= gr. Mande tamũ.

100. Som. kum, Berb. a-gim pl. i-gema-n = Bantu occ. kama,
Pul keme. Som. bóγol e bókol = Basá m-bogol e Balong m-bokol

Quanto agli ordinali, essi sono formati come nel Bantu-S.
Tamasceq w-a n keraḍ o w-a s keraḍ quello dei tre, t-a n keraḍ
quella dei tre, ecc., Hausa n-a-fudū quello dei quattro, t-a-fudū
quella dei quattro, Kanuri ke-n-dēgu 4°. Col Pul tat-a-bo, 3°
cfr. Galla afr-ā-fā 4°, ma Somali afr-a-d. Khamta šoqa-n-tú
(šoquá-n-t ter), Nuba toski-n-ti id.

Bantu-Sudanese e Camito-Semitico

72. Riassumendo, dobbiamo anzitutto confermare il carattere
estremamente arcaico del Bantu. Dove il Camitosemitico se ne
allontana, si tratta in generale di innovazioni, salvo il plurale
per raddoppiamento.

1. Il sistema fonetico è fondamentalmente identico. Le numerose
consonanti di origine secondaria derivano dalle primitive per
l'azione di un suono su l'altro.

2. I segni delle classi nominali persistono più o meno abbondantemente
nelle lingue del nord, prefissi o suffissi, vitali o irrigiditi,
con o senza un valore determinato, e tanto nel singolare
quanto, specialmente, nel plurale. Dalle classi si svolge il genere,
che nel sud è di regola limitato al contrapposto persone : cose.

3. La concordanza, in misura maggiore o minore, è comune
a tutte le lingue africane.53

4. La categoria dei casi,è appena iniziata nelle lingue del sud
(accusativi di pronomi personali, particella a del genitivo, forme
del locativo) e rimane molto limitata anche nelle lingue del nord.
Un vero nominativo trovasi quasi soltanto nel Semitico.

5. La natura verbale degli aggettivi (qualificativi) appare
chiaramente nelle lingue del nord non meno che in quelle del sud.

6. I temi verbali sono bisillabi, di regola con armonia vocalica.

7. Verbi composti (anche di sinonimi) si formano tuttora e
furono un tempo senza dubbio frequenti nelle lingue africane.

8. I verbi deverbali si formano con suffissi anche nelle lingue
del nord, onde nascono numerosi temi trisillabi e triconsonantici,
specialmente nel Semitico. I suffissi verbali, rendendosi indipendenti,
diventano suffissi primari del nome. Tale processo diventa
sempre più frequente nelle lingue settentrionali.

Raddoppiamenti completi e incompleti (questi ultimi soltanto
iniziali nelle lingue del sud).

9. Il verbum plurale trovasi in lingue sudanesi e camitosemitiche.

10. Nella formazione dei modi e dei tempi e nella costruzione
delle proposizioni negative e « relative » le concordanze sono
numerose e precise.

11. Lo stesso dicasi per quel che riguarda i prefissi verbali
dei tempi, alcuni dei quali si trovano anche posposti e coincidono
coi suffissi (8). Infatti, nessuna divisione recisa può farsi fra i
temi verbali e i temi temporali.

12. La coniugazione è prefiggente fuorché nell'imperativo, in
cui il soggetto pronominale manca o è posposto. Nel Wolof sempre,
nel Pul e Serer in certi casi la coniugazione è suffiggente, e così
pure in parte nel Cuscitico, Berbero e Semitico. Nell'Egizio è
scomparsa la coniugazione prefiggente.

13. L'originaria, collocazione delle parole è diretta (A-B).
Per un processo secondario diventa indiretta (B-A) in parecchie
lingue sudanesi (Ewe, gr. Avatime o del Togo, gr. Mosi-Gurusi,
gr. Mande e Kru), nel Songhai, e nel Cuscitico col Nuba, Barea
e Kunama da una parte, e col Boschimano-Ottentoto e Sandawe
dall'altra.

14. Nei pronomi e numerali le concordanze sono numerose
e perfette.

73. Quanto alle numerosissime e precise concordanze lessicali,
devo rimandare a Less. passim. Qui mi limiterò a riportarne
alcune di temi triconsonantici e quindi trisillabi, i quali concordano
anche nell'elemento formativo.54

1. Duala kotela, Temne kótḁr legare — Sem. uaṭara id.

2. Sotho širela da *kitela, Wolof χīr da, *χitir fare ombra
— Nuba kidire da *kitire vestirsi, Sem. sitr- da *χitir- velo.

3. Bantu kalẹpa adirarsi, χαλεπαίνειν, Vei kerefe pepe — Hausa
kálifi, ḳarfe ferro, ḳarfī forza, Arabo ḥalīf acuto, Sir. ḥarīp- id.

4. Mande konkori-ṅ fame — Copto hoker aver fame.

5. Temne gbápḁrḁ da *gu̯ápara coprire — Arabo γáfara da
*gu̯ápara id.

6. Bantu lamoka (intens.) dormire — Aramaico dĕmōk id.

7. Bantu lipaga, Ndonga δipaγa battere, ammazzare — Sem.
δabaḥa mactare.

8. Bantu potola torcere, Cafro phethela einwickeln — Sem.
patala torcere.

9. Luba punika ingannare, mentire — Arabo fanika da
*pu̯anika mentitus fuit.

10. Cafro baleka, Sotho baleha fuggire — Ebr. bāraḥ, Aram.
bĕraḥ fuggire, Arabo bariḥa recessit, fugit.

11. Serer balig nero, Ewe bliko oscurità — Berbero berrik
(intens.) essere nero, Arabo a-blaḳ (cavallo) bianco e nero.

12. Bantu mọlẹka éclairer, Wolof mélaχ reluire — Galla
mul' erscheinen, Bilin mirkā́ lampo.

13. Herero munina per *mulina leuchten — Barea minni
per *milni lampeggiare.

Le lingue dell'Oceania

74. Benché non esista una sintesi delle lingue oceaniche paragonabile
a quella che il Lepsius ci diede delle lingue africane,
pure merita onorevole menzione lo scritto di Schnorr von Carolsfeld
« Beiträge zur Sprachenkunde Ozeaniens » (1890) inteso a
dimostrare l'unità delle lingue dell'Australia (la Tasmania fu
riservata per altro lavoro che non venne in luce), N. Guinea,
Melanesia, Micronesia, delle isole Andamani, e insieme anche delle
lingue Maleo-Polinesiache in senso stretto (Indonesia e Polinesia).
Alla fine poi del lavoro l'autore accenna anche alla possibilità
che questo vasto complesso oceanico si debba collegare con le
lingue Mon-Khmer dell'India posteriore.

L'autore, partendo dal materiale australiano, da una grande
copia di comparazioni lessicali generalmente ottime, con pochi
accenni sulla struttura grammaticale. I vari gruppi linguistici non
sono tenuti distinti come si conveniva, e questo difetto appare
55maggiore nel riguardo delle lingue papuane e melanesiane, di cui
non si era ancora riconosciuto il divario sostanziale. Nondimeno
si riceve l'impressione. che realmente tutte le lingue oceaniche
siano collegate tra loro.

Il merito principale del Carolsfeld sta, come io credo, nell'aver
dimostrato che le lingue andamanesi sono affini alle australiane.
Cosa curiosa, il Ray dice (Torres Straits, III, 513) che le comparazioni
andamanesi-australiane si riducono a tre, quelle che si
leggono a pag. 289 ; ma al benemerito studioso dei linguaggi
oceanici è sfuggito che nelle pagine precedenti se ne trovanoundici
volte tante. Del resto, il Ray stesso nota delle somiglianze
grammaticali dell'Andamanese, se non con gl'idiomi dell'Australia,
con quelli papuani della N. Guinea. Fra altro, egli osserva :
« There is a correlation of the pronoun and verb with regard
to time, the pronoun changing in harmony with the verb » ;
per es. do mami-ke I am sleeping, da mami-ha I was sleeping,
da mami-re I slept, do-na mami-nga I or me sleeping (cfr. Pron.
170). Egli confronta le espressioni del Miriam come ka-i dasmer
I now see, ka-pe dasmer I saw, ka-ge dasmer I had seen. Naturalmente
non si tratta di « pronomi coniugati », bensì di particelle
temporali simili a quelle del Bantu. Nell'Andamanese si
potrebbe scrivere d-a mami- o d-a-mami-.

75. Il Carolsfeld ricorda che Gerland tentò di dimostrare la.
unità antropologica dei popoli dell'Oceania (Die physische Gleichheit
der ozeanischen Rasse, Leopoldina 1875) e rimanda per le varie
opinioni emesse intorno al problema ad uno scritto di Hager,
Die Rassenfrage der insularen Völker besonders der Mikronesier
(Ausland, 1886). Ma la questione è molto complicata, poiché in
nessun'altra parte del globo si ha un groviglio così intricato di
razze e lingue. Io tratterò prima brevemente della teoria di F.
Müller sui Melanesiani.

F. Müller (Grundriss IV 19 segg.) pone il problema dell'origine
dei popoli e delle lingue della Melanesia in questo modo :
come avviene che i Melanesiani, di razza negra, parlano lingue affini
a quelle dei Malesi e Polinesiani, che appartengono ad altra
razza ? Egli, seguendo Hale, afferma che si possono fare tre ipotesi.

1. Tutte le isole furono un tempo abitate da una sola razza
di color chiaro e dai capelli rigidi, e le differenze somatiche si
produssero poi in lunghissimo periodo di tempo per influenza del
clima. Ma in tal caso converrebbe ammettere mutamenti del tipo
fisico più rapidi dei mutamenti linguistici ; il che è contraddetto
dall'esperienza.56

2. Le isole furono abitate da una razza di color cupo e dai
capelli lanosi con linguaggio proto-malese, che più tardi fu adottato
da una razza di color chiaro e dai capelli rigidi del ceppo
siamese, sopravvenuta dall'Indocina ; onde il variare del tipo fisico
in contrasto con l'unità linguistica. Ma in tal caso si dovrebbero
trovare tracce di lingue indocinesi, e le lingue melanesiane e
polinesiane dovrebbero essere più arcaiche delle malesi, il che
non è vero.

3. Le isole della Melanesia furono abitate da una razza di
color cupo e dai capelli lanosi con linguaggio proprio « papuano »,
e più tardi sopravvenne dal continente asiatico una razza di color
chiaro e dai capelli rigidi con linguaggio « maleopolinesiaco »,
la quale in parte sterminò gli aborigeni o li ridusse nell'internodelle
isole, in parte si mescolò con essi, imponendo loro il proprio
linguaggio.

Il Müller accettò la terza ipotesi e, ritenendo che il primitivo
idioma papuano non potè estinguersi senza lasciar traccia, cercò
di scoprire dei « residui papuani » nel Nengone. Più tardi, quando
il Ray (nel 1891) ebbe dimostrato l'esistenza nella N. Guinea di
vere lingue papuane nettamente distinte dalle melanesiane, il
Müller ritornò sull'argomento celebrando il trionfo della propria
tesi. Tuttavia, come osserva lo Schmidt, dalla semplice esistenza
di lingue papuane (nella N. Guinea, non nella Melanesia) non
ne viene come legittima conseguenza che gl'idiomi melanesiani
abbiano avuto origine da una mescolanza con esse.

Lo Schmidt stesso cercò poi di dimostrare che la lingua di
Savo, piccola isola in mezzo al gruppo Salomone, non è melanesiana
ma papuana, e da questo fatto linguistico trasse una
conclusione antropologica ed etnologica confermante la teoria del
Müller, già caduta in discredito. Egli ritiene (ma con argomenti
assai deboli) che il Savo non potè essere trapiantato dalla N.Guinea,
e gli assegna perciò una relativa autoctonia. Come nell'isola
di Savo, così anche in altre regioni dell'odierno territorio
melanesiano sarebbero esistite un tempo popolazioni papuane, le
quali però avrebbero in seguito abbandonato il proprio linguaggio
per assumere quello degli invasori meno numerosi degl'indigeni
e per la maggior parte uomini, che dovettero quindi prendersi le
donne melanesiane. Ne risultò che, da una parte, prevalse la razza
negra, dall'altra la lingua degl'invasori (Die Fr. Müller'sche
Theorie über die Melanesier, Mitth. der anthrop. Ges. in Wien
1909). Più tardi furono scoperte altre lingue « papuane » nella
Melanesia.57

Confesso che, pure ammirando l'acume con cui la teoria fu
difesa dal Müller e dallo. Schmidt, non posso liberarmi da molti
dubbi che mi rendono titubante. Non è facile ammettere una
sovrapposizione linguistica così vasta sulla Melanesia (e Micronesia)
non accompagnata da sensibile modificazione del tipo fisico.
Di più il blocco dei negri Melanesiani s'interpone come un cuneo
fra gl'Indonesiani e Polinesiani tanto simili tra loro per razza
quanto dissimili da quelli. Ora i Polinesiani, secondo l'opinione
dello Schmidt accettata da altri, si sarebbero distaccati dai Melanesiani
nelle isole meridionali del gruppo Salomone. Ma le difficoltà
antropologiche sembrano essere quasi insuperabili, benché
lo Schmidt cerchi di dimostrare con alcuni dati antropologici ed
etnografici che in quella regione il divario fra Melanesiani e
Polinesiani è minore che altrove.

76. Io ritengo più utile e necessario distinguere, se non le
varie stratificazioni, i gruppi più antichi che indubbiamente esistono
nella Melanesia. Infatti non è possibile che tutte le isole
siano state occupate nella medesima epoca, e dobbiamo ammettere
successive onde migratone. Ora io ho dimostrato in Num. 474
l'esistenza di un gruppo aberrante dal tipo comune, e che ora
considero come arcaico e anteriore al resto melanesiano. Tale
gruppo è costituito dalla N. Caledonia al sud, S. Cruz al centro
e Arcipelago di Bismarck al nord. La continuità geografica, che
in origine probabilmente esisteva, fu spezzata da immigrazioni
posteriori.

La prova dell'esistenza del gruppo arcaico fu dedotta dall'esame
dei numerali. Qui riporterò le principali comparazioni,
dalle quali risulta il divario dalle comuni forme melanesiane e
l'accordo col Munda-Khmer.

Come il gruppo arcaico della Melanesia. si distingue dal tipo
comune, così anche il gruppo del Munda-Khmer che presenta le
corrispondenze surriferite si distingue dal tipo cui appartiene il
Mon ecc. (1 moi, 2 bar, 3 pe, 4 puan, ecc.) e comprende il
Khasi, Palaung ecc., il Nicobarese e, cosa assai notevole, il
Semang dei Negritos della Penisola di Malacca.

Parecchie di queste forme aberranti hanno riscontro in lingue
della Melanesia considerate come « papuane » e anche nel Paumotu :
2 Sulka alo = N. Cal. alo ; Paumotu piti, cfr. Yengen po-bit 4
(‘due due’) — 3 Savo ig-i-va, Sulka bai-, cfr. Nifilole e-ve ;
Paumotu g-eti, na-eti, cfr. N. Cai. beti, veti — 4 Savo ag-a-va,
cfr. Nifilole u-va ; Paumotu o-pe = Nifilole u-ve in mi-uve-ne
quarto. Per altre comparazioni v. Num.58

tableau s. cruz | munda-khmer | melanesia | n. caledonia | arc. di b. | tolu | beti | batiu | e-ve | bití- | pat | pe

77. Le lingue che io ho indicato come aberranti dal tipo
comune melanesiano differiscono anche per certe caratteristiche
grammaticali e per una parte considerevole del loro lessico. Il
Ray, Torres Straits 521 seg., dà un saggio di 16 parole appunto
in lingue della N. Caledonia, del gruppo di S. Cruz e delle isole
Saloinone settentrionali e regioni vicine, donde appare la grande
divergenza lessicale dalle forme comuni melanesiane. Credo perciò
interessante istituire alcuni raffronti, (I N. Caledonia col Nengone,
Lifu e Tanna, II gr. S. Cruz, III gr. settentrionale). Aggiungo
in alcuni casi il Paumotu della Polinesia, che è pure aberrante.

I Nengone sere-ie albero : Mabuiag sira-sira albero, scorza,
siri-siri tangled bush.

I Lifu mani pioggia : Pen. di Malacca mani.

I Yengen pweh, II Swallow I. pe luna (Nifilole o-pa bianco) :
Nicobari chiaror di luna.

I Kanala ne' fuoco, II Swallow I. nie, III N. Georgia nika,
Choiseul nako, inoltre Paumotu neki : Austr. 87 nik fuoco.

I Yehen o Yengen kut, kutr pioggia : Austr. kuta acqua,
105 kurta pioggia.

II S. Cruz nanga, prob. I Yehen 'nenga-t sole : Narrinyeri
(Australia meridionale) nange, nank, Cfr. Australia occ. ṅanga,
59ṅange, Underekebina guńa per *ngunga, Bulponara (w)unga, Walsh
R. (w)anga, lingue del Capo York unga, wonga, inga, Augustafluss
(N. Guinea nord) wang = Galela wangi, ecc.

II Vanikoro mele luna, I Tana mere, Mallikolo mari-u sole :
Austr. 101 miir, 208 meri-ng sole.

III Buka kala uccello : Miriam kal-kal, Mabuiag kala-kala
fowl.

III N, Georgia kapu, Kia kafu, Choiseul kapo-to pelle : Andam.
ot-kapo, Namau (Papua) kape, ecc., Less. 128.

III Ngao kumai acqua, Savo kuma pioggia, inoltre Paumotu
(Pol.) komo acqua : Austr. 114 komoo, ecc., Less. 410.

III Kia kolo acqua : Austr. 181 kolle ecc., Maragum kule.

III Kia totoi fuoco : Austr. 46, 49 turu da *tutu, Savara to,
Dravidico fuoco, ecc., Less. 245.

III Savo kuge luna, cfr. Paumotu kavake : Austr. 187 gewak,
150 kaaka, Dabu hwak, Dabu kak.

Potrei aggiungere molte altre comparazioni, ma basteranno
queste per dimostrare che le lingue di tipo aberrante contengono
elementi che hanno esatto riscontro non solo in lingue del sottogruppo
asiatico Munda-Khmer, ma anche, e forse più spesso, in
lingue Andamanesi, Papuane ed Australiane. La cosa si spiega
facilmente. L'immigrazione dei Negroidi nell'Oceania è di gran
lunga anteriore alla immigrazione dei Mongoloidi, e il linguaggio
arcaico dei proto-Melanesiani era assai più simile a quello dei
rimanenti Negri oceanici che l'altro introdotto posteriormente
nelle isole.

78. Latham, Carolsfeld e Gatti non distinsero (e non potevano)
gli elementi proto-melanesiani dai neo-melanesiani, ma molte delle
loro comparazioni acquistano ora un valore speciale. Il Carolsfeld
notò bensì il fatto che le concordanze fra le lingue australiane
e le « papuane », in ispecie quelle della N. Caledonia, superano
per numero le altre, ma non ne tenne il debito conto : « Ebensowenig
möchte ich besonderes Gewicht auf den Umstand legen, dass
im vergleichenden Wörterverzeichnisse die Wörter und Varianten,
welche Australien und den Papua-idiomen (namentlich Neukaledonien
stellt ein reiches Kontingent
) gemeinsam
sind, jene weit überwiegen, in denen Australien und die melanesischen
Sprachen übereinstimmen ».

Scelgo dai lavori del Carolsfeld e del Gatti alcune tra le più
notevoli di siffatte comparazioni.

N. Cal. buen, Tana na-pen, Annatom ao-pan giorno : Austr.
30 banna, 23 benu-ng. Cfr. il Wolof pan giorno, Less. 364 —
60N. Cal. ritan zia : Victoria naan — N. Cai. borań oscuro : Austr.
boroin, poroin — N. Cai. manak mattino : Austr. 171 manga
giorno — Erromango nobung uno : Austr. 115 noobun, ecc. —
Mare o Nengone kurube terra : Austr. 11 harbo — Mare a-chelu-a,
chelu-aie fratello : Andam. ar-chulu-tu.

Eddystone kamee uno : Austr. kuma Edd. tarra vento :
Austr. 92 tara — Edd. tula fumo : Austr. 172 tullo — Edd.
mangotta donna : Austr. 90 mago e 102 wongetta — Edd. kumbru,
N. Georgia komburu child : Austr. 10 gumbarra, 85 kimbill baby.

Molto notevole è la seguente corrispondenza : N. Cal. (Duauru
o Baladea) wani-kore, Eddystone on-garu child = Austr. 142
toon-gopr, 150 wan-goora, 7 in-gara baby.

79. Si può dunque considerare come sicura l'esistenza del
gruppo paleo-melanesiano e la sua stretta affinità con le lingue
Munda-Khmer da una parte e col gruppo Andamanese-Papua-Australiano
dall'altra. Perciò il problema che si propose il Müller
si allarga e richiede un nuovo esame.

Il gruppo linguistico Munda-Polinesiaco, intermedio tra il
Dravidico-Australiano dei puri Negroidi e l'Indocinese dei puri
Mongoloidi, appartiene a popolazioni dell'una e dell'altra razza.
Antropologicamente ai Dravida corrispondono i Munda e i Sakai,
agli Andamanesi i Semang (Negritos), ai Papua della N. Guinea
i Melanesiani, mentre i Mon-Khmer, i Malesi ecc. sono di tipo
più o meno mongoloide. Questo fatto, messo in relazione con la
distribuzione geografica delle lingue così spesso isolate dalle congeneri,
dimostra che le condizioni etniche primitive furono disturbate
da successive immigrazioni. Nella Indocina e Penisola di
Malacca le stratificazioni sembrano succedersi in questo ordine :
Semang, Sakai, popolazioni Mon-Khmer, e per ultimo Birmani e
Siamesi.

Skeat e Blagden osservano : « in this region there are several
originally distinct racial strata : first a stronger and dominant
race, which though varying materially in different localities, has
the common characteristic of being more or less Mongoloid in
type, and, underlying it, fragments of two other races, which
were both probably seated in this region earlier than the race
of Mongoloid type. One of these older races seems to correspond
with the Sakai type. The Mon-Annam languages are spoken to
a great extent by communities of Mongoloid type, but al so by
wilder non-Mongoloid. tribes
, and it is still a question to
which racial type this class of language originally belonged. It
is somewhat significant that at the two ends…. in the pure Sakai
61and the Munda region, the races should be of somewhat similar
Dravidian or quasi-Dravidian, non-Mongoloid, type. It may be
that the intervening populations have been modified by an intrusive
Mongoloid strain, while nevertheless retaining their language…
The other submerged race above referred to is the
Semang or Negrito type » (Pagan Races, II 466).

Secondo Schmidt le caratteristiche fisiche dei Mon-Khmer
sarebbero le seguenti (Mon-Khmer-Völker 28) :

1. Cranio dolicocefalo o al più mesocefalo. — 2. Occhi orizzontali,
non obliqui ; orbite rotonde, ampie. — 3. Narici larghe.
4. Colorito della pelle piuttosto scuro. — 5. Capelli più o
meno ondulati. — 6. Statura piccola o media.

Interessanti sono alcune osservazioni che lo Schmidt riporta
da Thorel. Dei Palaung è detto : « The nose is flat and very
broad at the nostrils ». Dei Wa : « In complexion they are much
darker than any of the hill-people of this part of Indo-China….
The nose is very broad at the nostrils…. The eyes are round and
well opened…. The Wild Wa are certainly very much darker
than the Tame Wa…. In complexion they are very dark, almost
as dark as negroes or negritos
 ». E Topinard scrive
riguardo ai Munda : « Dans le Chota-Nagpour l'indice nasal est
décisif : il est platycéphale, à l'égal des races nègres….
L'indice céphalique est dolichocéphal 74,9…. polir une dolichocéphalie
aussi prononcée on ne peut invoquer, dans cette région,
et avec l'indice nasal qui l'accompagne, que le Noir primitif ».

In complesso si deduce che le lingue Munda-Khmer appartenevano
in origine, e in gran parte appartengono tuttora, a
popolazioni non di tipo mongoloide, ma negroide, simile al tipo
dei Dravida. Se a ciò si aggiunge che nella stessa Indonesia non
si trova dappertutto il tipo brachicefalo mongolico, evidentemente
passato nelle isole dalle coste orientali dell'Indocina, appare legittima
la conclusione che l'intero gruppo linguistico Munda-Polinesiaco
appartenesse in origine alla razza negroide.

Quanto alle lingue di tipo eccezionale della Melanesia, il
giudizio più giusto fu dato da Codrington : « More archaic they
well may be, belongirig to an earlier movement of population,
carried forwards by an earlier wave of speech passing onwards
among the islands, but having somewhere a common origin with
those which have since and successively passed among them »
(Melan. Langu. 17). Le lingue arcaiche come il Savo sono intermedie
fra le papuane e le neo-melanesiane, e così scompare, come
nell'Africa, ogni divisione troppo recisa.62

Il gruppo Dravidico-Australiano

80. Il gruppo Dravidico-Australiano comprende su suolo asiatico
le lingue Dravidiche e nelle isole oceaniche le lingue Andamanesi,
Papuane, Australiane e Tasmaniane.

Le lingue dravidiche occupano l'India meridionale e la metà
settentrionale dell'isola di Ceylon (ove si parla il Tamil). A occidente
il limite è verso il 15° grado di latitudine, a un centinaio di
miglia a sud di Goa, donde risale verso nord fino a Kolhapur
per piegare quindi a nord-est in direzione del golfo del Bengala.
Oltre il 20° grado di latitudine non vi sono più masse compatte,
ma, nel grande mare invadente delle lingue arie, isolette dravidiche,
specie nelle regioni montuose : i dialetti Gondi, il Kui, il
Kurukh e il Malto, che tocca le rive del Gange.

Nel lontano nord-ovest, nel Balucistan (intorno a Kalát), perdura
tuttora una lingua dravidica, il Brahui, interamente isolata
fra idiomi arii. Il Brahui al di qua dell'Indo, a immensa distanza,
dalla grande massa dravidica, attesta qual fosse un tempo l'estensione
del gruppo linguistico, al quale appartiene. L'invasione aria,
avvenuta dal nord-ovest, separò il Brahui dal resto del Dravidico e
cagionò l'estinzione di molti idiomi indigeni, i quali però impressero
qualche loro caratteristica alle parlate degli invasori.

Anche il Khagiuna dello Hindukush (valle del Kabul) si collega
in qualche modo al Dravidico, Pron. 147 seg., 171, Num.
186 seg. È un'linguaggio molto arcaico.

La classificazione delle lingue dravidiche può essere data nel
modo seguente (cfr. Linguistic Survey of India, IV, 285) :

1. Brahui.

2. Tamil-Malay. e Canarese col Tulu, Kodagu, Toda e Kota.

3. Telugu.

4. Gondi col Kolami ecc., Kui, Kurukh e Malto.

Il Brahui, però, in causa del suo millennario isolamento, si
contrappone a tutto il resto del Dravidico. Non ostante la copiosa
infusione di elementi estranei (Baluci, Pashtu e specialmente
Persiano), il fondo primitivo dravidico appare ancora abbastanza
cospicuo.

81. Nella parte orientale del gran golfo del Bengala, quasi
come un prolungamento della penisola di Birmania, si estendono
da nord a sud le isole Andamani, che per le condizioni linguistiche
ed antropologiche si distinguono nettamente dalle vicine
isole Nicobari, ponte di passaggio a Sumatra.63

In Andaman Piccolo la lingua Oenge (donde il nome Mincopi
= m-önge-be ‘io Oenge sono’) si distingue profondamente dalle
lingue di Andaman Grande. Nella parte più meridionale di questa
fu importata una forma dell'Oenge, che è il Jarawa di Colebrooke.
Le rimanenti lingue di Portman sono : Bea, Baie, Puchikwar,
Juwoi, Kol, Kede, Chariar.

Temple distingue tre gruppi : I Andaman Nord o Yerewa :
Charia, Jeru, Kede, Kora, Tabo — II Andaman Sud o Bojig-niji :
Juwai, Kol, Bojige-jab, Balawa, Bea — III Andaman Piccolo :
Oenge, Järawa.

Gli abitanti delle Andamani provengono certamente dalle vicine
coste dell'Indocina. Questo fatto, insieme coi dati antropologici,
induce a ricercare la prossima parentela linguistica nel Semang
della Penisola di Malacca : Il Semang appartiene, al pari del Sakai
e Jakun, al sotto-gruppo Mon-Khmer del Mundapolinesiaco, ma
conserva ancora molti elementi di un fondo primitivo diverso.
W. Schmidt segnalò pel primo una dozzina di vocaboli propri dei
Semang non aventi alcuna corrispondenza nel Mon-Khmer. Skeat
e Blagden, Pagan Races of the Malay Peninsula (London, 1906),
affermano che : « It is certain that the Semang dialects were not
originally members of the Mon-Annam family » (II, 462). Essi
danno anche un elenco di 57 parole peculiari ai Semang, per lo
più di due o tre sillabe. Anche nel Sakai e specialmente negli
idiomi Jakun si trovano vocaboli eccezionali.

82. Nel vocabolario comparativo di Pagan Races sono istituiti
dei raffronti anche con lingue andamanesi. Data l'importanza della
cosa, ne riferirò i più notevoli, cominciando dai vocaboli specificamente
Semang (1-11), e aggiungerò alcune mie comparazioni
anche con altre lingue affini.

1. jĕ-beg, cha'-bek (composto, cfr. ja'-boit e jin-a-bot) cattivo,
brutto — Bea ja-bag, Bale ja-bog cattivo — Austr. 35 booka,
Lower Lachlan and Murrumbidgee (Victoria) booki cattivo. Papua :
Motumotu beka, Binandele beia-i (cfr. beia-mana buono) e be-bega-e
cattivo. Less. 369. Per ja- cfr. Maleop. dja-hat.

2. to' luce del giorno, kĕ-to' o kĕ-tå' cielo, kĕ-tok cielo,
giorno, ka-toh, kĕ-tor giorno — Kede tåo, Chariar tauo cielo.

3. pa-t(j)éau grossa lucertola, pa-tiu iguana — Puch. pa-tie-,
Kol pa-tše-, Kede teo, Chariar teå id. — Narrinyeri tiyauwe id.

5. jĕ-kob, e-kob, i-kob serpente — Puch., Juwoi e Kol čupe- id.
— Austr. 115 kope.

6. langā coscia, langut polpaccio della, gamba — Tasmania
langa-, langu- piede, Less. 458.64

7. od, 'od opp. 'ot cane — Austr. 13 otthoo, 14 utter, 15
hotther, ecc. Papua : Tugeri gòte-, Dungerwab ād, Kai hoda, ecc.

8. y-alu femmina, donna, leh moglie — Austr, 202 lioo,
203 lalyoo donna, Gippsland laua moglie; Tasmania lowa-, lu-
donna. Si collega al Drav, ali ‘donna’ ed è molto diffuso (Less.
174, inoltre Figi alewa e y-alewa, Fate lai, lei, Marshall lio, ecc).

9. jĕlong, īlong mosca (cfr, Maleop, langau) — Australia :
2 longita, Lower Lachlan and Murrumbidgee yilongoure, 185
booroo-long, 186 burro-long, ecc.

10. kula pietra — Austr. 108 koola, Mab. kula ecc., Less. 39.

11. ta-kob yam — Papua : Musa koba yam.

12. jĕ-kōt casa — Andam. : Oenge kaut ossia kåt capanna.

13. te-but cenere — Bea ig-bug, Bale id-buk ; Chariar yir bat,
Kede yir pat. Forse vi è contaminazione di due tipi affini.

14. ka-wet pipistrello (anche ha-mpet e sa-pet = Bahnar
ha-met e ša-met). Cfr. Kaseng kăt da *ka-wat, Mon ka-wa,
Stieng uōt — Bea wåt, Boj. wāt, Kede wåt, Chariar wöt.

15. padau ape, miele — Baie woāto, Puchikwar wåte-, Kol
wåtå- ape.

16. loig, loid, loi arco, freccia (Semang wong loyd come
Malese anak panah figlio dell'arco > freccia), tĕn-lait, ten-lai,
te-la e pen-laig ecc. freccia. Cfr. Sedang lok arco, Mon leau o lau
freccia — Bea tir-leč-, Kede tir-leič, Chariar tir-leit, Boj. to-lå id.

17. leau finire, consumare (e ‘fatto, finito’ segno del passato,
Cinese liau) — Chariar ara-liwu, Kol a-liwa, Bea ar-lu finire.

18. dul-did, del-did e tel-tul, ten-tol calcagno. Cfr. Ciam
düöl, kaduol, Nicob. kentöla-lā — Bea tar-kudul, Kol on-ketel,

19. menik ‘uomo’ e nome che si danno i Negritos. Cfr. Mon
mĕnih — Austr. 34 meening ‘uomo’ e nome che si danno molte
tribù dell'Australia occidentale, v. Curr I 367. Cfr. anche il nome
dei Mengal presso i Brahui (S. Bray, The Brahui Language, 10).

20. lĕngé-k, lagu-k e prob. ngo-t collo. Cfr. Nicob. ong-långa,
Teressa en-långa — Puch. longo-, Chariar ot-longo.

21. weg to return — Bea e Bale wiǧ.

22. set, šeg to sharpen — Bea e Bale ǧit, Puch. čet, Juwoi
e Kol čeat.

23. kālo e kalåk shell — Bale kåla, Kol kålok sea-shell.

24. yap parlare — Bea idži-yab, Baie idi-yoab parlare.

25. rā-yap (Kenaboi) pesce — Austr. 3 yap pesce.

26. tahal (Kenaboi) testa — Dravidico tala id.

27. āmun (Jakun) cane — Nicob. ām (Teressa hōm), Mysol
yem, Miriam ūmai, Nell'Oenge wöme cane = Jarawa omay
65jackall (si dice che i cani fossero ignoti alle Andamani prima
dell'arrivo degli Europei).

28. klapeh (Semang di Kedah), klāpă, gĕlpāul, gerpâl e grepâl
spalla — Andamanese : Boj. ma kuropi, Kede me huro puia,
Chariar me kurabi. Per il primo termine Carolsfeld confrontò
Dippil kōra e per il secondo Kogai bira. Inoltre : Nicob. kōi-pāk,
Chrau e Stieng phal spalla, poi nell'Africa il Somali garab, ecc.

I Semang e Sakai hanno la numerazione bassa (fino al tre,
al massimo fino al quattro) come gli Andamanesi, Papua, Australiani
e Tasmaniani.

83. Dalle isole Andamani alla N. Guinea ed Australia la
distanza è assai grande, ma un tempo dovette esistere lungo le
isole una concatenazione linguistica che andò poi spezzata per
l'intrusione dei popoli del ceppo malese, sicché restano poche
tracce dei linguaggi primitivi. Una di esse merita di essere qui
esaminata.

Già nel 1844 Latham segnalava alcune relazioni fra il Timbora
di Sumbawa, il Mangerei di Flores e l'Ombay con lingue
« papuane » e specialmente australiane (v. presso Jukes, Narrative
of the surveying Voyage of H. M. S. Fly, 1847, II p. 317).
Negli Elements of comp. Phil. pag. 383 riportando le (18) comparazioni
osservava : « Of these affinities nearly all are Australian ».
Nel 1890 v. Carolsfeld, ripetendo la lista di Latham (salvo
2, 8 e 11) con modificazioni e aggiunte, l'arricchiva di altri
vocaboli. Data l'importanza, riproduco qui la lista omettendo le
comparazioni troppo incerte (dopo il punto e virgola seguono le
comparazioni di Carolsfeld, dopo la lineetta le mie).

1. Ombay i-bara-na braccia : Pine Gorine dialect of Australia
pore-ne ; Voc. Austr. I 7 bor-nu, 1 wooru-k, ma anche N. Cal.
bora-en, Ansus (N. Guinea ol.) wara, Segaar (id.) o barra-r. —
Il Sekar o-bara vale ‘spalla’, Maleop. bara ‘portare’ e ‘spalla’
= Austr. bar- portare, ecc., Less. 398.

3. Ombay i-mouni, Mangerei mini naso : Tasmania meoun,
mena, N. Cai. mani-nya, man-deg, man-deinne ; Maclay-Küste
(Papua) 1 mana, 2 mana-obo. — Tasm. mina-nara, mon-gui =
Austr. 52 min-ke, 53 min-chi, 108 mun-tyin ; 8 min-ta, 69
min-the, min-ti, gr. Darling men-dolo (= Tasm. mé-douer), cfr.
N. Cal. muan-den.

4. Ombay i-mocila testa : Darnley I. moos, Massied moochi
hair ; Turrubul magul, Austr. 28 muggar testa.

5. Ombay i-cici-bouka ginocchio : Darnley I. bowka, boulkay ?
(= forefinger) ; Voc. Austr. II 2 baachi-ng, Marshall buke.66

6. Ombay ĭ-raka gamba. : Jhongworong (Austr.) ho-rag-nata ;
N. Guinea, South Cape, a-rahia. — Austr. 5 locko, Tasm. lugh
piede, Less. 458.

7. Ombay ami seno : Darnley I. naem. — Austr. e Papua
ama, ami.

8. Ombay i-tena coscia : Witouro (Australia) tinna-mook
piede. — Australia tinna (diffusissimo) piede, Karandi e-tna id.,
ma lingue del Capo York i-tina, e-tena, tena ‘coscia’.

9. Ombay te-kapa-na ventre : Darnley I. coopo-i ‘ombelico’ ;
Arfak kapuri, Kabana (Papua) habera, ecc. — Less. 383.

10. Mangerei ipi-berre stelle : Sydney beri-ng, birro-ng ;
Austr. bera, birra, beerie, ecc., luna.

11. Mangerei tana-raga, Timbora tain-tu mano : Sydney
tamira. — Num. 429. Dabu taṅ braccio, taṅ-kor mano, Dungerwab
tonda id.

13. Timbora king-kong stelle (per -kong v. 14 e 15 e cfr.
kong-kong giorno = Austr. 27 kang sole) : King George' s Sound
chindy; Austr. 195 jingee, 194 tingee.

14. Timbora mang-'ong luna : King George's Sound meuc ;
Austr. meke, meka ecc., ma anche Tana magoa, maukua e specialmente
N. Cal. manoc.

15. Timbora ing-kong sole : Sydney coing ; Austr. 7 inga.

16. Timbora kero sangue. : Cowagary (Austr.) gnooro-ng ;
Austr. 65 garoo, 67 garroo, Maclay-Küste (Papua) gaier. —
Austr. 213 kurru, 104 karru-ga, 83 kruwi = Indoeur. kruwi cruor,
Tibetano kra-g, Nuba geru, ecc.

17. Timbora kokore testa : Cowagary gogorrah ; Austr. 136
korea, ecc. — Australia 65 kokulli, 15 kogkolee, 14 koggerli.

18. Mangerei appi pesce : Darnley I. wapi ; Austr. 7 (Cape
York) wappi, 16 web, 18 wappie, 23 webi-ng.

21. Mangerei atta fuoco : Austr. 188 watta, 211 watha, 195
wudda, inoltre Utanata (N. Guinea ol.) uta, Port Dovei oeta.

I numerali del Timbora sono quasi tutti diversi dal tipo
comune maleopolinesiaco. Notevole sarene 10 per la coincidenza
con saréna 5 del Mombuttu (Africa centrale), cfr. Pika sara
màno, Less ; 375. Affine è il turu 10 del Mangerei, Num. 434.
Il Mangerei daho 6 corrisponde all'eccezionale tawo del gr. di
S. Cruz = Palaung tau, n-dau, Num. 474.

Notevole in sommo grado è la concordanza con le lingue
dello Stretto di Torres (la lingua di Darnley I. o Erub è il ben
noto Miriam) e del Capo York (v. specialmente il n. 8). Questo
fatto costituisce un indizio delle vie d'emigrazione.67

Oltre all'Ombay, Timbora e Mangerei, tutte le lingue indonesiane
della sezione orientale di Brandes concordano, come vedremo
più avanti, con le prossime lingue papuane in molti punti, fra
cui la collocazione inversa del genitivo (B-A). Questo fatto viene
spiegato dallo Schmidt con influenze papuane. A me pare più
probabile che si tratti di residui o reazioni di linguaggi preesistenti.

Infine, in questa medesima sezione orientale, le lingue di
Halmahera sono talmente aberranti dal tipo comune indonesiano
che vengono considerate come papuane. Di ciò più avanti.

84. Il territorio proprio delle lingue papuane è la Nuova
Guinea, eccettuati molti tratti delle coste ove si trovano stabilite
colonie melanesiane. Per ora dobbiamo contentarci di un aggruppamento
geografico. Nella N. Guinea britannica, dal Tugeri sul
confine olandese fino al Lepu presso il C. Possession, vi è continuità,
ma si può distinguere la sezione ad ovest del Fly da
quella ad est (golfo di Papua). Segue lungo la costa fino alla
foce dell'Aura (Cheshunt Bay) una serie di lingue melanesiane,
mentre le papuane sono confinate nell'interno (gr. centrale), ma
poi queste ritornano sulla costa col Domara, Mailu ecc. fino ad
Orangerie Bay. Tutta la punta orientale dell'isola è melanesiana,
e le lingue papuane ricompaiono sulle coste settentrionali dal
Capo Nelson fino all'ex-confine germanico. Poi di nuovo lingue
melanesiane frammischiate a papuane (v. Finck, Sprachstämme
126 seg.).

Vi sono lingue « papuane » anche fuori della N. Guinea.
Prossima a questa è la N. Britannia (N. Pomerania) con gl'idiomi
papuani Sulka e Baining. Poi viene Bougainville, la più settentrionale
delle isole Salomone, col Telei, Narioi, ecc. Nel centro
delle isole Salomone il Savo sarebbe pure papuano.

85. In vicinanza dell'estremità nord-ovest della N. Guinea
trovasi l'isola di Halmahera (Gilolo) col gruppo linguistico formato
dal Galela, Ternate, Tidore e Tobelo, gruppo aberrante dal
tipo comune indonesiano, come dimostrò lo Schmidt. Anche il
Ray nota qualche somiglianzà grammaticale col Papua, per es.
nell'uso di posposizioni, come tahu-ka ‘to the house’, e nella
formazione dei tempi nel verbo, per es. to dohhe-ka ‘I have or
had laughed’. Ma il fatto più importante è quello, da me segnalato
in Pron. 168, della concordanza dei pronomi di terza persona
con distinzione del genere o delle classi in lingue del nord-ovest
dell'Australia (Sud-Ovest di Port Darwin e Daktyerat sulla sinistra
del Daly River), negl'idiomi papuani Monumbo di Potsdamhafen
68e Valman di Berlinhafen, e nel Galela e Ternate. Data la grande
importanza di questa triplice connessione, riporto qui le mie comparazioni
(precedono rispettivamente le forme del Daktyerat e
Monumbo) :

tableau australia | n. guinea | halmahera

Come si vede, le forme si corrispondono esattamente, ma
nella funzione si notano delle differenze dovute a spostamenti di
cui tratteremo nella Morfologia. Abbiamo ancora : Galela né-na,
ma-né-na questo = Monumbo mi-ní-ni m. questo ; Galela gé-na,
ma-gé-na quello = Monumbo gi-na-nang questo.

Interessanti sono i costrutti come Galela wo-i kĕlillo egli-mi
vede, to ni kĕlillo io ti vedo, o kasso t-a ngappo il cane io-lo
uccido, o kasso n-a ngappo il cane tu-lo uccidi, ecc. E si può
anche dire, come nel Bantu, ‘egli mi vede me’.

86. Siffatte concordanze fra lingue parlate in regioni tra loro
molto distanti spiegano una pretesa caratteristica delle lingue
papuane. Si suol dire che queste formano un gruppo soltanto in
senso negativo, in quanto si distinguono nettamente per grammatica
e lessico dalle lingue melanesiane, senza perciò essere tra
loro legate da vincoli di parentela, salvo alcune poche formanti
piccoli gruppi. Di villaggio in villaggio si avrebbero spesso dei
parlari totalmente diversi. Ora, in tutto ciò vi è esagerazione ed
errore. Se si tratta di villaggi melanesiani e papuani confinanti,
la cosa si comprende. In altri casi le differenze si attenuano
ad un esame convenientemente approfondito. Sta però di fatto che
spesso lingue vicine concordano tra loro assai meno che lingue
remote. La cosa si spiega con spostamenti di tribù, i quali sono
resi più facili e più considerevoli per via di mare e lungo le
coste dei continenti e delle isole. Questo può essere il caso della
lingua di Halifax-Bay nell'Australia, v. 87.

Un notevole esempio di concordanza fra lingue molto remote
è il seguente : Australia 19 Perth katta mungarra (anche solo
mungar = Bloomfleld V. monger), 24 kata mungia della testa
capelli = Bongu (N. Guinea, Baia dell'Astrolabio) gate-bagri,
Bogadjim gate-banga, kate bangar id. Per il secondo termine
cfr. Tamil mayir per *magir, Korvi magara Kaikadi magri hair,
69e v. Less. 23. Come corrispondente del Bogadjim gate-banga
l'arcaico Maragum ha gabate-wange, il cui primo termine gaba-te
‘testa’ viene a coincidere con Austr. (Aranda) 37 ar-koppi-ta,
a-kopi-da, 38 a-ckoper-ta, a-copar-ta, 39 ar-coppi-ta, Yaroinga
kápo-da, e quindi con Latino capu-t ecc., Less. 49.

87. Una classificazione delle numerose lingue australiane è
necessaria. Il Bleek si limitò ad aggrupparle con criterio geografico :
I divisione settentrionale, Il divisione meridionale (1. ovest,
2. centro, 3. est), III Tasmania.

Curr divise le tribù e lingue australiane in tre gruppi principali :

I. Ovest (8-26). — Gruppo omogeneo. Le tribù che parlano
queste lingue non praticano la circoncisione nè il « terrible rite »
e usano un wommera più largo che altrove.

II. Centro (1-6 e 27-107). — Parole caratteristiche : uri
orecchio, pirra luna, purle stella. Circoncisione e « terrible rite ».

III. Est (7 e 108-214). — Parole caratteristiche : koko-burra
laughing jackass, balgo tomahawk. Nè circoncisione nè « terrible
rite ».

Mathew, Eaglehawk and Crow 150, dà la seguente classificazione :

I. Tasmania — II. Regione di Victoria — III. N. S. Wales
e Queensland — IV. Australia occ. e Lake Amadeus (Luridya)
— V. Austr. centrale-orientale (Narrinyeri, Parnkalla, Adelaide,
gr. Darling, Diyeri, ecc.) — VI. Australia settentrionale e centrale
(Capo York, coste di nord-ovest e Aranda).

Questa classificazione è per molti rispetti superiore a quella
del Curr.

In Num. 128 io divisi le lingue australiane in due grandi
gruppi, occidentale e orientale, fondandomi principalmente sulla
forma del numerale ‘due’. Vi sono due tipi principali.

I. Stretto di Torres : Mabuiag uka-sar, úkua-sur, abbr. ōko-sā,
kŏ-sa (cfr. Saibai uka-uka 2 + 2). Nord-Ovest : Chingalee uha-dilla,
Larakiya kála-tíli-k, Woolna tolo-ya, gruppo Ord River (Nord)
kudjare, Ruby Creek e gruppo King's Sound kudjara (Chowie
kuyara, cfr. Sunday I. kwīr). Ovest : 8-15 e 27-29 di Curr
kut(h)ara, kul(h)era e wuthera. Sud-Ovest e Gr. Baia d'Australia :
16-26 e 30-36 di Curr kutjal, gudjal (però 16 gugial, 22 gugal,
26 kugal, cfr. Wailwun ecc. gali paio, e d'altra parte 35 kudal,
36 kutera), inoltre 40 Streaky Bay kut(h)era, 41 Parnkalla
kutara. Centro : Lake Amadeus o Luridya godarra, kutara, Aranda
tera, tra-ma (anche u-dĕra-ma), Yaroinga e Underekebina útera,
70Yelina tjer-kumba, Walookera gōtja, kōtja = Mabuiag kosa.
Così si compie il giro ritornando alla regione del Capo York,
presso la quale troviamo pure Koko-Yimidir godera e Cooktown
gotera, mentre nello stesso Gudang del Capo York dama 3 (cfr,
Coen e Mapoon tšuma-yum = Ngerrikudi suma-suma id.) corrisponde
a uru-pi-tjama, ol-pi-tšama 1 + 2 dell'Aranda e sta quindi
per *dra-ma.

Infine questo numerale si trova anche nel V gruppo di Mathew,
in una zona che dalla Grande Baia d'Australia, toccando il territorio
centrale dell'Aranda, si stende fin verso il golfo di Carpentaria :
88 thra-l, 84-87 ra-n-kul e ta-n-kul prob. da *tra-n-kul ;
60 mun-dru, 69 Evelyn Creek mun-deru) 55 Dieri mun-dru,
56 mon-dru, 46, 49 man-dru. In questa regione fa concorrenza
il tipo bar-kula, il quale pure manca affatto nel gruppo orientale,

II. Nella regione orientale (esclusa la Penisola di York)
domina il tipo bula, che con pochissime eccezioni va dal 114 di
Curr fino al 214. Inoltre questo tipo si trova intorno al Golfo di
Carpentaria e al sud di esso : 92 Karrandee buggar per *bul-gar,
97 bla-karra, 99 bla-gura, pulla-garah, 96 bulla. Nelle regioni
di confine : 65 boodli-na, 66 poodli-na, 67 bulli, 68 Adelaide
parla-itye, nel Darling 75 boolla e 76 boola, più a nord 69 boola,
a oriente del Lago Eyre (Dieri) 55 bolya accanto a mun-droo,
56 (id.) pool-ga accanto a mon-dru.

Unica eccezione notevole è 33 bwool. Abbiamo bensì 17 bulla,
22 boola ma col significato di ‘quattro’ o ‘plenty’ ; 24 boola
goojal
, bal koojal, 25 balli goojal, 26 balli kugal ‘quattro’, ma
bali è distinto da bula.

Anche nelle lingue della Tasmania trovasi questo tipo nelle
forme bula, bura, bura-i.

In lingue papuane troviamo forme corrispondenti al primo
tipo : Tauata a-tolo-(p)ái ( : pei altro), Oru-Lopiko kalo-tolo =
2 Woolna tolo-ya, Larrakia kala-tili-k ; Neneba a-tara = Aranda
tera. Nell'Andamanese troviamo invece corrispondenze per ambedue
i tipi : a) Bea åko-tåro-buya, Kol o-tara-buwe, ecc., altro ; b)
Kede e Chariar -pol, Bea ecc. -pår 2.

Altra concordanza notevolissima fra lingue molto distanti è
la seguente :

tableau halifax bay | yakka | yekka | poom | yaheka | karbo | háraba

Tale forma del 2 è eccezionale nell'Australia. La lingua, di
Halifax concorda dunque col Poom della N. Guinea settentrionale
71più che con gl'idiomi australiani vicini. Ciò probabilmente deve
spiegarsi con un'emigrazione per via di mare.

Concludendo : il nostro gruppo occidentale corrisponde presso
a poco alle divisioni occidentale e centrale di Curr e ai gruppi
IV e V di Mathew, e il nostro gruppo orientale corrisponde alla
divisione orientale di Curr e ai gruppi II, III e VI di Mathew.

88. Una classificazione estremamente complicata delle lingue
australiane è quella che ci diede W. Schmidt in « Die Gliederung
der australischen Sprachen » (Anthropos, 1912-1918) e in « Die
Personalpronomina in den australischen Sprachen » (1919). La
complicazione è tale che riesce difficile seguire l'autore, e io
devo limitarmi alle cose principali.

Secondo lo Schmidt le lingue dell'Australia si dividono in due
gruppi, settentrionale e meridionale. Le settentrionali formano un
gruppo soltanto in senso negativo, in quanto si distinguono totalmente
dalle meridionali, ma tra loro non hanno alcun legame.

Le lingue meridionali, poi, hanno bensì molti elementi in
comune, ma la loro unità non è primitiva, essendo prodotta dalla
forte influenza esercitata su l'intero gruppo dal sotto-gruppo che
lo Schmidt chiama centrale.

L'autore dice di aver lavorato quasi vent'anni intorno al suo
sistema linguistico ingegnosamente messo d'accordo coi dati etnografici.
Crede di avere per sempre dimostrata la falsità dell'opinione
comune circa la generale affinità degl'idiomi australiani,
e di avere stabilito la « grundlegende Tatsache » della esistenza
di due grandi gruppi « die miteinander durch keinerlei innere
Beziehungen verbunden sind », e dichiara quindi impossibili i
raffronti delle lingue settentrionali tra loro e con le meridionali.

Mi duole di doverlo dire, ma le conclusioni generali dello
Schmidt rappresentano un vero regresso. Egli afferma senza possibilità
di dimostrazione e col tono dogmatico sembra voler togliere
ad ognuno qualsiasi velleità di discutere. Se egli avesse tenuto
il debito conto dei lavori di altri studiosi, si sarebbe persuaso
che l'apparente isolamento delle lingue settentrionali in parte non
sussiste e in parte si spiega col nostro materiale frammentario.
Mi sia lecito rimandare per questo ai miei lavori precedenti e
agli « Studi » del Gatti. Certo, anche lo Schmidt trova elementi
in comune fra nord e sud, ma spiega il fatto, al solito, con
influenze esteriori che dal Capo York si sarebbero estese a sud
attraverso il « gruppo centrale », il quale a sua volta avrebbe
distribuito a destra e a sinistra parole e forme, donde sarebbe
risultata, come abbiamo detto, l'unità del gruppo meridionale.72

Ora, io devo anche qui protestare contro tali ipotesi di mescolanze
indimostrabili e di stratificazioni cronologiche arbitrarie.
Dice benissimo A. Meillet : « Qui sait combien il est difficile de
prouver une action d'une langue sur une autre…, sera surpris
du rôle que jouent les ‘influences’ dans le travail du P. Schmidt,
et le caractère vague de ces ‘influences’ n' est pas fait non plus
pour rassurer le lecteur » (Bull. de la Soc. de Linguistique de
Paris, 1920). Anche nel campo, glottologico, come nell'etnologico,
lo Schmidt ricorre troppo spesso al concetto delle stratificazioni
successive, che egli ha adottato dalla scuola, storico-culturale.

Non posso qui discutere i criteri particolari seguiti dallo
Schmidt. Dice ancora il Meillet : « Sans doute les critères auxquels
recourt le P. Schmidt laissent à désirer : il attache une importance
dominante à la forme de la fin du mot, et, dans sa carte,
il distingue les langues où la fin de mot est vocalique, ou liquide
et nasale, ou consonantique. Appliqué aux langues indo-européennes,
ce principe conduirait à séparer le slave commun du grec, le
grec du latin et du sanskrit, et le vieux slave de toutes les
langues slaves modernes ». E con questo criterio, infatti, lo
Schmidt riunisce lingue remote e separa altre vicine, senza alcun
fondamento serio. Però, l'esito vocalico attesta un nesso particolare
tra le lingue del Capo York e il gruppo centrale Aranda,
nesso confermato da corrispondenze lessicali di somma importanza,
quali sono alcune di quelle segnalate dallo Schmidt stesso, per
esempio Capo York (Kulkalgal) era-kūt = Aranda ara-kata e
Underekebina ara-gūta (prob. Chingalee ad-ara-gulu) bocca ; Capo
York (Gudang) un-dara = Yaroinga e Underekebina un-djera
lingua. Anche il Karandi ha n-dara, dera lingua, ed è notevole
la somiglianza del nome Karandi con Aranda, specialmente se si
tien conto del fatto che nello Aranda manca spesso k (per es.
útera, 3 = kutera di altre lingue) e che la vocale finale è di
regola a. Il Karandi è anche geograficamente intermedio tra il
gr. Aranda e le lingue del Capo York.

89. Se nelle linee generali la classificazione dello Schmidt
è fondamentalmente errata, nelle minori suddivisioni può essere
quasi sempre accettata. Le suddivisioni, del gr. meridionale sono
le seguenti, quasi sempre in accordo con quelle che avevo stabilito
io stesso in Num., come mostrano i numeri che vi appongo
(i gruppi IV-VII furono soppressi dallo Schmidt stesso).

I gr. di Sud-Ovest 12-47 — II gr. Centrale sud 54-67 e
74-115 — in Narrinyeri 68-73 — VIII gr. Victoria 279-333
— IX gr. Yuin-Kuri 249-253 e 271-278 — X gr. Wiradyuri-Kamilaroi
73236-243 e 254-270 — XI gr. della Costa orientale
204-235 — XII gr. Centrale nord 153-203.

Una classificazione esatta delle lingue settentrionali non è
possibile, dato il carattere frammentario dei materiali. Il fatto
più importante è l'interruzione che si nota nel gruppo orientale
verso il golfo di Carpenteria, interruzione cagionata senza dubbio
dalla corrente York-Karandi-Aranda (e prob. Luridya).

La posizione speciale attribuita al Narrinyeri mi sembra giustificata,
e io trovo che esso concorda in molti punti essenziali
con l'Andamanese, per es.

tableau tu | egli | chi? | che? | due | narrinyeri | nord | ngu-rra | ngu-rre | ki-tje | ki-le | sud | mei-ke | mey-a-k | ninka-ienk | ninga-u | andamanese | ngo-lla | ngu-le | hi-te | kede | juwoi | me-če | mi-a-k | me-a-k | ninaga | oenge

Queste concordanze sono tanto più notevoli in quanto che le
forme del Narrinyeri sono eccezionali nell'Australia (come anche
ninaga nel gruppo Andamanese). Perciò è assurdo quel che dice
Schmidt che il Narrinyeri mer. per il pronome di 3a abbia « ganz
neue Formen entwickelt » (Pers. 12). Egli confronta k-itje ‘egli’
con yammala-itje 1, k-enk ‘essi due’ con ninkai-enh 2, k-ar
con nepald-ar e maltai-ar 3. Ma queste analisi sono inesatte,
e ninka-ienk sta evidentemente per ninka-kenk.

90. Una posizione speciale spetta anche alle lingue della
regione di Victoria, alle quali il Mathew inettamente collegò
gl'idiomi tasmaniani. Ecco alcune corrispondenze dei pronomi e
numerali.

Tasm. mi-na io, mi-to a me, -mea mio — 179 mi-na, 190
i-mi-n-, 214 my, 186 mee, mo-tto, 185 maiya-i io. Tipo eccezionale
nell'Australia.

Tasm. ni, ni-na tu, ni-to a te, nang-ina padre tuo — 188
a-ni-nua, 208 ni-n tu, Wimmera mam-in padre tuo. Si noti la
costruzione A-B.

Tasm. bora uno — 197 boor, 211 bore.

Tasm. mara, mara-i, mara-wa uno ; tipo affine matty
181 Kamilaroi marl, mal; cfr. Narrinyeri mata.

Tasm. bula, bura, bura-i due — Tipo orientale bula.

Molto importanti sono le parole con l iniziale nelle lingue
della Tasmania, di Victoria e del Golfo di Carpentaria (altrove
l- è raro), per es.74

tableau donna | dente | pietra | tasmania | victoria | g. di carpentaria | lowa | lou- | lu- | laua | laiyoo | lioo | lurga | laurk | laioorki | lianer | liannoo | lianu-k | lia | longa | long | lunga | lāna | laan

Cfr. anche Tasmania luga-. acqua, lugga piede con Austr. 5
lucka acqua, locko piede.

Il carattere fonetico delle lingue della Tasmania concorda
interamente con quello delle lingue di Victoria. Qui troviamo
parole come grangurk monte, ngurnduk denti, kroombook seno,
kraigkrook zanzara, e nella Tasmania crougana in alto, krangboorach
maturo, neoongyack rabbia, crackaneeack malato.

91. La grammatica comparata delle lingue dravidiche fu creata,
dopo alcuni saggi poco importanti di vari autori, da Caldwell nel
1856. L'opera, che ebbe una seconda edizione nel 1875 e una
ristampa nel 1913, è per molti rispetti eccellente, benché prolissa,
e rimane ancora il fondamento degli studi dravidici, i quali in
complesso hanno poco progredito dopo Caldwell. Materiali preziosi
si trovano nella grandiosa « Linguistic Survey of India » (IV,
Calcutta 1906), la quale però da un contributo scientifico scarso e
di scarso valore. Per la fonologia pose una buona base Subbayya,
A Primer of Dravidian Phonology, nell'Indian Antiquary (1909).

Documenti antichi esistono solo per le lingue dravidiche.

Per il sotto-gruppo oceanico il lavoro fondamentale è quello
del Gatti, Studi sul gruppo linguistico Andamanese-Papua-Australiano
(I 1906, II 1908, III 1909). Il Gatti ha il merito di avere
stabilito definitivamente l'unità di questo gruppo per mezzo di
copiose comparazioni lessicali e di aver dato anche utili contributi
allo studio della fonologia e morfologia. Dal lavoro del Gatti
risulta chiara l'esistenza di prefissi australiani e la grande, importanza
della composizione dei sinonimi.

Gl'idiomi delle isole Andamani ci sono noti — ma non quanto
si desidererebbe — per i lavori di Man, Portman, Temple e
altri. La conoscenza delle lingue papuane si deve massimamente
a S. H. Ray e a W. Schmidt. Il primo ci ha dato nel III volume
dei « Reports of the Cambridge Anthropological Expedition to
Torres Straits » (Cambridge 1907) un copioso materiale lessicale
insieme con preziose notizie grammaticali. La sua trattazione del
Miriam ne fa la lingua papuana meglio conosciuta, e lo stesso
75può dirsi del Mabuiag fra le lingue australiane. Di queste i
materiali sono copiosi, ma dispersi in pubblicazioni non sempre
facilmente accessibili. Tanto più utili riescono quindi i lavori di
indole generale, come « The Australian Race » di Curr (I-IV,
1886-1887), « Eaglehawk and Crow » di Mathew (1899), e
sopratutto — con le riserve precedentemente fatte — i lavori
di W. Schmidt sulla classificazione delle lingue australiane e sui
pronomi personali.

92. Il sistema fonetico primitivo è semplice e caratterizzato
dalla mancanza di spiranti, compreso s. Le spiranti papuane sono
di origine secondaria. Del resto s manca, per esempio, nel Namau
(Golfo di Papua). Le lingue dravidiche non possedettero in origine
s, e in gran parte non possiedono neanche ora tale suono.

Le cacuminali del Dravidico sono di origine secondaria, come
appare già dal fatto che esse non occorrono mai come iniziali.

Le consonanti nasalizzate sono frequenti e accanto ad esse si
trovano nel Dravidico le geminate, o doppie, per es. Tamil nirambu
essere pieno : nirappu riempire, pōgu andarsene : pōkku scacciare.

Le sillabe erano originariamente aperte e le parole terminavano
in vocale, come anche ora nel Telugu e Canarese e in
molte lingue papuane ed australiane. In seguito si ebbero anche
consonanti finali, ma di regola solo liquide e nasali. Dal principio
della parola sono generalmente esclusi i gruppi di consonanti,
e così pure r- e l- nel Dravidico e in gran parte delle
lingue dell'Australia.

93. La classificazione dei nomi per mezzo di prefissi è conservata
nell'Andamanese e ha grande importanza nell'espressione
del possesso. Essa si applica ai nomi delle parti del corpo e di
parentela. Comuni agli uni e agli altri sono ciba-, ara-, aka- e
oto-, altri si trovano solo con nomi di parti del corpo, come ere-,
o con nomi di parentela, come ebe-. Tutti questi prefissi hanno
corrispondenza in lingue africane, come vedremo nella Morfologia.

Altrove i prefissi sono irrigiditi. Molti si trovano nell'Aranda
(Australia centrale) e lingue affini, per es. ara-kā́ta (Curr 37
arra-cotta, 38 erro-kerta, aro-karta, 39 arra-kata, cfr. 210
gaat, kaatch, gart, 212 kaath), Underekebina arā-gūta, Chingalee
ad-ā́ra-gulu, Mabuiag era-kūt accanto a guda bocca ; 37 il-poki-ta
= Andam. *ir-poko-da (U. 14) orecchio ; 37 ad-minda, cfr. 29
mundo, 155 munda stomach ; 37 ul-gana, 38 al-kna, il-kna
occhio : Drav. kana. Molto diffuso è il prefìsso ma-, per es. 80
ma-ikki, 201 ma-ingi, altrove ma-il, ma-el, ecc., occhio.76

Residui di prefissi si trovano anche nel Dravidico, per es.
Brahui n-at, n-aṭ piede, gamba (cfr. però Tamil naḍa- to walk) ;
Malayalam aṭi, Can, aḍi piede ; Brahui n-āla ruscello, fiume :
Malay, āṛa.

Dalle classi si passa anche qui al genere ; v. 85. Nel Dravidico
genere superiore-ragionevole e inferiore-irragionevole. In
lingue australiane e papuane i nomi di persona sono distinti dagli
altri ; così, per esempio, nello Awabakal birabān eaglehawk e
Birabān n. pr. si declinano in modo diverso. Nei pronomi, poi,
il Dravidico distingue chiaramente il genere animato e l'inanimato,
suddividendo il primo in maschile e femminile, come si
vede nel Tamil : i-v-an hic, i-v-aḷ haec, pi. i-v-ar hi, hae, i-v-ei
haec, ma neutro i-du hoc.

In tutti i sotto-gruppi si trovano gl'indici vocalici del genere,
come vedremo a suo luogo. Anche t, indice del femminile, si
trova in questo gruppo come nel Camitosemitico.

Infine l'antica divisione dei nomi in classi perdura nelle varie
forme del plurale e duale. Però in questo gruppo, come nel Camitosemitico,
si è pure conservato il processo primitivo di formazione
del plurale per raddoppiamento, per es. Austr. 118 yeppe-yeppe
children.

94. Il processo della congruenza non è molto appariscente.
Come attributo l'aggettivo nel Dravidico precede il sostantivo e
resta invariato (cioè forma un gruppo), come predicato lo segue
e assume forma verbale : Tamil manid-an periy-an uomo esso
(è) grande esso, manid-ar periy-ar uomini essi (sono) grandi essi.

Nell'Andamanese i prefissi si trovano anche davanti agli
aggettivi e ai verbi con riferimento ad un nome tipico spesso
sottinteso, per es. da beringa ‘buono’ (in generale) il Bea forma
a-beringa ‘buono’ (di una persona), un-beringa id. rispetto alla
mano > clever, ig-beringa buono di occhio > sharp-sighted (ig- è
il prefisso di ‘occhio’), ecc. Ciò si spiega come effetto di una
preesistente congruenza di tipo africano.

Cfr. ancora Valman kum m-oro moi je vais, tji n-oro toi tu
vas, kibin k-oro nous nous allons, r-u v-oro elle elle va, r-i y-oro
ils ils vont, ecc.

95. La declinazione si fa per mezzo di suffissi e di posposizioni.

Nelle lingue papuane ed australiane il soggetto operante è
indicato con una forma speciale (caso ergativo), per es. Awabakal
wākun-to minariṅ tatan la cornacchia che cosa mangia ? L'ergativo,
poi, serve spesso come base per altri casi, per es. Awabakal
kikoi gatto, erg. kikoi-to, soc. kikoi-to-a, adess. kikoi-ta-ko ecc.,
77kore uomo, erg. kore-ko (cfr. nell'Africa il Pul gor-ko), soc.
kore-ko-a, adess. kore-ka-ko. In tal modo vengono a trovarsi fra
il tema e il suffisso del caso degli elementi « determinativi » o
dimostrativi, che non sono altro che antichi segni di classi. Nella
lingua di Perth i nomi, in vocale hanno -l- oppure -r-, per es.
kalla-r-ug del fuoco, gabbi-l-ug dell' acqua. Dieri pitaru obl.
pitar-a- deserto, ngaperi obl. ngaper-a- padre, ngapini obl.
ngapin-a- proprio padre. Mabuiag za cosa, strum. za-pu-n, plur.
za-pu-l ecc. ia parola, loc. ia-pu, strum. ia-du-n.

Questo processo è molto cospicuo nel Dravidico. Il tema
ampliato o « inflectional base » si trova fuori del nominativo e
vocativo, ma talvolta penetra anche nel nominativo ; per es. Tamil
kāl-āl e kāl-in-āl col piede, Tulu kurubu pastore, obl. kuruba-n plur.
knruba-r-, Tamil appa-n padre, ma voc. appā.

La declinazione è ricca. Notevole la presenza dell'accusativo,
che è caratterizzato dalla nasale n (raramente m). L'oggetto
indiretto o dativo viene indicato da -ko corrispondente a -ko del
Cuscitico e a kọ- del Bantu. In particolare, poi, anche il kọ- del
Bantu che precede l'infinito a modo del to inglese ha riscontro
in queste lingue : Awabakal bun-ki-li-ko to beat, Wiraturai
buma-li-gu id., ma-li-gu to make = Canarese māḍa-li-kke. L'altro
elemento locativo, pa del Bantu, è pure largamente rappresentato,
e qui merita di essere segnalata la concordanza fra le forme
come Tamil naḍa-ppa ‘to walk’ e quelle del Narrinyeri (Murundi
Tribe) come pardla-ppa ‘to beat’ e terri-la-ppa stare in piedi.

96. Gli aggettivi semplici sono poco numerosi, la maggior
parte derivano da verbi o sostantivi. Molti aggettivi sono formati
con raddoppiamento, specialmente nelle lingue papuane ed australiane,
per es. Miriam gebi-gebi freddo, wat-wet arido, secco, og-og
dirty da og dirt, bam-bam yellow da bam turmeric, eded vivente
= Aranda etata. Spesso il positivo e negativo formano una
coppia, come Miriam bar-bar crooked : bar-kak straight.

97. I temi verbali sembrano essere per la maggior parte
bisillabi e spesso con armonia vocalica. Ecco alcuni esempi del
Dieri : kampa-, mapa- raccogliere, jata- dire, nganka- lavorare,
daka- pungere, ngama- sedere, wapa- andare, jinki- dare, tiri- essere
in collera (tiri collera).

98. Frequentissimi sono i verbi composti nelle lingue australiane
e papuane. Nel Mabuiag molti verbi semplici hanno un
significato estremamente generico, che viene determinato mediante
prefissi. Il Ray ne distingue quattro classi, che si possono ridurre
a due principali.78

1. Prefissi corporali, cioè nomi delle parti del corpo con cui
si compie l'azione; per es. dan-pali occhio-aprire, svegliarsi.
Cfr. Dungerwab leṅa-dadaga dente-mordere, ṅi-nana acqua-bere.
2. Altri prefissi nominali, per es. ia-muli parola-aprire, parlare,
ia-turai parola-chiamare, promettere.

3. Prefissi modali o avverbiali, come apa below, gima above,
lu afar, gar together, per es. gar-patai assemble, gar-tai press,
gar-walgai wash. — 4. Prefissi direttivi (molto numerosi), come
ada out away, kada upward, mulu downward, pa off, away,
siga afar. Cfr. Kabi biya-boman to come back, wuru-boman to
come out, Miriam bakeam geh : ta-bakeam komm her, Toaripi
mu-tapai throw down, pu-tapai throw away.

Nelle lingue australiane sono comunissimi i composti di sinonimi
specialmente nella categoria del nome (sostantivo e aggettivo),
ma non mancano nella categoria del verbo ; v. Gatti II.

99. I verbi derivati si formano mediante suffissi. Fanno eccezione
le forme transitive dravidiche come Tamil pōkku ‘scacciare’
da pōgu andarsene, nirappu ‘riempire’ da nirambu essere pieno.
Cfr. gl'intensivi del Berbero come neḳḳ da e-nγ uccidere.

Nella formazione del causativo si hanno notevoli concordanze
interne e con le lingue africane. Al causativo in -if del Brahui
(= Galla -if), per es. kun-if far mangiare, corrisponde il causativo
in -iba del Dieri, per es. punka- wachsen : punk-iba hervorbringen,
terka- stehen : terk-iba- aufstellen. Di tipo schiettamente
africano sono i causativi come Canar. oḍ-is- far correre,
Kudagu māḍu-čir- far fare, cfr. Galla hamb-is- übrig lassen,
Nuba kull-i-kir- insegnare.

Frequenti sono le forme verbali con raddoppiamento : Austr.
208 nia-nia vedere, 161 ena-ena sedere, Parnkalla witi-witi
intensivo di witi forare, Wiraturai buma-buma-ra continuativo
di buma-ra battere.

100. Il verbo plurale, anche di forma suppletiva, ha grande
sviluppo in parecchie lingue papuane e australiane. Mabuiag
pala-i, sing. pala-n, du. pala-uman, plur. pala-min cut ; sing.
uzari, du. uzar-man, ma plur. ladun went ; sing. ulaik, ma plur.
todik walk. Miriam ogi one climbs, ogi-ei two climb, ogi-dare
three climb, b-ogi ali climb ; mama kaba e-roli tu una banana
mangi, marna neis kaba na-roli tu due banane mangi ; i-plti
strike one, na-piti strike two, ma dersi-dare strike three, derse-da
strike many.

101. I modi sono formati per mezzo di suffissi. L'imperativo
termina spesso in -a, per es. Awabakal nguwa dà, Wiraturai
79buma batti, Turrubul buma id., bulka vieni, Adelaide tika siedi,
kunda ndo batti, uccidi tu (iṅwa voi due, iṅa voi), Narrinyeri
terra sta, Koko-Yimidir -a ; Brahui tara fila, illa lascia, narra
fuggi. Identici sono gl'infiniti come Tamil čeyya fare, naḍa-kka
to walk, Telugu koṭṭa battere, Canar, māḍa fare. Corrispondono
agl'infiniti in -a del Bantu,

Tulu maḷ-pu-la fa !, maḷ-pu-le fate ! Wiraturai buma-la batti !,
buma-li battiamo ! (= buma-li battere), Mabuiag ni iagi asi-r
be quiet, nid ngana wana-r leave me alone, nid nuin waea-r
send him, Yaraikana aiki-ri watch !, Ngerrikudi talvolta -li. Cfr.
il Wolof gisa-l vedi !

Spesso i modi vengono significati per mezzo di temi nominali
seguiti da posposizioni, Tamil loc. čeyy-il ‘nel fare’ = wenn
er macht, strum. čeyd-āl ‘con l'aver fatto’ = wenn er gemacht
hat ; cfr. anche Tulu maḷpuve egli fa : condiz.-cong. maḷpuve-ḍa
con -ḍa del caso sociale. Similmente in lingue australiane e
papuane, per es. Encounter Bay ott. -il = strum. -il, condiz.
-il-de e -il-d-al.

Grande importanza ha in queste lingue la coniugazione negativa.
Nel Dravidico l'indice negativo è -a- oppure -ā- nell'unica
forma che suole avere il verbo negativo, per es. Telugu koṭṭ-a-nu
io non batto (non ho battuto, ecc., per tutti i tempi), koṭṭ-a-vu
tu non batti, koṭṭ-a-mu noi non battiamo. Nel Brahui la negazione
è combinata col segno del tempo, quindi -pa- o -fa- per
il presente-futuro e -ta- per il passato. Cfr. Pul mi lil-ā-i io non
inviai, mi lil-ā-no io non avevo inviato, mi yi'-ā-ko io non vedo,
mi yi'-ā-ke io non vidi, mi yi'-ā-ka io non sono veduto, mi
yi'a-tā-ke
io non fui veduto. Nel Miriam la forma negativa ha
un prefisso a- e « there is no distinction of tense in this mode ».

Le forme negative del Tulu come maḷ-pu-dži ‘io non faccio’,
maḷ-t-idži ‘io non feci’ contengono la negazione iddži ‘non’ da
*illi = Tamil illei, Malay. e Canar. illa. Cfr. Tamil classico
aRig-il-īr you know not, pēs-al-ēm we speak not. Queste forme
corrispondono a quelle del Bilin come pres.-fut. wās-ä-llī io non
odo, wās-lī io non udii. Alle forme proibitive come a. Tamil
koḍ-ēl give not, šel-ēl go not, muniy-ēl be not angry corrispondono
quelle del Narrinyeri meridionale in -i-el. E accanto a questo
-i-el trovasi anche il semplice contenuto pure in -i-āmbe del
congiuntivo negativo (positivo -ur-āmbe), cfr. Curr 208 d y-amba
no. Questo elemento negativo -i è comune alle lingue dell'Africa.

102. Anche i tempi sono formati per mezzo di suffissi. Il tema
in -a ha spesso valore di passato, per es. Narrinyeri aor. terra
80stare, Yaraikana umpi pass. -umpi-a uccidere, ipini pass. ipini-a
nuotare, cfr. Brahui χan-ā egli ha veduto. Il tema in -i o -e
per il passato, identico al corrispondente-tema delle lingue africane,
si trova in tutte le lingue di questo gruppo ; e lo stesso
dicasi delle forme con l'elemento dentale -ti, -ri, ecc.

Wiraturai yanna andare, fut. yanna-giri, fut. es. bumē-giri
da bum- battere, bumal-giri schlagen werden. Concordano mirabilmente
le forme dravidiche come Kaikadi ed-kirī I shall arise,
hōg-rī I shall go (Berar kiri io sono), poi Tamil čey-ginḍr-ēn
io faccio, ecc. Si confrontino poi le forme del Galla composte con
gir, ǧir (anche čir) ‘essere, vivere’, per es. hime-gira > hime-ra
egli ha raccontato.

Restano però tracce di prefissi temporali. Già abbiamo visto
(74) le forme andamanesi d-a-mami-ka I was sleeping e d-a-mami-re
I slept : cfr. Cafro nd-a-bona o d-a-bona io vidi, Herero
tu-a-hiti-re noi eravamo entrati. Con do na mami-nga cfr. le
forme bantu con na preposto al verbo e il tipo bona-nga.

103. Nelle lingue dravidiche la coniugazione si fa esclusivamente
per mezzo di suffissi, altrove invece si hanno spesso dei
prefissi pronominali. Nel sud-est dell'Australia sono in uso dei
suffissi pronominali tanto soggettivi che oggettivi, in aggiunta
ai suffissi possessivi del nome. Le forme soggettive nel singolare
sono -an io, -ar tu, -a egli, forme che hanno riscontro nel
Dravidico e nel Cuscitico, per esempio Kurukh es-d-an io rompo,
es-d-ar voi rompete (femm. es-d-ai).

104. La collocazione delle parole è in generale inversa, B-A.
Ciò si manifesta in primo luogo nell'espressione del genitivo e
di regola anche in quella dell'accusativo. L'attributo invece,
derivando dal predicato, trovasi in parecchie lingue posposto al
sostantivo, con cui forma un gruppo.

Che però la collocazione primitiva sia stata diretta, A-B, si
deduce dal fatto che essa è conservata, nelle lingue arcaiche del
sud-est dell'Australia e negl'idiomi della Tasmania, se non sempre
col nome almeno col pronome possessivo ; per es. Buandik ovest
ṅalla ṅanna peli-mento, barba, ṅalla burp peli-capo, capelli,
Wimmera mam-ek padre mio, mam-in padre tuo, mam-ūk padre
suo, Tasmania nanga-mea padre mio, nang-ina padre tuo (ma
prugh-walla breast-water, milk).

Tuttavia la collocazione inversa è pure antichissima, come
dimostra la concordanza fra Austr. 19 katta mungarra, 24 kata
mungia
‘testa-capelli’ con le forme papuane Bongu gate-bagri,
Bogadjim gate-banga id.81

105. I pronomi personali vengono declinati come i nomi, e
talvolta in particolare come i nomi di persona. Vi sono anche
forme per il duale e in qualche lingua per il triale. Il pronome
‘noi’ può essere inclusivo od esclusivo.

La generale e strettissima concordanza delle forme dravidiche
ed australiane appare da Pron., specialmente da pag. 172. Essa
si estende fino alle forme più complesse, per es.

tableau tamil | engaḷ- | noi escl. | tulu | yenkuḷu̥ | gen | yenkuḷe | id. | yenkuḷenu̥ | austr. | ngali | ngadli | ngule | yangur | ngulina | acc. | ngalin

Drav. nān io : nām noi = Narrinyeri ṅān me : ṅām noi =
Dabu (Papua) ṅana io : ṅami noi ; Drav. nām noi = Narr. nām
noi, Drav. num voi = Narr. nōm voi, ecc.

Anche la formazione dei pronomi possessivi è fondamentalmente
identica in tutto il gruppo. Nell'Andamanese il processo
è chiaro : si tratta delle caratteristiche preposte ai segni delle
classi, per es. Bea d-ab-, d-ar-, d-aka- ecc. mio, ṅ-ab-, ṅ-ar-,
ṅ-aka- ecc. tuo. Con nomi non di parti del corpo nè di parentela :
īa suo, quindi d-īa mio, ṅ-īa tuo, ecc. Similmente Gondi
nā-vā, Daktyerat ṅa-ve, Mabuiag ṅa-u, Savo ai-va (cfr. ai-lo va
batu
la mia testa), Toaripi ara-ve, Fujuge na-u, Tauata ne-ve mio.

106. Quanto ai numerali, il fatto più notevole è il sistema
rudimentale, per lo più binario, che si trova in molte lingue di
questo gruppo e che contrasta con la ricchezza del Mundapolinesiaco.
Il Brahui ha solo i primi tre numerali genuini,, ma gli
altri forse andarono perduti. Fuori del Dravidico la numerazione
è limitata generalmente fino al due. Ma è questo uno stato di
cose primitivo o si tratta di un impoverimento seriore ? Vediamo.

Un tipo kuliba per 3 si trova nell'Australia occidentale e
centrale, poi nel gr. di Halifax Bay, nel Kamilaroi, ecc., cioè in
punti assai distanti tra loro, onde si esclude il prestito. Ma il
medesimo numerale ricompare nella N. Guinea, specialmente nel
gr. Bongu. Esso appartiene al patrimonio comune antichissimo e
ha riscontro esatto nelle lingue uraloaltaiche ed americane, come
vedremo a suo luogo.

Per 4 troviamo forme che forse corrispondono al Sulka kor-lo-lo,
cioè 2 + 2 (kor è un segno del plurale) : Australia 171
Minyung gurul (anche. ‘plenty’. cfr. 110 Bulponarra kollur,
Bloomfield Valley holoor ; 160 Bieli koorel col significato di 3)
= Bongu γoγole o gorle, Bogadjim γolerer o χoleré, secondo
Zöller kollere quattro. Cfr. Papua lili, lilo, rere 2, Num. 409.82

Vi sono poi per 3 e 4 le forme che corrispondono alle dravidiche.
Per 4 cfr. 63 nulla, 140 nade-ra, 155 nali-ra col Naiki
nāli, Gondi nālu-ru e Parji nili-r, mentre River Murray nail-ko
per *nali-ko coincide col Canarese nāl-ku e le forme papuane
Maragum na-ku e Augustafluss ei-na-k corrispondono a Kurukh
nā-χ e Irula nā-ku. D'altra parte 190 bun-go e Palmer R.
a-bun-ǧi 4 corrispondono molto bene a forme del gr. Mundapolinesiaco :
Santali pōne-ā, Gadaba vuni-gi, Savara von-ǧi, Ponape
a-pon-g o a-ban-g, Palau a-wan-g.

Risulta pertanto evidente che in origine il sistema di numerazione
dovette essere normale, cioè quinario, e che andò poi
impoverendosi per effetto di un regresso generale che subì la
razza dei negri oceanici in ambienti sfavorevoli. E un'altra prova
di ciò si ha nel significato di ‘molti’ che ha assunto spesso il
numerale bula, poiché la genesi è presso a poco questa : Awabakal
bulo-ara essi due (= Turco bul-ar questi due > questi), Austr.
bul-ar due, bula questi (due) > due, questi (tanti) > molti,
Num. 210 seg. Similmente : Narrinyeri kar essi (= Riang kār 2),
Sidney kar-ga 2 + 2, ma Cooktown kar-goa any number more
than three, Num. 416.

In parecchie lingue clravidiche si conta per ventine, per es.
nel Malto, in cui per mezzo di nomi generici si classificano anche
gli oggetti contati.

Il gruppo Munda-Polinesiaco

107. Col nome di Munda-Polinesiaco indico quel vasto gruppo
di lingue che W. Schmidt ha proposto di chiamare « austrische
Sprachen ». Tale denominazione mi sembra poco felice e male si
presterebbe a una traduzione italiana. Io preferisco il termine
Munda-Polinesiaco che, come tanti altri nomi di gruppi linguistici,
inchiude l'indicazione di lingue parlate ad estremità opposte della
regione occupata dall'intero gruppo. Il quale si suddivide in due
sotto-gruppi, dallo Schmidt denominati austroasiatico e austronesico.
Quest'ultimo non è altro che il Maleo-Polinesiaco, e non
pare conveniente ribattezzare un gruppo linguistico che ricevette
già un buon battesimo da G. di Humboldt e che da più di un
secolo è conosciuto con questo nome. Le obbiezioni dello Schmidt,
Mon-Khmer-Völker 69, non hanno valore. Tutti i nomi dei gruppi
linguistici sono convenzionali e in se stessi poco precisi : l'importante
è che siano comodi e non diano luogo ad equivoci. Le
83lingue poi che lo Schmidt chiama « austroasiatiche » (ma tali
sono anche, fra altro, le dravidiche) io propongo di chiamare
Munda-Khmer dai due termini estremi, Munda e Khmer.

108. Le lingue maleopolinesiache si dividono in due grandi
sezioni, occidentale, o dell'Indonesia, e orientale, o della Melanesia,
con le derivazioni della Micronesia e Polinesia.

Le lingue dell'Indonesia furono suddivise da Brandes in occidentali
e orientali. Queste si distribuiscono secondo Finck in cinque
gruppi : I Kisser, Wetter, Roma, Letti, Moa, Babber, Marsela —
II Rotti, Timor, isole Solor e Alor e parte di Flores — III isole
Kei e Aru — IV isole Molucche, Buru e Ceram — V Ternate,
Tidore e Halmahera (ma v. 85).

Fra le lingue dell'Indonesia occidentale conviene distinguere
anzitutto il Malgascio o Malagasi, che sembra sia stato importato
nel Madagascar dall'isola di Sumatra nel II-IV secolo. Van der
Tuuk dimostrò la stretta affinità del Malgascio col Batak di
Sumatra, particolarmente col dialetto Toba, e segnalò l'esistenza
in esso di elementi sanscritici, cosa confermata poi dal Farrand
(Essai de Phonétique comparée du Malais et des dialectes malgaches,
Paris 1909, pagg. 296-314), benché non tutti gli esempi
che egli da siano accettabili. Una seconda immigrazione sarebbe
avvenuta, secondo Farrand, verso il X secolo, capitanata dal
sumatrese Ramini, che ebbe un figlio di nome Ra-Kuba, donde
la nazione degli Hova, cioè Huva = *Kuba.

Le rimanenti lingue indonesiane si possono ancora distinguere
in settentrionali e meridionali. Fra quelle vanno annoverati gli
idiomi della parte orientale di Formosa (nel resto si parla il
Cinese), i numerosi linguaggi delle Filippine (Tagala, Bisaya,
Bikol, Iloko, Ibanag,-Pangasinan, Pampanga, ecc.) insieme con le
due diramazioni della Micronesia, cioè il Chamorro delle Marianne
e il Palau o Pelau, infine la lingua delle isole Sangir e Talaut
nonché alcuni idiomi del nord-est di Celebes (Bentenan, Bantik,
Ponosakan e Mongondou). Le lingue meridionali sono numerose
e non ancora definitivamente classificate.

109. Le lingue della Melanesia si possono distinguere, come
abbiamo visto, in proto- o paleo-melanesiane (76-79) e in neo-melanesiane.
Fra queste ultime si distingue ancora il gruppo
delle isole Salomone meridionali (specialmente Florida, Vaturanga,
Bugotu), donde secondo Schmidt da una parte il Figi e dall'altra
le lingue della Polinesia prodotte da leggeri differenziamenti di
un linguaggio proto-polinesiaco distaccatosi in epoca non molto
antica.84

Anche le lingue melanesiane della N. Guinea britannica sarebbero
secondo Schmidt particolarmente collegate alle lingue delle
Salomone meridionali e delle N. Ebridi settentrionali e centrali
(Aurora, Efate ed Epi). Il Ray, poi, accenna alla somiglianza
notevole che la lingua di Hula o Bula'a nella N. Guinea presenta
con quella di Ulawa e Bulalaha e altre delle Salomone, somiglianza
che si rispecchia, come si vede, nei nomi stessi.

Le lingue della Micronesia si collegano pure alle melanesiane,
in particolare a quelle dell'Arcipelago di Bismarck. Thalheimer
le ha diligentemente classificate in questo modo : Kusaie e Yap
— Gilbert — Marshall — Ponape e Buny — Ruk e Mortlock
— Merir, Uluthi, Uleai, Satawal.

Data la loro provenienza da un gruppo arcaico, anche le
lingue della Micronesia possiedono elementi assai antichi. Tale è,
per es., la forma nga o ngai ‘io’, che coincide con la forma
comune nell'Australia ; v. Pron. 196 e 362.

110. Le lingue Munda-Khmer sono distribuite in gruppi isolati
e a grande distanza tra loro : il Munda nell'altipiano di Chota
Nagpur, il Khasi a nord del golfo di Bengala (Assam), il Palaung,
Wa e Riang lungo il medio Salwen, il Mon attorno al golfo di
Martaban, il Khmer nel Cambogia e l'Annamito con molti altri
idiomi a est del Me-Kong, il Semang e Sakai nella parte meridionale
della penisola di Malacca, e infine gl'idiomi delle isole
Nicobari. Questo frazionamento geografico è sommamente interessante.

Le lingue Munda sono pure frazionate e in contatto con lingue
arie e dravidiche. Il blocco principale trovasi nel Chota Nagpur
e comprende i dialetti Kherwari (Salitali, Mundari, Ho, ecc.) col
Kharia e Juang. Separato da questo complesso e ad occidente.di
esso è il Kurku, mentre il Gadaba e Savara si trovano a sud.
I Munda occupano ora le regioni montagnose e le giungle, essendo
le pianure e valli abitate da genti di linguaggio ario. La loro
razza, identica alla dravidica, si stende, assai più largamente
degl'idiomi Munda, poiché molte tribù furono arianizzate.

Nei primi secoli dell'era volgare, prima dell'arrivo dei Birmani
e Siamesi provenienti dal nord, il Mon e il Khmer erano
i linguaggi dominanti nell'Indocina centrale e meridionale ; e
l'Annamito, che ora si parla nella Cocincina, nell'Annam e nel
Tonchino, era limitato alla regione del delta del Tonchino, mentre
più a sud, nel Ciampa (Annam e Cocincina), si parlava il Ciam,
ormai estinto. Il Ciam contiene una quantità di elementi affini
al Malese frammischiati al fondo Mon-Khmer, e ciò si spiega col
85fatto che due o tre mila anni fa le coste meridionali erano occupate
da schiatte malesi, mentre nell'interno abitavano genti di
linguaggio Mon-Khmer. Del resto, secondo Kern, il centro di
dispersione dei Maleo-Polinesiani sarebbe da ricercare appunto
sulle coste dell'Indocina.

Nei primi secoli dell'era volgare iniziarono le loro immigrazioni
i progenitori degli odierni Siamesi e Birmani scendendo lungo
le valli dei grandi fiumi Irawadi, Salwen, Menam e Mekong, e
distrussero gii antichi regni dei Mon o Peguani e dei Khmer o
Cambogiani. Gli Annamiti, invece, esposti assai presto all'influenza
politica e culturale della Cina, acquistarono maggior potenza e
soggiogarono l'antico regno di Ciampa.

111. Le lingue Munda-Khmer vennero dallo Schmidt (Mon-Khmer-Völker
25) raggruppate nel modo seguente :

I. a) Semang — b) Senoi (Sakei, Tembe)

II. a) Khasi — b) Nicobari — c) Wa, Palong, Riang

III. a) Mon-Khmer (col Bahnar, Stieng, ecc.) — b) Munda —
c) Ciam, Rade, Djarai, Sedang.

Tale aggruppamento è in contrasto con la distribuzione geografica
e, per essere accettato, dovrebbe avere una base ben solida.
Ora, il criterio di classificazione si limita in massima parte a
differenze nella serie dei numerali e ad alcune divergenze lessicali.
Ma che cosa giova notare, come fa lo Schmidt (Lautl. der
Khasi-Spr. 758), che il Khasi wei 1, a differenza del Mon mwai,
non presenta un (preteso) prefisso m-, quando in un dialetto del
Khasi stesso, nel War, troviamo mi per il medesimo numerale ?
Del resto, le prove negative e gli argomenti ex silentio hanno in
generale scarso valore.

Nè io posso ammettere che le parole ‘piede, foglia, acqua’
siano state prese a prestito dal Sanscrito : džanghā, š'alāka e
daka (pag. 23 seg.) ; donde lo Schmidt vorrebbe trarre delle
conseguenze estremamente arrischiate. Quanto alla prima, non è
vero che manchi nel Nicobari, poiché lo Schmidt stesso ricorda
la forma čuk di un dialetto dell'interno, con cui io confronto il
Sakai ǧukn accanto a ǧong ; nè manca nel Semang, dove si trova
nella forma čan (Pagan Races, II, 390) ; non è vero che manchi
nelle lingue Munda all'infuori del Santali, ché anzi si trova in
tutte ; e infine nel Khasi stesso si trova nella forma affine ky-ǧat.
Del resto, si veda in Less. 151 seg. l'enorme diffusione del tipo
gian-, gian-ga. Quanto alla seconda parola, non so se veramente
manchi nel Munda e Nicobari, ma la forma kli del Semang è
certamente più antica di hali ecc., e si tratta anche qui di parola
86assai diffusa (il Sanscrito š'alā́-kā ‘halm’ si collega al Greco
κάλα-μο-ς, allo a. Slavo slā-mā paglia, poi al Georgiano čala
giunco, ecc). Più diffusa ancora è la parola ‘acqua’. Bisogna
dunque abbandonare l'ipotesi del prestito. O dobbiamo noi credere
che il papuano daká (Halifur) ‘acqua’ e l'australiano ganga
‘piede’ siano presi a prestito dal Sanscrito ? E quale mai conclusione
si potrebbe trarre dal fatto negativo che in inglese si
dice water e in italiano acqua ?

112. Interamente errata mi sembra la posizione che lo Schmidt
assegna alle lingue Munda, che pure differiscono dal Mon-Khmer
in molti punti essenziali. Anche Skeat e Blagdeu osservano che
« their structure (especially their syntax) presents many marked
differences from the Mon-Annam » (Pagan Races, II, 443). Le
differenze, infatti, si manifestano anche ad un esame superficiale.

Una prima notevole differenza si ha nel fatto che le lingue
Munda sono in larga misura suffiggenti, mentre il Khasi e le
lingue Mon-Khmer non usano suffissi, e pochi se ne trovano anche
nel Nicobari. Così nel Santali abbiamo get'-ič' anim. e get'-ak'
inan. ‘tagliente, che taglia’, get'-tet' il tagliare, marang-tet'
grandezza, Mundari džom-tea mangiare, džom-tan mangiante,
džom-tan-i mangiatore. La declinazione è suffiggente e così pure
la coniugazione, che è molto ricca di forme assai lunghe, per es.
Mundari aing abung-tan-a-ing io lavo (propr. aing abung tan-a-ing
presso a poco ‘io lavare sono io’, cfr. aing abung me
tan-a-ing
— così si dovrebbe scrivere isolando il pronome me
— ‘io lavare te sono io’ ). Come si vede, siamo ben lontani dal
quasi-monosillabismo del Khasi e Mon-Khmer e dal monosillabismo
dell'Annamito.

La distinzione del genere animato e inanimato non ha corrispondenza
nel Mon-Khmer. Anche nella categoria del numero il
Munda ha un processo suo proprio, che consiste nell'aggiungere al
nome il pronome -ko ‘essi’) per il plurale e -kin o -king ‘essi
due’ per il duale.

La collocazione delle parole è di regola inversa, B-A, mentre
nelle lingue affini è diretta.

Infine, anche nei pronomi personali si notano delle differenze
abbastanza considerevoli. Proprie del Munda sembrano essere le
forme del pronome ‘noi’ caratterizzate da l, per es. Mundari ale
noi escl., aling noi due escl., alang noi due incl.

113. Con questo io non intendo menomamente separare il
Munda dalle lingue congeneri, bensì credo di doverlo contrapporre
a tutto il resto del gruppo cui appartiene. Ci rimane da
87esaminare se il Munda, nei punti, in cui si allontana dalle lingue
congeneri, si avvicini a lingue di altri gruppi.

È ovvio pensare anzitutto al Dravidico. F. Hahn nella sua
grammatica del Kurukh od Oraon diede alcuni raffronti lessicali
fra il Mundari e l'Oraon, e aggiunse parecchie comparazioni
grammaticali, alcune delle quali meritano di essere riferite.

1. Mundari dat. -ke, abl. e strum. -te = Oraon dat. -gē,
abl. e strum. -tī. Qui c'è da osservare che il -ke del Mundari
sembra essere di origine aria, cioè neo-indiana.

2. Le concordanze più precise si avrebbero negl'indici temporali
e modali del verbo. Riferisco le più notevoli correggendo
gli errori dello Hahn. Santali dal-et' battente, dal-et'-a-ń battente
sono io, io batto : Oraon es-d-a-n io rompo — Mundari caratteristiche
del passato -ka, -dža, -ya : Oraon -ka, -dž'a, -ya.

3. La sintassi è sostanzialmente identica.

Sarebbe facile aggiungere molte altre comparazioni, ma ritengo
più utile passare al confronto con le lingue australiane. Noterò
soltanto che gli argomenti addotti da Sten Konow per negare il
nesso Munda-Dravidico (Survey, IV, 2 segg.) non hanno alcun
valore. Egli, per esempio, nota il fatto che ambedue i linguaggi
fanno uso di suffissi, ma gli toglie valore soggiungendo che di
suffissi fanno uso anche molte altre lingue. Naturalmente. Ma se
noi osserviamo che i suffissi mancano nel Mon-Khmer, il fatto
acquista speciale importanza.

114. Le lingue Munda furono per la prima volta avvicinate
alle australiane da G. von der Gabelentz nell'articolo « Kolarische
Sprachen » pubblicato nella Allg. Encykl. di Ersch e Gruber. Sten
Konow mostra di conoscere solo ciò che scrisse il Gabelentz in
« Die Sprachwissenschaft » (1891, pag. 274 seg.), e dice quindi
che nessun fatto era stato addotto in appoggio a quella opinione.
Intanto nel 1892 Vilh. Thomsen ritornò sulla questione e addusse
un certo numero di prove che Sten Konow tentò debolmente di
combattere, v. Cr. 120 seg.

Io citerò qui alcuni punti molto importanti in cui le lingue
Munda concordano con le Australiane.

1. Mundari -te per il dativo, ablativo e strumentale : cfr.
Turrubul -ti loc. e abl., Kai -te dat., ecc.

2. Mundari a-king essi due, diri-king pietre due : cfr. Narrinyeri
henk essi due, mun-enk labbra due.

3. Mundari abuṅ-tan lavante, abuṅ-tan-a-iṅ lavante sono io,
io lavo : cfr. Awabakal bun-tan battente, bun-tan baṅ battente
sono io, io batto.88

Mundari àbun-tan lavante, abun-tan-i lavatore, lavandaio :
cfr. Awabakal bun-tan battente, Wiraturai birba-dain per *birba-tan-i
a baker.

5. Salitali dalet'-kan battente : cfr. Awabakal wiyeli-kan
parlatore, Dieri jedi-kan-tji bugiardo.

6. Mundari hidžu-lena-iṅ o hidžu-a-kana-iṅ io sono venuto :
cfr. Awabakal um-a-kean ba-ṅ io ho fatto.

7. Mundari hidžu-lena-iṅ io sono venuto : cfr. Kamilaroi
goal-lēn io avevo detto, winuṅ-ul-lain io avevo udito, Wiraturai
bumal-leini io avevo battuto, ma-leini io avevo fatto.

8. Notevolissime le concordanze nel pronome ‘noi’ :

tableau munda | australiano | ale | ele | escl. | ali | du. escl. | allī | incl. | alen | ellen | noi | aliń | allīna | ilina | abo | ba | aba | -abo

9. Le concordanze nei numerali sono numerose e precise, ma
estese a tutto il Munda-Khmer, v. Num. 256.

Ed ecco infine alcune comparazioni lessicali. — Korwa tirīn,
Kurku tīring dente : Austr., tirri, tirra, 173 tirrung, ecc., Miriam
(Papua) tereg — Munda i-pil stella : Austr. 85 billee, 210 biil
— Kharia kulam-ḍai sorella : Austr. 96 koolamoo, 99 koolamo
sorella maggiore — Gadaba kun-bai donna, moglie : Austr. 152,
155 kum-bi donna, Awabakal pori-kun-bai moglie — Santali
gīdrā child : Austr. 82 katšua m., kattarra f. baby, kendara
children — Kharia koṇḍuʼ child : Austr. 127, 155 kundoo, 155
kandoo, 177 cando baby, cane-lo children.

115. Anche la posizione che lo Schmidt assegna al Nicobari
(intermedio tra II e III) mi sembra discutibile.

Il Nicobari comprende sei dialetti ben distinti : Car-Nicobar,
Chowra, Teressa, centrale, meridionale e Shom Pen. Secondo
Temple « The Nicobarese have been on the same ground for at
least 2,000 years, and they.have a tradition of a migration from
the Pegu-Tenasserim Coast. They have been quite isolated from
the coast people, except for trade, for all that period…. Yet we
find roots in the language of the kind that remain unchanged in
all speech, which are apparently beyond question identical with
those that have remained unchanged in the dialects of the wild
tribes of the Malay Peninsula ». Infatti, data la provenienza dei
Nicobaresi dalla medesima regione da cui provennero gli Andamanesi,
è ovvio cercare per quelli una prossima parentela fra i
89Sakai, come per questi fra i Semang. Mancando del materiale
necessario (non mi è dato consultare Man, Dictionary of the
Central Nicobarese Language, London 1889), mi limiterò ad alcune
osservazioni.

In primo luogo è da osservare che il Nicobari fa uso di suffissi,
che mancano del tutto al Mon-Khmer.

Numerosi sono i prefissi. Essi si presentano con vocale variabile,
per es.

tableau ka- | ke- | ko- | ku- | sostantivi e verbi | ta- | te- | ti- | to- | nominale | pa- | pi- | po- | pu- | nominale e intrans.

Inoltre i prefissi nasali en- alternante con l'infisso |n| e m-
opp. ma-, mi-, mo- alternante con l'infisso |m|. Vi sono anche
prefissi con palatale, con h e con liquida (la- raro).

Ma particolarmente notevoli sono i prefissi che constano di
vocale o vocale + consonante, i quali si assimilano all'esito della
parola. Lo Schmidt stesso confronta lo strano processo che si
osserva in uno degl'idiomi Semang, per es. nĕg-buk attacher,
nĕg-hok donner, neg-lik faute, nĕk-pok ouvrir, neg-säk voler,
rubare, nĕg-heng voler, volare — nĕd-cöt échange, nĕd-kot prendre
nĕp-čip andare, nĕb-kap dire, neb-lüp entrer — nem-čōm
allumer — nĕl-huāl partir, nĕl-hal insulter — nĕs(ĕ)-bis chercher
nĕ-ko vomir, nĕ-ho appeler. Come si spiega questa formazione
stranissima ? Io credo che n fosse originariamente infisso e che
davanti ad esso sia scomparsa la prima consonante del tema :
nig-soi laver, per esempio, sta per *s|nĕ|ig-soig. Or qui vien fuori
un fatto sorprendente in sommo grado e d'importanza eccezionale :
nig- coincide con l'Indoeuropeo nig- lavare (a. Irl. nigim io lavo,
Greco νίζω lavo, bagno, Sanscr. niǧ-ya-tē) e *sneig- si avvicina
assai all'Indoeuropeo sneig(u̯)- essere umido, gocciolare, piovere,
nevicare (Sanscrito sníh-ya-ti wird feucht, klebrig, a. Irl. snige
goccia, pioggia, Lat. ninguit, ecc).

Qui non posso esaminare a fondo tale formazione, ma resta
un fatto importantissimo che essa si trovi nel Nicobari come nel
Semang, benché in forma alquanto diversa. Ecco alcuni esempi :
op-kāp- mordere, op-šap afferrare ; oh-šiak stare, ok-dāka klein
gestossen ; om-kom porgere, om-šōm trasportare, om-fum abbracciare,
om-tām Fische speeren ; oṅ-āṅ cuocere, oṅ-loṅ fare un buco
et-kōat- wegkratzen, et-tač- sbucciare noci di cocco, et-tēatportare,
et-lač- abziehen, enthülsen, et-šēč- lavare ; en-tańa tessere,
en-win rotondo. Qualche cosa di simile si osserva nel lontano
90Miriam, per es. ked rope : ed-omeli drag, tereg dente : ereg mordere;
Ray, Torres Straits, 65.

Comparazioni lessicali si potrebbero fare in grande quantità.
Citerò come esempio il Nicobari kadū dial. dūi ‘grande’ cui
corrisponde esattamente kadui ‘grande’ della Penisola di Malacca.

Data la comune parentela con gl'idiomi aborigeni della Penisola
di Malacca, non fa meraviglia che l'Andamanese e il Nicobari
abbiano molti punti di contatto. Il nome nicobarese del mostro
Akafang dalla lingua di fuoco è identico al Chariar aka-pong =
Teressa a-fang bocca.

116. Gli studi maleopolinesiaci datano dal 1800 (Hervás), ma
la prima opera fondamentale è quella grandiosa di G. di Humboldt
« Ueber die Kawi-Sprache auf der Insel Java » in tre volumi
(Berlino 1836-39), pubblicata primieramente nelle Abhandlungen
der k. preuss. Ak. der Wiss. l'anno 1832, vol. II-IV, di cui il
III di ben 569 pagine si deve a Buschmann. Alle lingue malesi
e polinesiane aggiunse quindi H. C. von der Gabelentz le melanesiane
nell'opera diligentissima « Die melanesischen Sprachen »
pubblicata in due parti nelle Abhandlungen der sächs. Ges. der
Wiss., III 1861 e VII 1873. Questo lavoro conserva importanza
anche dopo quello veramente fondamentale di Codrington, The
Melanesian Languages, Oxford 1885. Un anno dopo una lingua
melanesiana, il Figi, veniva studiata magistralmente dal Kern
in se stessa e nelle sue relazioni con le affini dell'Indonesia e
Polinesia.

Gli studi maleopolinesiaci, specialmente indonesiani, ebbero
molti culturi di ogni nazione : Brandes, Marre, W. Schmidt, S. H.
Ray, Brandstetter, ecc. Fra questi Brandstetter occupa un posto
eminente, e i suoi lavori si distinguono per un'impronta originale
e simpaticamente personale.

Le lingue che ora costituiscono il gr. Munda-Khmer furono
dapprima confuse con le indocinesi. Il primo che ne stabilì la
separazione col nome di Mon-Annam fu Logan. Quindi Forbes ne
tentò lo studio sintetico in una « Comparative Grammar of the
Languages of Further India » (1881), il cui titolo promette troppo.
Ma chi pel primo mise ordine e chiarezza nel caos dei linguaggi
dell'Indocina fu E. Kuhn in due brevi ma succose memorie del
1883 e 1889. Anche Himly merita di essere ricordato, specialmente
per l'accurato esame cui sottopose il patrimonio lessicale
del Ciam.

L'indagine scientifica delle lingue Munda-Khmer costituisce
un grande merito del Padre W. Schmidt. Egli iniziò la serie dei
91lavori su questo campo nel 1901 con lo studio delle lingue dei
Sakei e Semang. Seguì poi nel 1905 la Fonologia delle lingue
Mon-Khmer (propriamente del Mon, Khmer, Stieng e Bahnar) e
del Khasi col Palaung, Wa e Riang. Poco dopo, nel 1906, fu
pubblicato il lavoro di sintesi « Die Mon-Khmer-Völker », in cui
la parte più. utile è rappresentata dall'appendice lessicale (Nicobari
con Mon-Khmer e Khasi 212 comparazioni, Salitali con Mon-Khmer,
Khasi e Nicobari 345, Munda-Khmer e Maleo-Polinesiaco
215). Posteriormente l'attività meravigliosa dello Schmidt fu
rivolta di preferenza alle lingue australiane. Benché io in molte
questioni particolari e generali mi trovi in disaccordo con lo
Schmidt, non posso che tributare un omaggio di ammirazione
all'opera sua vasta e multiforme.

I documenti più antichi, del primo secolo dell'era volgare,
sono in Giavanese (Kawi), mentre i testi malesi cominciano verso
il 1300. Una letteratura antica vantano anche il Mon, il Khmer
e l'Annamito.

117. a) Il sistema fonetico proto-indonesiano comprende i
suoni normali, la vocale indistinta ĕ (pepet del Giavanese), la
nasale velare , le palatali tj dj e nj ossia ń, e infine h. Però
e o si confondano con i u come nel Semitico, ĕ non è altro che
una riduzione di vocale piena, deriva da ng, e le palatali sono
di origine secondaria, benché molto antiche.

Anche s è di origine secondaria come dimostra il fatto che
nsń al pari di ntj (cfr. il Wolof, ecc). Del resto s manca
in molte lingue di questo gruppo. Nello Holontalo s non è genuino
e deriva da t. Anche alle isole Marshall s non è genuino. Le
sibilanti « are entirely absent in Santa Cruz, in Duke of York,
and in the greater part of the Torres Islands » (Codrington 216).
In molte lingue melanesiane della N. Guinea manca s (Ray, Torres
Straits, 419). Nel Duauru della N. Caledonia manca s al pari di
f h l. Sono dunque privi di s i linguaggi più arcaici.

Nelle lingue della Melanesia hanno grande importanza le consonanti
nasalizzate ng nd mb, come nel Bantu-Sudanese. E anche
qui nl da nd, come vedremo nella Fonologia. '

Le sillabe in origine erano aperte. Non vi sono gruppi di
consonanti iniziali o finali, e in mezzo di parola si trova quasi
soltanto nasale + esplosiva (per es. Tonsea duṅkud parlare ironicamente)
oppure i gruppi derivanti da raddoppiamento come
Mad. kap-kap dial. kak-kap, ma Dayak ka-kap. In fine di parola
sono ammesse le vocali e tutte le consonanti meno le palatali.92

b) Nelle lingue Mon-Khmer e Munda si trovano le aspirate,
che però sono derivate da combinazione con h.

La forza dell'accento ha fatto sì che nel mezzo e alla fine
di parola si dileguassero molte vocali traendo come conseguenza
spesso anche la perdita di consonanti. In molti casi ĕ o qualche
altra vocale ridotta (o, talvolta ü opp. ä nel Mon-Khmer) precede
e per così dire preannuncia il dileguo.

Esempi di vocali finali che scompaiono : Santali ara sega :
Khmer ār segare, aṇ-ār sega — Khasi khnai, Stieng könéi, Mon
kni topo, sorcio : Sant. kon sorcio — Nicobari kāpa mordere :
Stieng kap — Sant. gada mucchio, ammucchiare : gad-gad molti
— Khmer brai, Stieng e Bahnar bri : Sant. bir foresta, giungla —
Khasi sngi : Sant. siń sole, giorno.

Esempi di vocali mediane che scompaiono (v. anche i precedenti) :
Mal. baku vischioso, Nicob, pakau per *bakau resina,
pece : Mon kaw, Khmer kāw da, *bkau colla — Indonesia batu
pietra : Khmer ṭā per *bta(u), cfr. phkā fiore = Mon pkau >
Stieng kao — Indon. tanak cuocere, arrostire : Stieng nak da
*tnak cucina, focolare — Santali bulu, Nic. pūlo da *bulō coscia :
Malacca bĕlō, blō, Bersisi blēu, Khmer bhlau — Indon. tĕlu tre :
Nicobari lū-e dial. lu-ge da *tlu-, ecc.

Fenomeni simili sono poi particolarmente cospicui nel gruppo
Indocinese. Essi conducono al monosillabismo dell'Annamito, cui
fa riscontro il monosillabismo del Cinese-Siamese.

118. I prefissi nominali di classe sono meglio conservati nel
sotto-gruppo asiatico. Daremo alcuni esempi.

Il Nicobari ha un prefisso ol- che corrisponde a ọlọ- del Bantu,
ol- del Masai ; per es. ol-mat occhio, ol-tjōa macchia, boscaglia,
ol-yāle offerta, dono.

Il Nicobari ha un prefisso ka- con nomi di parentela, per es.
ka-tjau fratello o sorella maggiore, ka-tau id. minore. Cfr. Tagala
ka-sama compagno, ecc. Nel Khasi 1° con nomi di parentela,
come ky-pa padre, ky-mī madre, k-iau vecchia > nonna, khūn
da *k-wan fanciullo ; 2° con nomi di parti del corpo, come h-ti
mano, khy-mat occhio, kh-mut naso ; 3° con nomi di animali,
come k-sār volpe, k-seu cane ; 4° con nomi di piante, come k-taṅ
specie di bambù. Nelle medesime categorie trovasi anche t-, per
esempio t-rai signore, ty-ṅa marito, ty-moh mento, ecc. Cfr.
Maleop. t-ama padre, t-ina madre, poi Austr. 118 t-onga, 119
t-unga : 115 ūngŭ-n padre, ecc.

I prefissi vocalici sono frequenti : Malacca a-tāp, a-tob sera,
Malese a-tap Bis. a-top tetto ; Figi i-sele coltello da sele tagliare.93

In tutte le lingue di questo gruppo i prefissi appaiono anche
trasformati in infissi, per es. Tagala s|in|cipit ancora per *in-sipit
da sipit afferrare. Nel capitolo seguente spiegheremo la genesi
degl'infissi.

Quanto al genere, le lingue Munda distinguono in primo luogo
l'animato e l'inanimato. Nei pronomi dimostrativi -i è caratteristica
dell'animato, -a dell'inanimato. Inoltre nelle lingue Munda
e in altre di questo gruppo si trovano tracce più o meno abbondanti
del genere maschile e femminile distinto pure con indici
generalmente vocalici. Cfr. Mota o vat pietra, ma i Vat Pietro.

La categoria del numero nel nome è poco sviluppata, poiché
perdura ancora il processo primitivo del raddoppiamento, per es.
Malese duri-duri spini, Ibanag ba-balay case. I pronomi personali,
invece, hanno forme speciali per il plurale, dalle quali derivano
quelle del duale e triale per mezzo dell'aggiunta dei numerali
due e tre.

119. Esempi di concordanza si possono trovare nel Khasi,
come u-kynna u-babha u-la-wan esso fanciullo esso buono esso
venne, the good boy came, ka-wei ka-kynthei ha la-iap essa una
essa donna essa morì, hi dokha hi ba-bha essi pesci essi buoni.

Molti prefissi che accompagnano gli aggettivi e i verbi provengono
probabilmente dalla concordanza, come nell'Andamanese.

120. Una declinazione suffiggente si trova soltanto nelle lingue
Munda. I suffissi principali sono -re per il locativo, -te o -ṭhe
per il dativo, strumentale e ablativo, -kho (Santali) per l'ablativo.
Il genitivo, che è inverso (B-A), viene espresso col segno
del locativo seguito da un elemento dimostrativo che varia secondo
che A è animato o inanimato, per es. Mundari en disum-re-n
rāǧā
il principe che (è) in questo paese, il principe di questo
paese, man-re-a suku la felicità che (è) nello spirito, la felicità
dello spirito. Similmente con altri casi.

Nelle altre lingue mundapolinesiache non vi sono simili forme
di casi, ma si usano preposizioni.

121. Nelle lingue della Melanesia gli aggettivi sono ancora
assai spesso trattati come verbi, e non soltanto nella forma predicativa.
Il Mota, per esempio, ha poa e liwoa per significare
‘grande’, ma poa ha sempre forma verbale (o tanun we poa a
great man, con we particella verbale come in we pute is sitting),
mentre liwoa può essere usato senza particella verbale probabilmente
perché vi è contenuta : li-woa. Veri aggettivi sarebbero
quelli che possono essere usati senza forma verbale, ma anche
questi vengono spesso trattati come verbi. Del resto gli aggettivi
94« are probably few in any Melanesian language » (Codrington,
165 seg.).

Gli aggettivi melanesiani hanno tre caratteristiche speciali :
1. il raddoppiamento, 2. un suffisso (generalmente -γa, talv. -ra,
-ta), 3. il prefisso ma-. Quest'ultimo formava in origine dei participi,
come Mota ma-sare ‘torn’, poi si estese ai veri aggettivi,
come ma-vinvin thin, ma-toltol thick, Kawi ma-putih bianco,
Malg. ma-lutu sudicio.

Esempi di aggettivi negativi : Bauro aia-goro non buono,
Malg. tsi-madio impuro, Makassar ta-matuwa infelice.

122. I temi verbali nelle lingue oceaniche sono bisillabi, e
spesso originariamente triconsonantici e quindi trisillabi, come
nelle lingue semitiche.

L'armonia delle vocali si osserva frequentemente, come
mostrano i seguenti esempi.

Figi sara-sara guardare, kana mangiare, tava tagliare, vana
sparare, rawa ottenere, possedere, Mare nata annunziare, thawa
dividere, thapa stracciare, Api pala-pala tagliare, sara scorrere,
(n)dara splendere, apparire, para andare attorno, pasa parlare,
pasanda scivolare, Ambrym bala combattere, Lifu amama indicare,
kapa prender su, avere, mala cadere, Bauro a-bara tragen.

Figi sele tagliare, teve beschneiden, Mare menenge rimanere,
abitare, sere stare, sorgere, there cercare, Ambrym sene dare,
Lifu drenge udire, kepe prender su, sollevare, khene mangiare,
khepe approdare, lepe battere, ammazzare, mele vivere, Bauro
here lavorare, rege saltellare, Ulaua ere dire, Mahaga nere dormire,
vele dire, parlare, bebere tragen.

Figi wiri voltare, kini pizzicare, Mare kini tagliare, Api pili
blinzeln, piri-viri sciogliere, gili, kili scavare, Bauro mitiri pungere,
irisi scegliere, hini credere, Mara iri dire, Mahaga sisiri
arrostire, Mah. piri gettare, fifiri legare, higini odorare, ḳikindi
anklopfen.

Figi rono udire, koto giacere, ndolo strisciare, solo fregare,
Balade omoro vivere, Api ndowo cadere, toko, ndoko sedere, toro
porre, Bauro gono bere, goro sedere, oro-oro nuotare, Mahaga
polo appiattarsi, mono dimorare, sopo sedere.

Figi δuru entrare (Erromango e-turu id.), bunu rinchiudere,
vulu-vulu lavare (Poi. pidu id.), tumbu crescere, Balade kuru
andarsene, scacciare, puru odiare, punire, Api muru ridere, ngusu
chinarsi, ma-turu dormire, puku tossire, pupulu attaccare, incollare,
tuturu gocciare, musu tramontare, Ambrym kutu prendere,
mumur cadere, Lifu hulu sorgere (sole), humu tacere, Bauro husu
95correre, a-sugu cadere, Anudha kurubu recidere, Mahaga kutu
cadere.

Per il Sesake dell'isola di Api già Gabelentz aveva notato
la particolarità che « der Vocal der ersten Sylbe sehr häuflg in
der zweiten wiederkehrt… was besonders bei u der Fall ist »
(Melati. II, 13 seg.).

Da parecchi esempi si deduce un'alternazione nelle serie a
e o
. Figi tava schneiden : teve beschneiden — Bauro a-bara
tragen : Mahaga be-fere — Lifu kapa prender su, avere. : kepe
prender su, sollevare — Figi kana mangiare : Lifu khene
Erromango man-te rimanere : Annatona a-men, Mare mene-nge :
Mahaga mono — Lifu mele vivere : Balade o-moro — Lifu drenge
udire : Figi rongo.

In alcune lingue delle Banks' Islands la vocale della particella
verbale si assimila alla prima vocale del verbo, per es.
Motlav na hag siede, ma hag sedette, ni tig sta, to sok cercherà.

Nelle lingue Munda alternano per assimilazione a e o con
i u
, e in alcuni casi e o con e̱ o̱. Per es. Santali kala sordo : kḁli
sorda, lelha stupido : lilhi stupida, koṛa ragazzo : kuṛi ragazza ;
paṛh-ao leggere, ma buǧh-ḁu intendere. Le vocali i u armonizzano
con ḁ i u, mentre a e o armonizzano con a e o.

123. Nelle lingue dell'Indonesia sono molto numerosi i verbi
composti, specialmente di sinonimi, v. Wulff, Indonesische Studien
I, Beiträge zur Stammbildungslehre der indon. Sprachen, Anthropos
V, 1910. Anche in lingue della Melanesia si trova il medesimo
processo, per es. Api poka-punue schlagen-tödten = todtschlagen,
Figi lau-sele ledere-tagliare = essere tagliato, tiri-mundu scorrere-cessare,
cessare di scorrere, mata-lia aspetto cambiare, selendrutia
tagliare-separare = recidere, via-gunu voler bere = aver
sete, Annatom atn-amud anbrennen (atni) + abreissen = verbrennen,
Mare didi-kuane desiderare di bere, aver sete, lae-nata
ricevere-annunziare, verkündigen.

Nelle lingue dell'Indonesia i verbi possono anche essere accompagnati
da posposizioni corrispondenti alle nostre preposizioni :
Errom. ela-ssep chinarsi : ela-ssak alzarsi, Mare sere-lo aufstehn,
ane-lu niedersetzen, Baladea na-ru aufstehn, Lifu home-dha hernehmen,
tro-dha hineingehen, tro-dhu hingehen, tro-pi hinzugehen,
hinausgehen. Slmilmente nel Nicobari : tom-hala (ein Boot) heraufziehen,
pāk-hahat hei;bringen : pāk-haṅe wegtragen, ten-fat-haše
rompere gettando giù (cfr. Annatom e-thaig-se niederwerfen.
e-rop-se niederfallen). È notevole il fatto che col verbo, si usino
posposizioni e col nome preposizioni.96

124. I verbi derivati si formano generalmente per mezzo di
prefissi di una o due sillabe, semplici e composti. Fra i prefissi
semplici hanno una grande diffusione pa-, che forma il causativo,
ma- e la- o na- che formano dei participi, eco. I prefissi composti
contengono come secondo elemento n o r, per es.

tableau khasi | kyn- | tyn- | pyn | kyr- | tyr- | pyr | indonesia | kan- | tan- | pan | kĕr- | tĕr- | pĕr-

Nelle lingue oceaniche vi sono però anche dei prefissi di altra
specie, come maka- e paka- (caus.).

Nelle lingue della Melanesia ma- e ta- indicano uno stato o
condizione raggiunta, e in particolare « ta in most of the languages,
more than ma, signifies that a thing has come into the
condition the word describes, of itself, and not by some known
cause from without » (Codrington 187). Per es. Figi ta-ndola
apertosi (da sè), aperto, Mota ma-wora rottosi, rotto. Corrispondono
rispettivamente a ta- del riflessivo e ma- del passivo camitosemitico,
per es. Geez ta-kadna coprirsi, essere coperto, Sano
ta-bal vedersi, m-bal esser veduto. Nelle lingue indonesiane oltre
a ta- trovasi in- come prefisso del passivo, per esempio Tagala
b|in|ono da *in-bono essere ucciso, cfr. Arabo in-kasara rompersi,
gebrochen werden. Nel Sotho *in- è il prefisso riflessivo.

I suffissi per la formazione dei verbi derivati sono poco numerosi,
fuorché nelle lingue Munda. In queste -o -u è la caratteristica
del passivo, come nelle lingue africane, -ao forma verbi
stativi come nel Somali, mentre -e del Kurku corrisponde a -i
del transitivo maleopolinesiaco, per es. tangis-i beweinen. L'altro
suffisso -an che implica un concetto di pluralità (125), corrisponde
al Bantu -ana dei verbi reciproci.

Frequente è in questo gruppo il raddoppiamento nelle sue
varie forme.

125. Anche in queste lingue si trova il verbo plurale. Nel
Maleopolinesiaco i suffissi -i e -an si equivalgono in molti casi
e si suppliscono a vicenda. Kern distingue per -i e -an due funzioni,
1. quella d'indicare il passaggio dell'azione ad un oggetto
espresso, 2. quella d'indicare pluralità.

Nel Giavanese, Batak, ecc., -i forma il verbo plurale intransitivo
o transitivo assoluto, che denota la pluralità dell'azione
o del soggetto ; per es. Batak manurat-i scrivere di molte persone,
scrivere ripetutamente, marbunga-i fiorire di più alberi,
marid-í,fare un bagno di più persone, far molti bagni, Giav.
angitik-i battere di più persone, dar colpi, ñĕkĕl-i afferrare di
97più persone, afferrare più d'uno. Per indicare pluralità di soggetti
il Batak usa anche -an, per es. marhabang-an volare di
più uccelli. Cfr. i verbi reciproci come Figi vei-loman-i, Samoa
fe-alofan-i amarsi l'un l'altro, Figi vei-vosak-i conversare.

126. a) La categoria dei modi è poco sviluppata. Noteremo
in primo luogo alcune forme interessanti d'imperativo. Nel Nias
troviamo i prefissi vocalici a- e o- contrapposti a m-a- e m-odell'indicativo,
per es. o-gule cuoci (vegetali) !, indic. m-o-gule.
Cfr. Hova an-deha andiamo !, indic. m-an-deha, da leha camminare.
Nel Kawi a- e m-a- sono equivalenti. Nel Mentaway abbiamo
due sistemi :

tableau attivo | ma-loto | temere | mu-kom | mangiare | causativo | pa-äru | sanare | pu-ǧining | far suonare | passivo | ta-ičo | esser visto | tu-bätäk | esser curvato

Nel Bugi forme con a e con e, nel Malgascio ma- e mi-, ecc.
Sono queste serie corrispondenti alle camitosemitiche. Cfr. il Nias
o-gule cuoci ! col Kunama o-boró fora ! Col Mentaway t-u- cfr. il
Berbero t-u- e Begia t-ō- dei verbi passivi.

Nel Kawi le forme in -a hanno valore di congiuntivo e talvolta
d'imperativo, mentre nei dialetti del Madagascar servono
solo per l'imperativo.

b), Nelle lingue Munda il condizionale ha forma di locativo
o strumentale, per es. Santali dal-re-iń nel battere io = se io
batto, dal-te-iń col battere io = se io batto. Cfr. 101.

Notevoli sono le forme negative del Munda, per es. am ka-m
sen-tan-a
tu non-tu vai, proib. alo-m sen(o) non-tu andare !

127. a) Nelle lingue maleopolinesiache i tempi sono espressi
per mezzo di particelle preposte al verbo. In primo luogo troviamo
anche qui, come nelle lingue africane, i prefissi vocalici.
Nel Figi a si riferisce al passato, come generalmente nel Bantu :
au lako io vado, passato au a lako. Così pure in Duke of York :
Ioane i ā wanurin Giovanni egli battezzò, diat ā wan they went.
Nelle lingue della Polinesia : e presente-futuro, i passato (per es.
Maori i karanga ahau chiamai io), Samoa a futuro. In parecchie
lingue melanesiane i esprime il futuro. Ma in generale si può
dire che l'indicazione del tempo non è rigorosa in queste lingue
come non è rigorosa in tante altre.

Nel Figi, S. Cruz, Nifilole, Lifu, Nengone, come nelle lingue
della Polinesia, na è indice del passato, invece in lingue.melanesiane
della N. Guinea è indice del futuro. Cfr. il na africano.98

Per il futuro abbiamo : Pokau, Sinaugolo be, Kiriwina bi,
Mekeo, Kabadi ve, Arag, Opa vi, ve. Cfr. bi, be nelle lingue
dell'Africa. In particolare poi il pu dell'Anaiteum (per es. ek-pu
asaig
io dirò, na-pu asaig tu dirai) corrisponde a pu del Masai.

Le particelle possono essere usate in tre modi diversi. 1. In
molte lingue sono distinte dai pronomi e invariabili, per esempio
nel Figi :

tableau aor.-pres. | au lako | io vado | ko lako | pres. def. | au sa lako | ko sa lako | pret. | au a lako | ko a lako | fut. | au na lako | ko na lako

2. In altre lingue le particelle sono unite al pronome che le
segue, per es. Florida :

tableau u bosa | io parlo | o bosa | e bosa | pres.-pret. | t-u bosa | t-o bosa | t-e bosa | fut. | k-u bosa | k-o bosa | k-e bosa

Questa maniera ha riscontro nel Bantu, per es. Bondei k-i
kunda
io amai, k-u kunda tu amasti, k-a kunda egli amò.

3. In altre lingue invece le particelle sono unite al pronome
che le precede, per es. Lepers' Island :

tableau no-m toga | io siedo | go-m toga | tu siedi | mo toga | egli siede

Anche questa maniera ha riscontro nelle lingue africane.

Si noti che il Figi pospone il pronome alla particella me del
congiuntivo : me-u lako che io vada, m-o lako che tu vada
(anche ‘va !’), me lako che egli vada (anche ‘zu gehn’).

b) Nelle lingue Munda i tempi sono formati per mezzo di
suffissi. Le caratteristiche del passato sono -ke e -le, ambedue
straordinariamente diffuse in ogni parte del globo. Il Mundari ha
-ke-da e -le-da per il verbo transitivo, -ke-na e -le-na per
l'intransitivo.

128. La forma più antica della coniugazione si trova in
parecchie lingue della Melanesia, N. Guinea e Micronesia, in cui si
antepongono al verbo i pronomi che io ho chiamato « preverbali »,
i quali prima erano stati confusi con le particelle, v. Pron. 197
e 362. Le forme comuni sono le seguenti : a- io, o- opp. u- tu,
e- opp. i- egli (u- ed i- nei gruppi orientali di Ray, nel resto
della N. Guinea e nelle isole vicine), ta- noi incl. La distinzione
fra il singolare e il plurale manca o è imperfetta.

Questi pronomi preverbali concordano con quelli del Camitosemitico
e più ancora con quelli del Bantu. Ecco alcuni esempi.
99Sesake kinau a-pise io io-insegno, a-poka ich schlug : Begia a-dír
egli ha ucciso, Arabo a-ḳtulu io uccido, ucciderò ; Wango ioe
o-tuhi
tu tu-vivi, Karkar onge o-sel (opp. u-sel) tu tu-ridi : Tonga
u-bona, Ganda o-labba tu vedi, Sena iue u-na-kala toi tu demeures ;
Sesake nai e-pati egli fa, Karkar inge i-sel egli ride : Begia
í-ktib egli ha scritto ; Gilbert ti-mate noi moriamo : Bantu ti-bona
noi vediamo, invece Arabo ta-ḳtulu tu uccidi. Per altri raffronti
v. Pron. 199.

Nelle lingue Munda gli elementi pronominali possono avere
varia collocazione, per es. Mundari aiṅ džom-tana io mangio,
džom-tana-iṅ mangio io, aiṅ džom-tana-iṅ io mangio io. L'oggetto
pronominale viene incorporato : aiṅ abuṅ-me-tana-iṅ io lavo te io.

129. La collocazione delle parole è diretta in tutto il gruppo
fuorché nel Munda. Tuttavia anche qui in origine la collocazione
dovette essere diretta come appare dai suffissi possessivi : apu-n
padre mio, apu-m padre tuo, apu-m t-a-pe padre tuo quello di
voi = padre vostro.

Nel Kusaie si dice kas lu-k parola cosa-mia, nel Ruk a-i
kapas
cosa-mia parola. In ambedue i casi il principio è A-B,
ossia determinando-determinante, però nel primo caso kas è concepito
come parola generica che viene determinata da lu-k, nel
secondo al contrario a-i viene determinato da kapas. La differenza
non è grammaticale, ma di concetto ; cfr. le apposizioni come
re Vittorio e Vittorio re.

Quanto al genitivo preposto al regens nella sezione orientale
dell'Indonesia (83), ne esamineremo l'origine nella Morfologia.

Mundari gornke dasi talabe omāīa padrone (al) servo mercede
diede, the master gave the servant his wages,

130. I pronomi personali hanno forme per il duale e in molte
lingue anche per il triale, le quali risultano per lo più dall'unione
dei numerali ‘due’ e ‘tre’ al plurale. Secondo W. Schmidt a-pe
‘voi’ del Munda sarebbe da collegare a pe, a-pia 3 ; cfr. Nicobari
i-fe voi, o-fe essi. Le forme del Kharia sono le più chiare : am
tu ; am-bār e am-ār voi due, cfr. bar e Khasi ār 2 ; am-pe
voi, cfr. Santali pe 3. Così le caratteristiche sono m, b e p come
nei numerali 1, 2 e 3. In ultima analisi sono tutte voci di origine
dimostrativa, cfr. ancora Khasi pha tu f. : phi voi (come ka art.
femm. : plur. ki di genere comune).

Nel pronome ‘noi’ si distinguono forme esclusive ed inclusive.

Nell'espressione possessiva le lingue della Melanesia distinguono
la proprietà naturale e inalienabile dalla proprietà acquisita
e alienabile. Perciò ai nomi di parentela e delle parti del corpo
100si uniscono direttamente i pronomi ad esprimere un rapporto quasi
di medesimezza, mentre con gli altri nomi l'espressione è indiretta
unendosi i pronomi a indici di elassi ; per es. Mota qatu-k
testa-io, testa mia, invece no-k siopa cosa-mia vestito, il mio
vestito. Nelle lingue Munda l'unione diretta si ha coi nomi di
parentela : apu-ń padre-io, padre mio, apu-m padre-tu, padre tuo.
Le lingue dell'Indonesia hanno generalizzato l'uso dei possessivi
di forma diretta.

131. Le forme comuni dei numerali sono le seguenti :

tableau munda | moi | bo | bar | pe | yar | pon | manu-lēi | turu-i | ea | gul | il-aria | tham | are | tim- | gal | gol | khasi | mi | bi | wi | ši | ār | ā | lāi | loi | sāu | zia | san | thro | treu | -thloi | phrā | khyndāi | ši-pheu | m.salwen | mo | te | hle | ar | oi | puon | pön | pan | tol | laia | kul | pul | ta | pre-ta | tim | tin | kau | m.-khmer | pei | sōn | p-ram | trau | prau | thpol | grul | tam | pham | kin | čit | nicobari | heang | ka-hōk | ne-ät | lue | luge | fuan | fuat | tani | lövve | išat | oin | hävret | tawwe | kinterä | nogin | som | -tōn

Maleopolinesiaco : 1 sa, 2 dua, 3 tĕlú, 4 pat, 5 lima, 6 ĕnĕm,
7 pitu, 8 walu, 9 siwa, 10 puluh.

Sembra che i numerali 6-10 siano stati introdotti nella Melanesia
in epoca non molto antica, poiché in generale vige.il sistema
quinario (« it is pretty certain that the decimal notation in Melanesia
is comparatively recent there and introduced », Codrington
222). Ciò conferma quel che abbiamo detto intorno al carattere
arcaico di parecchie lingue melanesiane. Il sistema quinario si
trova in poche lingue dell'Indonesia.

Nel Lifu, Nengone e in lingue melanesiane della N. Guinea
si usa il sistema vigesimale e 20 è espresso da ‘un uomo’ oppure
‘un uomo completo’. Anche nel Munda il sistema originario è
vigesimale.

Nelle lingue Munda i numerali hanno molteplici forme per il
variare dei prefissi :

tableau ar | bar | mar | kar | nar | pan | man- | kan

Per l'unità abbiamo le forme semplici mo, bo e no(h), poi
dalla prima le forme composte moi, mi, ming, muei, dalla seconda
boi-, bi, dalla terza nūē, nai, nei, inoltre abbiamo wi, wei, ni-ue
101e nē-weng, kwē, ecc., tutte forme con elemento costante i.
Per 3 : oi, wi, poi la-oi, l-oi, l-uē, inoltre p-ei, p-i, Sakai n-eʼ
e n-i. Cfr. anche tham e -pham 8, kul e pul 7, ecc. — Anche
nelle lingue oceaniche più arcaiche si trovano numerali con prefissi.
Notevole il Jobi bo-toro 3 (N. Ebridi vo-tol, ve-tel accanto
a ni-tol, ni-tel) identico a bé-toro del sudanese Isala.

Nel Malese, nelle lingue della Micronesia e in alcune della
N. Guinea si ha coi numerali una classificazione degli oggetti
numerati.

Il ramo boreale (Eurasia ed America)

Le lingue dell'Eurasia

132. Le classificazioni linguistiche, o le classificazioni in generale,
se soddisfano a un bisogno della nostra mente e sono necessarie
al lavoro scientifico, non corrispondono però che in parte
alla realtà oggettiva. Tutti i gruppi primari da noi stabiliti sono
tra loro collegati, di regola secondo la distribuzione geografica,
e separazioni profonde non si possono trovare neppure tra i massimi
aggruppamene. Dal ramo australe, infatti, si passa gradatamente
al boreale da due lati, poiché da una parte il gruppo
Caucasico si connette strettamente al Camitosemitico, dall'altra
l'Indocinese continua in certo modo il Mundapolinesiaco. Perciò
nei miei lavori precedenti ho fatto seguire al Camitosemitico il
Caucasico, poi l'Indoeuropeo e Uraloaltaico, per riprendere poi la
serie col Dravidico-Australiano, che in tal modo riusciva troppo
separato dal Camitosemitico ma prossimo al Mundapolinesiaco e
Indocinese. Qui al Mundapolinesiaco potrei far seguire l'Indocinese,
poi l'Indoeuropeo e Uraloaltaico, per chiudere il cerchio
col Caucasico ; ma ritengo preferibile partire da questo per giungere
a quello e passare in ultimo alle lingue dell'America.

In ogni caso Indoeuropeo e Uraloaltaico, mentre si avvicinano
tra loro tanto da costituire un'unità di ordine superiore, si allontanano
dagli altri gruppi per molte caratteristiche importanti, fra
cui va annoverata la totale mancanza di prefissi vitali. Fra tutti
i gruppi linguistici questi due sono per molti rispetti i meno
arcaici.

H. Moeller suppone che l'Indoeuropeo sia stato più affine alle
lingue degli aborigeni della penisola italica e balcanica, dell'Arcipelago
e dell'Asia Minore, ma soggiunge che esso « ist keinem
102einzigen bis auf den heutigen Tag erhaltenen und uns näher
bekannten Sprachstamme näher verwandt als dem semitischen »
(Vergl. indog.-sem, W., XVI). Quanto alle lingue dell'Asia Minore
io ne ho trattato brevemente nei miei lavori sull'Etrusco : esse
sono indubbiamente intermedie fra il Caucasico e l'Indoeuropeo
anziché fra questo e il Semitico. Quanto alla seconda asserzione,
io non posso essere d'accordo, perche per me l'Indoeuropeo è
infinitamente più affine all'Ugrofinnico che al Semitico. In « Semitisch
und Indogermanisch » XI Moeller aveva creduto necessario
tener conto delle lingue dell'Asia Minore (in realtà del Licio e
in parte minima) perche geograficamente intermedie, mentre aveva
omesso il Finnico quale possibile « Seitenglied » dell'Indoeuropeo,
come il Bopp aveva un tempo lasciato da parte il Celtico. Da ciò
e dall'accenno alle « nostratische Sprachen » di Holger Pedersen
appare che allora il Moeller riteneva possibile una grande unità
Indoeuropeo-Uraloaltaico contrapposta al Camito-Semitico ; e in ciò
egli era nel vero.

Noi tratteremo insieme dell'Indoeuropeo e dell'Uraloaltaico
affinchè se ne vedano le concordanze di struttura assai più cospicue
delle discrepanze. Anche fra il Caucasico e l'Indocinese si notano
molte concordanze, alcune delle quali indicheremo in seguito.

Il gruppo Caucasico

133. Attorno alla catena del Caucaso abitano popoli che appartengono
al tipo più puro della razza che Blumenbach denominò
caucasica. La natura del paese, in cui si alternano alti monti e
valli profonde, favorì il frazionamento e isolamento delle genti,
onde si spiega come in territorio relativamente poco vasto sia
tanto grande il numero dei linguaggi, fatto che eccitò già la
meraviglia degli antichi. Dice Erodoto, I 203 : ἔθνεα δὲ ἀνθρώπων
πολλὰ καὶ παντοῖα ἐν ἑωυτῷ ἔχει ὁ Καύκασος
. Strabone afferma (XI, 5)
che vi si parlavano non meno di 70 lingue, e secondo Timostene
citato da Plinio (VI, 5, 12) a Dioscuriade sul Mar Nero convenivano
genti di trecento nazioni diverse, le quali rendevano necessaria
l'opera di 130 interpreti. Di una regione non molto lontana
dal Caucaso, del Ponto, fu re quel Mitridate che secondo la leggenda
sapeva parlare in ben ventidue lingue. Non lungi dal
Caucaso, pongono molti dotti la sede dei primitivi Indoeuropei,
Ugrofinni e Semiti. Infine anche oggi nelle regioni del Caucaso
si parlano lingue appartenenti a gruppi diversi dall'originario e
103indigeno (Osseto, Armeno, Turco, ecc). Si comprende quindi come
potesse nascere la leggenda della Torre di Babele.

Non poche tradizioni antiche ci riportano a quei luoghi. Ricorderemo
la spedizione di Ἰάσων al Φᾶσις (in Circasso psi acqua,
ora Rion) e alla ricerca del vello d'oro nella Colchide, la leggenda
di Prometeo, figlio di Iapeto, incatenato ad una rupe del
Caucaso, ecc.

Le aquile romane non riuscirono a valicare la grande catena.
A mezzogiorno di essa i Romani possedevano le tre provincie della
Colchide, Iberia e Albania, e conoscevano le Caucasiae Pylae
(Passo di Dariel nel centro della catena), che aprivano il varco
alle steppe della Sarmazia, e il fiume Aragus, l'odierno Aragwa.

134. La natura del suolo non basta a spiegare il numero
relativamente grande di lingue molto differenziate in un'area così
ristretta : fatto che tanto contrasta con l'ampiezza di tutti gli
altri gruppi linguistici. Noi dobbiamo ammettere con Schuchardt
e con altri che nelle regioni del Caucaso si siano concentrate
popolazioni un tempo distribuite in territori assai più estesi, e
che parte di esse siano state assorbite da altre stirpi. Infatti gli
studi più recenti tendono a dimostrare come all'originario gruppo
caucasico si connettessero più o meno direttamente le seguenti
lingue che distribuisco in tre gruppi :

I. — 1. Chaldico o Vannico (Pre-Armeno) — 2. Mitanni
3. Elamico e Cosseo o, Caspio — 4. Heteo e Arzawi.

II. — 1. Lingue indigene dell'Asia Minore (Licio, Lidio,
Cario, Misio, poi Pisidio, Isaurico, Licaonio e Cappadocio) —
2. Etrusco e Lemnio — 3. Cretese.

III. — Iberico e Basco.

Tutte queste lingue sono estinte, ad eccezione del Basco. Di
quelle del primo gruppo abbiamo documenti in caratteri cuneiformi,
dell'Heteo anche in caratteri nazionali geroglifici.

135. Delle lingue nominate la più vicina alla regione del
Caucaso è il Chaldico (così detto del nome del dio Chaldi), che
era la lingua pre-armena del regno di Biaina presso il lago di Van.
La regione era denominata Urartu dagli Assiri, che è l'Ararat
biblico, abitato dagli Ἀλαρόδιοι. Abbiamo iscrizioni che datano
dal IX al VI secolo avanti l'era volgare (820-500), decifrate
da Sayce e da altri. Quel che ne conosciamo basta per accostare
il Chaldico al Caucasico. Raffronti furono fatti da molti : Sayce,
Hommel, Kluge, Gleye, ecc. Il lavoro di Gleye pubblicato nello
Sbornik di Tiflis (in russo) nel 1905 sembra essere poco conosciuto,
ma è di gran lunga superiore a quello di Kluge pubblicato
104nel 1907. Non conosco lavori di data posteriore. Della « Histoire
documentaire de l'Arménie des âges du paganisme » (Roma, 1917)
di Sandalgian conosco solo quel che ne dice il Maliandi nella
« Nuova Rivista Storica » III, 1919; e non è cosa atta ad ispirare
fiducia. L'urartico delle iscrizioni e l'armeno classico sarebbero
dialetti dell' idioma armeno più antico. Il Maliandi poi soggiunge :
« Il merito più grande del Sandalgian è d'aver posto su basi
incrollabili il deciframento e la spiegazione delle iscrizioni urartiche :
è provato oramai che il dialetto urartico del distretto
di'Biana è d'origine aria, come il greco, il persiano, il gotico,
il latino, il lituano
ecc. ». Vero è che, secondo osserva lo stesso
Maliandi, l'opera del Sandalgian pare « giunga, come documentazione
scientifica, fino al 1899, o forse più addietro ».

Riassumo qui le concordanze più notevoli.

1. Il suffisso -ni indica l'oggetto per lo più indiretto (dativo),
per es. Menua-ni a Menua, Argišti-ni ad Argisti, Sarduri-ni a
Sarduri. Il medesimo elemento forma anche una base ampliata,
per es. Argišti-ni Menua-χi(-ni) ad Argisti di Menua figlio, ma
anche Argisti-š Menua-χini-š Argisti di Menua figlio. Cfr. Kürino
χi, Chinalug ši figlio, Rutul χǝnǝ-χ, χǝni- fanciullo ; Chürkila
nu : erg. nu-ni io, udzi : erg. udzi-i-ni fratello, Lak ha : obl.
ka-ni- mano, Kürino beš : erg. beši-ni (base per i casi obliqui)
foglia. Nel Lak e nel Thusch -n è il segno del dativo.

2. Pare che -ni sia anche un suffisso del plurale. Cfr. Chürkila,
Thusch e Georgiano -ni. Sembra poi che molti nomi propri di
famiglie e di paesi abbiano forma di plurale. Gleye confronta i
nomi chaldici in -(i)ani, -(i)uni, -(i)aini, -uani e -ini coi plurali
del Chürkila in -ani, -uni, -aeni, -oan e -ni. In Armeno nomi
geografici del tipo Pal-uni-kh (plur.) forse di origine chaldica.

3. Gli aggettivi formano il dativo plurale in -ši-ni, i sostantivi
in -ni-ni, per es. Xaldi-ni-ni alsu-ši-ni (dat. sing. alsu-ni)
ai Chaldi grandi. Cfr. Tsachur balkhana(r)-ši-n ‘dei cavalli’ da
balkhan-ar cavalli, jakbi-ši-n ‘delle scuri’ da jak-bi scuri. Nel
Thusch dativi plurali in -ši-n.

4. Nominativo o ergativo in -š(e), per es. Rusa-š Erimena-χini-š
Rusa di Erimena figlio. Gleye considera questa come forma
di ergativo, che sarebbe affine a -še dei dativi come Xaldi-ni
alsui-še
a Chaldi grande. I suoi raffronti non reggono. In Etr.
II 5 io confrontai già Menua-š ali ‘Menua dice’, Menua-š alie
‘Menua disse’ col Thusch. dada-s ali ‘il padre (erg.) disse’.

5. La medesima funzione oggettiva di -ni sembra avere -e,
per es. Xaldi-e euri-e a Chaldi signore, Argišti-e ad Argisti,
105ini pili-e questo canale (costrusse). Gleye confronta -e, -i desinenza
dell'ergativo in lingue del gruppo Kürino. Si confronti
piuttosto Avaro dat. -e.

6. Locativo -di, per esempio Biaina-di in Biaina, χutia-di
Xaldi-e-di
per ordine di Chaldi. Cfr. Agul baγ-di im Garten, Tab.
šaγür-di in der Stadt, Rutul seχer-de in die (der) Stadt.

7. Nomi di luogo in -na, per es. Xaldi-na paese di Chaldi.
Gleye considera questa come una forma di genitivo e confronta
il Tsachuro balkhan dekhk-ina il cavallo del padre. Abbiamo
però nomi di luogo in -ny nell'Abchazo : Aaphṣ-ny Abchazia,
Zuχu-ny Circassia, Agyr-ny Mingrelia.

Forme verbali in -u-ni per il tempo passato e in -u-bi id.
o secondo alcuni per il presente :

tableau ter-u-ni | zad-u-ni | ag-u-ni | ter-u-bi | zad-u-bi | ag-u-bi

Con ag-u-ni ‘fece’ cfr. Agul aq-u-ni id., γuš-u-naj kaufte
(Kürino piucch. -nai) = dial. γuš-u-ne. Cfr. inoltre Etrusco
mul-u-ne, ecc., Etr. II 10.

Le forme in -u-bi (anche -a-bi, per es. ušt-a-bi e pun-a-bi)
concordano con le seguenti caucasiche : Abchazo pres. -u-p, Lazo
pres.-fut. -u-ph(i), Tab. -u-b, poi con altre vocali Georg. -e-b(i),
Kara-Kajtach -i-b. Esempi : Abchazo sy-qo-up io sono, u-qo-up
tu sei ; Lazo e-p-č'oph-uph io compero, e-č'oph-uph tu comperi,
e-č'oph-uphi-s egli comprerà.

9. Pronome ie-š io : Tab. ja-s mihi (ma cfr. anche Assiro
ja-ši io, me) — manu = Udo mano chi, il quale — me-ši-ni
‘loro’ (gen. e dat.) : cfr. Udo me.

Il nome del dio Xal-di significherebbe ‘οὐρανίων’, cfr. Tsach.
χal ‘cielo’ e per il suffisso gli aggettivi del Kürino come khisen-di
buono. Cfr. anche il nome dei Χαλδαίοι della Propontide, vicino
alla Colchide. Nel Lak χ'aldi-l ‘stolz, prächtig’.

Il Chaldico, dunque, concorderebbe particolarmente col gruppo
Kürino.

136. Nel 1888 alcuni beduini trovarono a Tell el-Amarna in
Egitto un vero archivio di tavolette d'argilla contenente lettere
di re babilonesi, assiri e ciprioti e di principi palestinesi e siriaci
inviate ai re egizi Nimmuria o Amenhotep III e Naphururia o
Amenhotep IV. Esse sono scritte nella lingua diplomatica del
tempo, che era l'assiro-babilonese. Però due tavolette contengono
lettere redatte nella lingua di Arzawa e una è scritta in Mitanni,
lingua di un popolo che verso il 1400 av. Cr. abitava nella
106Mesopotamia settentrionale. Il documento consiste in una tavola
lunga circa un metro, scritta da ambo le facce su due colonne,
di cui ciascuna contiene più di 100 linee. È una lettera di Dushratta,
re di Mitanni, al faraone d'Egitto Amenofl III (1419-1383
av. Cr.), che ne aveva sposata la figlia Taduhipa. Le prime sette
linee sono in assiro.

Il deciframento fu iniziato da Brünnow, Sayce e Jensen, ai
quali seguirono Messerschmidt (1899) e Bork (1909). Ignoro se
posteriormente gli studi siano stati proseguiti. Io seguo, in parte
Messerschmidt, che fornì anche a Gleye la materia per i suoi
raffronti caucasici (Sbornik, 1907), e in parte Bork. Quanto il
Chaldico è semplice, altrettanto è complicato il Mitanni.

1. Nom. e acc. -n, per es. Gilia-š : Gilia-n. Col primo
Gleye confronta il Circasso mo-š egli accanto a mo-r. Ma v.
Chaldico nom. , ogg. -ni. Trovasi anche un dativo o allativo
in -ta, per es. Mane-ta (nom. Mane-š o Mane-l-, acc. Mane-n).
Il -pi del genitivo, che Gleye confrontò col Kabardino mo-by e
a-by genitivo e dativo rispettivamente di mo-r e ha-r egli, viene
letto -we dal Bork, che lo considera piuttosto come un locativo.

2. Bork dà un paradimma verbale da cui traggo le seguenti
forme fondamentali : pres. tana, pret. tan-oša, aor. tana-šta;
iterativo pres. tan-ol(l)a, pret. tan-ol-oša, aor. tan-olo-šta-, intensivo
pres. tan-ikka, pret. tan-oš-ikka. Inoltre : condizionale tanilla,
incoativo tan-eta e perfettivo tan-etta (aor. tana-št-etta),
desiderativo tan-ewa (aor. tana-št-ewa) e potenziale tan-ja pret.
tan-oš-ja. Infine forme composte :

tableau iter | tan-olla | tan-oll-etta | tan-oll-ewa | cond. | tan-illa | tan-ill-etta | tan-ill-ewa

Accanto a queste forme in -a di terza persona vi sono forme
nominali in -i (talv. -e) oppure -iš : pres. tan-i o tan-iš, pret.
tan-oš-i(š), aor. tana-št-i, ecc.

Veniamo ai raffronti. Alle forme tana-št-, pete-št-, kočo-št-,
puklu-št- con armonia vocalica, che esprimono anche il
futuro, corrispondono le forme come Abadzech s-ghešxe-št ich
werde füttern, Abchazo fut. s-qalà-št diventerò, Tsach. zi ikhe-sta
sarò, qajsana-sta dormirò, pure con armonia vocalica.

Il tema iterativo tan-ol- e tan-oll- può essere confrontato con
gl'imperativi iterativi del Lak come u-lu-wa accanto a u-wa fa !,
na-lu-su accanto a na-su va ! Però con tan-ola o tan-ula coincide
esattamente nel suffisso l'Avaro χ̇am-ula (presente indefinito di
χ̇am-ize cacciare).107

Il condizionale tan-illa ha riscontro nelle tre forme del Chürkila
-li per condizione reale, -lilli per condizione possibile, -lilla
per condizione data come possibile.

Pres. tana-u io do, tan-o tu dai, tana egli dà, pret. tan-oša-u
io diedi, tan-oš-o tu desti, tan-oša egli diede. Cfr. Lak uja-u
io fui, tu fosti, uja egli fu, ussaja-u, ussaja id. da u essere.

Altre comparazioni si potrebbero fare, se il significato delle
forme mitanniche fosse meno incerto. Così come sono, esse ricordano
non di rado anche forme di linguaggi remoti, forse per il
carattere arcaico del Mitanni. Gl'iterativi in -ol- e -olol- coincidono
con gl'intensivi in -ol- e -olol- del Bantu. Esteriormente
tana-šta e tana-štetta coincidono con raka-sta- e raka-stetta- del
Finnico. Con tan-eta cfr. dal-et'a- del Santali, con tan-i e tan-iš
cfr. abung-tan-i ‘lavatore’ del Mundari e get'-itš' tagliante -del
Santali.

3. Pronomi : šu-š io, šu-e-ne me, -i id., -u io (col verbo),
cfr. Cec. suo, Thusch so, Kürino zu-n, Georg, w- io ; we-š tu,
-o id., anni, -nni te, cfr. Circasso vuo, , u- tu ; sing. -n, -še
lui, lei, plur. -šena eos, ea, cfr. Georg, i-sini quelli = Irob-Saho
í-ssīn essi.

4. Il numerale šini, se vale ‘due’ (secondo Bork varrebbe
‘tre’ o ‘sette’), concorda esattamente con Ceceno šini- due.

5. Vocaboli : atta, attai- padre = Circasso 'ate id. — šala
figlia, cfr. Kjach č̣ale figlio — šeni o šena- fratello, cfr. Circasso
ššy id. — ašti moglie (ma Bork legge ruti-), cfr. Ceceno stiē
donna, moglie — χaš- udire : Ceceno χaz-, Thusch χac̣-, Gek
i-χadz, Buduch i-χadž udire — tan- dare : Circasso tan- id.

137. La lingua dell'Elam (capitale Susa) ebbe lunga durata.
I testi cuneiformi in antico Elamico sono del 1200-1100 av. Cr.
In nuovo Elamico abbiamo parecchie iscrizioni, tra cui quelle
importanti di Mal-Amir (900-700 av. Cr.). Le iscrizioni dei re
Achemenidi sono generalmente trilingui, in a. Persiano, Elamico
e Assiro. Le più lunghe sono quelle di Dario I e di Serse. Alla
medesima età appartengono parecchie scritture di affari. Infine
sappiamo che l'Elamico perdurava ancora verso il 1000 dopo Cr.
col nome di Chōzī, cfr. Chuzi-stan.

Questo nome ricorda quello dei Cossei, Κοσσαῖοι, i Kassi dei
Babilonesi. Questi abitavano nelle aspre valli del monte Zagros,
fra Babilonia e la Media, ed erano bellicosi e rapaci. La loro
lingua, per quanto si può giudicare da quel poco che ne sappiamo,
era strettamente affine all'Elamico, ed era in uso nelle regioni
settentrionali fino al Caspio (Cas-p- dal plurale del nome stesso
108dei Cassi). I Cossei regnarono in Babilonia dal XVII al XII secolo
av. Cristo.

Della posizione linguistica dell'Elamico mi sono occupato in
un lavoro pubblicato nel 1913, Questa lingua è interessantissima,
perche, mentre da una parte si collega al Caucasico, d'altra parte
forma l'anello di congiunzione fra il Nilotico e il Brahui, come
vedremo in altro capitolo.

138. Alle lingue del Caucaso e alle affini a queste (Chaldico,
Elamico, Heteo) fu collegato da alcuni anche il misterioso Sumerico.
Come è noto, dal 1874 in poi J, Halévy negò tenacemente
l'esistenza del popolo sumerico nella Babilonia e considerò parole
e testi sumerici come « allografle » dell'assiro-babilonese semitico ;
ma la maggior parte dei dotti continuò altrettanto tenacemente
a sostenere l'esistenza del popolo sumerico e della sua
lingua. Oggi la questione sumerica sembra essere definitivamente
risolta nel senso che in tempi assai antichi nel corso inferiore
dell'Enfrate e del Tigri, anteriormente ai Semiti, abitava una
popolazione « sumerica » alla quale, fra altro, spetterebbe il merito
di avere inventato la scrittura che poi divenne cuneiforme.

Dal 1877 in poi. F. Hommel ha sostenuto la parentela del
Sumerico con l'Uraloaltaico, in particolare col Turco, e nel 1915
pubblicò (in autografia) « Zwei hundert sumero-türkische Wortvergleichungen »
con due appendici. Molte delle sue comparazioni
meriterebbero di essere prese in serio esame, ciò che io qui non
posso fare. In complesso, anche dopo uno studio accurato della
« Sumerian Grammar » (1911) di Langdon, io non posso che
ripetere il giudizio che diedi in Pron. 113 : « Se la struttura del
Sumerico è quale viene descritta nelle opere a me accessibili,
io non conosco idioma più irrazionale di questo ».

Con questa riserva io procedo ad alcuni raffronti, ma in
direzione diversa da quella scelta da Hommel.

1. Della fonologia è meglio non discorrere, tanto sono inauditi
i trapassi fonetici che vengono ammessi, per es. k(i)engin > šumer.

2. I nomi possono essere formati per mezzo di prefissi e suffissi.
Con u-kur cibo cfr, Lak d-u-kra, b-u-kra, Kubaci u-kalla,
Arci b-u-kel, Udo o̥-χḁl, ma anche Arabo u-kl e perfino Austr.
u-kal id., Less. 121. Con an-dul(lu) shadow da dul to cover cfr,
Begia an-dala, Maba an-džülú-k ombra, Berb. ta-dula copertura,
Less. 293 seg,

3. Un processo arcaico per indicare il plurale (se non è semplicemente
grafico) consiste nel ripetere il nome : mada mada
lands. I plurali in -e-ne, -ne hanno riscontro in moltissime lingue,
109per es. Tem -e-ne, Berbero -e-n, Caucasico -ni. Meno diffusi sono
i plurali in -me, cfr. per es. Dargua -mi, -me. Il suffisso composto
-me-š ricorda -mu-š del Ceceno.

Quanto al genere, la lingua distingue in molti casi persone
e cose per mezzo di forme speciali.

Lo status rectus termina in -i -e opp. -u, lo status obliquus
termina in -a. Nel Caucasico -a è terminazione del dativo e
strumentale-ergativo ed è in pari tempo la base per i casi obliqui.

Vi sono quattro posposizioni, -r-a e -d-a con nomi di persona,
-t-a e -š-u con nomi di cosa. Se così è, devono contenere dei
segni, del genere o delle classi come, per es., -r-a strum. del
Kürino.

Il genitivo ha -ge per il rectus e -ha per l'obliquus, per es.
dam lugala-ge wife of the king, dug ningirsu-ka by the command
of N., šangu ningirsu-ka-ge priest of the lord of Girsu (sarebbe
un « genitivo del genitivo »). La particella -ge indica spesso il
soggetto : patesi-ge (ergativo ?).

4. Nei pronomi personali si distinguono forme indipendenti
e suffissi possessivi, come lugal-mu re mio. Il pronome di terza
o dimostrativo distingue persone e cose.

tableau mae | mea | mē | io | zae | zī | sī | tu | ni | ne | egli | ella | bī | bē | esso | -mu | mio | -zu | tuo | -ni | -ne | -bi | suo | obl. | mā | -ma | zā | -za | -nā | -na | bā | bia | -ba

Cfr. Georg, me, Suano mi, Mingr, e Lazo ma io (m-a prob.
in origine dativo), e con -mu mio particolarmente il Georg, -mo
in sa-če-mo appartenente a me, mio — Stiano, Mingr. e Lazo
si tu, e con ze-n(e) voi, -zu-ne vostro cfr. particolarmente Arci
žwe-n voi, Lak zu-n ecc.

Le forme come Gudea-a-r this Gudea, dumu Enlilla-r-a son
of Enlil is he (anche -ri) hanno riscontro nel Caucasico e Basco.

In a-bā chi ? e a-nā che ? abbiamo un riferimento a persone
e a cose opposto a quello di e .

5. I numerali sono : 1 , 2 min, man, 3 eššu, ešše, 4 lammu,
limmu, 5 i̯a, 10 u. Con cfr. Sem. ʻaš-t-, Chwarsci hās, Suano
eš-χu, Brahui asī. Il 2 resta isolato (Sonshe manhi ?). Il 3 si
avvicina al Circasso šši, še, ma anche al Turco üč. Il 4 concorderebbe
bene col Cuscitico lamma, limi- 2 : Con i̯a 5 e a mano
cfr. Circasso a, ea mano.

6. Le forme verbali sono oscure e molto complicato sembra
essere il sistema dei prefissi. Se questi, come afferma Hommel,
110sono pronomi oggettivi, l'accordo col Caucasico è evidente, per
esempio (ni)na-ni-tu (esso) glie-lo introdusse. Con m-a- accanto
a m-i-, m-e- cfr. Georg, m-a- accanto a m-i-, m-e-. Ma sembra
che, in parte almeno, si tratti di preposizioni (praeverbia), le
quali secondo Thureau-Dangin indicherebbero anche la direzione,
per esempio e- hin : m-u- her ; cfr. in tal caso Georg, m-i- hin :
m-o- her. Il complesso mu-na-ni-gub varrebbe ‘egli per-lei lo
ha-posto’. Dunque : non liquet.

Gli elementi ma- e ba- formerebbero il passivo, -ba anche
il medio.

Vi sono molti verbi composti con nomi di parti del corpo,
come igi-gar occhio usare = vedere, igi-tuγ occhio aprire =
vedere, šu-tuγ mano aprire = afferrare, galu-tu-ra igi-im-ma-an-sĭg
‘all'uomo-infermo l'occhio-egli-a lui-lo-gettò’ = egli
osservò il malato. Questo strano processo avrebbe riscontro in
lingue dei Papua e dei Pelli Rosse ! Per il verbo me ‘essere’
v. Less. 413 seg.

La forma in -a dell' imperativo (per es. ginna dumu-mu va,
figlio mio) corrisponderebbe agi' imperativi caucasici in -a, come
Thusch eca prendi, Udo ba fa. Forme simili nel Brahui, Indocinese,
ecc. Lo stesso dicasi delle forme esortative in -u, come
tug-u repose. Anche per -e -i del presente e futuro vi sono corrispondenze
caucasiche.

Il plurale ha la terminazione -e-ne, -ne nel presente e futuro,
-e-š nel passato. La terza persona plurale del Georgiano ha -e-n
nel presente, -e-s nell'aoristo, Lazo -e-ne e -e-s. Questa concordanza
è senza dubbio notevolissima. Sum. in-sar-e-ne essi scrivono :
in-sar-e-š essi scrissero = Georg. c̣er-e-n essi scrivono :
c̣er-e-s essi scrissero.

7. Negazione na μή, n-u οὐ, Georgiano n-u μή. La posposizione
da ‘con’ vale pure ‘e’, cfr. Georg, da ‘e’. II -ge ‘e’
corrisponderebbe ad Abchazo e Avaro -gi.

8. Alle comparazioni lessicali accennate precedentemente ne
aggiungo alcune altre. — S. er, piangere : Copto li-mi, er-mi,
Georgiano ti-ri- ecc., Less. 284 — gir road : Nuba gīr via,
strada, ecc., Less. 152 — lag, laγ andare : Less. 458 — lag,
laγ, luγ be clean, wash : Dinka lak perf. lōk lavare, ecc., Less.
62 — mir band, girdle : Eg. mr, Copto mēr, Less. 428 — mul
stella : Mingrelio e Lazo muri-cχi stella, Gogo i-muli éclair =
Tauata i-múli stella, ecc., Less. 431 — muš serpente : Somali
mas, Hausa mēsa, ecc. — sag testa : Ufiomi sága, Circasso šχa
id. — sal donna : Georg, tsoli, Pedi e Rolong mo-sali, Less. 115.111

Con Sum. nagir ‘condottiero’ Munkácsi KSz. V. 348 confronta
il Vogulo nājẹr, näjär ‘principe’. La radice nell'Indoeuropeo
è rappresentata da Sanscr. náya-tl ‘leiten, führen’ e nel
Semitico da naḥaya id. (v. Moeller Vergi, indog.-sem. W. 169).
Munkácsi, al solito, pensa che näjär sia preso a prestito, ma
questo è näjä-r formato come il Magiaro vezē-r ‘duce’ e perciò
anche il Sum. nagir dovrà essere nagi-r (non già na-gir). Cfr.
del resto anche il Mong. noja-n principe.

Alle altre comparazioni di Munkácsi, come alle migliori di
Hommel, sarei in grado di contrapporre moltissime concordanze
in varia direzione. Se il Sum. a-garin ‘Mutterleib’ concorda col
Turco karïn, non bisogna però dimenticare l'Assiro kirimmu
‘Leib, Mutterleib’ = Prussiano kērme-n- ‘Leib’, ecc., Moeller
W. 139 seg. Per kaš, kisi urina cfr. Uiguro kasa-n, ma anche
Bagrima ma-kidži, Sara kadže, Tubu koso, Somali kadž-, ecc.,
U. 159 seg. Con giš ‘Mann’ cfr. non solo Uiguro kisi ‘Mensch’
ma anche Basco giz-on ecc. Con suγur barba più che il Turco
sakal id. concorda il Bilin šugúr capelli, Less. 23. Con a-gam
‘Sumpf, Teich’ (Assiro agammu id., Ebr. àgam Sumpf, aggēm-ōn
Schilf, Arabo agam palus, arundinetum) si può confrontare il
Turco kamï-š Schilfrohr, ma non bisogna dimenticare il Copto
kam giunco. Sum. šar quantità, massa, esercito, σαρος (36000) :
Turco čäri-g esercito, ma anche Sanscrito š'ar-dha- m. schiera,
a. Slavo črē-dā gregge, herde, a. Tedesco s-kara schiera, hari
esercito, poi prob. Berbero čar, šar être plein, remplir. Sum. gur
o kur schiavo : Turco kul servo, ma anche Georg, sa-χure id.

Una concordanza molto notevole è la seguente : Sum. irsim
geruch, wolgeruch, duft = Basco urrin per *ursin o *ursim duft,
usain id.

Il titolo pate-si o pati-si ricorda il Mingrelio pati-ni signore
e l'Indoeuropeo poti-s id. Quanto a dingir dio v. Less. 269.

In conclusione, io credo di poter affermare che il Sumerico
concorda col Caucasico più che con qualsiasi altro gruppo linguistico.

139. Oltre alla tavoletta in lingua di Mitanni, ne furono trovate
ad El-Amarna, come abbiamo detto, altre due scritte in
lingua del paese di Arzawa (Cilicia ?). Una di esse consta di 38
linee, di cui le prime due in assiro (« Così Nimutria, il grande
re, re d'Egitto, a Tarchundaraba, re di Arzawa, parla »), l'altra
consta di 25 linee. Anche questi testi furono studiati da molti
dotti : Winckler, Sayce, Boissier, Jensen, Knudtzon. Quest'ultimo
credette di aver scoperto nell'Arzawi una lingua indoeuropea (Die
112zwei Arzawa-Briefe, die ältesten Urkunden in indog. Sprache,
1902), trovando assentimento in Bugge e Torp, ma opposizione
in altri. Intanto però nel 1907 Hugo Winckler scopriva a Boghazköi,
nel sito dell'antica Pteria, capitale del regno dei Chatti,
molte tavolette del tempo di Amarna in scrittura cuneiforme e
in lingua del paese (probabilmente identica a quella delle iscrizioni
geroglifiche hetee), e riconosceva la stretta affinità di tale
lingua con quella di Arzawa, affinità che poi si dimostrò essere
identità. Nel 1916 l'assiriologo viennese Hrozny annunziò di avere
stabilito l'origine indoeuropea della lingua degli Hetiti. La cosa
suscitò grande impressione e ne parlarono anche i giornali. Secondo
Hrozny si tratterebbe di una lingua indoeuropea con elementi
caucasici, secondo Weidner l'Heteo sarebbe caucasico con elementi
indoeuropei. Se il deciframento di Hrozny è esatto, la lingua per
la sua struttura risulta essere evidentemente indoeuropea. A ogni
modo poi i raffronti (scarsissimi) che Weidner tenta col Caucasico
sono assolutamente privi di valore.

Io mi limito a poche osservazioni. I genitivi in -l e -r sono
fondamentalmente identici. Nell'Avaro coesistono le due forme :
di-r e di-l ‘di me’. Perciò con Heteo an-ze-l ‘di noi’ cfr. Lak
nu-ši-l-a id., Avaro ne-žć-r di noi, ne-že-r-a- il di noi, nostro,
a. Ted. un-sē-r di noi, Gotico un-sa-r-a- il di noi, nostro, ma
anche Teda ín-te-ri e án te-r-a nostro. I nomi gentilizi o etnici
in -li, -i-li, come Ališa-l o Ališa-i-l, Chatti-li-š, hanno riscontro in
varie lingue dell'Asia Minore (cfr. Muršī-li-š col Lidio Μυρσι-λο-ς),
ma anche nel Georgiano : Gori-e-li abitante di Gori, Tphil-e-li id.
di Tiflis, Etr. II 8.

Le desinenze delle note forme Mitra-ššil e Aruna-ššil (Mitra
e Varuna) furono confrontate con -a-śśäḷ suffisso del concitativo
nel Tochario. Hrozny aggiunge con ragione il comitativo in -ššal
del Lak, per es. vi-ššal con te. Il suffisso è composto e ha per
base l'ablativo in -šša. Per -l cfr. Chürkila strum. -li, Abchazo
-l-a id., poi ilé ‘con’ del Turco (strumentale-comitativo, per es.
sen-ilé o seniṅ-ile con te).

Interessanti sono le forme verbali come dā-i egli da, dā-u
egli dia ! I nomina actionis o infiniti in -w-ar hanno riscontro
in forme come Greco εἶδαρ ‘il mangiare, il cibo’, da *ed-w-ar,
ma anche nei nomina actionis o infiniti in -ar del Ceceno e del
Thusch.

Heteo periwa- primo : Lituano pirve-li-, ma anche Georgiano
pirve-li o pirwe-li primo — Heteo χante-zzi- primo, anteriore :
Latino ante ecc., ma anche Egizio χnt Copto šant naso, Eg. χnt
113davanti, χntj anteriore, primo, Less. 312 — Heteo χaluki ambasceria,
χaluga-talla- ambasciatore : Arabo alūk messaggio, messaggero,
Giapponese aruki per *aluki andare, messaggero, ecc.,
Less. 458.

140. Recentemente (1920) Hrozny si è studiato di distinguere
i vari strati etnici dell'antico paese di Chatti. A dominatori indoeuropei
apparteneva l'Heteo, e v'era poi una popolazione affine
(Lûja) che parlava un Heteo corrotto ; ma i veri autoctoni, i
Chatti, non erano indoeuropei, bensì « kleinasiatisch ». Il paese
di Lûja sembra corrispondere ad Arzava, che viene identificato
con la Cilicia.

Così dunque avremmo documenti antichi di lingue indigene
dell'Asia Minore. Queste erano probabilmente tutte affini tra loro,
come tentò di dimostrare Kretschmer. Della maggior parte di esse
abbiamo glosse e numerosi nomi propri in iscrizioni greche, però
del Licio, Lidio e Cario abbiamo anche iscrizioni nazionali. Alla
Licia appartengono i documenti più abbondanti, fra cui alcune
iscrizioni bilingui (licio e greco) e la lunga iscrizione del monumento
di Xantho. L'interpretazioue è abbastanza progredita per
merito di Torp, Thomsen, Pedersen, Imbert e di altri. Quanto
alla posizione linguistica, sembra che il Licio e le altre lingue
dell'Asia Minore siano intermedie tra l'Indoeuropeo e il Caucasico.

La stessa cosa può dirsi dell'Etrusco, la lingua dei Tusci o
Rasena, che la tradizione classica fa appunto provenienti dall'Asia
Minore (Lidia). Abbiamo, oltre ad alcune parole tramandate dai
Greci e dai Romani, circa 8000 iscrizioni, per la maggior parte
sepolcrali e brevi, contenenti poco più che nomi propri. Tra le
più lunghe è l'iscrizione del cippo di Perugia e quella di Capua.
Abbiamo però anche il lungo testo detto della Mummia, scritto
sui lini che fasciavano una mummia proveniente dall'Egitto e
conservata nel Museo di Agram. Le più antiche iscrizioni appartengono
al VI o forse al VII secolo av. Cristo. Infine nell'isola
di Lemno fu trovata un'iscrizione in un idioma che sembra essere
un dialetto dell'Etrusco.

Il deciframento dell'Etrusco, cominciato da molto tempo, ha
proceduto lentamente. Conosciamo il significato di poche parole,
epperò riesce difficile interpretare testi alquanto lunghi, ma in
compenso conosciamo abbastanza bene la struttura grammaticale,
il che permette una classificazione soddisfacente. Nei miei lavori
sull'Etrusco ne ho esaminato a fondo la parentela, e la conclusione
è che questa lingua, al pari di quelle dell'Asia Minore, è
intermedia tra l'Indoeuropeo e il Caucasico. Essa concorda 1. tanto
114con l'uno quanto con l'altro nei genitivi in -s, locativi in -e,
-θi, -ni, preteriti in -ce ; 2. più con l'Indoeuropeo nei femminili
in -a, -i, -ia, nominativi in -s, suffissi personali del verbo, imperativi
in ; 3. più col Caucasico nei plurali in -r, -ar, genitivi
in -l, -al, « genitivi di genitivi », presente -a : preterito -e, numerali.
Il nome nazionale Rasena significò probabilmente ‘uomini,
viri’, cfr. da una parte il Greco ἄρσενα n. pl. maschi (Avestico
aršan- vir, virilis, ecc), dall'altra il Lak las vir per *ras, gen.
las-na-l = Etrusco gen. ras-na-l, cfr. ars figlio, gen. ars-na-l.
Con Arnth, Arunte cfr. il Lak arant- uomo, Ὀρόντης. Infine il
nome Tarquinio ha esatti e numerosi riscontri nell'Asia Minore,
come in generale l'onomastica etrusca.

Secondo Bugge, affine all'Etrusco fu anche il Cretese o Eteocretese,
di cui abbiamo tre iscrizioni trovate presso l'antico tempio
di Praisos.

141. Nel 1909 io scriveva : « in considerazione della provenienza degli
Etruschi dalla Lidia, attestata dalla tradizione antica,
sarebbe interessante esaminare fin d'ora la parentela del Lidio »
(Etr. I 56) ; ma per raffronti io potevo allora fondarmi quasi
soltanto su poche glosse. Così confrontai μωύς terra con Kubaci
e Varkun musa id., τεγοῦν Λυδοὶ τὸν λῃστήν col Circasso tuggu
ladro.

Nel 1910 furono iniziati dagli americani degli scavi in Sardi,
e a poco a poco vennero alla luce molte iscrizioni lidie ampie
e ben conservate, fra cui una bilingue lidio-aramaica scoperta nel
1912. Nel 1916 apparve finalmente la prima parte delle « Lydian
Inscriptions » (Sardis, voi. VI) per opera di Enno Littmann, con
una scelta di 13 fra i 34 numeri che compongono il materiale
epigrafico lidio di Sardi. Le iscrizioni sembrano appartenere per
la maggior parte al IV secolo avanti l'era volgare.

Circa la parentela del Lidio con l'Etrusco Littmann si espresse
in questo modo : « It seems to me that the relationship between
Etruscan and Lydian cannot be denied », Danielsson, Zu den
lydischen Inschriften (Uppsala, 1917), si mostra meno reciso e
pur tuttavia considera come verosimile la parentela. Per me le
recenti scoperte non fanno che confermare una persuasione formatasi
da lungo tempo. Riassumo qui i punti principali.

1. Manca, almeno nella scrittura, il p, e sembra essere incerta
la distinzione fra tenui e medie. Danielsson suppone h da p in
haλmλu- re = πάλμυ-ς e in hldãn-ś Apollo (per la terminazione
io confronto Etr. śeθlan-s Efesto) e in hi pron. rel. Manca r- come
nel Basco, Heteo ecc.115

2. Si distingue nel singolare un caso retto in (-s) o -d e
un caso obliquo in , per es. vãna-ś obl. vãna-λ tomba, mru-d
obl. mru-λ stela. Questi segni mancano quando segue la congiunzione
copulativa -k, per es. artimu-ś Artemide : artimu-k e
Artemide. La forma in ha valore di locativo, di caso oggettivo
e anche di genitivo ; ma per il genitivo (e dativo) vi è anche
una forma in -l, per es. alu-ś mretlisu-l A. (figlio) di M. Cfr.
gli aggettivi di appartenenza in -li. Quale differenza vi fosse fra
artimu-λ e artimu-l non appare ; però anche per il caso retto
abbiamo la duplicità e -s (di regola -is, raramente -iś), duplicità
che ricorda quella dell'Etrusco e -s.

I suffissi -s e -d esprimono nello stesso tempo il caso e il
genere (animato : inanimato), come nell'Indoeuropeo, per es. Lat.
qui-s, qui-d. Con -s concorda -s del nominativo etrusco, per es.
avle tarχna-s Aulus Tarquinius. Le differenze dell'uso, sulle quali
insiste Danielsson, si comprendono facilmente : nell'Etrusco la
categoria del nominativo è un residuo che tende a scomparire
(cfr. in francese Charle-s, in spagnuolo Carlo-s), ma anche nel
Lidio artimu-k ‘e Artemide’ manca -s e non è punto verosimile
che sia scomparso previa assimilazione. Cfr. poi Heteo e Arzawi
, Mitanni , Caucasico -s (ergativo). L'elemento -d ha riscontro
nell'Indoeuropeo e Caucasico.

Per il caso obliquo, oltre a -l o , vi è un suffisso caratterizzato
da una sibilante non bene determinata () e il composto
-λś (in artakśassa-λś di Artaserse, mitridasta-λś di Mitridasta).
Cfr. i genitivi etruschi in -l, -s o e in -ls o -lś.

3. Il plurale termina, come pare, in -k, per es. lahrisa-k.
Il caso obliquo termina invece in -ać o , per es. esća-ć lahrisa-ć
‘(to) these funerary couches’. Cfr. il Basco -a-k, obl. -e-ta-,
nelle forme verbali anche -tzi ecc., poi il Circasso -χe ecc.

4. Gli aggettivi di appartenenza hanno un suffisso -li derivato
da -l del genitivo o comunque affine ad esso. Notevolissima è
la concordanza di tipo indoeuropeo-caucasico :

e-ś vãna-ś mane-li-s alu-li-s questa tomba (è) di M. (figlio) di A.
aka-d mane-li-d kumli-li-d proprietà di M. (figlio) di K.

Cfr. Μυρσίλος = (Κανδαύλης) ὁ Μύρσου, Erod. I, 7. Per le
comparazioni rimando ai miei lavori sull'Etrusco.

Vi sono anche aggettivi di appartenenza che hanno un suffisso
-si parallelo a -li, per es. ibśim-si-s Efesio. Per questi v. Etr. II 8.

5. Pronomi : bi-s egli, obl. b-λ e bu-λ, encl. -m-λ (cfr. la forma
piena ẽm-λ), agg. bi-li- suo, Licio e-be questo, Heteo a-p-, gen.
116a-pē-l, a-pī-l suo; cfr. Basco be- egli, be-re suo, Abchazo a-b-ri
questo : u-b-ri quello, poi Kafa bi egli, ecc., inoltre Etrusco mi,
Caucasico me, imi, ecc. — eś-ś per *es-ś questo, n. es-t ; cfr.
Georg, ese questo, quello, Thusch is questo, Avaro es quello, poi
Umbro es-te, ecc. — hi-s rel. e indef., his-k quisque, n. hi-d,
prob. ku-d e knd-kit ; cfr. Etrusco i-, Arm. i che ?, poi Lat. qui-s,
qui-d ecc.

6. Le forme verbali sono ancora in gran parte oscure. La
terza persona singolare termina in -d, per es. (f)ẽnsλibi-d egli
distrugge, varbto-ki-d (cfr. varbto-d) egli vendichi, katsarlo-ki-d
egli punisca. La terza persona plurale termina in -nt, per es.
vqbahẽ-nt essi disperdano.

7. Particelle : -k, Licio M. -ke ‘e’ = Etr. -c, -ce, ma anche
Abchazo e Avaro -gi, Lak -gu, Indoeur. -kue, Quara -kŭā, ecc.
ni- negazione, ni-k neque, nik … nik neque … neque.

Il nome di Sardi ha per base śfar-, nom. *śfar-d obl. śfar-λ.
Da śfar- deriva un tema śfar-va-, donde śfar-va-d (cfr. mruvaa-d
accanto a mru-d), e *śfari Ξυάρι-ς nome di Sardi presso
Xantho, cioè šuari. Da *śfar-d deriva un aggettivo *śfar-di
Σάρ-δι-ς
, inoltre śfard-ak (cfr. Etr. rum-aχ ecc., e anche il tracio
Spartaco), poi śfardẽnñ, śfardẽ- ; a. Pers. sparda, Aram. sprd
o sfrd, Ebr. sĕpārad o sĕfāraδ. L' etimologia è ignota (G. Meyer
IF., I, 329 non persuade), ma la somiglianza con Georg, šawardeni
o šavardeni Thusch šawarda ‘falco’ (Less. 138) è certamente
considerevole. Con la desinenza del gentilizio śfardẽnñ Hrozny
confronta quella del gentilizio Heteo Kātapum-(e)nēš ‘abitanti
della città di Katapum’.

Fra le concordanze lessicali la più notevole è quella di aka-d
‘proprietà’ con Etr. ac-i-l ‘proprio’, aca-s-ce ‘fece proprio’,
Cretese ag-se-t ‘dedicò’ (Bugge), ma anche Assiro aḳlu ‘possessore’
ecc., Etr. II 13* Con bira- ‘casa’ cfr. Heteo bir o pir id.,
ma anche Eg. p(e)r casa.

142. Che il Basco sia la continuazione dell'antico Iberico è
già a priori verosimile, e l'esame dei nomi propri lo confermò
fino dai tempi di Humboldt. I dubbi e le denegazioni non hanno
fondamento e la parentela del Basco col Ligure, affermata da
Schulten, è possibile soltanto a patto che il Ligure non sia un
idioma indoeuropeo. H. Schuchardt, fondandosi sulle leggende delle
monete, ha potuto ricostruire la declinazione iberica, la quale
concorda con la declinazione basca : Sing. gen. -n, -m, dat. -i,
-e, strum. -s, -s, erg. -k ; Plur. nom. *-ke, gen. -ke-n, dat. -ke-i,
-ke-ai, strum. -ki-š (Die iberische Deklination, 1907, pag. 62).117

Il primo libro basco fu pubblicato nel 1545, ma noi siamo
in grado di scemare in certo modo il lungo intervallo di tempo
che separa il Basco dall'Iberico. Nei primi secoli dopo Cr. si
parlava nell'Aquitania, al nord dei Pirenei, un linguaggio che si
può considerare come la fase antica del Basco. Noi conosciamo
circa 200 nomi propri aquitani di persone e di divinità, i quali,
come dimostrò Luchaire, si spiegano perfettamente col Basco.
Abbiamo anche una grande iscrizione del 90 av. Cr. contenente
nomi di persone che appartenevano al territorio degli Ilergeti,
confinanti coi Vascones. E Schuchardt ha dimostrato la corrispondenza
dei nomi degli Aquitani, Ilergeti e Iberi o Ispani (in senso
ristretto).

143. Della parentela del Basco mi sono occupato più volte, e
sempre ho considerato questo linguaggio interessantissimo come
intermedio fra il Caucasico e il Camitico settentrionale, ma più
vicino a quello che a questo, mentre Schuchardt è propenso a
ritenere che il Basco sia più affine al Camitico. La questione non
può essere risolta che valutando insieme imparzialmente le concordanze
caucasiche e camitiche, ciò che io mi propongo di fare
qui brevemente, rimandando per i particolari ai miei scritti anteriori.
Del libro di H. Winkler pubblicato nel 1909 non mi occupo,
perche dovrei darne un giudizio più severo di quello che ne diedero
Uhlenbeck e Schuchardt.

1. Nel Basco manca f come nel Caucasico, mentre questo
suono è frequente nel Camitico. D'altra parte p iniziale non è,
secondo Schuchardt, primitivo nel Basco, e p manca totalmente
al Berbero.

2. I nomi si formano generalmente per mezzo di suffissi, ma
vi sono pure dei prefissi e non soltanto vocalici. I suffissi sono
numerosi. Ne esamineremo alcuni tra i più notevoli.

I diminutivi sono frequenti nel Basco e hanno le seguenti
terminazioni : 1. -ka e -ko, 2. -tta e -tto o -to, 3. -tša e -tšo,
4. -š-ka e -š-ko, 5. -ńa e -ńo (anche -ńi). Esempi : neska-to
ragazza, a. nav. neska-ko ragazzina, oha-ko culla : ohe letto,
ize-ko zia, ama-tto da ama madre, mendi-tto da mendi monte,
mendi-s-ka e mendi-š-ko collina, ama-ńo da ama madre. Il -to
può identificarsi col segno del femminile camitosemitico, che vale
anche per i diminutivi ; ma è notevole arcaismo l'accordo col tọ-dei
diminutivi bantu. Cfr. anche Indoeur. bhrā-tō fratello. Coi
diminutivi come bela-tš cornacchia : bela corvo cfr. i diminutivi
berberi con , Schuchardt Berb. St. II 376. Per -ka e -ko cfr.
Georg, -ka e -ko, Avaro e Circasso -ko, per es. Georg, suli-ko da
118suli anima, Avaro w-áca-ko fratellino, j-áca-ko sorellinà, Circasso
Bato-ko (voc).

Con nomi di parentela -ba, per es. ala-ba figlia. Cfr. Egizio
ỉt-f padre, ma anche da una parte Ganda se-bo mio padre, nya-bo
mia madre, dall'altra Sanscr. am-bā madre = Lituano am-ba
nutrice, ecc. Altro suffisso con nomi di parentela è -so, per es.
ama-so nonna : ama madre ; cfr. Indoeur. suu-so- nuora, pā-so parente,
Finnico puoli-so coniuge.

In kat-ar gatto da katu gatta e oll-ar gallo da olio pollo è
contenuto ar maschio. Quindi giz-arra persona di sesso maschile,
Hebre-ar Ebreo, Errom-ar o Erroma-t-ar Romano, Errom-arra
il Romano, mendi-t-ar montanaro, ecc. Con kat-ar concorderebbe
a. Ted. kat-aro Kater, che però secondo Kluge sarebbe composto
con *haro lepre. Abbiamo però da una parte Kafa kul-árrō gatto,
dall'altra Elamico Arminiy-ar(a) un Armeno, Elam. 15.

Frequente è la combinazione -kor, per esempio kili-kor (verbo
kili-ka-) chatouilleux, ikara-kor (accanto a i-kar-or) tremebondo,
pauroso, izi-kor id., hil-kor mortale, gal-kor périssable, ibil-kor
andariego (ibil-koi id., cfr. arno-koi aficionado al vino, ecc).
Concorda mirabilmente l'Elamico titi-kkurra = Mingrelio t-qura
mentitore (Georg. t-qu- mentire), Mingrelio e Lazo š-khur- temere,
Elam. 15.

I nomina agentis come eda-le bevitore, ja-le, ja-la mangiatore,
eros-le compratore concordano da una parte con quelli del
Begia come aṭ-ā́la o aṭ-alā́y ein fretter e del Somali come šaq-ā́l
o šaq-ā́li lavoratore, dall'altra con quelli del Lak come balaith-ala
cantore.

3. Vi sono parecchie tracce del genere nascente o evanescente.
Nel verbo -k ‘tu’ masch. (cfr. hi, hi-k tu) : -n ‘tu’ femm. da
*hi-n = Berb. ke-m, še-m, Eg. č-m e č-n id. = Georg. še-n
tu. Nel nome diminutivi-femminili come alhargun-ts(a) o -tša
vedova : alhargun vedovo, ahun-tz capra. Molto notevoli mi sembrano
le seguenti forme :

tableau o-sa-ba | o-se-ba | o-so-ba | zio | i-za-ba | i-ze-ba | i-zo-ba | zia

Cfr. Thusch w-ašo fratello : j-ašo sorella, ecc. Si noti che z
vale s, s sta fra s e š, e s e z si scambiano spesso (per es. bisc.
aise = guip. aize vento, Uhlenbeck Lauti. 93). Con o-sa-ba zio
concorda il Pul sam-bo zio paterno, come nome proprio Sam-ba
(Σάμβα-ς). Ora è notevole che Sambo (accanto a Sembus ecc.) è
nome proprio di persona nelle antiche iscrizioni aquitane, cfr.
119Iberico Sambarulla. Nel Begia ō-san- è ‘fratello’. Si confronti
ancora il Mordvino o-tsä zio, fratello del padre : Finnico i-sä
padre, ecc. Il Basco ha pure a-sa-ba nonno, antenato. Il prefisso
o- trovasi anche in o-rein cervo : Georg. i-remi id.

4. Il segno del plurale e -k, per es. gizon-a-k (erg. gizon-e-k),
in alcuni casi gizon-i-k e gizon-o-k. Cfr. Circasso uos-χe scuri,
Abchazo a-ža la lepre : ža-k una lepre : a-ža-khua le lepri, Udo
baba-uχ obl. baba-γo- padri, ecc.

Davanti a certi suffissi il segno del plurale è -e-ta-, che Schuchardt
spiegherebbe dai plurali latini come querquēta. Abbiamo :
mendi-a-k i monti, mendi-e-n dei monti, mendi-e-i ai monti, ma
mendi-e-ta-n nei monti, mendi-e-ta-ra verso i monti, ecc. Con
-ta io confronto -te segno del plurale nel verbo = Berb. -t =
Georg, -th, e identifico -ta con Georg, -tha in mama-tha dei
padri, ai padri, mama-tha-gan dai padri ; cfr. ma-th, ma-th-i
di loro, ma-th a loro. Nel Brahui χan-k, obl. χan-te- occhi.
Quanto allo -e- io confronto Georg, mama padre : pl. mam-e-bi.

5. L'articolo -a, per es. gizon-a l'uomo, ha riscontro nel
Berbero : argaz a quest'uomo. Nell'Abchazo il medesimo elemento
è preposto : a-pha il figlio. Però nell'Avaro da di-r ‘di me’ si
forma di-r-a- ‘il di me, mio’ = Dargua di-l-a, e da ne-že-r
‘di noi’ si forma ne-že-r-a- ‘il di noi, nostro’ = Germ. un-se-r-a
id. Cfr. Basco gu-re ‘di noi’ : gu-re-a ‘il di noi’. Cioè l'articolo
-a del Basco è identico ad indoeuropeo in mei̯-ā ‘la di
me, mia’ ecc.

Con aita-r- ‘il padre’ concorda esattamente il Circasso ate-r
e l'Elamico atta-r ‘il padre’, Elam. 15. Ma l'elemento -r- è
molto diffuso, cfr. Teda ni-r mio : Basco ni-re id.

L'ergativo ha riscontro come funzione soltanto nel Caucasico.
Ma non si tratta di un caso, come si crede comunemente, bensì
di un tema. Il segno è -k, identico a -kh del Mingrelio e Lazo,
per es. Basco aita-k padre, Lazo baba-kh. Esso non è limitato
all'ergativo : ni io, erg. ni-k, ni-ga-n in me, gizon-a-k l'uomo,
gizon-a-ga-n nell'uomo (nel Georgiano -ga-n ha valore di ablativo,
nel Gek di strumentale-comitativo).

I dativi in -i concordano coi dativi in -i dell'Avaro meridionale.
Le forme come seme-r-i ‘filio’ si possono identificare
con le forme indoeuropee come Greco δαέ-ρ-ι ‘al cognato’. Con
gizon-a-r-i ‘all'uomo’ concorda esattamente il Gek dyχ-a-r-i
‘al figlio’.

6. Basco ni io, ene mio, bisc. ne-u io stesso ; cfr. Hausa ni
io, Somali an, ma anche Dargua sett. n-u io, Lak na-wa io stesso ;
120erg. ni-k io, ni-ga-n in me : cfr. Berbero ne-k, Zenaga ni-ka e
ni-ha-n, Somali a-ní-ga io. — Basco hi tu, bisc. e-u per *he-u
tu stesso : cfr. Hausa hi f., Scilcha ki tu, Galla si obl. (nom. á-ti),
ma anche Mingrelio Lazo Suano si, col verbo Georg, e Suano χ- (identico
al Basco h-), inoltre Dargua ḥ-u ; erg. hi-k tu, hi-ga-n
in te : cfr. Berb. še-k, ma anche Mingr. s-kha-n- e Lazo s-ka-n-.
Per *hi-n v. 3.

Se nelle forme del singolare le concordanze sono presso a
poco equivalenti da ambo le parti, nelle forme del plurale l'accordo
è decisamente maggiore col Caucasico. Basco gu noi, obl. gu-r- :
cfr. Suano gw-i-š-gwe di noi, pref. verb. indiretto Georg, e Suano
gw-, Abchazo h-a-ra noi. Basco zu voi, obl. zu-r- : cfr. Lak zu,
Cec. šu, Chinalug zu-r e su-r-, Abchazo šv-a-ra, Circasso su-o-re
voi. Abbiamo poi :

tableau basco | g-ara | g-ara-te | noi siamo | z-ara | z-ara-te | voi siete | abchazo | h-ara | h-ar-th | noi | šv-ara | šv-ar-th | voi | georgiano | w-ar-th | χ-ar-th

Basco ha-u questo, ha-u-r stesso, h-u-ra egli, erg. ha-r-k
= Circasso ha-r lo stesso, Ceceno ha-ra questo ; Basco be-ra
egli stesso (gen.-poss. be-re), ecc. Il medesimo -ra si trova nel
Lak na-ra io stesso.

Interrogativi : ze-r che, quale, ze-in chi, quale = Avaro ši-
chi, che, Lak tsi che, Chürk. ši-, chi, si che — zo-in chi, quale
= Lak tsu, Udo šu chi — no-r chi (e *ne-r), cfr. Kürino ni- id.

7. Basco hi tu, hi-z tu sei : cfr. Suano χi tu sei, χi-š-th
voi siete (formato come bi-š-ti voi del gr. Avaro) ; Basco h-a-z
tu sei = Suano χ-a-s tu eri, Georg, χ-a-ri tu sei, ecc.

Nel Kharthwelico ‘avere’ si esprime con ‘essere a qualcuno’,
per es. Suano m-i-ri mihi est, dž-i-ri tibi est, ma χ-o-ri illi
est, perché la terza, persona ha -o-, Georg. Mingr. Lazo -u-, in
contrapposto alle altre. Similmente nel Basco *u illi (est), egli
ha, donde n-u mi ha, h-u ti ha, d-u lo ha, dit-u li ha (cfr.
Chwarsci žu egli : židu essi), ecc.

La flessione del presente coi prefissi personali seguiti da a
e coi suffissi del plurale ha perfetto riscontro nel Kharthwelico.
Con d-a-bil il marche : plur. d-a-bil-tza cfr. Georg, w-a-r io sono :
plur. w-a-r-th. Ma anche il verbo transitivo è formato in modo
identico : Basco g-a-kar-te ci portano essi, Georg, gu-a-dzlew-s
ci dà egli.

L'imperfetto ha per base il participio passato : bisc. e-karr-e-n
egli portava (come in Greco ἔ-φερ-ε-ν, coincidenza solo in parte
121casuale) : e-karr-i portato, e-tza-n giacque, j-oa-n andò, forme
identiche al participio. In altri casi il passato presenta un -a-
che manca al participio, per es. e-go-n rimasto : e-go-a-n rimase,
e-gi-n fatto : e-gi-a-n fece. Tale elemento si trova tanto nel Berbero
quanto nel Caucasico, per es. Berb. i-ǧ-a ‘ha fatto’ da e-g per
*e-gi fare, Berbero e Georgiano -sw-a ha bevuto. Le forme con
-n- come nentorren ‘io veniva’ sono composte : n-e-n torr-e-n
lett. ‘io era (io) veniva’ (cfr. il trans, n-e-karr-e-n io portava), come
nel Begia e-n-dī́r egli uccide : y-an er war, Basco z-an id.
Del resto cfr. l'Abchazo sy-bzí-an io buono ero.

I participi in -n hanno riscontro nel Berbero, per esempio
i-lkam-e-n sequens, i-lkem-e-n secutus. Cr. 160.

I participi in -i, come e-karr-i portato, e-torr-i venuto, i-bill-i
andato, hanno riscontro tanto nel Berbero quanto nel Caucasico,
ma più. particolarmente in questo, per es. Abchazo i-bl-y participio
perfetto di bl- ardere, bruciare. Una corrispondenza esatta
si ha nelle forme del Sanscrito come a-vāč-i, dove a-, come è
noto, rappresenta e- indoeuropeo. Molte forme del verbo finito
non differiscono da forme nominali in un grandissimo numero di
lingue.

I causativi con -ra-, come e-ra-doski säugen da e-doski saugen,
hanno riscontro nei causativi con -r- dell'Abchazo. Vi sono anche
dei causativi con -s-, per es. j-arri sich setzen : e-z-arri setzen,
cfr. Berbero ers : caus. s-ers id. (noto di passaggio che nel Basco
rr sembra derivare spesso da rs, cfr. erran ed esan dire, urrin
per *ursin e usain per *ursain duft). Cfr. anche e-s-tali coprire
con Berb. del, dal id.

8. La costruzione nel Basco è B-A come nel Caucasico, mentre
nel Camitico settentrionale è A-B. Che quella sia antichissima,
appare dal composto Basco bi-zar barba. = Arci bo-č̣or, Buduch
mi-č̣er id., lett. ‘della bocca (o della faccia) peli’, Less. 22 seg.
Per -zar ossia -sar cfr. particolarmente Kürino ecc. č̣ar capelli,
per bi- cfr. nel Basco stesso a-bo bocca, e probabilmente la forma
primitiva fu *bo i-sar ‘bocca (faccia) suo pelo’, come nel l'Abchazo
ab i-pha ‘padre suo figlio’.

Sono però avvenuti dei mutamenti da una parte e dall'altra,
per es. Basco n-a-bil ki-o io vado a lui, i-nda-k a me tu =
dammi, i-gu-k a noi tu = dacci, Berb. mi-s a chi ? = Lazo mi-s.

9. Il sistema di numerazione è vigesimale come nel Caucasico.
Vi sono anche qui, come pare, dei suffissi di classe : ba-t e *ba-i-
1, bi-ga, bi-da e bi-r- 2, hiru-r 3, lau-r 4, sei-r- 6, hama-r
10. I numerali 2, 6-9 e 20 terminano in -i.122

Schuchardt ritiene che l'accordo sia maggiore col Camitico.
Enumeriamo imparzialmente le concordanze. — 1 ba-t, be-d- in
bedera singolo e in 9, -ka o -i-ka in 11, base *kva : Berbero
*i-g(v)a-t f., Abchazo a-ka. — 2 bi difficilmente con Hausa bi-ú
(prob. per *bi-úl, cfr. Bagrima zi-o da *zi-ol), bensì con Abchazo
gvy-, vi-, Udo pʼḁ, e particolarmente bi-ga = Avaro khi-go, bi-da
= Kürino qwe-da, bi-r- e be-rr- = Arci qwe-r- e Lak khi-ra ;
cfr. el-ko-r ‘l'un l'altro, ambedue’ con Tab. qö-r 2 e Suano
ier-ku-da ‘ambedue’ (v. anche ho- in 20 e cfr. Arm. er-ku due ?).
— 3 hiru concorderebbe più col lontano Affade ga-kro e an-kró,
Log. ga-χkir, Muturua ma-kir, che col Berbero keraḍ ; tuttavia
il primo elemento di hi-ru, he-r- compare anche nel Caucasico
χi-, χe- con χ =. B. h. — 4 lau può stare per *labu ma anche
per *lagu, cfr. in ambo i casi il 2 ; più verosimilmente per *plau
simile al Circasso plli. — 5 bortz, bost (significa anche ‘molto’
= ‘una manata’), cfr. Berb. a-fus plur. i-fas-en mano, forse
Suano o-χušth, Gek Bud. fud, Chinalug phχu, pfu, Agul a-fud,
i-χfad ecc., ma resta oscuro -r- di bortz. — 6 sei per *segi
con Chinalug zekj piuttosto che col dubbio Egizio sjš (Erman Gr. 3
§ 241 ha św śt pure forme dubbie, cfr. Copto sou f. soe) o col
Berb. sedis. — 7 zazpi sembra essere = Copto šašfi Eg. sχf, ma
la forma egizia più antica fu sfχ, onde anche zazpi per *sa-psi
(cfr. azpi coscia per *apsi = Eg. χpš secondo Schuchardt), e
da queste forme non è molto lontano l'Abchazo biš-, bž-, Circasso
bli, come da sa-spi non sarebbe lontano il Suano i-škhvi- ; cfr. 2.
— 8 zor-tzi = (10) due non, 9 bedera-tzi = (10) uno non,
cfr. ez non, forme sottrattive come nel Caucasico, v. Num. —
10 hama e hama-r, cfr. Hausa goma e goma-r, Teda mo-r e
ma-r-kum da *k(u)ma-r-kuma, Berb. ma-ra-go, me-re-g, me-ra-u,
Egizio mē-t per *kmē-t, ma anche Mingr. an-th- (in anth-asi
10 × 100) per *am-th-, Arci mi-ca-to, Num. 138. — 20 ho-gei,
cfr. Circasso t-kua-če e t-ho-če 2 × 10, Abch. gvo-žva e gvo-žvei,
Avaro qó-go ; meno simile il Begia tagṓ. — 100 e-hun, se non
è germanico, cfr. Botlich be-šunu-, Tindi be-hen-, Chinalug p-gan.

144. Per le comparazioni lessicali devo rimandare ai miei
lavori precedenti. Accanto alle concordanze basco-camitiche Schuchardt
fa breve menzione delle concordanze basco-caucasiche, e
queste sono non di rado più precise di quelle, per es. Basco hor-tz
dente per *kor-ts = Lak ḳar-tši dente, quru, Kürino ḳhar-tš
corno.

Schuchardt pensa che vi possono essere state due correnti
dirette verso ovest, una al nord e l'altra al sud del Mediterraneo.
123Alla prima potrebbero appartenere certi vocaboli culturali designanti
cose non africane, come mela, orzo e frumento. Egli osserva
che il Basco sagar ‘mela’ sembra concordare con parole caucasiche
significante ‘mela, pera’. Ecco di che si tratta. Basco sagar
mela = : Agul žaχar, Tab. džaχar, šeχer, Kür. čüχwér, Georg.
sχali, m-sχali, Lazo sχali, m-cχuli pera, o-škhuri, u-škhiri,
Mingr. u-škhuri, Georg, wa-šli per *wa-šχli mela ( : Magiaro
va-čkor secondo Munkàcsi da *vad-čkor ‘wilde Birne’).

Una parola che non ha carattere culturale e può avere importanza
per la provenienza nordica dei Baschi è quella che significa
‘neve’. Io collego il Basco franc. e-lhu-r, guip. e-lu-r, bisc.
e-du-r neve con : Cec. luo (ci. V luo d-), Thusch law, Chürkila
duḥ'ä plur. duḥ'u-r-vi, poi Mordvino lov, lou, Finnico lu-mi neve.
Nel paese dei Vascones vi era un monte Edulius che Schuchardt
interpreta ‘Schneeberg’ (Ib. Dekl. 16), onde si dedurrebbe una
forma antica *e-du-l(i) neve.

Infine il nome stesso dei Baschi attesta la connessione delle
due Iberie. Il tema Vasc-on- (cfr. ait-on nonno da aita padre,
am-on nonna da ama madre, e specialmente giz-on uomo da
giza id.) si trova anche in Bascontum. Ora il nome odierno della
lingua basca è euska-ra, uska-ra ed eskua-ra (forme avverbiali
in -ra, cfr. romanice), che si collega al nome degli Ausci dell'Aquitania :
da una base *vusk- (per *våsk-) derivano usk-, a-usk-
ed e-usk-, mentre e-skwa- si spiega meglio da *e-b(a)skua-, forma
che ricorda da una parte Vasco, dall'altra il nome a-phṣ-uā che
si danno gli odierni Abchazi (da a-phṣ, secondo Rosen a-bs- ;
cfr. Ceceno naχču-ō Ceceno, ecc). Il nome antico degli Abchazi
è Abasci, Ἀβασγοι o Ἀβάσχοι identico a quello degli Ausci, e lo
a- non è altro che l'articolo. Si aggiunga alla serie il nome dei
Circassi Abadzech. Quanto alla etimologia, ricorderemo che -k
nel Basco, -ke nell'Iberico, -χe nel Circasso, -kh e -kh-ua nell'Abchazo
sono indici del plurale. D'altra parte sembra che Abadzech
si debba dividere in Aba-dzech, poiché Ζυγοί, A-dzyγe o
A-dyγe è pure nome nazionale di una schiatta dei Circassi, in
Abchazo Zuχu, A-zχuā. Con altro prefìsso Mosok, Μόσχοι, Georg.
Mtsχe-thi, sa-Mtsχe, e in Africa Muzuk, Amaziγ, ecc., accanto
al nome semplice Suk. Ma non tutte queste combinazioni si possono
considerare come sicure.

145. La speciale posizione linguistica e geografica del Basco
suggerisce un problema interessante intorno ad antiche migrazioni
di popoli nel bacino del Mediterraneo. Secondo G. Sergi, Origine
e diffusione della stirpe mediterranea. (1895), i Camiti settentrionali
124sarebbero emigrati lungo le coste africane da oriente verso
occidente, e avrebbero mandato tre diramazioni ad occupare per
via di mare le opposte regioni : un ramo « pelasgico » a Creta,
nella penisola balcanica e nell'Asia Minore, un ramo « ligure »
nella penisola italica e nelle isole, e un ramo « iberico » nella
penisola iberica e oltre verso nord. Altri invece suppongono che
l'emigrazione sia avvenuta in senso opposto : dal sud-ovest dell'Europa
all'Africa per lo stretto di Gibilterra, poi da occidente
verso oriente, e infine da nord verso sud lungo il corso del Nilo
(v. H. Moeller, Vergi, indog.-sem. W., XVI). Questa seconda ipotesi,
per la quale i Camiti verrebbero totalmente disgiunti dai
Semiti, non si può accettare.

Ma resta poi sempre da spiegare come mai il Basco abbia
stretta affinità non solo col Berbero ma anche col Caucasico, dal
quale è geograficamente così lontano. Se consideriamo il Basco
come camitico, le concordanze basco-caucasiche si comprendono
in quanto si possano convertire in concordanze camitocaucasiche ;
ma se, come io credo, vi sono elementi comuni
soltanto al Basco e al Caucasico, il fatto si può spiegare soltanto
con la posizione intermedia del Basco fra il Camitico e il Caucasico.
In questo senso si esprime anche Schuchardt : « Wo dies
nicht geschieht, lassen sie sich allerdings mit einer ursprünglichen
Mittelstellung des Baskischen am besten vereinigen » (Baskisch
u. Hamitisch 3). Nella seconda lettera a Schuchardt io espressi
l'opinione che i progenitori dei Baschi fossero passati in epoca
assai antica attraverso l'Africa settentrionale già occupata dai
Camiti, onde il loro linguaggio avrebbe assunto una certa quantità
di elementi camitici. Ora considero come assai più probabile che
l'Iberico abbia preceduto il Libico e si sia staccato da un ceppo
comune in epoca antichissima, onde si spiegherebbe la conservazione
di elementi molto arcaici. Infine dobbiamo chiederci se
non vi fosse, prima dell'arrivo degl'Indoeuropei, una continuità
etnico-linguistica nel Mediterraneo settentrionale dal Caucaso ai
Pirenei, dagl'Iberi orientali agl'Iberi occidentali, dagli Abaschi
ai Baschi.

146. Per risolvere questa questione converrebbe sapere intorno
agl'idiomi pre-indoeuropei della penisola italica e balcanica assai
più di quel poco che sappiamo. Esaminerò qui alcuni vocaboli
che sembrano essere pre-indoeuropei, e che possono avere speciale
importanza per il problema proposto.

a) Basco marro montone — b) Francia merid. marre,
marró, ecc. Qui anche It. marrone ?c) Varkun e Kaitach
125mar-tsa montone, pecora, Tabass. mar-tša pecora — d) Afar
márū montone, Saho mā́rū montone, caprone, mārū́ pecora. Cfr.
Maba mar maschio, Less. 416 seg.

a) Basco barro einjähriges männl. Schaf — b) Valtellina
barro capro, bar ariete, montone, Milan. bera pecora, Canav.
berro, Provenzale mod. berro montone, Albanese ber pecora, ecc.
c) Georg, eχbari montone ?

b) Dialetti tedeschi della Svizzera e del Vorarlberg loba,
lobi e lobe-li vacca, Vallese tedesco loba vacca, lobi *vaccherella
> pigna (nel giuoco dei bambini, Jud), Svizzera francese lioba
= Albanese lioba vacca — d) Chamir luwā́, Bilin luwī́ vacca.

a) Basco sapar, tšapar(ro) = Spagn. chaparro quercus
ilex — b) Valtellina gembra pinus cembra (cfr. Ted. kiefer dial.
kimfer e kinfer pino) — e) Agul tšovar quercia, Suano tsüfra
faggio (ma > Magiaro tšäpä- quercia giovane) — d) Berbero
ta-saf-t quercus ilex (da *sap-) cfr. Francese sap-in abete).

b) Friul. mughe, Trent. mugo pihus mugo — e) Georg.
muχa, Kürino mäγw quercia.

b) Francia mer. balio capanna, Alpi baita casupola — c)
Cec. beda stalla (cfr. Udo ba εἰς, bai-sun entrare, bai-γal ingresso)
d) Semitico bait casa (prob. bai-t, cfr. bai-na entro, fra).

b) Tergestino baredo brughiera, Valsesia baragia campagna
vasta, Piem. barasa landa, Boi. braja, braina, braida luogo
incolto e sterile, Francia occ. bragne campo sterile, Ingl. barren
sterile, ecc. — c) Georg, bre polvere, ber-c̣i sterile — d) Sem.
barr- landa, Arabo barrīja- terreno incolto, Sir. baråjā agrestis.

a) Basco gose hungrig, gose-tu aver fame — b) Spagn.
gazuza fame canina ; Talamone gasia brama intensa, con s prefìsso :
Tose, sghescia gran fame, Bol. sghessa, Piem. sgheusa, sgheusia
id., Valtell. sgoz brama, desiderio, ecc. — c) Kürino gaš fame,
gešín hungrig, Agul gaš fame, Tab. gaš-di o gaš-ti hungrig, Rutul
gäš fame, Chürkila guš, gušil hungrig, guš-di-š fame, gaši strum.
gaša hungersnoth, Lak ḳaši gen. ḳašil fame.

Le parole che si possono considerare come pre-indoeuropee
hanno certe caratteristiche fonetiche e morfologiche che ne rendono
più facile il riconoscimento. Tali caratteristiche sono, per
esempio, la frequenza della vocale a (relativamente rara nell'Indoeuropeo),
le consonanti raddoppiate (specie rr) e certi suffissi
speciali. Esempi di siffatte parole, per lo più relative alla vita
rustica, sono : palanca, calanca, barranca ; barga, malga, calma,
balma ; marra, tabarro, ramarro, bizzarro, gazzarra ; capanna
(spagn. cabaña, ret. camanna, guasc. camagno).126

L'antico Ligure potrebbe chiarire molti punti oscuri, se noi
ne sapessimo quel tanto che può bastare per una classificazione.
Secondo l'opinione comune sarebbe indoeuropeo, ma Schulten
ritiene invece che sia una lingua africana, camitica. Dall'Africa
settentrionale sarebbero passati nella penisola prima i Paleolitici,
poi i Liguri e dopo questi gl'Iberi. Il tipo antropologico dei Liguri
e Iberi sarebbe simile, però i Liguri, brachicefali, avrebbero forme
fine del naso e della bocca in contrasto col tipo negroide degli
Iberi dal naso piatto e dalla bocca larga.

Nella Grecia si conservarono tracce di lingue preelleniche
affini a quelle dell'Asia Minore. Molte parole con -σσ- o -σ- hanno
carattere esotico. In Etr. I 57 io identificai βόνασ(σ)ο-ς ‘uro, toro
selvatico’ con l'Andi unso, Chürkila unts bue (Tindi munsa prob.
*bunsa) : si aggiunga ora il Berbero funas, a-funas ‘bue, toro’ ;
P. Bronzi, Frammento di Fonologia berbera, Bologna 1919, p. 30.

Nell'Iberico da nomi di luogo in -a, -e opp. -i si formano
degli etnici in -e-s, -i-s, resi in greco nelle forme come Ταρτ-ή-σ(σ)ιοι,
Καρπ-ή-σιοι, Ὀρ-ι-σσοί, Του-ί-σοι. A Ταρτ-η-σ(σ)ό-ς, Ταρτ-ή-σ(σ)ιοι
corrisponde il biblico Tarš-ī-š. Alle forme con -s- si
sostituiscono di regola forme con -t- presso gli scrittori classici :
Ἰνδικῆται, Indigetes, Ilergetes, forme comuni Bastetani, Carpetani.
L'elemento -s- si trova anche in nomi iberici di città o di luogo,
per es. Otog-e-sa, Salp-e-sa, Nabr-i-ssa, Itur-i-s(s)a ( : Basco
iturr-i fonte). V. Schuchardt, Die iber. Dekl. 31-37. Ora, tutte
queste forme con -s- e con -t- hanno corrispondenza in lingue
dell'Asia Minore e del Caucaso, per esempio Georg. Imer-e-thi,
Thpil-i-si, Cario Ἀρλ-ι-σσό-ς nome di città, Ἄρλ-ι-σσι-ς nome di
persona, ecc., Etr. II 8. Forme simili in nomi propri preellenici
e probabilmente anche preitalici.

Il Ribezzo ha dimostrato con materiale copioso la generale
concordanza dell'antica toponomastica delle maggiori penisole del
Mediterraneo, compresa l'anatolica e l'iberica (« Carattere mediterraneo
della più antica toponomastica italiana » in Rivista Indo-Greco-Italica,
IV).

147. Se a questi indizi si attribuisce qualche valore, si deve
concludere che dalle regioni del Caucaso mosse una corrente in
direzione occidentale, al nord del Mediterraneo, fino alla penisola
iberica, dove essa venne quasi ad incontrarsi con l'altra corrente
al sud del Mediterraneo. In caso contrario, pur restando possibile
tale soluzione, si può anche pensare che i progenitori degli Iberi
abbiano preceduto i Libi nella emigrazione verso occidente e siano
quindi passati nella penisola. In ogni caso poi per me è fuori di
127dubbio che le affinità col Caucasico sono in ragione
diretta con la distanza
, poiché l'ordine è questo : Caucasico
— Iberico — Libico — Egizio — Semitico. Tale fatto, a primo
aspetto sorprendente, si spiega benissimo col carattere arcaico
delle lingue che per prime si distaccarono dal tronco comune.

Abbiamo dunque :

tableau elamico | caucasico | nuba-brahui | etrusco | indoeuropeo | iberico | libico-egizio

148. Ritornando ora alle lingue caucasiche propriamente dette,
ricorderò che io ne diedi in Num. 124 seg. una classificazione
che si allontana da quella di Erckert principalmente per quel che
riguarda la posizione dell'Arci, che non va incluso nel gruppo
Kürino, ma si collega all'Avaro-Andi-Dido. Anche l'Udo si deve
staccare dal Kürino. Con ciò concorda la posizione geografica,
poiché l'Arci e l'Udo sono lontani dal territorio compatto del
gr. Kürino, e il primo è invece prossimo al gr. Avaro. Ecco la
mia classificazione :

I. — 1. Georgiano — 2. Mingrelio e Lazo — 3. Suano.

II. — 1. Abchazo — 2. Circasso (Abadzech, Kabardino,
Shapsug, Ubych).

III. — 1. Ceceno — 2. Ingusch — 3. Thusch.

IV. — 1. Avaro — 2. gr. Andi : Andi, Botlich, Godoberi,
Karata, Kuanada o Bagulal, Achwach, Ciamalal, Tindi — 3.
gr. Dido : Dido e Chwarsci, Kapucino e Nachada — 4. Arci.

V. — 1. Lak o Kasikumük — 2. Dargua Nord : Chürkila
o Ircano, Akusha, Madžalis-Kajtach; Dargua Sud : Kubaci, Varkun,
Kara-Kajtach.

VI. — 1. Udo.

VII. — 1. Kürino, Agul, Tabassarano — 2. Rutul, Tsachur
3. Gek e Buduch, Chinalug.

La disposizione di questi gruppi è conforme all'ordine geografico :
I a sud della gran catena del Caucaso e così pure l'Abchazo
attorno a Suchum Kaleh sulle rive del Mar Nero, mentre il Circasso
è a nord del Caucaso come i rimanenti linguaggi, fra cui
il Ceceno occupa una posizione centrale e gli altri appartengono
al Daghestan (« paese montagnoso »). E in generale si può dire
che le reciproche relazioni di parentela sono in accordo con la
posizione geografica.

149. Güldenstädt e Klaproth furono tra i primi che fecero
conoscere in Europa le lingue caucasiche. Il Georgiano, però, era
128noto fin dal 1643 per il « Syntagma » di Maggio pubblicato a
Roma, e nella prima metà del secolo scorso la lingua e letteratura
georgiana ebbe un fervente cultore in Brosset (Éléments
de la langue géorgienne, Paris 1837), mentre Rosen illustrava
gli altri idiomi meridionali del Caucaso (Lazo 1843, Mingrelio,
Suano e Abchazo 1846).

Le lingue settentrionali furono con somma diligenza studiate
da Schiefner. La serie dei suoi lavori va dal 1856 al 1873, e
sono in parte originali e in parte derivano da quelli del Barone
P. von Uslar, la cui « Etnografija Kavkaza » non è facilmente
accessibile ; onde tanto maggiore è il merito di Schiefner, l'accademico
di Pietroburgo profondo conoscitore di lingue orientali,
di averli divulgati servendosi della lingua tedesca.

All'opera etnografica « Der Kaukasus und seine Völker »
(Leipzig 1887) R. von Erckert fece seguire l'opera linguistica
« Die Sprachen des Kaukasischen Stammes » (Wien 1895). Essa
contiene ricchi elenchi di vocaboli, frasi e schizzi grammaticali
di tutte le lingue caucasiche, una trentina. Di quest'opera furono
dati giudizi sfavorevoli, perchè abbonda di errori, che si possono
però considerare per la maggior parte come inevitabili in un
lavoro di tal genere. Tuttavia dobbiamo essere grati all'autore
per aver raccolto sui luoghi stessi a prezzo di indicibili fatiche
(come egli stesso dichiara) così copiosi materiali che, usati con
cautela e coll'assiduo controllo di altre fonti, possono riuscire
utilissimi a chi voglia abbracciare l'intero complesso caucasico.

L'opera dell'Uslar e dell'Erckert venne opportunamente proseguita
e integrata dal Dirr. Anch'egli raccolse sui luoghi, peregrinando
di aul in aul, i materiali necessari per lo studio dei
linguaggi meno noti del gruppo Kürino e Andi-Dido (Udo 1903,
Tabassarano 1905, Andi 1906, Agni 1907, Arci 1908, gr. Andi-Dido
1909, Rutul 1911, Tsachur 1913). Tutti questi lavori sono
pubblicati in russo nello « Sbornik materialov dlja opisanija
mjestnostei i plemen Kavkaza » di Tiflis, nel quale si trovano
pure altri scritti interessanti del Dirr stesso, del Gleye, ecc.

Gli studi di glottologia caucasica sono in verità troppo trascurati
in confronto della grandissima importanza che essi hanno
per la primitiva storia dei molti e vari gruppi etnici che fin da
tempi remotissimi erano stanziati presso il Caucaso. Il fatto si
spiega in parte con la natura dei lavori di non facile accesso e
scritti in russo (benché faccia pena il sentire da glottologi la
confessione che essi non conoscono questa lingua), e in parte con
la struttura complicata di quei linguaggi, che richiede uno studio
129intenso. Se lo Schleicher confessava di aver capito poco del verbo
georgiano e si dichiarava incapace ad analizzare le forme, quanto
più si sarebbe trovato a mal partito davanti alle forme di certi
linguaggi del gruppo Avaro e Kürino !

Le medesime ragioni spiegano anche fino a un certo punto
come sia trascurata l'unica lingua letteraria, il Georgiano, che
pure vanta documenti dal IX secolo in poi, la maggior parte per
verità inediti. Dopo il Brosset pochissimi in Europa si sono dedicati
allo studio del Georgiano, lingua che per bellezza rivaleggia
col Persiano, e rimase quindi negletta anche la letteratura, la
quale, se per la maggior parte è sacra ed ecclesiastica, non manca
di opere profane, fra cui va ricordato il poema nazionale « Il
Cavaliere nella pelle di pantera », tradotto in inglese dalla Scott
Wardrop, appassionata cultrice degli studi georgiani.

150. Il sistema fonetico è ricchissimo di consonanti e relativamente
povero di vocali e dittonghi. In tutte le lingue caucasiche
le sorde sono in doppia serie potendo essere accompagnate
o seguite da aspirazione o da occlusione laringale :

tableau k | t | p | ts

Abbondano specialmente le laringali, gutturali, le sibilanti e
affricate. Vi sono anche consonanti biverticate. Caratteristiche del
gr. Avaro e del Thusch sono le consonanti laterali.

Tanta abbondanza di consonanti (il Tabassarano ne ha 51) è
però di origine secondaria, come appare, per esempio, dalle alternazioni
del Kürino : med plur. meṭér sciroppo, met plur. methér
ginocchio, ecc.

Di pari passo va la grande abbondanza di gruppi consonantici,
che da specialmente agl'idiomi delle regioni montuose un
carattere molto aspro. I gruppi sono sorti per il dileguarsi delle
vocali atone, ciò che presuppone un forte accento dinamico. Nell'odierno
Georgiano l'accento è debole, ma è questa una quiete
dopo la tempesta : « Die niedern Tongipfel des heutigen Centralgeorgisch
gleichen dem nach dem Sturm geglätteten Meere ; ganz
ähnlich wie im Französischen hat im Georgischen einst ein sehr
starker Akzent geherrscht » (Schuchardt, Ueber das Georgische 14).
Infatti i casi di « Schwundstufe », come sma ‘il bere’ da *sumá,
sono qui assai più frequenti che nell'Indoeuropeo.

151. Le lingue del Caucaso appaiono molto arcaiche nella
conservazione delle classi e del genere. Questa categoria è scomparsa,
130come vitale, soltanto nelle lingue kharthweliche (Georgiano,
Mingrelio-Lazo e Suano), nel Circasso, nell'Udo, Agul e Kürino ;
nelle altre si distinguono da 2 a 6 classi. Secondo Dirr (Sbornik
XXXVII) la classificazione primitiva comprendeva anzitutto due
grandi divisioni o generi : I esseri animati, II esseri inanimati
(cose, oggetti). Il genere animato è suddiviso in ragionevole e
irragionevole, l'uno e l'altro in maturo o immaturo rispetto al
sesso, suddivisi infine in maschile e femminile. Il principio è
manifestamente gerarchico, si tratta cioè di « Rangklassen »
(superiore : inferiore), e soltanto resta per noi oscuro il criterio
di suddivisione del genere inanimato. Il Dirr ricorda le forme
primitive di classificazione australiane descritte da Durkheim e
Mauss, cioè un fatto sociologico, e le classi del Bantu. E qui è
nel vero.

I principali indici delle classi sono : 1. u, w per le persone
maschili ; 2. i, y per le persone femminili ; 3. d, r (spesso d
iniziale, altrove r) per la classe femminile inferiore e per le cose ;
4. b per animali irragionevoli e cose. I primi due trovansi pure
nel Camitosemitico. Come nel Bantu, gl'indici variano dal singolare
al plurale, in cui scompare la distinzione del maschile e
femminile (cfr. il Camitico) e gl'indici si riducono a d (r) e b.

Il segno del genere può essere prefisso o suffisso (esteriormente
considerato appare anche come infisso) e si usa più con le parole
che si riferiscono al sostantivo — aggettivo, pronome e verbo
— che col sostantivo stesso. Con questo sembra che si usi soltanto
come prefisso : Avaro w-ats fratello, j-ats sorella, Andi
v-otsi : j-otsi, Thusch w-ašo : j-ašo. In altri casi il rapporto fra
il prefisso e il sostantivo è diverso : Avaro w-atši arrivo di lui,
j-atši arrivo di lei, b-atši arrivo di esso, r-atši arrivo di essi,
Chürkila w-äḥ viso di lui. d-äḥ viso di lei, v-äḥ viso di esso
(animale). Tuttavia è probabile che molti prefissi siano ora solidificati
col nome, per es. il Thusch bstu b-a ‘bue esso è’ probabilmente
fu in origine b-stu b-a ‘esso bue esso è’ ; e similmente
b-ḥark b- l'occhio (Andi harkχu), ecc.

Tracce delle classi vi sono anche nelle lingue kharthweliche,
per es. Georgiano sam-e-ba ‘trinità’ da sam-i ‘tre’ (me-sam-e
‘terzo’), thethr-o-ba ‘bianchezza’. Cfr. a. Slavo zŭl-o-bā cattiveria.

Come in altri gruppi linguistici, anche qui il primitivo sistema
di classificazione ha lasciato abbondanti tracce nella formazione
del plurale. Un suffisso -be, per esempio, è comunissimo nelle
lingue caucasiche e in origine formava il plurale dei nomi di
131persona, come -pe, -be nell'Elamico. Esso corrisponde a -be del
Puh ba- del Bantu.

152. Il fenomeno della concordanza è ancora sviluppatissimo
in queste lingue. Ecco alcuni esempi :

Avaro w-ats χlija-u w-ugo esso-fratello buono-esso esso-è
y-ats χlija-i y-igo essa-sorella buona-essa essa-è

Arci dia-ttu b-i haibatt-i-b i padri essi-sono buoni-essi
bua-ttu b-i haibatt-i-b le madri esse-sono buone-esse

Chürkila r-urši d-išthali sa-r-i ava-iši-r essa-figlia essa-piccola
[è-essa della madre in confronto essa

Dalla concordanza dipende la singolare costruzione sintattica
per cui al genitivo si aggiunge anche il suffisso del nome reggente,
per es. Georgiano gwami-sa Khriste-si-sa del corpo-esso
di Cristo-esso, ts'qoba-sa mter-tha-sa all'assalto-esso dei nemici-esso,
χeli-tha motsikhul-tha-tha per mano-essa degli apostoli-essa,
ts'ina-msrbol-ni laškar-tha-ni i precursori-essi degli eserciti-essi,
ts'mida-tha mis-tha dei santi-essi di lui-essi. F. Bopp, che pel primo
osservò il fenomeno, lo spiegò ammettendo che nella coscienza dei
parlanti il genitivo avesse assunto un carattere aggettivale ; nel
che in ogni modo non era lontano dal vero. La stessa cosa osservò
poi Schiefner nel Thusch : bakhe-w thχe dad Daiwthe-w per
bocca del nostro padre David (Thusch, 68). Altri credettero di
aver trovato costruzioni simili nel Tsachuro e nell'Andi, per es.
Tsachuro jak-bi deki-n-bi scuri-esse del padre-esse, Andi imu-v-il
koth-il
del padre-essi cavalli-essi. Dirr nella prefazione alla sua
grammatica del Tsachuro osserva che jak-bi deki-n-bi non significa
‘le scuri del padre’ ma ‘le scuri sono del padre’, con che però
resta sempre il fatto della concordanza.

Fenomeni simili furono riscontrati nell'Arzawi e Heteo, nel
Mitanni e nell'Elamico, per es. Elamico ša-k šutruk-nahhunte-k
figlio esso di Sutruk-Nahhunte esso, lipa-r u-ri servitore-esso
mio-esso. Del resto, salvo la diversa collocazione, si può confrontare
il Greco ὁ δῆμος ὁ τῶνἈθηναίων esso popolo esso degli Ateniesi,
ὁ ἀνήρ ὁ ἀγαθός esso uomo esso buono.

153. Le forme più antiche della declinazione si trovano nei
pronomi, in cui il nominativo termina in -u, il genitivo in -i e
il caso oggettivo in -a, precisamente come nel Semitico.

Molto notevole è in queste lingue la distinzione del soggetto
attivo e inattivo, distinzione che ritrovasi poi anche nel Basco.
Nel Ceceno, per esempio, si dice suo w-u io (nomo) sono, ma
as luo io do, dā-s luo il padre dà.132

In parecchie lingue caucasiche il numero dei casi è straordinariamente
elevato. Nel Lak, per esempio, essi sarebbero 47,
oppure, con altro calcolo, 95. Ma si tratta per la maggior parte
di locativi formati con posposizioni.

Una caratteristica interessante consiste nel tema speciale pei
casi obliqui, per es. Udo us bue : dat. us-na, gen. ns-na-i, abl.
us na-χo, ecc., us-ur buoi : dat. usur-γo, gen. usur-γo-i, ecc.

154. Gli aggettivi predicativi generalmente si pospongono ed
hanno forma verbale, per es. Abchazo sy-bzio-up io buono sono.
Usati come attributi, in alcune lingue si prepongono e in altre
si pospongono al sostantivo, col quale formano un gruppo ossia
una unità, per cui si flette il secondo termine anche se esso è
l'aggettivo, per es. Basco ur garbi-a l'acqua pura, ur garbia-r-i
all'acqua pura, ur garbia-k le acque pure. La stessa costruzione
nel Nuba, nel Kanuri e in molte altre lingue.

155. Per il dileguarsi delle vocali atone raramente poterono
conservarsi i primitivi temi verbali bisillabi con armonia vocalica.
Le basi sono ora di regola monosillabe e spesso anche costituite
da semplici consonanti. Tuttavia in alcuni casi le vocali finali
si sono conservate e con esse quindi l'originario tema bisillabo.
Nel Thusch l'infinito termina in -a, per es. theqa pregare, lewa
parlare ; l'imperativo conserva la vocale quando è enfatico : ec
prendi !, enf. eca, plur. eca-th prendete !, eca-l prenda, prendano !
(cfr. Wolof gisa-l vedi !).

L'armonia delle vocali è massimamente sviluppata nel Ceceno,
per es. mala-r bere, pres. molu, aor. melle. Per il Mitanni v. 136.

156. Verbi composti si trovano nei Mitanni : tatu-kar- ‘avere
sentimenti benevoli’ (tat- amare), pittu-kar- austauschen, aku-
kar-
, poi mannu-pat-, niru-pat- ecc.

Anche nelle odierne lingue caucasiche abbondano i verbi composti.
F. Müller trovava nell'Abchazo il processo inaudito della
inserzione di elementi pronominali nella radice e lo confrontava
con gl'infissi delle lingue malesi e Munda. Così da una pretesa
radice knah egli, seguendo Schiefner, spiegava i-kna-s-haueit ‘ich
hänge auf’ con inserzione di -s- io (-u- tu m., -b- tu f., ecc),
mentre kna-h è un composto, e lo stesso dicasi di qa-c̣ fare
(cfr. qa essere). Cfr. nell'Avaro : ha-w-ize egli fa, ha-j-ize ella
fa, ha-b-ize esso fa, ha-r-ize essi fanno, Allah-as ha-b-una dunial
Allah egli fece-esso il mondo. Nell'Udo pochi sono i verbi semplici,
la maggior parte sono composti, come aš-besun fare qualche
cosa ( cosa, lavoro), lavorare, qy-besun temere, baš-qesun rubare
(baš-zu-qesa io rubo, baš-nu-qesa tu rubi), bu-qsun esser caro,
133amare, bu-za-qsa caro mi è, io amo, bu-wa-qsa caro ti è, tu
ami, ecc. Similmente nel Ceceno qōlu-d-ar. fare un furto, rubare,
lītša-d-ar baden (lītš-ar sich baden). Anche nel Circasso sono
frequenti i verbi composti.

I verbi del Chürkila sono di regola composti con is ‘diventare,
fare, dire’ e vengono spesso determinati da preposizioni,
per es. selthis per *sa-ilthis herausziehen, ši-io-āsis (opp. -r- e
-v- secondo la classe) herabnehmen. Anche altre lingue caucasiche
(Georgiano, ecc.) usano preverbi.

Una divisione netta fra composti e derivati non è sempre
possibile.

157. I generi del verbo sono formati in parte mediante prefissi
e in parte mediante suffissi, come nel Caucasico. Su questo punto
resta ancora da indagare. L'Abchazo usa principalmente dei prefissi,
fra cui r- del causativo è comune al Basco. Nel Kabardino
γa- forma un causativo-compellativo, per es. (il fratello il lavoratore)
je-γa-llazže egli (lo) costringe a lavorare. Il Georgiano,
invece, ha dei causativi col prefisso a- e con suffissi insieme,
come w-zraχ-a-w io penso : w-a-zraχ-e-w io faccio riflettere,
w-teχ io rompo : w-a-teχ-ine-b io faccio rompere, lascio rompere.
Nel Kharthwelico -i- riflessivo come nel Bantu.

Molti temi verbali derivati hanno acquistato il valore di temi
temporali. Così, per esempio, le forme stative del Bantu in -ama
perf. -eme e in -ba compaiono nel Georgiano, come temi del presente
in -ani, -ab ecc., per es. w-naχ-am io vedo, w-swam io
bevo, sma bere, w-swem-di io beveva (imper. su bevi !).

Vi sono raddoppiamenti di vario tipo, alcuni dei quali molto
notevoli, come Lak šana-š- dormire, zana-z- andare, kana-k- mangiare.
V. anche Elam. 16.

158. In queste lingue trovasi spesso conservata la categoria
arcaica del verbum plurale. Nell'Abchazo l'indice è -kh, per es.
i-z-bl-ueit ich verbrenne : i-z-byl-kh-ueit ich verbrenne vieles,
i-qa-s-ts'-ueit ich mache es : i-qa-s-ts'a-kh-ueit ich mache vieles.

A -kh dell'Abchazo corrisponde, come pare, -χk nel Ceceno-Thusch,
per esempio Ceceno da-χk, tha-χk porre, 'a-χk giacere,
χa-χk galoppare, Thusch la-ll pl. la-χk cacciare, spingere, di-ll
pl. di-χk porre. Forme con Thusch |b| Cec. |u|, per es. Thusch
dož pl. de|b|ž cadere, thoχ pl. the|b|χ battere, Cec. ḥas pl. ḥa|u|s
vedere, χaš pl. χa|u|š sedere. Nel Ceceno anche forme con -i-,
per es. ḥīs per *ḥe|i|s vedere, cfr. Thusch ḥe|b|s id. Tutti questi
affissi sono naturalmente segni del plurale, cfr. Thusch 'e-w-a-γe
egli siede, 'e-j-a-γe ella siede ; pl, 'e-b-a-χke essi siedono.134

Un esempio di forme suppletive si ha nel Thusch thas ‘abbattere’
riferito ad un oggetto singolo, χas id. riferito a più oggetti.

159. In parecchie lingue caucasiche vi è grande ricchezza di
modi, poichè, oltre all'indicativo e imperativo, si trovano forme
di congiuntivo, condizionale, consecutivo, ottativo e potenziale. In
complesso però sembra che questa categoria sia recente.

Per le forme negative si noti : Udo tsam zu-eχa io scrivo,
tsam the-z eχa opp. the-z tsam-eχa nón-io scrivo, io non scrivo.

Assai meglio sviluppata della categoria dei modi è quella dei
tempi. Come nelle lingue africane, troviamo qui i prefissi vocalici,
per es. Basco (Sul.) :

tableau pres. | n-a-bila | je marche | h-a-bila | d-a-bila | imperf. | n-e-bila-n | h-e-bila-n | s-e-bila-n

Cfr. Georgiano w-a-šeneb io fabbrico, a-šeneb tu fabbrichi,
a-šeneb-s fabbrica egli. Georg, w-a-r per *w-a-ri io sono, χ-a-r
tu sei, a-ri, a-r(i)-s egli è, a-ri-an essi sono : cfr. Ganda a-li
egli è, n-a-li io fui, ecc.

Di regola però i tempi sono formati mediante suffissi. Fra
questi uno dei più diffusi è -i opp. -e per il passato, elemento
universale. Nel Ceceno il perfetto è in -i-r, che corrisponde al
Bantu -i-le, per es. bēχ-i-r ha detto.

Frequente è in tutte le lingue di questo gruppo l'uso dei
verbi ausiliari.

160. La coniugazione è più spesso prefiggente che suffiggente.
Nel Basco n-a-bil io vado, h-a-bil tu vai, ma n-a-kar-k mi porti
tu, ecc. Nell'Abchazo sy-bluelt io brucio, u-blueit tu bruci, i-blueit
egli brucia, forme che hanno un aspetto schiettamente africano.
Lo stesso può dirsi del Circasso : Kab. sse so-lläzže moi je travaille,
wä uo-lläzže toi tu travailles, je-thlaghŭ egli vede, ecc. Nelle
lingue kharthweliche la coniugazione è prefiggente, come abbiamo
visto, soltanto la terza persona viene formata con suffissi : Georg.
is a-šeneb-s egli fabbrica-egli, isini a-šeneb-en essi fabbricano-essi.

Nell'Udo i pronomi sono suffissi in forme come besa-zu faccio
io, besa-nu fai tu, besa-ne fa egli ; ma altre forme possono essere
analizzate in modo che i pronomi appaiano prefissi, per esempio
baš-zu-qesa io rubo, baš-nu-qesa tu rubi possono concepirsi come
baš zu-qesa e baš nu-qesa.

In molte lingue caucasiche si uniscono al verbo solo i segni
delle classi, per es. Avaro w-u-go egli è, j-u-go ella è, b-u-go
esso è, r-u-go essi sono, dun w-u-go io (m.) sono, ecc.135

Anche il pronome oggettivo viene incorporato, per es. Georg.
a-dzlew-s dà egli : m-a-dzlew-s mi dà egli, g-a-dzlew-s ti dà
egli, m-a-tqwileb-s m'inganna egli. Col Georgiano gu-a-dzlew-s
‘ci dà egli’ concorda il Basco g-a-kar per *gu-a-kar ci porta
(egli). Notevoli le espressioni correttive come Georg. me thkhwen
g-a-dzlew
io a voi ti do = io vi do (me g-a-dzlew io ti do).

Nell'Abchazo sara wara sy-u-sweit io te io-ti-batto, ma con
chiasmo sara uara u-s-guaphχueit io te te-io-amo.

161. La collocazione delle parole è in generale inversa, B-A,
come si deduce principalmente dal posto che occupa il genitivo
e il pronome possessivo : Suano mare šia-r (di) uomo mani, Georg.
γmerth-i-s sitqua di Dio parola, Abchazo s-ab mio padre, u-ab
tuo padre, ari a-ab i-pha questo il padre suo-figlio, il figlio di
questo padre, Abadzech 'ate-m ji-χat (Kab. 'ade-m ji-χade) al
padre il suo giardino, Basco gure aita nostro padre. L'aggettivo
attributivo viene anche posposto come il predicativo. Le costruzioni
come Georg. sitqua γmerth-i-s-a parola di Dio, Basco aita
gure-a
padre nostro, hanno carattere predicativo (cfr. Georgiano
didi-a è grande). Tsachuro jaku-n žikri des beiles stiel, ma čubi
deki-n-a
i fratelli (che sono) del padre, i fratelli paterni.

Nell'Elamico la costruzione del genitivo è di regola A-B, però
troviamo anche la costruzione che segna il passaggio a B-A, copie
Iršamma att-e-ri Arsame padre di lui = il padre di Arsame,
e infine B-A, come Vištašpa šak-ri d'Istaspe figlio. Nel Mitanni
i possessivi sono posposti al nome.

162. In Pron. 109 io diedi il seguente elenco dei temi dei
pronomi personali :

tableau 1 pers. | i | mi | ni | ti | di | ki | kji | 2 pers. | u | mu | nu | tu | du | ku | kju

La desinenza del nominativo è -u, -o (rar. -i, -e), quella del
genitivo -i, quella dell'oggettivo e strumentale -a. Il nominativo
può essere ampliato mediante il suffisso -n.

Esempi dei temi vocalici : Arci i-s di me, e-z per *j-a-z a
me, Chinalug i-š a me, strum. ja ; Buduch i-n noi, Udo ja-n
dat. ja, Rutul noi — Dargua Sud u tu, gr. Kürino vu, vu-n,
Thusch (con laringale iniziale) ḥo id., Udo gen. wi, dat. wa,
plur. wḁ-n, dat. wḁ, Rutul voi, ecc.

Nel Kharthwelico ma, me, mi sono forme del pronome ‘io’,
invece nel gruppo Avaro esse valgono (insieme con mo e mu-)
per il pronome ‘tu’ ; inoltre da, de, di (insieme con do e du-)
nel gruppo Avaro rappresentano ‘io’, mentre nel medesimo gruppo
136du- (rar. de-, di-) forma i casi obliqui del pronome ‘tu’. Questi
fatti si possono spiegare come è.detto in Pron. (per es. me ‘tu’
da *mwe, pag. 98), oppure si può ammettere che i pronomi personali
si siano differenziati dai dimostrativi in epoca posteriore
alla unità caucasica, per modo che me ‘questo’ potè acquistare
da una parte il valore di ‘io’ e dall'altra il valore di ‘tu’.
In nessun altro gruppo linguistico, infatti, la connessione dei pronomi
personali coi dimostrativi è più evidente che in questo. Nel
gr. Avaro il pronome di seconda ha m- nel nominativo, d- nei
casi obliqui e b- nel plurale, per es. nel sotto-gruppo Andi :

mi(n), me(n) obl. du- plur. bišti

Ora nel Kürino i pronomi di terza persona e i dimostrativi
hanno la medesima distribuzione di caratteristiche : i-m(i) questo,
erg. i-da obl. i-da-, plur. i-bu-r. Nel Rutul il dimostrativo ha-d
fa al plurale hà-bu-r, erg. (I e II ci.) hà-bi-šä, gen. hà-biš-tǝ-,
cfr. Tsachuro da mana pi. man-bü, erg. man-bišä dat. man-biši-s.
Con, queste ultime forme concordano esattamente Botlich biš-ti vostro,
Tindi bis̱a erg. bis̱i voi. Cfr. anche Tsachur jak-bi-ši-n
‘delle scuri’.

Il pronome di prima persona del Caucasico settentrionale è
identico al pronome dimostrativo ‘questo’ delle lingue semitiche.
La cónsanante caratteristica è d nel gr. Avaro, d δ dz nel Kubaci,
z nel gr. Kürino, s nel Ceceno, Circasso e Abchazo ; nell'Aramaico
è d, nell'Arabo δ, nell'Ebraico ed Etiopico z. Scegliendo δ come
suono fondamentale abbiamo :

Cauc. sett. δu io, gen. δi, ogg. δa = Sem. δū questo, δī, ogg. .

Andi den io (cfr. hede- egli, questo) = Aram. dēn questo, ecc.
Anche le forme del plurale, così diverse da quelle del singolare,
coincidono :

gr. Avaro ithli, ili, eli noi = Ebr. ḗllä, Aram. b. illē-n questi

Anche in questo gruppo vi sono le forme secondarie con kenon
solo nel pronome di seconda persona. Kürino qhü-n voi,
dat. qhw-e-z. obl. qhw-ä-, Tab. i-kü, Inghiloj th-khö-n, Georg.
th-khwe-n, Mingrelio th-khwa, Lazo t-kua e t-kua-n voi : cfr.
Berbero kawe-n voi. Anche qui dunque si è generalizzato l'uso
di queste forme.

163. Nelle lingue caucasiche il sistema originario di numerazione
fu il vigesimale, sostituito posteriormente in alcune lingue
dal sistema decimale.137

Nella maggior parte delle lingue caucasiche settentrionali i
numerali sono forniti di suffissi. Abbiamo : Avaro -go, Andi -gu
— gr. Andi e Lak -da, -ra, Dargua,-a-l, Kürino ecc. -d, Tab.
-r — Dido -no, Chwarsci e Kap. -na — Lak e Abch : -ba, Tab.
e Tsach. -b, Lak -wa.

In alcune lingue il suffisso varia secondo la classe del numerando,
per es. Lak khi-wa adamina due uomini, khi-ra ṣ̌arṣa
due donne, khi-ba murḥ due alberi. Vi sono anche prefissi variabili,
come Andi v-oqo-gu 4 masch., j-oqo-gu femm., b-oqo-gu
neutro, r-oqo-gu plur. Spesso si trovano prefissi irrigiditi, per es.
Thusch wo-rχl Chürkila we-rḥ'- K. Kajtach ve-rḥ- 7 : Akusha
e K. Kajtach je-rḥ- id.

Indoeuropeo e Uraloaltaico

164. Il gruppo indoeuropeo fu diviso, come è noto, in otto
sotto-gruppi : 1. Ario o Indo-Iranico, 2. Armeno, 3. Greco, 4.
Albanese, 5. Italico, 6. Celtico, 7. Germanico, 8. Balto-Slavo.
Si aggiunge ora 9. il Tochario e secondo alcuni 10. lo Heteo.

Le reciproche relazioni di parentela coincidono con la rispettiva
posizione geografica e, come osserva Meillet, « le domaine
occupé par la famille a été élargi sans que la position respective
des dialectes ait changé d'une manière essentielle » (Les dialectes
indoeuropéens, II). Tuttavia l'intero gruppo si divide in due
grandi sezioni, orientale (Ario, Armeno, Albanese e Balto-Slavo)
e occidentale (Greco, Italico, Celtico e Germanico). La distinzione
si manifesta soprattutto nel trattamento delle gutturali. Prendendo
k come rappresentante della classe, noi lo troviamo ovunque conservato
salvo il mutamento in χ o h dovuto alla Lautverschiebung
nel Germanico e, in determinati casi, la palatalizzazione in č
dell'Ario e in č o c dello Slavo. Con questo k si confuse il primitivo
kj nelP Indoeuropeo occidentale e. il primitivo kw nell'Indoeuropeo
orientale. Ecco invece quale fu il trattamento di
kj e di kw nei gruppi in cui queste combinazioni non si confusero
con k :

kj — Sanscr. š', Av. s, θ, Arm. s, Alb. s, θ, Lit. š. Slavo s.

kw — Greco p, t, Latino qu (cioè kw), Osco-Umbro p, Brit. p
(Irl. k). Germ. χw, f.

La trasformazione di kw in k da una parte e in *kp > p
dall'altra, come quella di kj in š o s, si comprende facilmente,
138mentre kj > k è insolito, v. Pron. 116 e 361. Il mutamento di
kj in sibilante è comune all'Indoeuropeo orientale e al Semitico,
ciò che ha qualche importanza per il problema delle primitive
sedi dei rispettivi popoli.

165. Il popolo primitivo indoeuropeo doveva occupare un territorio
assai meno esteso di quello occupato in tempi storici. La
sede primitiva si soleva supporre dapprima in Asia (per esempio
nell'altipiano del Pamir), poi prevalsero le teorie dell'origine
europea. Certo si deve escludere l'India, le tre penisole balcanica,
italica ed iberica, e l'Europa settentrionale.

La scoperta, del Tochario, che circa mille anni fa si parlava
ancora nel centro dell'Asia (Turkestan orientale o Cinese), e che
appunto nel trattamento delle palatali sembra concordare con le
lingue occidentali anziché con le orientali, come ci aspetteremmo
per la sua posizione geografica, può avere qualche importanza
per la questione della sede primitiva. Ed. Meyer, rimasto sempre
fedele alla teoria della provenienza asiatica, vede appunto nel
Tochario un argomento in favore di essa. Lo Schrader, invece,
che pone nella Russia meridionale le più antiche sedi indoeuropee,
spiegherebbe i fatti supponendo che il mutamento delle palatali
in sibilanti sia avvenuto nel centro del territorio e non si sia
esteso agli estremi, cioè, al Tochario da una parte e alle lingue
dell'occidente europeo dall'altra. In tal caso — secondo lo stesso
Schrader — il Tochario non avrebbe in comune con le lingue
occidentali che il fatto negativo di non aver subito quel mutamento
fonetico, onde nessuna deduzione si potrebbe trarre per
stabilire particolari affinità con relative conseguenze. Ma qui si
può osservare che kj > k costituisce un mutamento ancora più
singolare di kj > š.

Date le relazioni dell'Indoeuropeo con altri gruppi linguistici,
io ritengo che le sedi primitive non possano essere cercate a
troppa distanza dalla regione del Caucaso, uno dei principali
Centri secondari di dispersione.

166. Il vasto gruppo Uralo-Altaico si suddivide nel seguente
modo :

Uralico

Ugro-Finnico. — a) 1. Lappone, 2. Finnico, 3. Mordvino, 4.
Ceremisso, 5. Sirjeno e Votjaco (gr. di Perm) — b) 6. Magiaro ;
7. Vogulo, 8. Ostjaco.

Samojedo. — a) 1. Juraco, 2. Tawghy, 3. Jenissei, 4. Ostjaco
b) 5. Kamassino, 6. Koibal, 7. Motor, 8. Taigi.139

Altaico

1. Turco (Osmanli ecc), Ciuvasso, Jacutico — 2. Mongolico,
Burjato — 3. Mangili e dialetti Tungusi.
1. Giapponese — 2. Coreano.

La connessione del Giapponese con le altre lingue « altaiche »
non abbisogna più di prove. Quanto al Coreano, Aston lo collegò
già nel 1879 al Giapponese (A Comp. Study of the Japanese and
Korean languages, JRAS, 1879). Più recentemente S. Kanazawa
confermò tale connessione (The common origin of the Japanese
and Korean languages, Tokyo 1910). Non conosco questo lavoro,
sul quale leggo nel XI vol. del T'oung Pao (pag. 310) quanto
segue : « Le Coréen appartient à la même famille linguistique
que le Japonais. M. Kanazawa croit qu'autrefois la ressemblance
entre les deux langues devait être plus grande qu'aujourd'hui ;
mais, actuellement encore, la parente est evidente et c'est ce que
montre l'auteur par une série de remarques sur la phonétique,
la morphologie et la grammaire ». V. tuttavia Pron. 148.

167. Il territorio linguistico ugrofinnico appare ora frazionato
in causa di molteplici movimenti di popoli. I Magiari hanno la
prossima parentela al di là degli Urali, negli Ugri dell'Obi (Voguli
e Ostjachi). Essi occuparono l'Ungheria circa il 900 dopo Cr. e
provenivano dalle regioni del Volga, ove erano stati a contatto
con una popolazione bulgaro-turca, che parlava una lingua simile
al Ciuvasso. Gli antichi Finni (prob. i Fenni di Tacito) verso
il principio dell'era volgare erano stanziati al sud del golfo di
Finlandia e del lago Ladoga, ad oriente dell' odierna Estonia e
Livonia, ed erano a contatto coi Mordvini. Il territorio dei Lapponi
si stendeva un tempo verso oriente in direzione meridionale, nel
XIV secolo presso il lago Onega e nel XVI secolo presso il lago
Saima ; e solo dopo il medio-evo arrivarono alle parti più meridionali
del loro odierno territorio nella Svezia e Norvegia. Infine
i progenitori dei Sirjeni e Votjachi, che abitavano presso gli Ugri,
formavano ancora un'unica popolazione al principio del dominio
dei Bulgari, verso il 600, e l'emigrazione dei Sirjeni verso nord
avvenne nei secoli VIII-XI.

Tutti questi dati non bastano per determinare con qualche
precisione la sede primitiva degli Ugrofinni. Alcuni la pongono
nel sud-est della Russia, altri nelle regioni centrali degli Urali,
presso il fiume Kama e i suoi affluenti. Ma più che agli Urali
dobbiamo avvicinarla al Caucaso. Già nel 1814 Klaproth nell'appendice
linguistica dell'opera « Reise in den Kaukasus »,
140parlando degli Awari Chunzag, notava che essi potevano identificarsi
con gli Ogor di Teofilatto, più tardi detti Οὐάρ ; che molti
nomi storici degli Unni (come Uldin, Aitila, Budach, Ellak, Dingizik,
Eskam, Balamir) e molti nomi antichi magiari (come Almus,
Zolta, Leel, Geisa, Sarolta) erano in uso anche presso gli Awari
caucasici, la lingua dei quali avrebbe anche molte parole primitive
in comune con gl'idiomi dei Samojedi, degli Ostjachi e di altre
popolazioni della Siberia. Concordanze simili trovava poi con altre
lingue caucasiche, particolarmente col Circasso ; onde egli concludeva
che i Circassi avevano appartenuto insieme coi Voguli
e Ostjachi ad un ceppo, che in tempi molto antichi si era diviso
in parecchi rami, di cui uno fu probabilmente quello degli Unni.
Questa tesi fu sostenuta, rispetto al Magiaro, da Erdélyi e Dankovsky
in lavori pubblicati nel 1826 a Presburgo. Il primo presentò
ben 490 comparazioni magiaro-caucasiche. Posteriormente
la questione fu abbandonata, finchè recentemente fu ripresa in
esame da Munkácsi. Fondandosi su molteplici prove, egli pone
le più antiche sedi dei Magiari e Hun-Ugur (= Hungari) nelle
regioni a nord del Caucaso, fra il Mar Nero e il Caspio, e non
lungi da esse anche quelle degli antenati degli odierni Voguli,
Ostjachi e Sirjeno-Votjachi. Antichissimi contatti con le popolazioni
del Caucaso sarebbero attestati dall'influenza esercitata dall'Osselo
e dalle lingue caucasiche sul Magiaro e lingue affini,
nel che per altro Munkácsi va troppo oltre confondendo con gli
elementi trasmessi anche quelli che evidentemente appartengono
a un fondo comune. Certo è, a ogni modo, che parole arie passarono
nell'Ugrofinnico ancora nel periodo dell'unità di questo,
per es. *s'ata da Ario š'ata- cento.

Quanto ai Lapponi, è da osservare che antropologicamente
essi si distinguono dai Finni, benché il loro linguaggio sia molto
simile al Finnico. Perciò si ritiene che nel Lappone possano essere
contenuti dei residui dell' ignoto idioma che fu proprio di quel
popolo prima che subisse l'influenza finnica. Ma finora tali elementi
non sono stati sceverati.

168. La Grammatica del Bopp, il Compendium dello Schleicher
e il Grundriss del Brugmann segnano tre gloriose tappe negli
studi indoeuropei. Questi seguirono dal 1875 in poi un indirizzo
rigoroso con l'introduzione del principio o postulato della ineccepibilità
delle leggi fonetiche, onde la glottologia indoeuropea
assurse a modello di ogni investigazione linguistica che mirasse
ad avere un carattere scientifico. Senonchè, mentre gli studi comparativi
acquistavano un mirabile rigore fondandosi sul principio
141meccanico delle leggi fonetiche, perdevano non poco del loro carattere
oggettivo col ricorrere al principio psicologico dell'analogia,
principio in se stesso giustissimo, ma non sempre verificabile,
perche fondato sull'intreccio complicatissimo delle associazioni, e
che nella pratica da adito al massimo arbitrio. Si aggiungano i
mutamenti fonetici incondizionati e di natura combinatoria, i quali
per la maggior parte sfuggono a qualsiasi « legge » e dovrebbero
perciò essere ammessi soltanto con grandi cautele.

L'età d'oro degli studi indoeuropei è passata e da alcuni
decenni il progredire si è fatto lento e malsicuro. Non intendo
procedere qui ad una critica e mi contento di accennare alla
confusione, enorme che regna nelle teorie dell'apofonia vocalica.
Ne ciò fa meraviglia. La nostra scienza si fonda sulla comparazione
di quanti più elementi sia possibile raccogliere : sfruttato
il materiale più ovvio indoeuropeo, il resto oppone molteplici difficoltà
all'analisi e i nuovi problemi che sorgono restano insoluti.
Diversamente va la cosa se si estendono le comparazioni fuori
dell'ambito indoeuropeo, poiché allora nuovi elementi contribuiscono
alla soluzione dei problemi più oscuri. E se si vuole che
la glottologia indoeuropea progredisca davvero, è assolutamente
necessario abbattere il muro entro cui la si vuoi tenere rinchiusa;
in caso contrario, essa diventerà sempre più sterile e perderà quel
posto preminente che ha tenuto finora.

169. Già nel secolo XVII Commenius, Tröster e Stiernhielm,
ai quali si aggiunse poi il Leibniz, avevano riconosciuto l'affinità
del Magiaro e del Finnico. Nel 1717 lo svedese Rudbeck pubblicò
un lavoro intitolato « Specimen usus linguae Gothicae…, addita
analogia linguae Gothicae cum Sinica, nec non Finnicae cum
Hungarica ». Ma il fondatore della glottologia ugrofinnica e dell'etnografia
uraloaltaica fu un ufficiale svedese, Filippo Giovanni
von Strahlenberg. Questi, fatto prigioniero dai Russi nella battaglia
di Pultawa, fu poi condotto in Siberia, ove rimase tredici
anni libero di vagare dove volesse. In tal modo ebbe occasione
di studiare molti popoli e idiomi delle regioni orientali e settentrionali
dell'Europa e dell'Asia. Nella sua grande opera etnografica
pubblicata nel 1730 egli divise rettamente in sei gruppi
i popoli « tatari », cioè uraloaltaici, e in un'altra opera intitolata
« Gentium boreo-orientalium harmonia linguarum » provò per
mezzo di comparazioni lessicali che i Finni, Magiari, Voguli e
Ostjachi appartengono al medesimo ceppo. Nel 1770 Sajnovics e
nel 1799 Gyarmathi riuscirono a dimostrare definitivamente l'omogeneità
del ramo ugrofinnico. E ora gli studi ugrofinnici sono
142molto progrediti per opera di una schiera di studiosi ungheresi
e finlandesi, come Budenz, Szinnyei, Donner, Setälä, Paasonen.

Le lingue dei Samojedi sono note specialmente per i lavori,
di Castrén. La parentela del Samojedo coll'Ugrofinnico fu più volte
oggetto di studio per opera di Donner (1881), Halász (1893-94),
e più recentemente di Setälä (1912) e Paasonen (1917). A
quest'ultimo devesi un'ottima fonologia ugrofinno-samojedica.

Tra le lingue altaiche le meglio studiate sono senza dubbio
quelle del ramo turco. Fra i turcologi nomineremo Vámbéry,
Radloff, Grönbech, Thomsen, W. Bang. Anche lo studio comparativo
della fonologia e morfologia altaica è bene avviato, per
merito di Grunzel e soprattutto di Ramstedt.

All'intero gruppo uraloaltaico estesero l'indagine Schott,
Castrén, Boller, Winkler e altri. Ciò che ora si desidera è soprattutto
una fonologia uralico-altaica.

170. a) Il sistema fonetico indoeuropeo è caratterizzato soprattutto
dalla presenza delle esplosive aspirate bh dh gh, le quali
etimologicamente corrispondono a p' t' k' (ossia ṗ ṭ ḳ) delle lingue
camitosemitiche e caucasiche. Meno frequenti e di origine posteriore
sono ph th kh.

Le vocali sono le cinque normali, brevi e lunghe. Le lunghe
sono qui etimologicamente fisse e derivano spesso da contrazione,
per es, gār- in Greco γῆρυς e γηρύω da *gaar- (cfr. Arabo ga'ar-a
he cried out), Greco πῦρ cioè púur da *púru (Less. 347), θνητός
dor. θνατός cioè θναατός per *θανατός, cfr. θάνατος. In altri casi
l'allungamento è « di compenso », come Av. xvara- divorare :
caus. xvāra- per *xvarra-, Sanscr. tapa- esser caldo : Av. tāpaper
*tappa- riscaldare, Greco χωλός = *χολλός zoppo, Lat. amāroper
*amarro- (cfr. Semitico marru amaro, Arabo amarru more,
most bitter). Le consonanti raddoppiate si sono conservate solo
in pochi casi, come Lat. Varro = vāro (da vārus).

L'accento era prevalentemente musicale nell'ultimo periodo
unitario, ma anteriormente prevalse un forte accento dinamico
che cagionò il frequente dileguarsi delle vocali, onde i non pochi
gruppi di consonanti. In principio di parola i gruppi hanno per
secondo elemento un suono continuo (j w, r l, m n, s) oppure
s per primo elemento ; e vi sono anche gruppi di tre consonanti,
di cui la prima è s e la terza un suono continuo. In fine di
parola sono frequenti s, r (più raro l) e n m, delle esplosive t
o d, mentre p e k si trovano di rado ; inoltre sono frequenti i
gruppi con s, come ns ecc.143

b) Il vocalismo delle lingue uraloaltaiche è ricco e comprende
due serie :

tableau gutturali | palatali | a | ë | y | o | u | ä | e | i | ö | ü

Nell'armonia vocalica occorrono dure con dure e molli con
molli ; però e i sono neutrali nell'Uralico, e neutrale è anche
i nel Mongolico. Frequenti sono le combinazioni di vocali. Nell'Ugrofinnico
e nelle lingue altaiche le vocali possono essere
lunghe per un processo secondario, come nell'Indoeuropeo.

Nell'Uralico le consonanti doppie sono frequenti e, come le
semplici, sono soggette ad alternazioni dipendenti dalla posizione
dell'accento ; per es. Finnico véte- acqua (cfr. Gotico watō acqua
e Arm. get da *weto- fiume con t) : gen. vede-n da *vedé-n n=
Sanscrito udá-n-. Un fenomeno simile si osserva nel Germanico
(legge di Verner). Nelle lingue uraliche e turche sono in generale
rare le sonore g d b in principio di parola.

Le vocali sono meno soggette a dileguarsi che nell'Indoeuropeo
e perciò la primitiva costituzione sillabica delle parole è
qui meglio conservata. In tutto l'Uraloaltaico mancano, infatti,
i gruppi iniziali di consonanti (salvo quelli di origine recentissima)
e l'esito in vocale è frequente. In fine di parola il Finnico tollera
soltanto n s e più raramente r l t.

171. Il genere nell'Indoeuropeo, come nel Caucasico e Dravidico,
risulta dalla combinazione di due classificazioni :

I Animato — 1. maschile — 2. femminile

II Inanimato — 3. neutro

Per es. kui-s quis ? animato (maschile-femminile), kui-d quid ?
inanimato (neutro) ; so maschile, sā ἡ. femminile, ma to-d τὸ
neutro.

Nelle lingue uraloaltaiche manca la categoria grammaticale
del genere. Probabilmente essa esisteva in origine e in parte
rimasero le forme (per esempio il Finnico ha kolo e kota casa,
capanna, dimora), in parte anche queste si confusero col confondersi
delle vocali o e a, sulle quali principalmente è fondata la
distinzione del genere nelle lingue indoeuropee. Così il Finnico ha
kala pesce, ma al plurale kalo-i-, cfr. Germ. hwala- m. balena,
Lat. squalo- m., plur. *squalo-i.

In lingue ugrofinniche si trovano dei neutri pronominali in -d
corrispondenti ai neutri indoeuropei in -d, per es. Estonico
alius, alia, mū-d aliud.144

In ogni modo, però, tracce numerose della distinzione animato :
inanimato si trovano in tutto l'Uraloaltaico.

Resti delle classi primitive si trovano anche qui, oltreché nei
diminutivi, nelle forme del plurale e duale. Nell' Ugrofinnico i
suffissi sono -t, -k, -i o -j, -n, e tutti hanno riscontro nell'Indoeuropeo.
Nel Mangiu e Giapponese perdura il processo arcaico
dei plurali per raddoppiamento.

172. La concordanza nelle lingue indoeuropee è ben nota e
si manifesta naturalmente solo nei suffissi. Essa perdura nelle fasi
più recenti :

tableau questo mio caro figlio | questi miei cari figli | questa mia cara figlia | queste mie care figlie

Invece nelle lingue uraloaltaiche essa manca quasi del tutto,
soltanto nel Finnico e in alcuni casi nel Lappone e nel Magiaro
si trova una concordanza naturalmente limitata al numero e al
caso, per es. Finnico matala-ssa möki-ssä nella bassa capanna,
piene-t poia-t i piccoli ragazzi.

173. La declinazione è in generale abbastanza ricca di forme
e nell'Indoeuropeo ed Uralico comprende anche il duale. Il primitivo
sistema regolare nell'Indoeuropeo è scomparso in causa
di una quantità di innovazioni, onde gli stessi casi hanno non
di rado suffissi diversi e i medesimi suffissi possono esprimere
più casi.

Il nominativo ha una forma propria quasi soltanto nell'Indoeuropeo.
Qui esso nel singolare può essere indicato da -o (cfr.
Semitico -u, Caucasico -o, -ti) e da -s, per es. ὄφι-ς in origine
‘serpente esso, il serpente’ in contrapposto a voc. ὄφι serpente !,
cfr. Mordvino tuvo-ś ‘maiale esso, il maiale’ in contrapposto a
tuvo maiale, un maiale.

L'accusativo invece è comune all'Indoeuropeo e all'Uraloaltaico.
Il suffisso nel singolare è : Indoeur. -m, Ugrofinnico -m
(Lappone anche -b o -v, Vogulo con vocale -ma, -mä, -mi ecc.),
Samojedo -m, -p, Tunguso -ma, -mä e -va, -vä, ecc.

Il genitivo uraloaltaico in -n ha carattere aggettivale ed
esprime possesso, per es. Finnico mā-n del paese, valtio-n dello
stato, appartenente allo stato. Cfr. Indoeuropeo mei-n-o- ‘quello
di me, il di me, mio’ da mei ‘di me’ con Mongolo mi-n-u ‘di
me, mio’, quindi Lat. pater-n-o- f. pater-n-a, ecc. Simile è il
suffisso locativo -na, -nä, per esempio Finnico koto-na in casa,
Magiaro tēle-n nell' inverno ; cfr. Sanscrito tásmi-n, Lat. pō-ne,
super-ne, quindi gli aggettivi come nocturnus, ecc. Un altro suffisso
145caratterizzato da n è -ine nel Finnico per il concitativo, -in
per lo strumentale (Lappone -ina, -in), per es. vaimo-ine- con
la moglie, kaik-in voim-in con tutte le forze ; cfr. Greco ἵνα e
lo strumentale-comitativo in -na e -ina delle lingue arie.

Al suffisso del dativo -ga, -γa ecc. del Turco si collega il
suffisso del lativo -k o , per es. del Finnico (dial.) üm-päri-k
intorno ; cfr. Greco πέρι-ξ id. e περισσό-ς att. περιττό-ς ‘superfluo’
da *peri-k-jó-. A -ks di πέρι-ξ corrisponde esattamente -ks, -ksi
del translativo finnico, per es. tā-ksi indietro. — Nel Lappone
vi sono poi dei dativi (illativi, allativi) con -i dopo vocale, come
paränā-i al figlio, vuola-i sotto, johko-i al fiume ; cfr. Greco θεῷ
e θεᾷ inoltre παραί, δόμεναι, ecc.

Comune all'Indoeuropeo e Uraloaltaico è pure il suffisso
dell'ablativo, che nell'Ugrofinnico è -ta, -tä oppure -da, -dä, per
esempio Mordvino oš-ta da una città. Cfr. Latino equō-d, ecc.

Con Ostjaco kò-t, kò-ttì dove ?, to-t, to-ttì là cfr. Greco πό-θι
dove ?, αὐ-τό-θι colà, ivi, poi οἴκο-θι in casa, ecc., e con Finnico
ala-s deorsum, ülö-s sursum, ulo-s foras, Mordvino kudo-s in una
casa (moto) cfr. Sanscr. avá-s unten, Greco ἀμφί-ς, ecc.

Infine noteremo che nell'Indoeuropeo vi sono temi dei casi
obliqui caratterizzati da -n- e -r-, per esempio Lat. homo : obl :
homi-n-, Indoeur. bhrā́-tō fratello : obl. bhrā́-to-r-, Cfr. il Caucasico
e il Dravidico-Australiano. Il primo tipo, almeno, è rappresentato
anche nell'Uraloaltaico, per esempio Burjato modo (anche
modo-n) albero : gen. modo-n-i, dat. modo-n-do, ecc., plur. modo-t
alberi, usu-n-a-s dall'acqua = Sanscr. ud-n-á-s id.).

174. In tutto l'Uraloaltaico l'aggettivo usato come attributo
precede il sostantivo con cui forma un gruppo, usato come predicato
lo segue assumendo forma e valore verbale. Esempi : Lappone
S. puörrē buono attr., pùöra-k gen. pùöra-ka buono pred.,
Giapponese kuro-tsutsi oppure kuro-ki tsutsi nera terra, tsutsi
kuro-si
la terra è nera. Nel Samojedo Juraco si dice tītsi-da jāle'
‘il freddo giorno’, ma jāle-da tītsi ‘il giorno è freddo’.

La stretta affinità che intercede tra l'Indoeuropeo e l'Uralico
appare, fra altro, dalle forme del -superlativo. Finnico Ol. sūre- grande :
sūr-i-ma- il più grande, vägevä forte : vägev-i-mä- il
più forte, Suomi kova duro : kov-i-n, poi ensi-mä- primo, ulko-ma- exterus,
Lappone S. nuora giovane : nuor-e-mus il più giovane
(Vog. ńaur-e-m kind), anche nuora-i-mus, F. nuorra-mus. Cfr.
Greco πρό-μο-ς vorderst, Umbro pro-mo-, a. Irl. ness-a-m nächst
= Osco-Umbro nes-i-mo- proximus, ecc. Suomi ku-ta-ma quale ?
(di molti), Lappone N. gu-tte-mu-š (cfr. gu-tte quale) = Sanscr.
146ka-ta-má-s. Affini sono le forme dei numerali ordinali come Ceremisso
S. nile-mi-še 4°, Ostjaco χut-mi-t I. χūda-me-t 6°, Finnico
kolma-n-de- 3°, Samojedo Jur. tieti-m-dei Tav.. tjata-m-tea 4°,
Turco or. iki-n-di 2 ; cfr. Sanscr. panča-má-s, Lazo χut-mu-š 5°.

175. a) I temi verbali bisillabi sono frequenti nell'Indoeuropeo
e anche con armonia vocàlica. Il Greco, specialmente, è
sotto questo rispetto molto arcaico. Daremo alcuni esempi.

Greco χαράσσω) incido, θάνατος morte, κάματος fatica, σφάραγος
rumore, χάλαζα grandine, παλάμη mano, palma, ἀ-δάματος indomito,
πάταγος strepito (= Eschimo pátag-), ecc.

Greco ἐρέσσω io remo, ἐρετμός il remo, ἐρεθίζω eccito, χρεμετίζω
nitrisco, τέρε-τρο-ν : Lat. tere-bra, Lituano kerḗ-ti zaubern, žerḗ-ti
strahlen, ecc.

Gr. θρώσκω aor. ἔθορον da *dhoro- saltare, στρῶ-μα e στρω-τό-ς
da stroo- per storo- stendere, eol. ἐ-στόρο-ται è steso, ὄνο-μα nome,
ὀνο-τό-ς biasimevole, Russo koló-tj pungere, ecc.

Le serie uu ed ii in generale non sono conservate. Da
púru ‘fuoco’ si ebbe púur, Greco πῦρ ; da pulu lavare (Polin.
fulu) si ebbe pluu, Greco πλύνω, ecc.

In Greco sono però frequenti le serie o — u ed ei, per es.
θόρυβος rumore, κόρυζα raffreddore, κόρυφος, κορυφή cima, ἑλίκη
salice, χελιδών rondine, στέριφος, ecc.

Gr. βάρα-θρο-ν da gwara-, arc. ζέρε-θρο-ν da gwere-, βιβρώσκω,
ἔβορον da gworo- divorare — a. Irl. tara-thar n. Cymr. tara-dr,
Greco τέρε-τρο-ν Lat. tere-bra, Greco τρω-τό-ς da toro- perforare
— Greco κάλαθος cesto intrecciato, κλώθω da kolo- filare.

b) In nessun gruppo come nell'Uraloaltaico è sviluppata
l'armonia delle vocali, anche completa. Nel Giapponese i temi
polisillabi con o nella prima sillaba hanno la medesima vocale
anche nelle sillabe seguenti. Nel Turco le vocali finali si sono
spesso dileguate, ma ricompaiono non di rado nelle forme derivate.
Daremo alcuni esempi di lingue altaiche.

Mong. aba- prendere (Mangiu aba caccia), χaga- chiudere,
Mong. Mangiu jada- (Jac. dzada-) essere povero, tata- tirare,
Mong. Tunguso mata- piegare, Altaico kata- esser duro, kadza
mordere, kara- guardare, Giapp. vaka-ri intendere, ata-ri treffen.

Mong. egere- filare, jere- venire, nege- aprire, Mong. Mangiu
gere- splendere, sere- aufwachen, neme- aggiungere, ere- sperare,
Mong. Mangiu e Tung. ebde- rompere, guastare, Mangiu gele- temere.

Altaico biči- scrivere, Giapp. kiri tagliare, iri entrare, Turco
kiri ingresso.147

Altaico koro- essere offeso, adirato, Mong. togo-la- Tunguso
tō-lo- contare, Mong. togo-ri- voltarsi, Mong. Mangiu golo- spaventare,
Mangiu, obo- lavare, toχo-ro- riposare, Giapp. todo-ki
tirare, koro-si far morire, uccidere, tobo-si far bruciare.

Tunguso kulu-hu- Mong. külü (Burj. kölö-) affittare, miethen.
Tung. guru- Mong. gürü- intrecciare.

Si noti ancora : Altaico itege- credere, Mong. idege- mangiare,
inege- ridere, ilege- inviare.

176. Verbi composti si trovano anzitutto nel Giapponese, per
esempio :

omohi-kiri pensare + tagliare = decidersi
omohi-kahessi pensare + rimandare = riflettere ancora
nage-hage gettare + sollevare = gettar su
kaki-tori scrivere + prendere = copiare

Composti di sinonimi si trovano in abbondanza, a quel che
pare, nel Mangiu ; per es. kal-tara- sdrucciolare : Tung. kal-gü- sdrucciolare,
kal-go-n liscio, sdrucciolevole, e Mangiu terin taran
schwankend, terten tartan wankend.

Anche nell'Indoeuropeo trovansi dei composti di sinonimi. Così
il Tedesco bringen (Got. bringan ecc.) e il Celtico *bronk- secondo
Brugmann IF. XII 156 risulterebbero dall'unione delle radici sinonime
di φέρω ed ἐνεγκεῖν. La base pr-eus- bruciare è formata dalle
radici di πίμπρη-μι e di ūro.

177. I verbi derivati si formano per mezzo di suffissi e solo
l'Indoeuropeo conserva numerose tracce di un prefìsso s- corrispondente
a s- del Camitosemitico e del Tibetano ; per es. Greco
σκαίρω da s-karj- cfr. Mongolo karaji- per *karagi- hüpfen, a.
Ted. s-krëkkôn hüpfen, (auf)springen, Ted. schrecken, cfr. Tibetano
s-krag- spaventarsi, s-krog- spaventare (propriamente ‘far
paura’ da *krag-o paura).

Gli ugrofinnisti distinguono i verbi deverbali in momentanei
e frequentativi. Ai relativi suffissi corrispondono nell'Indoeuropeo
ora dei « determinativi » delle radici, ora dei suffissi del presente.
Daremo alcuni esempi delle principali categorie.

-m mom. — Vogulo pel- temere : pel-in- spaventare, Sirjeno
töd- sapere : töd-my- apprendere, zer-my- piovere, do-m- legare.
Cfr. dra-m- nel Greco δραμεῖν mettersi a correre, tre-m- nel
Latino tremo e Greco τρέμω, ecc.

-n mom. — Finnico pake-ne- sfuggire (Ostjaco pāge-n- spaventarsi),
mure-ne- frangi, in frustula solvi = Sanscr. mṛ-ṇá- zermalmen.148

-k mom. : -ng frequ. — Estonico tsur-ka- pungere una volta,
fare una puntura, Finn, vil-khu-, väl-kky- micare, abrupte splendere ;
Magiaro all- stare : āllo-ng- stare ozioso, döl- umfallen :
dölö-ng- hin und her fallen (dölö-ngö vacillans), kere-ng-, keri-ng- kreisen.
Cfr. Lat. fra-g- in fragills, fractus : durativo fra-ngo,
Germ. kri-nga- cerchio.

-t mom. : -nd frequ. — Sirjeno sul- sedere : sul-t- alzarsi,
Lapp. jauhkì-te- scomparire improvvisamente. Cfr. Lat. fū-d- in
fūdī, fūsus : durativo fu-ndo, Got. sta-nd-an stare, Gr. κυλί-νδω.

-s e -sk frequ. — Vogulo mūr- immergere : mūr-s- immergere
ripetutamente ; Votjaco kur- bitten : hur-i-śk- beten, ver-a-ldire :
ver-a-śk- raccontare. Cfr. Greco δέψω : δέψω (= Mongolo
deb-se-), pres. εὑρ-ί-σκω, frequ. φεύγ-ε-σκε.

Il suffisso -i forma dei frequentativi come Finnico lepä-iäriposare,
vapa-ia- tremare, Ostjaco tor-ī- id., e dei denominativi
come Vogulo namà-i- nominare. Le corrispondenze indoeuropee
sono ovvie. Altro tipo di verbi denominativi è quello del Vepso
sola-da-, sōl-da- salare, cfr. Lat. sallo da *sal-do, Got. sal-ta.

Ceremisso pur- intrare : caus. pur-t- inferre, introducere, cfr.
Latino portāre per *poritāre, frequentativo del causativo *poreo.

Il raddoppiamento, come processo morfologico, è comune nell'Indoeuropeo,
raro nell'Uraloaltaico.

178. Finora non si sono trovate tracce del verbum plurale
nelle lingue indoeuropee ed uraloaltaiche. Tuttavia si noti il
seguente fatto. Nel Mongolo abbiamo ükü- e mükü- morire (questo
= Mangiu muki-ye-). Ora nel Tarahumara ko vale ‘morirse
muchos’ e mukú ‘morirse uno’ (questo = Azteco miki, Huichol
muki, ecc). Probabilmente dunque il Mongolo ükü- in origine si
usava per il plurale e mükü- per il singolare.

179. Nell'Indoeuropeo il modo meglio distinto è l'ottativo-potenziale
con -i- per caratteristica. Nell'Ugroflnnico soltanto il
congiuntivo ha un suffisso speciale, che è -ne-, e può aver valore
di condizionale, potenziale e ottativo.

Nel Finnico vi sono due forme d'imperativo, con -ka -kä e
con -ko -kö. Quest'ultima esprime un comando più mite e la
vocale o starebbe per -oi, come nei diminutivi. In vari dialetti
del Finnico abbiamo, per esempio, laula-k canta !, laula-ka-me
cantiamo !, p'es-ka-t lavate !, sano-ko-hon egli dica !, kuol-ko-si
che tu muoia ! (per *kuol-ko-i-si). Cfr. Lituano dẹ̄-k poni !, Latino
fa-c, Greco ὄλε-κε perisci!, ὄλέ-κο-ι-ς che tu perisca ! Si noti però
che il suffisso -k non è limitato all'imperativo, benché in questo
modo sia straordinariamente diffuso (per es. Barea le-k bevi !,
149Galla kāy-ko o steh auf !, bui-ka o komm herab !, Thami pi-ko
= Abor-Miri bi-ka give !, Mosquito yap-ka dormi !, Galibi aboi-ko
prendi !).

Degne di nota sono le forme verbali negative delle lingue
uraloaltaiche. Nel Finnico si dice sano-n dico io : e-n sano non
io dico, sano-mme diciamo noi : e-mme sano : non noi diciamo, e
similmente nel lontanissimo Tunguso di Ochotsk uklary-m dormo
io : eta-m uklar non io dormo. Turco Osm. jaz scrivi !, jaz-ma
non scrivere !, jaz-a-r egli scrive : jaz-ma-z egli non scrive.

180. I « tempi » del verbo servono propriamente a distinguere
l'azione incompiuta e durativa (presente-futuro) e l'azione compiuta
(preterito). Il tema del presente è un ampliamento del tema
verbale. Così, per esempio, nel Burjato da ala uccidere (usato
come imperativo) si forma un gerundio presente ala-n uccidendo,
donde ala-na egli uccide, essi uccidono, quindi

tableau ala-na-m | io uccido | ala-na-bda | noi uccidiamo | ala-na-š | tu uccidi | ala-na-ta | voi uccidete

Cfr. in Greco μάρ-να-μαι io combatto, μάρ-να-σαι tu combatti,
μαρ-νά-μεθα noi combattiamo,

Nell'Ugrofinnico un tema del presente è costituito dal nome
verbale in -k, per es. Vogulo minè-γ-m o me̥n-γe-m ‘andante
io, io vado’. Un altro tema è formato col suffisso -p -b o -v -u,
per es. Finnico sā-pi egli riceve, sano-vi egli dice, dial. sano-u
id., ānda-b egli dà (anche anda-v e anda-u). Cfr. Sanscrito perf.
da-dā-u, pa-prā-n, Latino plē-v-ī, ecc., inoltre il presente del
Georgiano in -b e -v.

Per il tempo passato la caratteristica più diffusa nell'Ugrofinnico
è -i. Nel Finnico il verbo ‘essere’ fa

tableau presente | passato | sing. | plur. | ole-n | ole-mme | oli-n | oli-mme | ole-t | ole-tte | oli-t | oli-tte

Di questo elemento -i vi sonò numerose tracce nell'Indo-europeo :
Sanscrito ā́s-ī-š eras, ā́s-ī-t erat, ú-š'arā-i-t e á-š'ar-ī-t
spezzò, Lat. sēd-ī, sēd-i-s-tī, sēd-i-mus, ecc.

Un'altra caratteristica del passato è -s, per es. Vog. min-se̥-m
io andai. Cfr. Greco ἔ-νευ-σα.

181. La coniugazione è esclusivamente formata per mezzo di
suffissi pronominali. Il rapporto che passa fra il tema e il suffisso
è sempre di predicato a soggetto, ma il tema stesso ora ha valore
di participio e ora d'infinito. Così nell'Indoeuropeo bhérō vale
150propriamente ‘portante (io)’ — cfr. in Latino bibo che è nome
e verbo nello stesso tempo — bhéro-n-ti vale ‘portanti essi’,
invece bhére portare ! = porta !, ecc.

L'accordo fra Indoeuropeo e Uraloaltaico nella coniugazione
è veramente strettissimo. Oltre agli esempi che precedono si notino
i seguenti. Magiaro vār-s tu aspetti : Lat. fer-s tu porti, vāru-nk
per *vāro-mok noi aspettiamo : Armeno bere-mkh noi portiamo,
vār-na-k essi aspettano : Indoeur. bhéro-n-ti essi portano. Ostjaco
pande-m io pongo : Armeno bere-m io porto, pande-t egli pone :
Indoeur. bhére-t(i) egli porta, pande-men noi due poniamo : Greco
noi (noi due) portiamo. Votjaco vera-śko io dico : Greco
io invecchio, vera-śko-m noi diciamo : Greco γηρά-σκο-μεν
noi invecchiamo.

Nelle lingue ugre e nel Mordvino l'oggetto pronominale viene
incorporato nel verbo. Vogulo ällǝ-m uccido io : älì-le-m uccido
lui io, Magiaro vār-tok aspettate voi : vār-jā-tok aspettate lui
(lei, loro) voi, kēr-tek pregate voi : kēr-i-tek pregate lui voi.

182. La collocazione delle parole è inversa, B-A. Nell'Indoeuropeo
ciò appare anche e massimamente dai composti come
Sanscrito námas kar- omaggio, fare, Latino anim-adverto, Greco
ψυχο-πομπός, Διόσ-κουροι di Giove figli, ἀκρό-πολις, ecc. Nell'Uraloaltaico
il principio è molto rigorosamente seguito, e nondimeno
appare dall'uso dei suffissi possessivi che esso non è primitivo,
per es. Osm. aγa-m signor mio. Trovasi anche il tipo che segna
il passaggio da A-B a B-A, per es. Jacutico örüs bas-a fiume
testa sua = la testa (sorgente) del fiume.

183. Nell'Uraloaltaico il numero dei temi pronominali e ridotto
al minimo : m- per la prima, t- per la seconda, s- per la terza
persona. Il parallelismo delle forme è quasi sempre perfetto e
tutti i pronomi possono essere ampliati mediante l'elemento -n.
Ecco le forme principali.

1a pers. — me, me-a e m-a, mi-ä e m-ä, Altaico bi io ;
mi-i e , me-ie, mie, Mangiu be, Turco bi-z = Mong. bi-dä
noi, Lapp. mo-i noi due — mina, man, mon io ; min noi.

2a pers. — te, se-a e s-a, si-ä e s-ä, Altaico si tu ; ti-i e
, te-ie, tie, Mongolo ta, Turco si-z voi, Lapp. to-i voi due —
sina, tan, ton tu ; tin voi.

3a pers. — Suomi hä-n, plur. he, hei-, Mordv. so-n, plur.
si-n, Lapp. so-n, plur. si-i (Sv. si-je), duale so-i, Votjaco dim.
so ; Vog. K. ta-v, ta-va-, pl. ta-n, du. ti-n, Ostjaco I. te-u, te-va-,
du. tī-n, Magiaro ö da *sö-ve, Samojedo 0. te-be- e ta-ba-, ecc.
Il primitivo s è rappresentato da t nelle'lingue ugre e samojede.151

Le concordanze indoeuropee sono ovvie e si estendono anche
alle forme più complesse, per es. Mongolo minii ‘di me, mio’,
Finnico minu- : Indoeuropeo meno-, Mangiu mini ‘di me, moi’ :
Indoeur. mene, Lappone mon (cfr. Karag. mone questo) : Indoeur.
mono-, Jacutico miä-χä per *mē-χe (cfr. Samojedo 0. mē-ka)
mihi : Umbro me-he, ecc.

Però l'Indoeuropeo è più ricco di forme : esso distingue nettamente
il nominativo dagli altri casi e le forme del. plurale e duale
sono indipendenti da quelle del singolare : Latino ego e me, tu
e te, Indoeur. we-i o we-s noi, obl. ne-s- o no-s-, ecc.

184. Il sistema di numerazione è decimale. Mi limito ai raffronti
più evidenti.

1. — Cerem. ik, Votj. og, Finn. üh-te-, Lapp. ak-ta, ok-ta,
Cer. ik-te, ik-ta, Samojedo 0. ōke-r, ōku-r, okka-r, cfr. anche

Kirghiso jekä unico, solo, Ciag. jäk uno, jäkä solitario : Indiano*aika-
(cfr. Mangiu aika un, quelqu'un). — Mangiu e-mu, Tung.
o-mu ecc. : Indoeur. se-m-, Greco f. μία.

2. — Cerem. kok, kok-to, Finn, kak-si, kah-te-, Ugro kē-t
= Samojedo ki-dde, si-de ecc., Turco ikki, jegi-r- in 20 (cfr.
Ciuv. jĕgĕ-r, Ciag. ägi-z, Mong. iki-re, Samojedo T. jaka gemello),
Mong. koja-r per *kogia-r, Burj. χoji-r per *χogi-r.

3. — Finn, kolme, Magiaro hārom, Vogulo kōrom, kōrmi-,
Samojedo na-gur, Mongolo gurba-n, Tunguso gila-n, ila-n, Turco üč,
ma Nogai ol-tuz 30.

4. — Ugrofinnico neli, njeli. — Samojedo tetta, tietta, tjata.
— Jacutico tüör-t, Ciuvasso tëváttë per *tëvár-të, Osm. dör-t,
Mongolo dör-be-n, Tung. dü-gü-n : Indoeur. kŭe-twer-, Sanscrito
ča-tur-thá- quarto, Lat. qua-dru- ecc.

5. — Finn. vīsi, vīte-, Ostjaco vet, Jacutico biäs, Osm. beš,
cfr. Samojedo T. bida-, K. bie'd, Koibal bet 10 (poi J. biu'. Jur.
ju' e jud-, Kam. būd id. ; uda, Jen. uda, ura, T. juta gen. judu,
Juraco ṅ-uda mano). — Ciuvasso pilĕk, pilik, Samojedo Juraco
sam-beljank, ecc. — Samojedo pheng mano : Indoeur. pénkŭe 5.

6. — Finn. kūsi, kūte-, Cer. kudo-t, Votj. kvatj, Vog. kati-,
Samojedo 0. mu-ktu-t, mu-kte prob. ‘altro tre’, cfr. Turco ütš
3, Mong. gutši-n Tung. guti-n 30. Similmente Turco al-ty Ciuv.
ol-ta 6 : Nogai ol-tu-z 30. Nel Mongolo e Tunguso il 6 è espresso
con 2 × 3.

7. — Ostjaco tābet, tlābet per *sābet, Vogulo sāt per *sāpt,
Finn, seitsemä-n, Samojedo T. sjaibua, Jac. sät-tä ecc. : Indoeur.
sépte̥-m, Gotico sibu-n (a. Ted. sibu-n-to per *sibu-m-to 7° =
Samojedo Jur. sivi-m-d-, Jen. se'odde per *sebo-m-de id.).152

I numerali 8 e 9 sono generalmente sottrattivi, 10 — 2 e
10 — 1. Per 10 abbiamo Ugrofinnico kümme, kümme-ne-, Turca
on per *(k)om, cfr. -ma, -mä, -mi in 20, -mi-š o -my-š in 60
e 70 = Sirjeno -my-s e -my-n, Mordvino con la prima sillaba
conservata -geme-n, Tunguso di Ochotsk me-n 10 per *kme-n,.
nelle decine -me-r : cfr. Indoeur. dé-kiom 10. Con Mordvino kom-sj
concorda l'Indoeuropeo -kiom-ti in εἴ-κοσι.

Turco tuma-n, tümä-n in origine ‘grande, molto’ (cfr. Ciag.
tuma-n- devenir riche), Mongolo tüme-n, Tung. tuma-n 10000 :
a. Slavo tŭma, Tochario A tmā-ṃ B tuma-ne 10000, cfr. a. Ted.
thūmo pollice, Sanscr. túm-ra- abbondante, Lat. tumē-re. Prima
di pensare a prestiti conviene ricordare il Kafa tū́mō 10000, il
Klamath túma many, ecc., Num. 440.

Il gruppo Indocinese

185. Il gruppo indocinese si divide in due sotto-gruppi, occidentale
o Tibeto-Birmano e orientale o Siamese-Cinese. Quest'ultimo
comprende il Tai, Karen e Cinese. Al Tai appartengono il
Siamese e Lao del Siam, il Lü e Khün al di là del Salwen, il
Shan di Birmania e Yun-nan, l'estinto Ahom, il Khamti e altri
idiomi dell'Assam. Il Karen è parlato in Birmania e presenta
parecchie varietà dialettali. Numerosi sono poi, come è naturale,,
i dialetti del Cinese.

La classificazione dei numerosi idiomi appartenenti al sottogruppo
Tibeto-Birmano, quale si trova nella Linguistic Survey of
India, è tutt'altro che definitiva. V. Pron. 209 e Num. 258 segg.

186. Le sedi più antiche del popolo tibetano erano, secondo
l'opinione di alcuni dotti, direttamente al nord del Yün-nan,
là dove i geografi greci conoscevano il popolo dei Βαῦται, cioè
Bhota o Bod (Tibetani), donde il nome del fiume Βαύτισος, che è
l'Hoang-ho superiore. E la tradizione indigena pone la sede del
più antico reame nazionale presso il Yar-lung, affluente dell'alto
Yang-tse-kiang.

Nei tempi più antichi troviamo i Birmani stanziati lungo il
corso superiore dell'Irawadi, donde scesero a Pagan e a Prome..
E i Karen, vicini ai Birmani, secondo una loro tradizione emigrarono
dal nord, forse dal corso superiore dell'Yang-tse-kiang
nella provincia cinese del Yün-nan.

Anche i Siamesi scesero dal nord e furono assoggettati dai
Khmer, finchè re Phra Ruang li rivendicò in libertà.153

Al nord-est delle sedi primitive dei Tibetani, lungo il medio
Hoang-ho, troviamo stanziati i Cinesi nei primi secoli della loro
storia. Secondo Terrien de Lacouperie il primo nucleo della nazione
cinese fu costituito da alcune tribù Bak, le quali invasero il Paese
dei Fiori verso il 2300 av. Cristo, conquistandolo lentamente e
assoggettandosi le popolazioni di varie stirpi che v'incontrarono.
L'invasione avvenne dal lato nord-ovest e i Cinesi, dopo avere
oltrepassato l'Hoang-ho presso Tai-yuen, si stabilirono nel Cili
occidentale e nello Scian-si. La potenza dei Cinesi crebbe in modo
meraviglioso ma lentamente, e solo al principio del XVIII secolo
av. Cr. fu raggiunto il mare.

187. Ora, quali lingue si parlavano nella Cina prima dell'arrivo
dei Cinesi ? Questo è il problema che si propose il Lacouperie
nell'opera intitolata appunto « Les langues de la Chine avant
les Chinois » (Paris, 1888). Non è possibile seguire l'autore nelle
sue conclusioni fondate su materiale malsicuro. Più recentemente
la missione d'Ollone (1906-1909) ha fornito materiali migliori
e più copiosi nel volume intitolato « Langues des peuples non
chinois de la Chine » (Paris, 1912).

Le forme dei numerali più aberranti dal tipo comune si trovano
in Num. 272 segg. cominciando dal Yao, e io ho già fatto
osservare in Num. 476 che al gruppo Yao si collega il Miao-Li
dell'isola di Hainan. Secondo i Cinesi, i Miao-Li sono Miao-Tze
passati dal continente nella grande isola. Probabilmente il nome
Miao è identico a Mo-yao, e quanto a Li e Loi cfr. Lao, Lo e
Lo-Lo ; e se il nome stesso Yao sta per *Lyao, ne viene che
*Mo-yao coincide col Malese Ma-layu. Comunque sia, ecco le
forme tipiche dei numerali di questo gruppo : 2 ao, aho o hao,
contr. o — 3 pe e pi, pai e piai, Yao po = Miao-Li po-a
4 plao e plei > Yao piei, Miao-Li pai ; inoltre tlao-, slâ e šla
o šlo — 5 pla > Yao piā, Miao-Li pa ; inoltre kia e tia - —
6 nao e to ; inoltre klao, tlo o tro ecc. — 9 du, dua = Miao-Li
dua — 10 kao.

I dialetti di Hainan indicati con X, XI e XII da Strzoda,
Die Li auf Hainan (Z. für Ethn. 1911), vanno col gruppo Cinese-Siamese,
invece i dialetti I-IX hanno molte forme comuni anche
al Mundapolinesiaco. Ecco le principali : 1 ö, , čih, sög, altri
dialetti kuhe, moh — 2 tao, do, slao e slau, čao e söu, altri d.
lohe, ban- (cfr. VII ban) — 3 tsu e su, fu e vu — 4 tjao >
sao, tsjo, so, dial. thao — 5 pa, ba, ma — 6 tum, tom, nom,
altri d. thom, lom — 1 tu e tou, tjo e tjou, dial. si-tu — 8
gou, kjou, ho e hou, altri d. doh, luhe — 9 fag > fai, fan,
154fou, dial. pout — 10 fut, puüt > fuït, dial. powat — 100 van
— 1000 gin, gen, ngin.

Un certo accordo col gr. Yao si nota specialmente in 2 e 4,
che hanno forme affini tra loro, poi in 5 e 6. Notevolissima la
concordanza di pe 3 del gr. Yao con pe 3 del Munda-Khmer. Con
ao 2 del gr. Yao concorda il Shom Pe (Nicobari) au e Teressa
oh, mentre le forme lohe, s-lao potrebbero andare con Lemet ,
Wa la e laal. Con scio, thao, so 4 cfr. sāu, thāu, 4 del Khasi.
Il 6 nao è = Palaung nau per *n-dau come to è = Palaung
tau, mentre.le forme to-m, lo-m, no-m con -m si collegano da
una parte al Xong da-m e dall'altra alle note forme maleopolinesiache.
Perfino il 1000 ha riscontro nel Munda-Khmer (Annamito
ngin).

La conclusione che si può trarre da questi fatti, sui quali
avremo occasione di ritornare in seguito, si è che nel sud-ovest
della Cina si trovano dei linguaggi che segnano chiaramente il
passaggio dal Munda-Khmer all'Indocinese. Dove essi si allontanano
dalle comuni forme indocinesi, si avvicinano al Mon-Khmer,
e nulla ci obbliga a trasferirli in questo gruppo o a pensare ad
influenze esteriori. Dalla detta regione poi ebbe in diverse
epoche successive
i suoi linguaggi l'isola di Hainan, e cosi
si spiegano le meravigliose concordanze come quella del numerale
4 col Khasi.

188. Abbiamo così determinato il punto di saldatura dei due
gruppi. Ora ci resta da esaminare l'opinione espressa da Sten
Konow nella ZDMG 1905. pag. 117 segg. Secondo questo autore il
Kanawari devierebbe dal tipo comune tibeto-birmano nei seguenti
punti : 1. sistema di numerazione vigesimale, 2. duale nei pronomi
personali, 3. forme inclusive ed esclusive del pronome ‘noi’, 4.
suffissi soggettivi nel verbo, 5. incorporazione dell'oggetto pronominale
nel verbo in forma di suffisso. Le medesime caratteristiche
si troverebbero in lingue parlate presso la regione del
Kanawari, in idiomi del Nepal e anche nel Dhimal. Ora, poiché
esse si trovano anche nelle lingue Munda, Sten Konow conchiude
che il Kanawari e lingue affini sono idiomi misti, cioè tibeto-birmani
con un substrato appartenente al Munda. Tale conclusione
fu accettata da W. Schmidt e da altri. In Pron. 218 io mi
dichiarai contrario a questa ipotesi per la quale mancano anche
le basi storico-geografìche. Il sistema di numerazione indocinese
fu probabilmente vigesimale fin dall'origine. Il suffisso del Kanawari
ki-sì ‘voi due’ si trova nel Bahing gā-si, Lohorong ānā-čī
‘voi due’, ecc., e non è vero che tale suffisso sia « quite different »
155dal numerale ‘due’, cfr. ni-š = Byangsi ni-sī 2, con cui s'identifica
in ultima analisi ní-šī ‘noi due’ ! Quanto alla distinzione
del ‘noi’ inclusivo ed esclusivo, Francke due anni dopo l'articolo
di Konow dimostrava che essa si trova nel Tibetano stesso.

Nella Linguistic Survey of India III, I 179, Konow attribuisce
ad influenza del Munda la distinzione fra il genere animato e
l'inanimato in vari linguaggi dell'Himalaya, supposizione interamente
gratuita. Ne si può attribuire grande valore al fatto
ricordato a pag. 427 della esistenza di consonanti imperfettamente
articolate (k', t' ecc), poiché esse si devono presupporre anche
per molte altre lingue indocinesi come stadio precedente il totale
dileguo. Del resto suoni simili si trovano nel Samojedo e altrove.

Noi possiamo dunque conchiudere che Sten Konow non è riuscito
a dimostrare la sua tesi.

189. Se l'Indocinese si estese da una parte all'isola di Hainan
e di Formosa (per il Tayal v. Num. 279), d'altra parte mandò
una sua propagine fino nelle regioni settentrionali della Siberia,
lungo il fiume Jenissei.

Già nel 1902 io affermavo che le lingue dei « Jenisseier »
di Klaproth hanno affinità col Tibetano (Delle relazioni delle lingue
caucasiche ecc., I, 20). Molto tempo prima Schott aveva segnalato
alcune mirabili concordanze col Tibetano, fra cui Kotto fu-p figlio :
fu-n per *fu-m figlia = Tib. bu-pho figlio : bu-mo figlia (U. 122).
In Cr. 183 seg. dimostrai che i numerali del Kotto ecc. sono
similissimi a quelli del Tibetano e delle lingue affini, e posteriormente
Ramstedt, esaminando i numerali del Kotto e dell'Ostjaco
del Jenissei, venne alla conclusione che queste lingue rappresentano
un ramo dell'Indocinese particolarmente affine al Tibetano. In
Num. 279 segg. io sottoposi di nuovo i numerali ad un accurato
esame comparativo, e quanto alla provenienza osservai : « Si suppone
che gli Ostjachi del Jenissei e i Kotti insieme con gli Arini
e Assani, loro parenti più meridionali ora estinti, abitassero anticamente
al sud dei monti Sajani, nell'alta valle del Jenissei (Kem
e Kemtschik) ». Tuttavia anche così la distanza dai nuclei più
settentrionali dei Tibetani e affini resta considerevole e s'interpongono
alte montagne e deserti estesi.

Nell'inverno del 1912 Kai Donner seguì il corso del Jenissei
da Jenisseisk fino al villaggio Dudinka. Egli incontrò i primi
Ostjachi in numero di 36 nel villaggio di Fomka e nella parocchia
di Jartsevskoe appartenenti all'uprava di Sym-Kas. Fra Jartsevskoe
e la città di Turuchansk trovò dappertutto degli Ostjachi appartenenti
all'uprava d'Inbatsk alta e bassa, di cui la prima contava
156903 individui e la seconda circa 120. Essi abitano presso le rive
del Jenissei, in vicinanza del Jelogui e presso Bachta. A nord di
Turuchansk si trovano i resti (circa 40 individui) dell'uprava di
Karassina lungo il Jenissei, presso Denezkina, Karassina e Kureika
e al nord di Pjässina. Sopravvivono dunque circa 1100 Ostjachi
e alcune famiglie si trovano anche lungo il Tas ad occidente e
ad oriente presso la Podkamennaja Tunguska e Pjässina. Invece
i Kotti del fiume Ran, dei quali Castrén trovò ancora 5 individui
presso l'Agul, affluente del Kan, sono estinti, o per meglio
dire hanno dimenticato la propria lingua e parlano ora il russo
e Donner ne trovò nel 1914 nel villaggio Agul i discendenti che
avevano adottato anche i costumi russi. Infine gli Arini e Assani
delle regioni più meridionali avevano perduto la loro nazionalità
già ai tempi di Castrén, anzi nel 1735 due soli individui parlavano
ancora l'Arino.

190. In un breve scritto pubblicato recentemente nel J. de la
Soc. Finno-Ougrienne XXXVII (1920) col titolo « Beiträge zur
frage nach dem ursprung der Jenissei-ostjaken » Kai Donner ha
48 comparazioni fra l'Ostjaco, Kotto ecc. e le lingue indocinesi.
Fra queste quella che potrebbe fornire il materiale più utile per
la comparazione sarebbe il Tangut, ignoto nella sua fase odierna.
Però nel 1909 Ivanov pubblicò nel Bull. dell'Acc. di Pietroburgo
(« Zur kenntniss der Hsi-hsia sprache ») notizie sulla lingua
Tangut o Si-hia fondandosi su un manoscritto del 1190 trovato
presso Karakhoto contenente 225 parole del Si-hia, che secondo
Laufer (The Si-hia language, T'oung Pao 1916) è prossimamente
affine alle lingue odierne dei Mo-so e Lo-lo e ha pure molti punti
di contatto col Tibetano.

In generale le comparazioni di Donner sono buone, ma egli
avrebbe dovuto estenderle ed approfondirle. Egli, per esempio,
confronta Ostj. t'yʼe dial. , Kotto tagai e takai ‘testa’ soltanto
col Cinese tʻeu (tolto da Klaproth !), mentre abbiamo Tengsa tako
e Gyarung tākō ‘testa’, per tacere dello Ibanag takai Mongolo
takoi ‘aufwärts’, Less. 46 e 234.

Le conclusioni di Donner sono : 1. Gli Ostjachi del Jenissei
hanno una certa somiglianza con gli antichi « Kirghisi biondi »
descritti dai Cinesi. 2. La loro lingua è prossimamente affine a
quella dei Si-hia che,appartenevano alla nazione degli Hakkas o
« Kirghisi biondi ». 3. Le sedi primitive degli Ostjachi del J.
sull'alto Jenissei e nei monti Sajani corrispondono alla patria dei
Kirghisi. 4. La toponomastica dimostra che gli Ostjachi o popolazioni
a loro affini occuparono un tempo il territorio del vasto
157regno dei Kirghisi. Gli antenati degli Ostjachi del J. e i Kirghisi
formavano circa 2000 anni fa il primo « kulturvolk » della
Siberia, e quando il loro dominio crollò, i Kirghisi perdettero il
loro carattere nazionale adottando la lingua turca, mentre gli
Ostjachi si rifugiarono nelle regioni più settentrionali a condurre
una vita misera di caccia e pesca. I capi dei Kirghisi si chiamavano
kiekin, cfr. Ostjaco del J. principe, plur. kīkṅ.

Delle lingue interessantissime dei « Jenisseier » mi propongo
di trattare in altra occasione. Qui intanto aggiungerò un'osservazione
di onomastica etnica. Ramstedt è propenso a collegare il
nome dei Kotti con quello dei Khoto-goit di stirpe mongolica.
Castrén ha Kōtu plur. Kōtjú-an e io confrontai Ostjaco kēt, ket,
kiet, Kotto het, hit uomo (Arino khitt, Assano hitt, hüt) e la
serie di Pron. 358 : Khagiuna kūts, Turco kiši ecc. Gli Hakkas
e Kirkis (anche Kubut) hanno presso gli storici cinesi i nomi
Hia-kia-sze e Kilikisze, cfr. Χερχες presso Menandro di Bisanzio
e Kirgiz o Kyrghyz presso Abulghasi. È questo nome identico a
quello dei Circassi ?

191. Tibetano, Birmano, Siamese e Cinese vantano una letteratura
antica, però il Cinese appare già nei primi documenti assai
meno arcaico di altri linguaggi odierni dell'Himalaya. Base per
la comparazione è il Tibetano, con letteratura che comincia al
principio del VII secolo.

Il primo che riconobbe l'unità del gruppo Tibeto-Birmano fu
B. H. Hodgson ; il quale cominciò nel 1828 a pubblicare una serie
di lavori, che furono poi raccolti più tardi negli Essays (1874)
e nei Miscellaneous Essays (1880). Separando gli elementi formativi
delle parole, egli si studiò di determinare le radici, ma
nell'ammettere prefissi, suffissi e infissi procedette spesso troppo
arbitrariamente. Boller, invece, esaminando i prefissi vocalici e
gutturali, si propose pure giustamente di studiarne la funzione.
Anche Houghton, benché professi di seguire i principi di Hodgson,
in pratica seppe tenersi lontano dalle esagerazioni e diede ottimi
contributi agli studi comparativi indocinesi.

In questo campo, però, l'opera migliore è indiscutibilmente
quella di Conrady intitolata « Eine indochinesische causativ-denominativ-Bildung
und ihr Zusammenhang mit den Tonaccenten »
(Leipzig 1896). Le conclusioni di questo libro importantissimo
sono : 1. il verbo intransitivo ha iniziali originariamente sonore,,
il transitivo (ossia causativo-denominativo) ha iniziali sorde ; 2.
le antiche sonore si mutarono in sorde ; 3. le antiche sonore e
le loro derivazioni si accompagnano al tono basso, le antiche sorde
158e le loro derivazioni si accompagnano ad un tono più alto. Per
esempio Bahing dok- fallen : tok- fällen, Birmano kya fallen :
khya fällen, Siamese dăi > tʼāi libero : thāi liberare, Tib. gab-
nascondersi : kheb-s coprire, coperchio. Secondo Conrady il tipo
primitivo del causativo sarebbe quello con prefisso, come Tib. gab nascondersi :
s-gab- coprire : da sg- per il tramite di gh- si sarebbe
avuto tanto k- quanto kh-. Qui già la cosa si fa poco chiara ed
è poi assolutamente inverosimile che l'Indocinese conoscesse in
origine soltanto le esplosive sonore, come vuole la teoria di
Conrady, che io combattei in questo punto già in U. 214 seg.,
Pron. 215. Il dotto sinologo non ha considerato una possibilità
molto ovvia : come le sorde del transitivo hanno origine da un
prefisso, così anche le sonore dell'intransitivo possono avere origine
da un prefisso avente funzione ed azione opposta. Mi spiegocon
un esempio. Il Birmano ha pri essere pieno : phri riempire,
e questa è da *s-pri = Tib. s-pel- moltiplicare, aumentare. Ma
il p è primitivo e non deriva da b, cfr. non solo Cin mer. ple
to be full, to be complete, Naga peli, ma anche Munda pere,
Indoeur. pel- e plē- riempire, essere pieno, Bantu pel- compiere.
Se pertanto il Khyeng ha bri accanto a pri essere pieno, la prima
forma deve spiegarsi da *m-bri per *m-pri, come vedremo nella
Fonologia e Morfologia.

Come raccolta di materiali va ricordata, dopo le pubblicazioni
di Hodgson, la « Linguistic Survey of India »,,opera tanto
ricca esteriormente quanto povera intrinsecamente per la elaborazione
direi quasi infantile del materiale messo a disposizione
degli editori. Dopo quanto si è scritto contro l'uso di voler tutto
costringere negli schemi della grammatica latina, i paradimmi
come « a father, of a father, to a father, from a father » sono
fuori di luogo. Come si può sapere se si tratta di un nominativo
attivo o inattivo, di un genitivo possessivo o di altra specie, e
così via ? Occorrono proposizioni, brevi ma complete, e sotto questo
rispetto è preferibile il libro di Erckert sulle lingue caucasiche.
Proposizioni vi sono anche nella Survey, ma non sempre adatte
(per es. « How far is it from here to Kashmir? »). E non parlo
della elaborazione.

192. Il sistema fonetico primitivo è bene rappresentato dal
Tibetano, in cui le vocali sono le cinque normali e le esplosive
possono essere sonore, sorde e sorde aspirate. Particolarmente
notevole è il parallelismo delle palatali da gutturali e delle assibilate
da dentali :159

tableau tš | dž | tšh | š | ž | ts | dz | tsh | s | z

In alcune lingue trovansi anche le medie aspirate (gh, dh ecc),
le cacuminali e altri suoni di origine secondaria. Vi sono poi
numerose tracce delle primitive consonanti nasalizzate ng nd mb.

La caratteristica principale consiste nella tendenza al monosillabismo,
la quale nel sotto-gruppo Siamese-Cinese ha portato
al monosillabismo assoluto. Tale tendenza perdura ancora, come
dimostrano gli esempi citati da Conrady IX seg. (non è però
ammissibile che Tib. ṅa-s sia una contrazione di ṅa-kyi-s ‘durch
mich’ : quello deriva direttamente da ṅa, questo ha per base il
genitivo). Naturalmente la riduzione dei polisillabi a monosillabi
fu una conseguenza dell'accento dinamico originario, ma insieme
con essa ebbe origine l'accento musicale, che costituisce un'altra
caratteristica fonetica delle lingue indocinesi, come in generale
delle lingue monosillabiche. La connessione dei toni col monosillabismo
fu genialmente intuita dal Lepsius e fu poi confermata,
meglio definita e chiarita nelle sue ragioni storiche e fisiologiche
da Conrady. Il tono alto del Tibetano, come delle altre lingue
indocinesi, ebbe origine da una elevazione di tono della sillaba
radicale preceduta da prefisso, elevazione cagionata da forte accento
espiratorio e insieme forse dall'assorbimento dell'accento proprio
della sillaba prefissa ; per es. grub con tono basso-uguale : *sĭ-grúb
con tono basso-uguale nella prima sillaba, alto-uguale nella seconda
(similmente in Ted. bhot : ge-bót). Un accrescimento nell'intensità
sarebbe sempre accompagnato da un elevamento di tono.

Come conseguenza delle frequenti elisioni di vocali, che condussero
al monosillabismo, andò perduto il principio primitivo delle
sillabe aperte e si formarono quegli aspri gruppi di consonanti
che in seguito andarono soggetti a mutamenti e semplificazioni.

In generale il sistema fonetico indocinese si avvicina molto
a quello delle lingue Mon-Khmer.

193. I prefissi di classe sono qui non meno numerosi che nelle
lingue Mon-Khmer. In primo luogo si trovano tutti i prefissi vocalici,
fra cui a- è il più frequente, per es. Birmano a-rā cosa,
a-tsāḥ cibo, Khyeng a-mláh amore, Aka e-sa carne, Rai u-ču
figlio, u-kam bocca. Tutte le consonanti sono rappresentate nei
prefissi, molti dei quali sono comuni al verbo. Esempi : Kom ka-pā
padre (cfr. Khasi ky-pa id.), ka-kū mano, ka-ni sole, giorno,
ra-mhing (= Magari ar-min) nome, ma-lai lingua, ma-lung
cuore (cfr. Khasi k-long id.), Chulikata ma-dži acqua, Lhota m-po
160piede, Tengsa ta-ko testa, Kaciari ža-khor servo (= Georgiano
sa-χure id.), Thai ka-dom capanna, ecc.

Numerose sono anche le tracce del genere maschile e femminile,
mentre le forme del plurale sono meno sviluppate essendo
sostituite da espressioni indicanti quantità indefinita.

194. Poiché l'aggettivo è spesso formato con prefissi al pari
del sostantivo, avviene talvolta che si stabilisce un accordo del
tipo africano, come, per esempio, nel Kom ka-pā ka-tām padri.
Spesso anche vi è accordo fra il pronome assoluto e quello unito
al verbo. Ma in generale sembra che il fenomeno della congruenza
sia poco sviluppato.

Nelle lingue del Jenissei si notano alcuni casi di concordanza,
come Ostj. χeä-ṅ hu-ṅ grandi tende., popēča koaž-ta la sorella
è bella, 'āma parkā-ta la madre è giovane (invece fūp kasak-tu
il figlio è sano).

195. La declinazione si fa per mezzo di suffissi. Anche in
questo gruppo si ha l'importante distinzione fra il soggetto attivo
e inattivo, per es. Tib. rgjal-po seṅ-khri-la bžugs il re sul trono
siede, ma rgjal-po-s gsuṅ-no il re comanda, Ciaudangsi bā-s Ihī-s
il padre disse. E anche qui un caso può servire come base per
un altro caso, per esempio Tib. mig-gi dell'occhio : mig-gi-s con
l'occhio, mi-ʼi lus-po di uomo il corpo : mi-ʼi-s gsuṅ-ṅo l'uomo
esso comanda.

Il Lepcia ha una specie di articolo re, per es. pano-re il re.
Di qui la forma di accusativo pano-re-m regem, la quale è assolutamente
analoga alla forma latina pat-re-m. Confrontato con
pano l'accusativo pano-re-m sembra essere formato da.una « inflectional
base » pano-re-. Formazioni simili abbiamo trovato nel
Dravidico-Australiano e troveremo nel Caucasico, Indoeuropeo e
Uraloaltaico.

Nelle lingue del Jenissei il genitivo è base di parecchi altri
casi. Nel Kotto il genitivo singolare è in per gli esseri animati,
in -i per gl'inanimati ; per es. šaga scoiattolo : gen. šagā,
e di qui dat. šagā-ʼa, loc. šagā-hāt ecc., šičalše pietra da affilare :
gen. šičalšī, e di qui dat. šičalšī-ga ecc.

196. La stretta connessione degli aggettivi col verbo appare
ancora da vari fatti. Nel Sunwar gli'aggettivi hanno il suffisso
-so o -šo proprio del participio passato : rīm-šo buono, čī-so freddo,
ho-so caldo, mī-so maturo ; cfr, ǧām-so perduto (invece dor-sā
running è attivo). Perciò gli aggettivi sono spesso formati con
prefissi e suffissi comuni al verbo. Con valore di predicato sogliono
avere forma verbale, come Manipuri wāng-i he is tall.161

Frequenti sono anche in questo gruppo gli aggettivi negativi,
come ‘non buono’ = ‘cattivo’.

197. Non ostante la tendenza al monosillabismo, si trovano
ancora numerose forme bisillabe di temi verbali nelle lingue del
gr. Tibetano. Ai temi in -a del Bantu corrispondono qui i temi
in -a o usati spessissimo con valore d'imperativo. Esempi :
Yakha yungā siedi, pugā sta, siyā muori, Anal tūngā lega (=
Bantu tunga legare), a-bumā batti, Mru tēbā id. (tēpā to strike,
ung-nā tēbā I strike), tanā poni, Lepcia mātta fa, Sangpang bānā
vieni, Kulung nēna parla, khāpa piangi.

Vi sono anche forme d'imperativo in -e e in -o, per es. Lohorong
dābe vieni, lome batti, Dungmali sede uccidi, yēne ascolta,
Dumi tūnge bevi ; Gurung lago vieni, Baiali dungo bevi, Lushei
pēro dà, Sopvoma polo prendi, fulo lega, koto mangia.

Non sembra che l'armonia delle vocali abbia grande importanza
in questo gruppo. Anche le lingue del Jenissei si distinguono
dalle uraloaltaiche per la mancanza dell'armonia vocalica ;
tuttavia nella formazione dei plurali « interni » si notano dei
mutamenti qualitativi delle vocali che sembrano provenire da
assimilazioni, per es. Kotto ēg capra : plur. ag (Sanscrito aǧā́,
Greco αἰγ-, Giapp. jagi id.), χep bocca : plur. χapa-ṅ.

198. I verbi composti sono frequenti in questo gruppo linguistico.
« The formation in Kachari and Angami of compound verbs
from two verbs, the first giving the method and the second the
result, is similar in both languages » :

tableau kachari | gau-that-nŭ | angami | ǧē-kri-le | to shoot and kill | bu-that-nŭ | vü-kri-le | to beat to death | dan-that-nŭ | du-kri-le | to cut and kill

Angami bē-tsē to break ( handle), vü-tsē to strike and break,
kedā-ṭsē break by trampling on. Slmilmente nel Bodo, Miri e
Dafla, Mikir (« compound verbs meet us at every step in Mikir »),
Lushei ecc. Nel Lushei zuk- motion downwards, han- motion
upwards and towards the speaker, lō- e ron- motion towards,
va- motion on level ground.

Frequentissimi sono anche i composti di sinonimi in tutte le
lingue indocinesi. Si può confrontare l'uso del soggetto ed oggetto
interno : Tib. bug-pa ḁ-bug-s-pa forar fori, Kaciari bàr bàr-ŭ il
soffio soffia, il vento soffia, Conrady 81.

199. I verbi derivati si formano per mezzo di prefissi e di
suffissi e il medesimo elemento può essere in una lingua preposto
e in un'altra posposto al tema verbale. Il causativo, per esempio,
162può essere formato con -pā ‘fare’, per es. Chutiya lare-i io do :
lari-pā-i io faccio dare. Nel Bahing « every verb can be made
causative by adding pāto, do », per es. ǧā-pā-to cause him to
eat. Nel Mikir, invece, abbiamo čō mangiare : pe-čō dar da mangiare
(pi dare = fare), tàng finire : pe-tàng far finire, i-ngrum
essere riunito insieme : pà-ngrum raccogliere, thi morire : pe-thi
uccidere (= Maleop. pa-tay).

Il causativo-denominativo tipico è, come abbiamo visto, quello
formato, con s-, per es. Tib. gàb- nascondersi : s-gab- coprire,
Kaciari ši-khai insegnare (Garo s-khiyā id.), ši-thap-no befestigen,
Singpho krit paura : sī́-krit far paura, spaventare, sī́-mai guarire,
sī́-rin apprendere. Questa formazione ha riscontro nel Camitosemitico,
Indoeuropeo, ecc. E il causativo così singolare del Lepcia,
formato mediante inserzione di j, si spiega da un prefisso originario
i- parallelo a si-, per es. pok niederlegen : caus. pjok da
*i-pok. Cfr. i- parallelo a si- nel Camitosemitico. L'inserzione è
paragonabile a quella di h (da s), per esempio nel Birmano lhūt
‘liberare’ per *h-lūt ossia *s-lūt da lūt ‘essere libero’ (cfr.
Greco ἐ-λεύϑε-ρο-ς ?).

200. Quanto al verbum plurale, si possono ricordare, le forme
del Birmano. In questa lingua il plurale del verbo viene indicato
mediante gli elementi kra o kon (anche kra-kon), mentre l'indice
del plurale nel nome è -to ; per es. da pru ‘fare’ si ha pru-θī
‘il fare, faciente’, usato per il singolare ‘io faccio, tu fai, egli
fa’, mentre al plurale si usa pru-kra-θī, pru-kon-θī oppure pru-krakon-θī
‘noi facciamo, voi fate, essi fanno’.

201. Fra i modi il meglio caratterizzato' è. l'imperativo con
forme in -a, -e, -o, come abbiamo visto.

Degne di nota sono le varie forme del verbo negativo. Nel
Tibetano si usa mi- per il presente e futuro, ma- per il passato
e imperativo ; per es. Purik mā song non andò, mā zer-s non
disse. Il Limbu ha meh- seguito dal suffisso -in, per esempio
meh-hip-ā-sing-in io non mi batto, hip-tē battilo : meh-hip-tē-nē
non batterlo ; cfr. le forme africane come Afar mā-bal-ín non
guardare ! Indici negativi sono anche nel Bodo ecc., nel
Mikir (un può : un-ē non può). Il Tipura ha ong-li-ā am not,
ru-li-ā gave not, kān-li-ā did not wear, thung-li-ā did not play ;
inoltre nor-iā-khā disobeyed not, ru-iā-thā gavest not. Angami
vor come : vor-mo not come, ecc., Survey III P. II pag. 198.

Nel Cin mer. il verbo negativo non distingue di regola i tempi
e, cosa notevolissima, muta l'iniziale sorda in sonora, per es.
ka sit-ü io vado : ka zit-nü io non vado.163

Manca in generale il pronome relativo e in luogo di proposizioni
relative si usano participi e gerundi.

202. I tempi sono in generale formati per mezzo di suffissi
nel gruppo Tibeto-Birmano. Nel Tibetano, veramente, i tempi del
verbo transitivo sembrano formati per mezzo di prefissi (b- e g-con
cui alterna d-), ma, come ha dimostrato Conrady, questi
servono unicamente a formare il verbo transitivo, al pari di s- e
degli equivalenti z- e r-.

Tuttavia non mancano i veri prefissi temporali, fra i quali si
trova anche l'antichissimo e diffusissimo a- del tempo passato.
Così nell'Ao abbiamo da lī- ‘essere’ il passato nī ā-lī I was,
nāe ā-lī thou wast, pāe ā-lī he was, da zak- ‘battere’ il passato
ā-zak-ā, da ben- ‘portare’ il passato nī ā-ben o ā-ben-kā
I brought, ecc.

Come esempi di formazioni temporali per mezzo di suffissi
citeremo : Ao. nī ben-er io (sono) portante, I bring, da ben-er
bringing (cfr. Turco Osmanli sev-er amante, egli ama) ; Chutiya
lare da !, fut. lare-n, pres. lare-i, perf. lar-i-ri (cfr. le forme
africane del perfetto), passato lare-m, n. verb. lari-ba, imper.
lari-be, pres. lari-be-na I am giving, pass. lari-be-m I gave.

203. Quando i pronomi personali sono uniti al verbo, possono
essere prefissi o suffissi. Nel Limbu si dice khenē k-wā ‘toi tu
es’ come khenē k-sā ‘tu tuo figlio’, k-pēg tu vai : k-pek-čī voi
due andate (con prefisso e suffisso insieme, incapsulazione). Spesso
il pronome è inserito tra il verbo e l'ausiliare, come, per es.,
nel Thami hok-nga-du being-I-am, io sono, gai yā-ngā-du I
go-I-am, io vado.

Tra le lingue dell'Himalaya si distinguono due gruppi in cui
il verbo è ricco di forme con affissi personali, il gruppo Kanawari
ad occidente e il gruppo Kiranti ad oriente. Sono i « Complex
Pronomihalized Languages » della Survey. Daremo alcuni esempi.
Nel Kanawari il passato di tong-mig ‘to strike’ è :

tableau sing. | tóng-i-g | tóng-i-n | tong-ā | plur. | tóng-i-č | incl. | tóng-y-ē

Nel Bahing il verbo gram-do ‘odiare’ fa nelle tre persone
del singolare :

tableau pres. att. | gram-d-ū | gram-d-ī | gram-d-ā | pres. pass. | gram-d-ē | pass. pass. | gram-t-ī | gram-t-ē | gram-t-ā164

Il passato dei verbi intransitivi è formato come il passato
passivo dei verbi transitivi, per es. 1. myel-t-ī, 2. myel-t-ē, 3.
myel-t-ā da myel-do be sleepy.

Forme del presente del verbo ‘andare’ nel Limbu :

tableau singolare | duale | plurale | pēk-ā | k-pēg | pēg | ā-pēk-čī | escl. | pēk-čī-gē | k-pēk-čī | pēk-čī | ā-pēg | pēg-i-gē | k-pēg-ī | mē-pēg

Anche il pronome oggettivo può essere incorporato nel verbo,
per esempio Limbu čōk-ang-ē fammi, hip-t-ē battilo, hip-t-ang-ē
battimi.

Il Kotto ha una coniugazione di regola suffiggente : sing. 3.
a-gei partorisce, quindi 1. agej-aṅ, 2. agej-u, plur. 3. a-gej-an
partoriscono, quindi 1. a-gejan-t-oṅ, 2. agejan-oṅ. Cfr.

tableau sing. | kasaχ-t-aṅ | io sono sano | plur. kasaχ-t-oṅ | kasag-u | kasag-oṅ | kasaχ-t-u | f. -t-a | kasak-iaṅ

Invece nell'Ostjaco dī-fen io sto, kū-fen tu stai, dū-fen egli
sta, ecc.

Nel Kotto il pronome oggettivo può essere incorporato e si
colloca immediatamente dopo il tema verbale, per es. hama-an-th-āk-u
ami me tu, hama-u-th-āk-ṅ amo te io, hama-a-th-ak-ṅ
amo lui io, ecc. Dunque hama-an- amare me, hama-u- amare
te, hama-a- amare lui, ecc.

204. La collocazione delle parole è di regola rigorosamente
inversa, al punto che anche i possessivi precedono il nome, per
esempio Limbu ā-sā mio figlio, k-sā tuo figlio, kū-sā suo figlio,
Lushei kei-ma ka-pa io mio padre, Yakha u-gā i-pā di lui suo
padre, Bodo āng-ni ā-fā di me mio padre, nang-ni nam-fā di
te tuo padre, bī-ni bī-fā di lui suo padre. Similmente nelle lingue
del Jenissei, per es. Ostjaco ab-up mio padre, ab-am mia madre,
uk-up tuo padre, uk-am tua madre.

Bahing wainsa ā ming the man his wife, Lushai tien ā ui
the friend his dog, Karen pghaknyau a thwie the man his dog ;
Tibetano šin-lo baum-blatt : šin-gi lo-ma das blatt des baumes,
Birmano myit-ye e myit-i-ye flusswasser, Cinese hŏ-šwéï id. :
hŏ-čì-šwéï des flusses wasser.

Vi sono però delle notevoli eccezioni. Nello Siamese il genitivo
si pospone : lūk-šo̱r figlio dell'arco, freccia, me-nam madre
dell'acqua, Me-nam. Slmilmente Ahom hip khau husk of rice.
165Nel gruppo Siamese-Cinese l'ordine dei principali elementi della
proposizione è soggetto-verbo-oggetto, mentre nel Tibeto-Birmano
è soggetto-oggetto-verbo ; per esempio Siamese khŏn tam nai vir
sequitur ducem, Cinese wang paò mîn rex protegit populum.

La posizione dell'aggettivo attributivo è varia. Nello Siamese
si pospone al nome : ryen sūng casa alta. Nel Tibetano ri mthonpo
collina alta, ma anche mthonpo-'i ri propr. ‘dell'altezza collina’.
Birmano lū kauṅḥ uomo buono, lū hauṅḥ-θī l'uomo è buono,
hauṅḥ-θī lū opp. a-kauṅḥ lū uomo buono.

205. I pronomi personali hanno forme anche per il duale e
il ‘noi’ può essere inclusivo ed esclusivo.

Il pronome di prima persona ha forme vocaliche e forme
caratterizzate da n. Da queste derivano le forme con ng, donde
ancora, almeno in parie, quelle con g oppure k. Isolato è mi,
mi-n del Lushei, forma di tipa uraloaltaico.

Tra le forme più notevoli citerò le seguenti : Gurung nga io,
erg. nga-i e nga-di o nga-dži (forme di tipo australiano), nga-l-a
mio, Magari gen. nga-o, Bahing strum. gō-mi, poss. ,
Kanaw. strum. gă-s, Ciamba L. , gen. ge-ō mio (cfr. Indoeur.
e-gj-ō ego, Pron. 116), plur. ye-r o nye-r, erg. ye-z o nye-z,
Byangsi in, in-g noi, erg. in-s (tipo del Latino nō-s).

Il pronome di seconda persona ha forme caratterizzate da
vocale (generalmente i), da n e da h. Le forme con m sono quasi
esclusivamente proprie del gruppo Tai e delle lingue precinesi.

Tra le forme più notevoli citerò le seguenti : Gurung ki tu,
erg. ki-di o ki-dži, poss. ki-l-a, Kanawari ka strum. ka-s gen.
ka-n, forma rispettosa ki strum. ki-s gen. ki-n, duale kí-šī, plur.
kinā́n, Kanashi ko, dat. kā-dž o ka-dz, gen. ka-n,.plur. ki,
Manciati ka, risp. kye-na, plur. kye-na-re, Ciamba L. ka, ku,
plur. ke-r erg. ke-z, Tinan kye-na voi. La forma rispettosa sembra
corrispondere al plurale ‘voi’.

Il pronome di terza persona è u, hu, khu, oppure o, ho, wa,
wo ecc. Sono frequenti anche i tipi ba, ma e ta. Tra le forme
più notevoli meritano di essere ricordate le seguenti : Kanawari
do, strum. do-s, gen. do-u, Ciamba L. du, erg. dō-i, gen. dō-u,
plur. do-r (Tinan do-re), erg. do-z. Queste forme hanno un mirabile
riscontro nell'Avaro : masch. do-u erg. do-s, femm. do-i erg.
do-thl, plur. do-l erg. do-z.

Come esempio di parallelismo citeremo quello del Dhimal :

tableau io | kā | kāng- | dat. | kēng | tu | nā | nāng- | nēng | noi | kyē-l | king- | voi | nyē-l | ning-166

Per le lingue del Jenissei v. Pron. 205, ove sarebbero da
aggiungere parecchie concordanze indocinesi.

206. Il sistema di numerazione fu in origine molto probabilmente,
vigesimale. I numerali presentano in generale una notevole
omogeneità in tutto il gruppo. Talvolta sono accompagnati da
suffissi, come nel gr. Kiranti, più spesso da prefissi. I principali
prefissi sono a- e an-, i- e in-, ma-, ka- e pa-. Il Gyarung ha
ka-tī 1, ka-nēs 2, ka-sām 3, ka-dī 4, poi ku-ngō 5, ku-tōk 6,
kū-šnēs 7, kū-ngū 9. Il Tibetano ha g- solo in 1, 2 e 3. Il
Dimasa ha. mā- in 1-10, il Chutiya mu- in 1-9. Frequenti sono
le forme ma-li e pa-U (Mru ta-li) 4, ma-nga e pa-nga (Mru
ta-nga) 5.

Vi sono anche dei prefissi composti, per es. Rangkhol m-in-li,
Hallam m-an-li 4. Il Garo ha ga-i- come l'Arag e Oba della
Melanesia.

Nelle lingue indocinesi si usano coi numerali dei sostantivi
di significato generico per la classificazione degli oggetti contati.

Le lingue dell'America

Il gruppo Paleoasiatico-Americano

207. La linguistica americana si trova tuttora in un grave
stato di disordine, specialmente per quel che riguarda l'America
meridionale, benché essa in questi ultimi anni abbia in parte
seguito un indirizzo più fecondo. Mentre da una parte assai per
tempo da molti si richiamò l'attenzione su certe caratteristiche
comuni alla maggior parte delle lingue americane — il che poteva
far sperare il riconoscimento dell'unità linguistica corrispondente
all'unità della razza — d'altra parte, per la mancanza di larghe
sintesi, si finì con lo stabilire una grande quantità di così detti
« independent stocks », che spesso sono rappresentati da uno o
due idiomi. Questi « stocks » hanno in generale ragione di essere
e possono in gran parte mantenersi, a patto che non si attribuisca
loro la qualifica arbitraria di « independent » e si riuniscano in
aggruppamenti maggiori entro l'unità del vasto gruppo linguistico
americano.

Tale grande unità fu da me già affermata in U. pag. VIII e
confermata mediante l'esame dei pronomi personali, che hanno
per base n- per la prima e m- per la seconda persona dalle
regioni più settentrionali dell'America fino alla Terra del Fuoco
167(U. pagg. 205-208). In Pron. mostrai che le concordanze si estendono
anche alle forme più complesse e, presi in esame molti
elementi allo scopo di stabilire dei grandi sotto-gruppi entro il
vastissimo gruppo americano, dovetti conchiudere in questo modo ;
« Da un attento esame di ciò che siamo venuti fin qui esponendo
si deduce che le lingue americane sono relativamente omogenee
e presuppongono non solo una comune origine ma anche una non
antichissima separazione dal ceppo primitivo. Non credo possibile
stabilire aggruppamenti con limiti ben recisi ». Aggiungo ora
che in questo come in altri casi è più facile riconoscere l'unità
primitiva che determinare le suddivisioni.

L'unità del gruppo americano, che risultava già chiaramente
dai pronomi personali, venne messa fuori di dubbio dall'esame
dei numerali, Num. 376.

Per le comparazioni lessicali devo rimandare a Less., in cui
ora avrei da fare moltissime aggiunte. I vocaboli in comune si
estendono spesso dalle lingue paleoasiatiche fino alle regioni più
meridionali. Ecco un esempio scelto fra molti : Ghiljaco kos collo,
Tlatskanai qóös, Apace si-kóse, Tepecano kušuá da *kotšo-, Azteco
ketš-tli da *ku̯etš-tli, Attakapa koé per *kosé, gr. Guaicurù kosó-t,
Ona kósse-l collo. Dal Ghiljaco dell'isola di Sachalin e del fiume
Amur fino alla Terra del Fuoco con forma quasi immutata !

L'unità delle lingue americane e paleoasiatiche apparirà chiaramente
anche dalla Fonologia e Morfologia. Tenteremo ora nuovamente
se ci riesce di suddividere la grande massa delle lingue
americane in gruppi maggiori di quelli finora riconosciuti dagli
americanisti.

208. Conviene tener ben presente in primo luogo un fatto
indiscutibile : la provenienza di tutte le popolazioni indigene di
America dall'Asia orientale. In secondo luogo bisogna naturalmente
ammettere che non avvenne un'unica immigrazione, bensì
si susseguirono più emigrazioni in epoche diverse e in varia direzione,
pur prevalendo in generale quella da nord a sud. Infine
è ovvio supporre che le popolazioni più lontane dal luogo d'origine
appartengano in generale alle prime onde migratone e le
più vicine alle ultime in ordine di tempo. In alcuni casi, certo,
possono essere rimaste in sedi settentrionali delle popolazioni immigrate
in epoche molto antiche, come pure è possibile che siano
avvenuti degli spostamenti da nord a sud in tempi recenti, mentre
di grandi emigrazioni in senso contrario forse non vi è traccia.

Dalle considerazioni precedenti si deduce che la parentela più
prossima delle lingue settentrionali e paleoasiatiche si deve ricercare
168nei gruppi Uraloaltaico e Indocinese, anche ora geograficamente
più vicini, mentre per le lingue meridionali, distaccatesi
in tempi remoti, quando ancora non erano ben distinti gli attuali
massimi gruppi linguistici, le comparazioni potranno estendersi
anche al Munda-Polinesiaco e al Dravidico-Australiano.

209. In Cr. 186-196 sottoposi ad un breve esame comparativo
le lingue della Patagonia e della Terra del Fuoco e pervenni alla,
conclusione che il Jagan-Alakaluf e il Botocudo potessero considerarsi
come linguaggi ben distinti dagli altri dell'America e
collegati con quelli dell'Australia orientale, dello Stretto di Torres
e delle regioni circonvicine, e ammisi la possibilità di un'immigrazione
per la via Melanesia, Paumotu e Isola di Pasqua. Studi
ulteriori mi hanno dimostrato che il Jagan-Alakaluf e Botocudo
non sono punto isolati fra le lingue americane, bensì contengono,
al pari di altri linguaggi australi, molti elementi arcaici che
hanno riscontro in lingue dell'Asia meridionale o che da essa
provengono. Si tratta di un antichissimo patrimonio comune anteriore
alle più antiche emigrazioni.

Il Jagan non ha nei pronomi personali le caratteristiche comuni
n- e m-. Il pronome di prima è he-i, a-i, pref. sogg. ha-, poss.
hī-, gen. ha-u-a, ha-u ; duale hei-pei, plurale hei-an. Con he-i
(che però sta sicuramente per *ha-i) confrontai lo Stieng he-i io,
con hei-pei noi due il Bersisi della Pen. di Malacca hem-pē o
he-mpē noi (tre), con hei-an noi il Kamilaroi ngē-ane e Wiraturai
ngī-ani ; inoltre Jagan he-i io : ha-u di me = Saibai nga-i io :
nga-u di me. Si aggiunga che ha- io è certamente contenuto in
ha-uan questo, cui si contrappone sj-ūan quello come nel Saibai
a i-na questo si contrappone se-na quello. D'altra parte con hei-pei
‘noi due’ concorda mirabilmente il Tamanaco (gr. Caribico) ki-ve
‘noi due’ onde siamo ricondotti alla serie di Pron. 229 : Lule
ki-s = Cibcia χi-tša, Kiriri χi-e-tsã, poss. χi-, Rumsien ka,
Salin ke prob. *ka-i, Kolosh χa plur. ha (assol. u-hā́-n), ecc.

Per sa tu, sa- e si- tuo, sa-pei voi due, s-an voi, a parte
il papuano Kabana sasa-na tu, il raffronto più prossimo è col
Mucik tsa, tsa-ng tu, il cui -s soggettivo avrebbe un riscontro
nel lontano Miwok -s soggettivo e Wiyot -a-s oggettivo.

La numerazione del Jagan, come quella di molte altre lingue
dell'America merid., è imperfettamente sviluppata. Con ūkōali,
okoale 1 confrontai Austr. wogul, wākōl, ma la forma kaweli o
kavueli induce al raffronto più ovvio con Guentusé abueli- (in 6)
e Lengua abuél. La forma più semplice del 2 è rappresentata dal
suffisso del duale -pei, donde kōm-bei 2 (cfr. per il primo termine ako
169altro, Ona koni-soki ‘altro due’ = 4), mentre la forma
kom-babe viene a coincidere col Mohave χune-pape 4. Cfr. Orarimugu
pobe 2. Per la parentela di -pei v. Num. 419 e 442. Con
mötan, maten e mutta 3 confrontai Austr. 168 muddan, 91 matta
3, ma abbiamo anche Rio Curicuriary (gr. Makú) matne-uā́p,
Lutuami ntani per *mtani, Cayus matni-n, ecc. Con karga 4
s'identifica l'australiano karga 4, ma abbiamo anche Tewel-ce
karge, Ciukcio-Corjaco gyraχ ecc., Num. 416.

210. Molto strani sono i pronomi personali dello Alakaluf di
Borgatello, che corrisponde al « Patagonico occ. » di Skottsberg :

tableau io | čiéls | čχ(l) | tu | čiáuls | tauχ(l) | egli | kiál(s) | čauχ(l) | noi | áluks-kié(l)-kál | voi | kuói-kié-kál | essi | kials-kiél-kal

Per ‘coloro’ è dato anche kiála-kiái (prob. kiál-akiái, cfr.
ackiái molto, molti) e per ‘questo’ kiél. Nel singolare si può
aggiungere kuá, onde čiéls-kuá io, čiáuls-kuá tu, kiál-kua colui,
kiáls-kuá egli. Nelle frasi trovo čils, čiú, čióu io, , aiš mio,
čiál kél-kál essi. Non è facile trovaredei riscontri altrove : čiaul(s)-kua
tu ricorda il Mobima ul-kua tu e kial egli il Mobima i-kolo
egli, ma in questa lingua as- vale ‘tuo’ (cfr. il Jagan, se non
sì tratta di uno scambio, poiché Cardus ha ulχ-paá ‘mon père’
che sembrerebbe dover essere ‘ton pere’) ; con mio, či- io
cfr. Itonama aš-ni io, prefisso či-, ši- ecc.

I primi tre numerali sono dati in queste forme :

tableau táku-táku | dáku-duk | tak-so | til-kaaon | ukl(k) | uókels-a-tol | tá-ukl(k) 1 + 2

La forma taku-taku concorda mirabilmente col lontano Aleuto
taγa-taq; cfr. inoltre Iten taka, ecc.

211. In generale si può dire che nelle parti più meridionali
dell'America si trovano molte forme arcaiche, le quali però
non appartengono esclusivamente a quelle regioni
.
Così, per esempio, ra-bue, da-bui 2 del gr. Pano corrisponde bene
al Papua a-bui, N. Guinea la-bui, ra-bui 2, Austr. e-la-biu id.,
e il Caripuna e-ra-m-bué 2 può confrontarsi col Fujuge della N.
Guinea u-ra-m-be altro ( : Tupi amboé id., Lat. ambo) ; ma nel
gr. Pano, stesso il Caxinauá accanto a da-bö e -ra-bö ha -hara-bö
e questo corrisponde esattamente da una parte a kra-bu del Ter-raba
e dall'altra a kala-bawa della Tasmania ! Similmente il
Sabanero gda-bu è = Tasm. kata-bewy. Inoltre :170

Gruppo Pano
ta-boe, ta-pu- Maxuruna
da-bui Pano, Mayoruna fera
dá-vi-ta Ciakobo
da-fuii-ra Atsahuaka
ra-bue Pacaguara, ra-bü Culino
ru-bä per *ra-u-bä Pano

Gruppi settentrionali
ta-bo, ta-bu Micmac
dā-bọʻ Micmac
la-pi-t Sahaptin
de-pé-ra ‘altro’ Catawba
lā́-pi Lutuami
do-pa per *da-n-pa Hidatsa

Tutte queste forme significano etimologicamente presso a poco
‘un altro’, v. Num. 343. Aggiungerò che il Caxinauá na-ra-bö
2 = Caripuna na-ra-bué id. in 4 ritrovasi nello Alakaluf ina-da-ba
4.

Il numerale 3 del gr. Cioco unpia, umpea, ompaya corrisponde
bene a npe', mpe', mpi della Penisola di Malacca, pea,
āpai del Munda (cfr.. anche tanj-upa, Misquito ni-ūpa con Müöng
pa, Kharia upe 3) ; tuttavia questo numerale si trova anche in
altre parti dell'America e il pinga- dell'Eschimo potrebbe essere
= Stieng peng 3.

Una forma così complessa come è il Caribico ama-n-re o
ama-n-le ‘tu’ s'identifica col Juang (gr. Munda) āma-n-ḍe ‘tu’.

212. Mentre le forme arcaiche del sud hanno in generale
riscontro nel nord, molti elementi sono propri dell'America
settentrionale
e poco si estendono verso sud. Questo
fatto importantissimo può essere illustrato mediante l'esame dei
numerali 6-9. Già in Num. 376 osservai che in essi le concordanze
fra l'America settentrionale e meridionale sono scarse.

6. — Haida klu-, klou- : Indoc. krō, Mon krau — Kwakiutl
ka-tlowk, kˑe-tlṓq e ke-tχliuk : Indocinese truk, trok, Khami sud
tagrū, Savara ku-dru.

7. — Nord sikwā, tsakw-us, -tsagiu, tsook : Indocinese sāgi,
skwi-, džoh — Nord (Num. 303) -tede, -tšeta, -tšita : Cinese-Siamese
djet, tšet, tšit — Huron so-taret : Meithei tarēt
Narragansett énada : Tunguso nada-n.

8. — Selish toā-tšis, tuka-tša, taka-tše : Indoc. tšet, ta-set,
ka-tšat — Huron a-tteret : Hiroi-L. tirēt.

9. — Selish tūkhu, tukoh, tōkw, Irochese tioh-tõ, téuho-toh,
Attakapa tegghuiae : Indoc. tukhu, toko ; Turco toγu-s, toχχo-r,
doku-z — Algonchino šak, tšaka-, šok- : Indocinese tšakū, tšōko,
sokī — Taos kvia, Othomi gu-to : Indocinese kwi, kū-t.

Anche parecchie forme del 10 sono esclusivamente settentrionali :
Zimshian keăp, kippio, Blackfoot kepo, kipúa = Indoc.
kyep, kipu — Haida klā-š = Khami sud khrā-sʼa — Aleuto
171hask, gasuk (Moquelumne kasoko 5) = Khami sud kkāsok, kasu,
hasuh — Selish ā-pun, ō-pan : Banpara ā-bn, ecc.

Il numerale 20 arriva fino all'America centrale : Ciukcio-C
kaly-k, Zapoteco kalle, Maya wo-kal = Indocinese khali, kāi,
khal-kā, Murmi bo-kal.

Si aggiungano le forme per 7, 8 e 9 dell'Algonchino, Irochese
e Mixe concordanti con quelle del Camciadalo, Num. 348.
E già in Cr. 176, confrontando il Kolosh taχa-tušu 7 ( : teχ 2,
taχá bis) col Camciadalo i-taa-tuk per *i-taχa-tuk 7 osservavo :
« basterebbe questa sola comparazione per stabilire con sicurezza
che il Kolosh è affine alle lingue paleoasiatiche ».

213. Una corrente d'immigrazione meno antica delle altre si
diresse, come pare, verso sud ad occidente delle Ande e si ferma
nella regione peruviana. Già in Num. 361 io notai certe particolari
relazioni delle lingue di quella regione, già sede di una
notevole cultura, con lingue dell'America settentrionale. Ecco
alcuni raffronti importanti.

Il Kechua suk 1 è contenuto nel Puquina pe-sk = gr. Algonchino
pe-tšeik, pé-zeku̥, Minsi e Natick pa-suk id. Il medesimo
numerale trovasi in 9 = (10)-l : Puquina tšeha, Kechua esko-n
dial. isko-n, Amueixa esko-ntš dial. isku-nt — Mikmak eško-nadek
accanto a pešku-nadek, Ecemin peško-kem. Per le forme con e-,
i- cfr. Guamaka išku-a, Pueblos išk, isk 1.

Il Kechua iškai, iskai è simile al numerale precedente e forse
contiene il Puquina so 2 = Algonchino ni-so o n-iso. Cfr. anche
Ona soki. Molto notevole l'Uro piske 2.

Il Kechua pitšʼka o piska (Aymarà piška) 5 è = pitka 5
del Molele, Irochese wisk ; cfr. anche Hidatsa pitšika 10.

Il Kechua kan-tšʼis 7 sembra essere = Kinai kan-tšʼehe 7.
Mucik ńite 7 : Narragansett é-nada e quindi Tunguso nada-n 7.

Per 10 abbiamo : Aymará tunka = Osage tongā — Mucik
na-pong = gr. Selish a-pun ( : Indocinese Khambu -pong) —
Amueixa tra-rrá : Ehnek trā, Arra-Arra thra-iyur (= Indoc,
tarā, tharrā).

Cfr. ancora Puquina tši-tšun, Mucik tai-tsa 6. : Totonaco tša-šan,
tša-šun id.

Ma la concordanza più notevole è quella del Kechua patšʼak
e Aymará pataka 100 con l'Algonchino patški id. Il Mandan ha
i-suk ( : Cerochese -tsukwi), che ricorda il Ghiljaco m-šag =
Mongolo džagu-n 100.

Le affinità sono decisamente nella direzione del gruppo Algonchino.
Si aggiungano le forme del pronome di seconda diverse
172dal tipo comune : Kechua -i-ki tuo, -ki tu, te, (per es, ljama-i-ki
llama tuo, apa-n-ki porti tu, apa-i-ki porto io te, apa-wa-n-ki
porti me tu), cfr. Matlatsink ki- tu, Mazateco hi, Huave i-kì,
Algonchino ki- id., Modoc í-ki.

214. Sulla linea Algonchino-Peruviano deve trovarsi qualche
termine intermedio, che importa assai determinare. In Pron. 236,
dopo avere affermata l'impossibilità di stabilire dei vasti aggruppamenti
con limiti ben recisi, io soggiungevo : « Tutto al più si
nota che le lingue degli « aborigeni » del Messico rappresentano
come una interruzione, poiché si staccano nettamente dal gruppo
Maya e più ancora dal Juto-Azteco e si avvicinano, come pare,
al Dakota ». Ecco gli argomenti sui quali io mi fondava.

1. Nelle lingue americane la formazione dei temi avviene per
lo più per mezzo di suffissi, ma nel Dakota e nel gr. Othomí
(così chiamerò le lingue degli « aborigeni » del Messico) abbondano
i prefissi, per es. Dakota sni freddo : o-sni il freddo, apa
to strike : o-ape a stroke, wa-ihangye distruttore, wo-ihangye
distruzione da ihangya distruggere, i-yumdu quello che ara,
aratro ; Othomí i̯-opχo quello che scrive, scrittore, tt-opχo manoscritto,
t-χoni ricerca, zelo, χ-nee volontà, Amuzgo tsa-o-tsenda
comprador da tsinda comprar, tsaa-o-kuaha machacador, Mazateco
ni-nga altezza, Huave n-a-hal id., Othomí n-a-nho bontà.

2. I pronomi possessivi si pospongono al nome nel Misteco-Zapoteco
e Ciapaneco, e così pure in parte nel Dakota (-ku ‘-suo’
con nomi di parentela).

3. Il Dakota ha nei pronomi personali m- e n-, ma distribuiti
in modo opposto a quello comune nell'America : Dakota mi-,
m-a- mio, ni- tuo. Cfr. Mazahua mi-, Othomí m-a- mio, Maz. e
Oth. ni- tuo.

4. Nei numerali si notano, fra altro, le seguenti concordanze
già segnalate in Cr. 177 seg. :

tableau topa | zapoteco | tapa | dopa | šopa | hidatsa | dakota | šakpe | šape | kansa

Per 4 va confrontato anche il Kalapuya táope, tap, anche
towa e taaphe, Yamkallie taappa, forme evidentemente derivate
dal numerale 2. Quanto allo Hidatsa dopa, esso sta certamente
per *n-dopa (donde le forme del Dakota nopa e nõpa) e questo
per *n-topa. Il Zapoteco ha anche ti-opa (> Papabuco tš-opa)
e il Chatino tobe da *ta-ube- con -e, cfr. Cuicateco ubi, Misteco
uuvi, Amuzgo uwe, Pirinda n-owi 2. Nel Dakota ta vale ‘paio’.173

Cfr. ancora : Zapoteco tobi, tubi, Ciatino dipe, Pap. tibi 1 con
Catawba dubé, dĕpé id. — Tarasco ma, Cuicateco ama 1 : Mandan
ma-χana, Crow amut- id. — Tarasco tani- 3 : Winnebago, Ofo
táni — Mazahua hitša, zitša, Totonaco kis, kitsi-z 5 : Tutelo kise,
kisã, Biloxi kšã, ksani 5, Catawba í-ksa mano, Num. 346.

Si aggiungano altri elementi che hanno riscontro nell'Algonchino
e Irochese. Nel Mixe-Zoque i numerali 6-9 (in un caso
anche il 10) sono formati da 1-4 per mezzo di un elemento additivo
Mixe -tūk, Pupuluca -tuχ-ko ecc., elemento che ha riscontro
in 7-9 nell'Irochese, in 6-10 nell'Algonchino (e Camciadalo),
Num. 348. Cfr. ora Othomí -to in 6-9, per es. yo-to 7 ( : yo-χo 2)
= Popoloco ya-tu, Mazateco yi-tú ecc., Othomí gu-to 9, cfr.
Irochese téuho-toh ( : Indoc. gu ecc).

215. La stretta connessione del gr. Othomí col Dakota a me
pare fuori di dubbio, e il Dakota, per la sua posizione centrale,
segna il passaggio all'Algonchino-Irochese. In conclusione, dall'Algonchino-Irochese
attraverso il gruppo Othomi si perviene al
gr. Peruviano, e in primo luogo al Kechua, l'idioma dei famosi
conquistatori Inca. Perciò su tutta la detta linea si hanno concordanze
precise, per es. Kechua, suk, Puquina pe-sk : Chatino
ska : Algonchino pé-zeku̥, pa-suk 1 — Kechua tawa 4 : Zapoteco
tapa : Dakota topa — Kechua -ki tu, -i-ki tuo : Matlatsink ki-,
Mazateco hi, Huave i-kì tu : Algonchino ki- tu (Modoc í-ki).

Non bisogna però dimenticare le relazioni del gr. Othomi da
una parte, verso sud, col gr. Maya, e dall'altra, verso nord, con
le lingue dei Pueblos, geograficamente prossime al Dakota. Di
queste ultime, quelle del così detto gr. Tano (ossia Tewa, Tiwa
e Towa di Harrington) hanno strette affinità anche in direzione
settentrionale col Kiowa (così ora Harrington, ma v. già Num.
314), mentre quelle del gruppo Keres hanno speciali affinità col
gr. Othomí e Maya. Ciò appare molto bene dai numerali 2, 3
e 4, i quali sono privi dei prefissi pa- e ma- propri dell'UtoAzteco
e Bribri-Cibcia (per es. Pima wa-ik, Paya ma-íg, Guatuso
po-iki-r 3 : Pokonchi iší-b, Mazahua eń-χii, Othomí χi-u). Ecco
del resto alcune comparazioni.

Keres iška, išk(a), išk(i) 1 : Chatino ska — Keres tši-a-m,
tše-me e tš-a-bi 3 : Othomí χi-u ecc : gr. Maya i-šié-m, o-ši-b
— Keres kiana, tsian 4 : gr. Maya kan, tšané.

Per altre comparazioni v. Vischi, Glott. amer. 128. Il -b dei
numerali è il segno del plurale = Dakota -pi.

Sembra che il gruppo Pueblos-Kiowa sia più affine al Maya
che al gr. Othomí, geograficamente più vicino. Ma nel Messico,
174e in genere nell'America centrale, sono avvenuti a più riprese
degli spostamenti di popoli, di cui è prova, fra altro, l'isolamento
del Washteka, appartenente al gr. Maya.

216. In generale io devo confermare i maggiori aggruppamenti
stabiliti in Num. 286 e 359. Brinton aveva distribuito gii
« stocks » americani in cinque grandi gruppi : I. North Atlantic,
II. North Pacific, III. Central, IV. South Pacific, V. South Atlantic.
Ed egli osservava : « This arrangement is not one of convenience
only ; I attach a certain ethnographic importance to this classification.
There is a distinct resemblance between the two Atlantic,
groups and an equally distinct contrast between them and the
Pacific groups, extending to temperament, culture and physical
traits ». Questo è troppo vago. Ecco i massimi aggruppamenti
che io ho potuto stabilire finora.

I. Lungo la costa del Pacifico dalPAlaska fin verso il 45°
grado di latitudine settentrionale : Athapaska — Kolosh — Haida
Zimshian e Cimacua — Wakash (Nutka e Kwakiutl) — Selish
— Yakon — Cinuk.

Fra il 45° e il 40° di latitudine vi è un'interruzione prodotta
da gruppi affini al Dakota e alle altre lingue del versante
dell'Atlantico : gr. Sahaptin e Klamath, gr. Maidu e Yokuts,.
Kalapuya, Wiyot e Yurok. Queste ultime due lingue sono algonchine,
come abbiamo riconosciuto indipendentemente il Sapir ed io.

II. La continuazione meridionale del ramo precedente va dal
Sasti fino al Bribri-Cibcia : Sasti, Cimarico e Karok — Pomo —
Yuki e Wappo — Wintun o Copeh — Washo — Moquelumne
o Miwok — Costano — Esselen — Salin — Chumash — Seri,
Cocimí e Yuma — Uto-Azteco — Bribri-Cibcia.

III. Risalendo al nord abbiamo i seguenti gruppi orientali
e centrali dell'America settentrionale : Algonchino (col Beothuk
all'estremo est e col Wiyot e Yurok all'estremo ovest) — Irochese-Cerochese
— Caddo e altre lingue del Golfo del Messico —
Dakota al centro — Gr. Sahaptin e Klamath, Kalapuya, Maidu
e Yokuts ad ovest.

IV. Le due correnti, occidentale ed orientale, vengono a confluire
nell'America centrale, e la corrente orientale, specialmente
per il tramite del gr. Othomí, manda propagini fino al Perù.

V. I grandi gruppi dell'America meridionale, Arawak, Caribico,
Tupi, ecc., sono strettamente collegati tra loro. Ultime vengono
le lingue del Cile, della Patagonia e della Terra del Fuoco.
Ma per la classificazione delle lingue dell'America meridionale
resta ancora moltissimo da fare.175

217. Recentemente Kroeber e Dixon hanno riunito in un grande
gruppo ‘Hokan’ il Shasti, Karok, Cimarico, Yana, Pomo, Esselen,
Yuma, prob. il Salin, Chumash, poi il Seri e perfino il lontano
Tequistlateco. Sapir aggiungerebbe il Coahuilteco. Un gruppo meno
vasto, dai medesimi autori detto ‘Penutian’, sarebbe formato dal
Wintun, Maidu, Miwok, Yokuts, Costano ; e Sapir aggiungerebbe
il Coos e Takelma. Come si vede, il gruppo ‘Hokan’ rientra
nel nostro II. aggruppamelo (salvo il Tequistlateco), da cui io
non posso distaccare il Wintun, Miwok e Costano. Del resto gli
argomenti addotti (American Anthrop., XV, 1913, pagg. 647-655)
sono estremamente deboli e non mi persuadono affatto. Io mi limito
ad alcune osservazioni intorno al Tequistlateco.

Brinton pel primo, in possesso di un magro vocabolario di
23 parole del Chontal di Oaxaca o Tequistlateco, ne confrontò
11 con parole del Yuma (The American Race, 148). La distanza
è assai grande, poiché il Yuma nella Sonora arriva a circa 31°
o 32° (a 26° nella penisola della Bassa California), mentre il
Tequistlateco sul Pacifico trovasi a 16°, presso l'istmo di Tehuan-tepec.
Perciò nessuno tenne conto della pretesa connessione. Recentemente
Kroeber in un lavoro intitolato « Serian, Tequistlatecan,
and Hokan » (Berkeley, 1915) ha tentato di riabilitare la tesi
di Brinton mediante una trentina di comparazioni lessicali per la
maggior parte inaccettabili. E se anche tali comparazioni fossero
irreprensibili, nulla proverebbero a favore di particolari connessioni
linguistiche, perche da un capo all'altro dell'America si
incontrano concordanze lessicali precise e in grande copia. Diamo
piuttosto uno sguardo alla parte grammaticale.

I nomi sono caratterizzati dai cinque prefissi vocalici. Il singolare
si forma premettendo tli- e il plurale premettendo l-, per
esempio tl-i-patl lingua (cfr. Yuma i-palya con i-, Sbasta a-pli
con a-, Yurok -pitl senza prefisso vocalico, Wiyot -īt senza il
prefisso più antico p- ecc), tl-a-tsikì cane : l-a-tsikì cani, l-e-piska
las víboras, l-u-mtsi las hormigas. Questo processo di formazione
del numero mediante prefissi in collegamento con le classi, secondo
il tipo africano, è caratteristico delle lingue arcaiche del gruppo
Othomí, per es. Amuzgo ke-tui camarón : ke-n-dui camarones
(cfr. Chontal la-n-huo las garzas, la-n-fanú las semillas). Il
Pirinda o Matlatsink ha we-ma un uomo, te-ma due uomini,
ne-ma uomini : cfr. Irochese te-kanõsa-ke due case, Cerochese
a-skaya uomo : a-ni-skaya uomini, ti-kutusi monti. Fra le lingue
del gruppo Maya il Marne ha dei plurali animati con e-, per es.
e-vuinak homines (cfr. Kice e abaχ pietre).176

I pronomi personali sono i-ya io : i-ya-n-kì noi, i-ma tu :
i-ma-n-kì voi. I prefissi possessivi formano un sistema simmetrico :

tableau tl-ai | mio | l-ai miei | tl-a-tl | nostro | l-a-tl | nostri | tl-o | tl-u | l-o | l-u | tl-u-tl | l-u-tl | tl-i | l-i | tl-i-tl | l-i-tl

Cfr. Zapoteco ya io, -ya mio, loo tu, -loo tuo, Papabuco r-u
tu, ecc.

Anche la coniugazione è del tipo caratteristico del gr. Othomí.
Quanto ai numerali v. Num. 358 (da notare specialmente anu- =
Huave ano- 1, koo-te, a-kai-tsi = Zapoteco koo-tše, kaa-tše 7).

Bastino per ora questi cenni. La connessione del Tequistlateco
o Chontal con le lingue del gr. Othomí è per me fuori di qualsiasi
dubbio e fa meraviglia che la parentela si sia cercata così
lontano quando essa è vicinissima. Aggiungo che anche l'Huave
appartiene al medesimo gruppo ed è prossimo al Mixe-Zoque,
come sostiene Radin, The Relationship of Huave and Mixe (JSAP,
1919), il quale afferma pure giustamente che « there are undoubted
indications… of a relationship between Maya-Quiché and Mixe-Zoque »
E io già in Cr. 178 scrivevo che a provare l'affinità
del Marne col Totonaco basterebbero i suffissi personali del verbo :
Mame e Tot. -a tu, M. -o T. noi, M. -χu T. -go essi.

218. Ci resta da dire qualche cosa intorno alle lingue paleoasiatiche.
Di esse trattai in Pron. e Num., poi in Cr. 167-186.

Un gruppo molto omogeneo è costituito dall'Eschimo-Aleuto
da una parte e dal Ciukcio-Corjaco e Camciadalo dall'altra. Alle
corrispondenze segnalate altrove aggiungerò le seguenti. Comune
è il suffisso -nek dei nomi verbali, per es. Eschimo okallúk-pok
parlare : okallúng-nek il discorso, Corjaco isniχtok verberare :
isniχty-nek fustis, tejmek remigare : tejme-neg remigium = Camciadalo
ov. tečme-neg remus. I suffissi verbali -pok, -vok e -tok
caratteristici dell'Eschimo si trovano anche nel Corjaco : tagjule-vok
docere, taχaka-voq refrigerare, aλχa-pok claudere, kamige-tok
parere.

Quanto alle rimanenti lingue paleoasiatiche, sembra che le
affinità siano in questo ordine : Jucaghiro, Ghiljaco, Aino. Il Ghiljaco
è intermedio, ma forse più vicino al Jucaghiro che all'Aino.
Jucaghiro ontše-net umido, kïlï-ntša rosso : Ghiljaco káva-nt e
kavla-ntš caldo. Aino haro-koro fat, hon-koro pregnant (da hon
stomach ; ricorda stranamente il Mande kon-koring hungrig, Vei
kon-go fame — il Mande kono significa appunto ‘ventre’ —
a. Ted. hun-gar, Copto ho-ker, Indocinese hu-khri, Less. 82) :
177cfr. Opata kotsi-kor dormiglione. Abbiamo già veduto quale è la
posizione linguistica degl'idiomi del Jenissei ; ma essa non esclude
i rapporti con le lingue paleoasiatiche (e americane ; cfr., per
esempio, Ostj. del Jen. ures-fan regenlos, Kotto tagai-fun kopflos :
Tamanaco imu-puni vaterlos, abl. -po-i = Ciukcio -pu, -i-pu).

Molti elementi sono comuni a tutte o quasi tutte le lingue
paleoasiatiche. Eschimo au-lik insanguinato, saku-lik armato,
ajorti-lik colpevole, Aleuto kolla-lek bianco, kingana-lik freddo,
Camciadalo ov. imšu-leg levis, vilis, pln-leg fuscus, niger, χilinj-leg
ridiculus, filk-teχ fluidus, kizi-leχ siccus, kive-leχi-n leprosus,
geja-leχi-n nubilus, Ghiìjaco úda-lič buono, Jucaghiro čanda-lič
veloce. Per questa formazione v. Cr. 124-128. Essa si trova perfino
nell'America meridionale, poiché il Tariana, appartenente al gr.
Arawak, ha har-lég bianco (senza suffisso Yuri háre, cfr. Pomo
kale, Ghilj. kal-χal, ecc.) che corrisponde esattamente all'Aleuto
kolla-lek id.,

219. Benché sia superfluo, a conferma della provenienza nordica
delle popolazioni dell'America esaminerò qui alcune parole
significanti ‘neve, ghiaccio, freddo, inverno’ (v. già Cr. 174).

Ghiljaco kábi neve — Cinuk il-kápa neve, i-kápa, kl-kápa
ghiaccio, Waiilatpu kapa, Molele i-kába id., Kawicin koba-lh
neve — Algonchino : Natick kuppā-d ghiaccio, Pequot kuppa-t,
Narrag. kapà-t id. — Mandan kop-kaze neve, Crow mak-kupah
grandine — Natchez kowa neve — Tepeh. kubay, Tarah. kepa-likí
neve, Shosh. pāhi-köp Wih. patsí-γöp ghiaccio — Alakaluf di
Borgatello á-kapé neve, Jagan kupa-naka id. — Cfr. Magiaro
hava- neve, Eston. kāwe dünn fallender schnee, Samojedo Jur.
hawa bröckeliger schnee, Koibal e Motor kōa inverno.

Aleuto kane-k, χaní-χ neve, Groenl. qani-k neve cadente —
Algonchino : Natick koon, koon, Narrag. kône, Delaw. gūn, Cep.
kōn, aw-kone, Menom. koon neve, Blackfoot kon, Cree sasa-gun
grandine — Cocimí kana-k neve — Moqui hona-uẽ neve —
Aymarà ʻkunu neve indurita, Kariri kune froid. — Cfr. Ghiljaco
kán(n)a, kona bianco.

Poiché a Yamkallie kano-peik corrisponde il Kalapuya anu-peik
e Willamet nuk-peik, alla serie precedente sembrano connettersi :
Lummi naka, Kwakiutl nai, Eschimo del Mackenzie ānnigo
= Alaska mer. annio, Ghiljaco nak-r neve. Cfr. anche Jagan
kupa-naka neve. E a questo tipo fa riscontro il seguente.

Ghiljaco maχ salzhaltiger schnee — Selish : Kawicin maka,
maka-i, Selish maka, Niskwalli makivo, Atna o Shushw. makha,
Skwali makho neve — Sahaptin maka neve — Chemmesyan
178moak-s neve (cfr. moaχ-t bianco = Kwakiutl moakwa id.) —
Dakota : Omaha mah, Minetari mah-pai neve, Crow mak-kupah
grandine — Cuitlateca majka juma gelo e neve — Patagonia
maygga neve, Tewel-ce nord maggin inverno.

Eschimo dell'Alaska allopar, alapà freddo = Kalapuya alupai-k
neve — Cinuk čeilipo ghiaccio — Yuma : Kucian halúp,
Diegueño alup neve — Xicaque de Yoro lup grandine — Aymarà
a-karapi der lose schnee.

Athapaska : Dogrib teu ghiaccio — Zimshian tauw = Kawicin
tow, Sahaptin toah ghiaccio, Haida tāou neve — Maya : Quʼiché
téu neve, ghiaccio, téu-χ freddo — Tewa ti-h freddo, Kioway
tu-h freddo, inverno — Tupi tuy freddo — Terra del Fuoco :
Ona teu neve. — Cfr. Georgiano thov- nevicare, thov-li neve,
Lazo e Suano thvi-ri id.

Ciukcio tin-tin e tin-tan ghiaccio — Tinne tun, Kinai ten,
Navajo tin ghiaccio — Miwok nord tana neve — Mazat. dan-dya
neve — Similaton sani, Guajiquiro san-šin gelare, Sumo II sunni
gelo — Mucik tsan il freddo — Guahibo Une está frio — Colorado
i-dana-e freddo. — Da questa serie deriva la seguente.

Korjaco e-tengi, Ciukcio e-teinge grandine — Athapaska r
Umpqua hwá-thang ghiaccio — Kwakiutl Heilts. tʼenēʼk freddo
— Kioway tenkia neve — Sumo I sanniki gelo.

Ghiljaco lud Gl., lūθ e lurš Schr., luž S. ghiaccio — Athapaska :
Kolcian lot ghiaccio. — Cfr. Polacco lód ghiaccio, a. Slavo
ledo n., Russo ledŭ, Lit. léda- m., Pruss. ladi-, ghiaccio.

Come si vede, in alcuni casi i vocaboli si ritrovano perfino
nella Terra dei Fuoco. Naturalmente vi sono concordanze anche
per le parole di significato opposto, e l'Arabo ḳaiẓ Ebr. ḳajiṣ
‘estate’ attraverso il Finnico kesä id. ricompare nella Terra del
Fuoco nella forma del Jagan kisi ‘estate’, Less. 90.

220. Gli studi comparativi si sono rivolti di preferenza alle
lingue dell'America settentrionale, e ciò si comprende, benché in
ragione del loro carattere arcaico avrebbero richiesto accurate
indagini anche i linguaggi dell'America meridionale. Già nel
1836 Gallatili iniziava con buon successo la classificazione nella
« Synopsis of the Indian tribes » (Archaelogia Americana). L'opera
sua fu proseguita da Latham, Buschmann, Hale, Gatschet e altri,
finché J. W. Powell nell'opera « Indian linguistic families of
America north of Mexico » diede una classificazione completa di
58 ‘linguistic families’ adottando una monotona nomenclatura in
-an, come Eskimauan, Chinookan, Piman, Salinan, ecc. L'opera
è accompagnata da una carta linguistica a colori.179

Il merito di aver dato una classificazione completa delle lingue
americane spetta a Brinton (The American Race, Philadelphia
1901). Il Brinton possedeva un felice intuito che gli faceva riconoscere
le connessioni linguistiche anche sulla base di pochi e
malsicuri elementi.

Gli americani degli Stati Uniti dispongono di mezzi grandiosi
per gli studi etnografici e linguistici, che in questi ultimi anni
per loro merito hanno fatto rapidi progressi. Io devo soltanto
deplorare il sistema di trascrizione eccessivamente (e forse anche
inutilmente) irto e complicato e l'esposizione troppo disforme dalla
limpidezza che si ammira, a mo' d'esempio, nel « Grundriss »
di F. Müller. Quanto agli studi comparativi, citerò a titolo d'onore
i nomi di Gatschet, Kroeber, Radin, Sapir, Harrington, ecc. Sapir,
specialmente, si è messo per una via che può condurlo ad ottimi
risultati, quella cioè della comparazione integrale, fonetica, morfologica
e lessicale. Il suo lavoro « Southern Paiute and Nahuatl »
pubblicato nel JSAP dovrebbe servire di modello per la giovane
schiera degli americanisti. Io ho la soddisfazione di essermi incontrato
col Sapir nel riconoscere il Wiyot e Yurok come appartenenti
al gruppo Algonchino, ma spetta al Sapir il merito di aver
dato di questo fatto importante una dimostrazione fondata sulla
salda base di regolari corrispondenze fonetiche.

Quanto alle lingne dell'America meridionale chi, dopo l'Adam,
ha più contribuito a mettere dell'ordine nel caos è senza dubbio
il Rivet. Egli, insieme con vari collaboratori, attende da parecchi
anni a determinare la parentela di una quantità di lingue più o
meno isolate e poco conosciute. L'indirizzo è ottimo e io non
dubito che il Rivet vorrà a suo tempo procedere anche a sintesi
più ampie.

In complesso in questi ultimi anni gli studi di glottologia
americana sono notevolmente progrediti e molti « stocks » già
creduti indipendenti hanno perduto la loro individualità. E qui
non posso non ricordare il lavoro di una mia scolara morta in
giovane età, la « Glottologia americana » della D.r Clelia Vischi,
in cui per la prima volta è dissodato l'intero campo con grande
intelligenza e amore.

221. Il sistema fonetico di molte lingue americane presenta
non poche singolari particolarità, fra cui la mancanza di suoni
altrove comuni. In molte lingue mancano le medie o sonore g
d b
o alcune di esse (nel Ciapaneco e lupi esse occorrono solo
nasalizzate : ng nd mb). Vi è però nel gr. Dakota e in molte
180lingue della California una classe intermedia fra le sorde k t p
e le sonore g d b, in quanto l'occlusione è sorda e l'esplosione
sonora : k/g, t/d, p/b.

Molto importante è la classe delle consonanti forti con occlusione
laringale. Esse si trovano nell'Athapaska e in molte lingue
della California. Dall'accurata descrizione che ne fa Kroeber
(Phonetic constituents of the native languages of California, Berkeley
1911) appare che esse corrispondono alle consonanti « enfatiche »
del Semitico. Furono poco felicemente indicate coi simboli
k ! t ! p !, in luogo dei quali Kroeber propone giustamente kʼ tʼ pʼ
col segno ʼ (glottal stop) posposto anziché sovrapposto per ragioni
tipografiche; ma si potrebbero, credo, utilmente introdurre anche
qui i simboli ḳ ṭ ṗ. Alla medesima classe appartengono senza
dubbio le « letras heridas » del Maya (per es. nak corona : naḳ
ventre, tan superficie piana : ṭan voce, discorso, pit denudare :
ṗit abisso, precipitar giù) e i suoni speciali del Kechua e Aymarà
che furono indicati con tt, pp ecc. (per es. Kechua tanta riunione :
ṭanta pane). Anche nell'Othomí si trovano suoni simili, per es.
ṭ-opχo manoscritto (cfr. invece t-χoni ricerca, zelo).

Abbastanza diffuse sono anche le aspirate. Il Kechua, per
esempio, distingue tanta riunione, tʻanta ossia thanta cencioso,
tʼanta ossia ṭanta pane.

La serie labiale è ridotta a w e m nel Kolosh (m solo dialettale),
Cerochese e Misteco, e al solo f nell'Irochese. Nello Aleuto
è ridotta al solo m.

Molte lingue possiedono una sola delle liquide, r o l. Spesso
manca r ove mancano le sonore g d b. Prive di ambedue le
liquide sono alcune lingue del gr. Algonchino, il Dakota, Totonaco,
Misteco e Cibcia.

Caratteristici delle lingue del nord-ovest sono i suoni laterali
del tipo Azteco tl, che trovasi anche nel Ciontal o Tequistlateco.

Fra i suoni spiranti f è raro e s manca nell'Araucano. È
questo un notevolissimo arcaismo.

In generale le lingue del nord-ovest sono molto aspre, specialmente
il Cinuk e Selish. In ciò rassomigliano, a parecchie
lingue paleoasiatiche. Nelle lingue del gruppo Othomi e affini è
manifesta la tendenza al monosillabismo, cui nel Tewa si accompagna
lo sviluppo dei toni musicali.

222. Nel gr. Othomí si trovano distinzioni di classi per mezzo
di prefissi, come nelle lingue dell'Africa (v. 216). I nomi degli
animali, particolarmente, sono formati in tal modo. Ecco alcuni
esempi : Popoloco ku-yee víbora, ku-šinda toro, hu-nia perro,
181ku-mistu gato, ku-šise mosca ; Chocho u-šide mosca, u-šre pájaro,
u-sindu gusano ; Amuzgo ke-tsu caballo, culebra, lagarto, ke-tsue
perro, ke-tsoho alacrán ; Misteco ti-duku conejo, ti-koliši mariposa,
n-di-čitu gato, n-di-kutu toro ; Cuic. i-ti-yain abeja, i-ti-yamini
araña. Amuzgo ke-tui camarón : ke-n-dui camarones, ke-tsue perro :
ke-n-due perros. Con nomi di frutta : Popoloco tu-sastu naranja,
tu-hundi cebolla, Trique tnu-rekoo zapote.

Anche altrove si trovano prefissi di classe. Nell'Itonama i
nomi delle parti del corpo hanno ka- o ma-, per es. ma-četuru
coude (invece ni-četiri genou). Nel gruppo Pano sono frequenti i
suffissi di classe : -tay, -ti, -te per oggetti fabbricati, -ka, -ke ecc.
per parti del corpo, e molti altri. — La classificazione si manifesta
poi spessissimo in unione coi numerali.

Quanto al genere, la distinzione più frequente è quella di
animato : inanimato, che.si manifesta di regola nella formazione
del plurale. Tuttavia non è rara neanche la contrapposizione
maschile : femminile, e spesso con gl'indici invertiti.

223. La concordanza è scarsamente sviluppata. Ecco alcuni
esempi :

Ciukcio ńuppuluχina-t wesm-i-t piccoli fiumi

Eschimo ujaχ̇qa-t aqitsu-t pietre tenere

Mikmak albadu-k afšeše-k ragazzo piccolo

eptakane-l afšeše-l cibi piccoli

Cerochese ts-ekwahi te-tlukung grandi alberi

Goachira χašie-iru autuš-iru uomini morti

224. Il caso ergativo si trova nel Ciukcio e nell'Eschimo.
Nell'Eschimo il segno è -m (nei pronomi -ma) alternante con -b
o -p, però trovasi -a nell'interrogativo ki-a chi ?, e questo -a
corrisponde ad -a, del Ciukcio. Altrove manca, come pare, un
vero ergativo e solo si distinguono in alcune lingue forme attive
e inattive degli affissi pronominali del verbo, per esempio Dakota
w-a-kaška io (lo) lego : m-a-ṭa io muoio. Esamineremo più avanti
questo fenomeno interessantissimo.

Di rado il nominativo, più spesso l'accusativo è caratterizzato
da un segno speciale. Nelle lingue del gruppo Mascoghi nom. -t,
acc. -n, per es. unapa-t vertice, acc. unapa-n. Nel Ciachta :

tableau wak a | la vacca | wak o | una vacca | sogg. | wak a-t | wak o-t | ogg. | wak a-n | wak o-n

χatak ḁt mintiχ uomo egli viene
χatak oš mintiχ uomo uno viene

χatak ã pesaχ uomo lui vede
χatak õ pesaχ uomo uno vede182

Il Maidu ha un nominativo in -m, per es. máidü-m a ókōn
the man is hungry, sü-m has nik dṓkan the dog bit me.

Le relazioni locali sono indicate per mezzo di suffissi o posposizioni.
Raramente s'incontrano preposizioni, come nel Kariri :
dz-u-ka do tupã yo amo a Dios, Dzubucua mo rada sur la terre.
Eccezionale è il comitativo del Ciukcio : γ-úttä, erg. úttä albero.

225. Gli aggettivi predicativi hanno di regola forma verbale,
ma anche come attributi appaiono derivati dal verbo per essere
formati mediante i seguenti suffissi :

tableau -i | -ti | -di | -ri | -li | -ni | -ki | -bi | -e | -te | -de | -re | -le | -ne | -ke | -be

Spesso gli aggettivi hanno forme con raddoppiamenti, per es.
Miwok : Lake koi-koi = Coast kai-kai amaro (Quiché kay fiele
= Ona kay fegato), Plains wel-wel buono, Lake mulu-mul nero,
awa-awa rosso, Sierra gul-ul-i nero : gel-el-i bianco.

Interessanti sono gli aggettivi negativi derivati dai corrispondenti
positivi. Secondo la posizione dell'elemento negativo si possono
distinguere tre casi. 1° Cocimí halá bianco : a-kal nero ;
cfr. il prefìsso negativo Ciukcio a-, Corjaco a-, o-, Azteco a-.
Tlatskanai yek buono : inte-yék cattivo, Isleta kuni-i : ue-kun id.,
Eudeve ka-deni cattivo, Mucik uts grande : ts-ūts piccolo, Canamirim
tenu-ty alto : ma-tenu-ty corto, Jagan aima buono : papaima
cattivo — 2° Baniwa Iç., matší-di cattivo : matše-ra-di
buono, Cobeu oár-wi lungo : oár-bo-wi breve — 3° Aino ison
felix : ison-ap infelix, Tinne son buono : son-a cattivo, tezo dolce :
tezo-n amaro, Dakota wašte buono : wašte-ka cattivo.

226. Nelle lingue più arcaiche i temi verbali sono di regola
bisillabi. Do alcuni esempi del Kechua con armonia vocalica.

aca stuhlgang haben, awa tessere, apa tragen, yana accompagnare,
servire, yapa aggiungere, cana verbrennen, hara füttern,
kata coprire, kʻawa blicken, kʼapa duften, kʼara heftig schmerzen,
anklagen, waka piangere, wana sich bessern, wata anbinden,
maka schlagen, nana schmerzen, nakʼa schlachten, napa salutare,
paca nascondere, para piovere, pʻawa correre, volare, taca klopfen,
tʻaca eindicken, tʼaca zerstreuen, tʼaka abteilen.

iči die beine ausspreizen, kʼiri ferire, wisi attingere, mič'i
vieh hüten, ńitʼi premere, pʼiti abreissen, sikʼi ausreissen, sipi
ersticken, siri liegen, tʼipi kneipen.

čʼeke zerstreuen, sekʼe zeichnen.

kʻoro zerstückeln, verstümmeln, kʼoto hintergehen, čʻoho verriegeln,
poko reifen ( : Jagan puhu cuocere).183

usu verschütten, verlieren, cuyu muovere, kʼutu rodere, muyu
drehen, umdrehen, pʻuyu nebeln, pʻucu blasen, pʻutu keimen,
rutu scheren, suru schleppen, sutʼu tropfen, tusu ballare.

Si noti sak'a herausreisseh : sik'i id., ausreissen, e forse k'ara
heftig schmerzen (k'aru schaden thun) : k'iri verwunden.

227. Verbi composti si trovano anche qui in grande quantità.
Secondo Harrington « Tiwa expresses a large percentage of verbal
conceptions by verb + verb compounds », per es. da töă he separated,
pulled off, picked up e n he went si forma töă-män
he fetched. Azteco ke-tsoma mordere : per il primo termine cfr,
Paiute sud qï-, qïʼï- mordere, Papago küi to bite, sting, Cora
divorare. In questo caso si tratta di un composto di sinonimi.

Molte lingue dell'America settentrionale sono ricche di affissi
(di regola prefissi) che determinano l'azione secondo che è fatta
con le mani, coi piedi, con uno strumento, ecc. Nel Dakota da
ksa ‘separare, rompere, tagliare’ si ha :

ba-ksa to cut in two with a knife (as a stick)
ka-ksa to cut off with an axe
pa-ksa to break off with the hand
na-ksa to break off with the foot
ya-ksa to bite off — yu-ksa to break off

Invece ška, ka-ška to tie : yu-ška to untie (inversivo).

Le medesime lingue sono poi in generale anche ricche di
affissi direttivi.

228. I verbi derivati si formano per mezzo di suffissi o prefissi,
e non di rado il medesimo elemento in una lingua è preposto
e in un'altra posposto al verbo. Così, per esempio, il verbo
causativo si forma con i- nel Klamath e Huave, con -i nel Ciontal
di Oaxaca : Klamath i-dša far andare, Huave i-rrah illuminare ;
Ciontal tomu-i abbassare. Il Ciapaneco ha po-rikame far bello,
abbellire, invece il Tamanaco ha yeme-po-ri far mangiare da
yeme-ri ingoiare, yene-po-ri far vedere da yene-ri vedere.

Anche le forme dei raddoppiamenti sono molte e svariate.

229. In nessuna regione, forse, come nell'America ha un uso
così esteso il verbo plurale. Ciò si spiega con la tendenza alla
espressione esageratamente concreta che caratterizza le lingue
americane.

Si possono distinguere tre casi secondo che le forme sono
1° suppletive, 2° con raddoppiamento, 3° con elementi formativi.

Esempi di forme suppletive. Creek alaχ-ä-s io vengo : yēdžīs
noi veniamo, ilidžäs io uccido uno : pasatäs io uccido molti ;
184Opata guek caer uno : tao caer muchos ; Jagan kātaka : plurale
ūtušū andare.

Esempi di forme con raddoppiamento. Zimshian me̥se̥m wulā́y-ō
voi conoscere me : n-wuhvulā́-se̥m io conoscere-conoscere voi,
Klamath skútaš ša waldša they spread a blanket over : skútaš
ša wa-wáldša
they spread blankets over (different objects).

Esempi di forme con affissi. Klamath ktú-ka plur. ktú-yua
to strike by hand, á-tpa plur. í-tpa to carry, to bring ; Mutsun
oi-o coger una cosa : oi-so coger muchas. Anche l'Aino fa uso
di affissi :

ahu-n plur. ahu-p aš entrare
sa-n plur. sa-p aš discendere
mesu plur. mes-pa aš rompere
tui plur. tui-pa aš tagliare

Si noti ek plur. ariki aš venire, arapa plur. paye aš andare,
raige plur. ronnu aš uccidere, uk plur. uina aš prendere.

Alcune forme sembrano aver riscontri in lingue remotissime,
per es. Zimshian dial. iḗ plur. andare, cfr. Kunama ī plur.
andare (plur. venire) ; gˑēL plur. lāʼL to lie down, cfr. Bantu
la-la giacere.

230. Tra i modi quello che appare meglio caratterizzato è
l'imperativo. Jucaghiro kel-k vieni, Ciukcio χiet-gi-n id., cfr.
Mosquito yap-ka dormi, swi-ka lascia ; Paravilh. enne-ke mangia,
Tamanaco yare-ke portalo. Maidu önṓ-p(a) va, öno-pö andiamo !,
Mosquito wa-pi id., Mosetena doroye-ba volgi.

Per il congiuntivo-ottativo e condizionale ha una notevole
diffusione l'elemento li, le oppure ri, re.

Il verbo negativo si forma in vari modi, ora con prefissi e
ora con suffissi. Fra questi merita di essere ricordato il suffisso
negativo -i del Caribico, Tupi e Chiquito.

231. Le particelle temporali sono ora prefisse e ora suffisse.
Caratteristica s, per lo più di presente :

Irochese -s, Sahaptin -sa Wallawalla -ša, Mosquito -is,
Goachira. -ši, -še presente, Selish -is, -iš durativo, Azteco -s,
Kechua -s'- futuro, Mutsun -s preterito ;

Athapaska š- imperfetto, Totonaco iš-, š- imperfetto e
piuccheperfetto, Othomi š- perfetto, gr. Maya iš-, š- passato.

La caratteristica n, per lo più di passato, è di regola posposta,
ma abbiamo anche Irochese en- e Totonaco na- per il futuro
(cfr. Tupi -ne, Chiquito -na, Lule -n per il futuro).

Una combinazione delle due caratteristiche precedenti si ha
nel Sahaptin -sana Wallawalla -sana per il piuccheperfetto, invece
Misteco sani- id. prefisso.185

Interessanti sono i prefissi vocalici. Il Dakota ha w-a-kaška
io (lo) lego come il Georgiano w-a-c̣er io (lo) scrivo, m-a-kaška
mi lega (egli) come il Georgiano m-a-dzlew-s mi dà egli ; inoltre
m-i-čaγa mi fa, y-u-ška to untie, ecc. Azteco o- per il perfetto,
Selish ū- per l'imperfetto, Irochese u-a- per il passato, invece
Athapaska w-a- per il futuro.

232. La coniugazione è in prevalenza formata per mezzo di
prefissi personali, però i suffissi si trovano nell'estremo nord
(lingue paleoasiaticlie, Kolosh, ecc), in alcune lingue delle regioni
centrali (Zapoteco, ecc), poi nel Mucik, Kechua, Araucano e altre
lingue dell'America meridionale. Dove si fa uso di prefissi, il
segno del plurale si pospone al verbo, per es. Dakota kaška egli
lega : kaška-pi essi legano, ya-kaška tu leghi : ya-kaška-pi voi
legate.

Parecchie lingue americane hanno nel verbo tanto forme prefiggenti
quanto suffiggenti.

Esempio di coniugazione prefiggente : Azteco nemi egli vive,
nemī essi vivono

tableau ni-nemi | io vivo | ti-nemī | noi viviamo | ti-nemi | tu vivi | an-nemī | voi vivete

Esempio di coniugazione suffiggente : Araucano elu- dare (ind.
pres.) :

tableau sing. | elu-n | du. | elu-yu | plur. | elu-iń | elu-i-mi | elu-i-mu | elu-i-me̥n | elu-i | elu-i-ṅu | elu-i-ṅe̥n

Quando al verbo si uniscono nello stesso tempo le particelle
temporali e i pronomi soggettivi, si possono avere sei combinazioni :

tableau part.-verbo-pron. | part.-pron.-verbo | verbo-part.-pron. | verbo-pron.-part. | pron.-verbo-part. | pron.-part.-verbo

1. Zapoteco da na- scavare, tema del presente ta-na-, donde
ta-na-ya io scavo, ta-na-lo tu scavi, ta-na-ni egli scava, essi
scavano ; ka-na-ya io scaverò, ko-na-ya io ho scavato, ecc

2. Kice k-a-logo-χ tu ami, k-u-logo-χ egli ama; š-a-logo-χ
tu hai amato, š-u-logo-χ egli ha amato.

Il Kice ha un aoristo del 5° tipo : nu-logo-m io amai, a-logo-m
tu amasti, u-logo-m egli amò.

In molte lingue americane viene incorporato nel verbo anche
il pronome oggettivo, che può avere varia collocazione.186

233. L'espressione del genitivo è assai più spesso del tipo
B-A che del tipo A-B, e con ciò concorda la posizione del pronome
possessivo, che è generalmente prefisso. In parecchie lingue
si ha l'espressione ‘la sua casa, (del) padre’ : Azteco i-tlaškal
okitštli
il suo pane (dell') uomo, Totonaco iš-tšik Pedro la sua
casa (di) Pedro, Maya u-pok Petlo il suo cappello (di) Pedro, ecc.
In altre lingue l'espressione è ‘padre, la sua casa’. La prima
maniera si trova nell'America centrale e nella parte settentrionale
dell'America del sud ; la seconda maniera è propria quasi soltanto
della parte orientale e centrale dell'America del nord.

Vi sono però numerose tracce della costruzione A-B. Tutti i
pronomi possessivi vengono posposti al nome nel Timucua, Misteco-Zapoteco
e Ciapaneco, Yarura, Lule, Kechua e Aymarà. Il possessivo
di terza persona viene posposto in un maggior numero
di lingue, per es. Tepewana tara-de piede suo, Pedro tara-de
Pedro piede suo, Cepewya (Athapaska) bē bes-e egli coltello suo.
Nel Kri Paul o-tānis-a ‘Paolo sua figlia di lui’ o- rappresenta
il tipo nuovo, -a l'antico. Cfr. ancora Algonchino n-os mio padre :
n-os-inān mio padre di noi, k-os tuo padre : k-os-iwa tuo padre
di voi.

Il Cimarico presenta il fatto interessante di prefissi per il
possesso ; naturale e inalienabile e di suffissi per il possesso accidentale
e alienabile :

tableau possesso inalienabile alienabile | tš-ū-po | mio piede | m-ū-po | tuo | h-ū-po | suo | tš-ū-sam | mio orecchio | m-ī-sam | h-ī-sam | āwa-'i | casa mia | āwa-mi | tua | āwa-ida | sua

234. Quanto ai pronomi personali, sappiamo già che di regola
n- indica la prima, m- la seconda persona. In parecchi casi sembra
che la consonante caratteristica sia scomparsa. Così, per esempio,
il Goachira ta-ya ‘io’ sta probabilmente per *ni-tá-ya, cfr. Baure
ni-ti-ye ( : Kri ni-ta), e l'Arowak da-i id. sta per *n-da-i. Amuzgo
doo noi (do io) = Misteco n-doo id. Il Miwok ha -t mio, -t o
-te io, me, accanto a -n-ti io, mio. In modo analogo si possono
spiegare molte altre forme eccezionali.

Tuttavia è innegabile che in una certa misura si deve ammettere
una pluralità di temi ora affatto diversi e ora affini, con o
senza differenza di funzione. Ciò, infatti, si osserva spesso anche
nell'ambito di una sola e medesima lingua. Il Kolosh col verbo
distingue tu ‘noi’ attivo e ha ‘noi’ inattivo. Il prefisso per ‘voi’
ha nel Chiquito le forme affini am-, ap-, aw-, au-.187

I pronomi possessivi sono generalmente prefissi al nome. Vi
sono concordanze notevolissime. Nel Blackfoot davanti a consonante
ni- mio, ki- tuo, o- suo, davanti a vocale n-, k-, m-. I
nomi che prendono m-o- ‘di qualcuno’ hanno n-o- mio, k-o- tuo,
o- suo (talvolta u in luogo di o). Si noti che k- vale anche per
‘nostro’ incl. e questo valore assume di regola altrove :

tableau suo | tuo | mio | nostro | algonchino | maya | caribico | bororo | kariri | chiquito | guaicurù | o- | u- | ni- | no- | ki- | ko- | incl | i- | a- | av(u)- | nu- | kï- | ku- | au- | e- | pl. | i-nn- | če- | escl. | ń- | ńu-

Cfr. ancora : Irochese ao- suo (Chiquito au- id.), Cerochese
u-, Yarura u-, gr. Mascoy o- suo, Tupi o- rifl. suus — Azteco
i-, Arawak i-, Tupi i- suo — Cora a-, gr. Mascoy a- tuo —
Cibcia i-, gr. Mascoy i-, Tsoneca yi- (e ya-, cfr. Chiquito ya-)
mio — Pima ni-, Tep. in-, Azteco no-, Arawak nu-, gr. Mascoy
in- mio — Cibcia či- nostro.

Il riflessivo ‘suus’ è del tipo ti-, tu-, v. Pron. 230.

Anche le forme ampliate come Cree ni-t- mio, ki-t- tuo (nostro
incl.), o-t- suo hanno riscontro altrove : Bororo če-dd- Dzubucua
ke-d- nostro (= Ojibway ki-d-), Mokoví ko-d-, ecc.

235. Il sistema di numerazione quinario-vigesimale si trova
nel Kolosh, nel Pani, nelle lingue delle regioni centrali (Azteco
e parte del gr. Sonora, gr. Othomí e Maya, Mosquito, Cibcia con
Yarura e Betoi), poi nel Caribico, Cariri, Tupi e Guaicurù. Da
notare il fatto che la parola per ‘20’ Zapoteco kalle, Maya
wo-kal, ha riscontro nel Ciukcio-Corjaco (kaly-k ecc), poi nelle
lingue Munda e Indocinesi e altrove, Num. 440.

Nella parte orientale dell'America del sud la numerazione è
imperfetta e si arresta spesso al 3, talvolta al 2 (Orarimugu mito
1, pobe 2). I Chiquitos avrebbero solo etama 1. Come nelle lingue
australiane, il 2 coincide talvolta con ‘molto’.

La classificazione degli oggetti numerati è molto in uso. Essa
si trova nell'Aino, molto sviluppata nel Ghiljaco, poi nelle lingue
del nord-ovest. Si hanno notevoli concordanze specialmente nei
suffissi di classe. Per le persone l'Aino aggiunge ni-u ‘persona’
(cfr. a-ino homo), abbreviato -n, per es. tu-n 2, re-n 3, wa niu
18810, cfr. *wa-n in wan-be per le cose. Il medesimo elemento si
trova nel lontanissimo Aymarà :

tableau mai-ni | una persona | may-a | una cosa | pai-ni | due persone | pay-a | due cose

Cfr. Yarura ńoe-ni 2, tara-ni 3, kewe-ni 4, anche ka-ni- 1
in 5, 15 e 20, Guahiba kahe-ne 1, acueya-ni 4, ecc. Il Moxa
ha -na. Si noti che nel Munda -i, -ni nei pronomi, è caratteristica
del genere animato, -a, -na dell' inanimato.

Abbiamo ancora per le persone Zimshian -ål, Lummi -ala,
Bribri -l ; per i giorni Yurok -en, Blackfoot -ni, Bribri -n, ecc.

Merita un cenno la formazione degli avverbi come Cemehuevi
šu-iš semel, Cahita wo-s- Netela wehe-s- Pima wi-s- bis, Eudeve
go-s- id., Mutsun -es, -s, Chumash išgom-š--gelšgomo due volte
dieci, 20. Cfr. Indoeur. dwi-s bis, tri-s ter. Per un'altra formazione
v. Num. 349.

La monogenesi del Linguaggio

236. Dal presente lavoro, come da quelli che lo hanno preceduto,
appare che tutti i gruppi linguistici sono geneticamente
collegati tra loro e presuppongono una comune origine. Questa
monogenesi del linguaggio umano è un fatto d'importanza capitale
che permette di diradare le tenebre che avvolgono i primordi
della storia dell'Uomo.

La questione della unità o pluralità d'origine del linguaggio
è passata per tre stadi o periodi.

Dapprincipio l'unità fu generalmente ammessa,,o per tradizione
religiosa, o per vaga intuizione, o su prove insufficienti se
non false. È questo un periodo di dogmatismo prescientifico, in
cui ammettevasi pure l'origine unica dell'uomo.

Nella seconda metà del secolo scorso Pott, Schleicher e F.
Müller introdussero nella scienza il dogma opposto della poligenesi
del linguaggio. Data la grande autorità di questi maestri della
glottologia non fa meraviglia che la loro tesi, benché indimostrata
e indimostrabile, fosse seguita dai più senza esame. Furono
quindi giudicati anti-scientifici e condannati a priori gli onesti
tentativi di connettere un gruppo primario all'altro, onde molti
si ritrassero da feconde ricerche, con grave danno della scienza.
Non mancarono, è vero, voci autorevoli (Max Müller, Whitney,
Georg von der Gabelentz e altri) le quali ammonivano potersi
189dimostrare la parentela delle lingue, non il contrario, ed essere
quindi innegabile la possibilità della comune origine di tutte le
lingue del globo ; ma quelle voci furono troppo spesso sopraffatte
dalle grida degli avversari che, erigendosi a giudici inappellabili
e a profeti, condannavano in anticipazione chiunque volesse gettare
uno sguardo al di là dei confini prestabiliti. Eppure anche come
semplice ‘ipotesi di lavoro’ quella unitaria era raccomandabile,,
come riconosceva Latham fino dal 1849 : « the more the general
unity of the human language is admitted, the clearer will be the
way for those who work at the details of the different afflliations »
(Opuscula, 151).

Col principio di questo secolo può dirsi iniziato sotto ottimi
auspici il terzo periodo. Tolto di mezzo ogni pregiudizio, il monogenismo
linguistico viene ora considerato non solo come possibile,
ma come probabilissimo. « È estremamente probabile — dice
Finck — che le lingue madri dei gruppi primari derivino tutte
da un'unica lingua madre in senso assoluto » (Sprachstämme, 6).
E in un altro luogo : « secondo ogni verosimiglianza tutte le lingue
derivano da una sola » (Haupttypen, 155).

Il mutato indirizzo è riuscito subito fecondo di grandi risultati.
Anche indipendentemente dall'opera mia, in questi ultimi
anni la glottologia genealogica ha fatto insperati progressi e sono
ormai innumerevoli le connessioni che si vanno determinando.
L'opera mia ha semplicemente accelerato il movimento, che ormai
ha raggiunto quel termine al quale, anche senza di essa, fatalmente
doveva avviarsi la Glottologia.

237. Certo, le vaste comparazioni fatte nel primo periodo da
uomini come Adelung e Klaproth, e proseguite nel secondo periodo
da altri, erano premature in un certo senso e spesso assolutamente
false. Ma in primo luogo conviene osservare con Schuchardt
che « die Wissenschaft wäre nie vorgeschritten, hätte sie nie
vorgegriffen ». È proprio delle menti limitate il voler limitare
il campo delle indagini. In secondo luogo, poi, è doveroso riconoscere
che nelle opere ormai dimenticate di Adelung, Klaproth
e a. si trovano eccellenti comparazioni che ora sarebbe opportuno
riesumare, sceverandole da quelle inaccettabili. Sotto un certo
aspetto lo scetticismo posteriore portò ad un vero regresso. Darò
qualche esempio a conferma di ciò che dico.

Nel « Mithridates » di Adelung trovasi confrontato l'Algonchino
alank ‘stella’ col Kotowski e Assano alagan, alak id.
Questa comparazione è eccellente e ora, dopo più di un secolo,
non può che essere confermata. Castrén dà per il Kotto alaga
190(dial. alak, aláχ), plur. alaga-n e alak-ṅ. D'altra parte nel gr.
Algonchino abbiamo : Shawnee alagwa, con nasalizzazione Peoria
alangwa, Delaware allanque, con l > n Fox ḁnāgwă, Ogibwa.
anang, Natick anogq-s, con l > t Cree atak. Il Kotto conferma
l come primitivo nell'Algonchino, come giustamente suppose Sapir.
Per l'ulteriore parentela v. Less. 302.

Un altro buon raffronto è quello fra « Yucatan » (cioè Maya)
zac e Mongolo χagan bianco. Nel gruppo Maya la parola è sak,
Huasteca sak-ní, nel gruppo Dakota è ska-h, Minetari ska, nel
Navajo šaka-i, Inkalit uga-ška-n, Tewa tsa-i, nel Matagalpa saχu,.
con epentesi di u Mucik tsuk per *tsauk, Guajiquiro šog-o, ecc.
D'altra parte abbiamo Mongolo tšaga-n (cfr. per il suffisso Inkalit
uga-ška-n e Huasteca sak-ní per *saka-ni), Burjato saga-ṅ dial.
tsaga-ṅ ; Samoj. Ostj. tjāga, čag bianco, dial. tjaga-n è bianco.

Troviamo ancora Gilè curi nero = Tataro kara. Con l'Araucano
kuri (cfr. Lule kuli-ta verso nord, Marauha kury-hy nero,
Araicù. γuli-kata id., Baré γuli-ny ceruleo, Baniva úre, Moreno
ure-ti, Miwok kulu-lu, gulu-li nero) meglio era confrontare il
Giapp. kura-i oscuro, kura-sa oscurità, kuro-ki nero, ma in questa
parola si alternano forme con a e con u radicale, v. U. 166 seg.

Moltissime buone comparazioni si trovano nelle opere di
Klaproth.

Nell'« Aperçu général de la langue géorgienne » pubblicato
nel 1834 nel Journal asiatique, fra molte altre comparazioni,
Brosset ha Georgiano sami thawi tre teste = Thai (Siamese)
sam thwa tre teste. -La concordanza è maggiore che fra it. tre
teste
e franc. trois têtes, ed è infinitamente più importante. Nondimeno
passò inosservata.

Adelung, Klaproth e altri si lasciarono guidare dal buon sensoo,
se si vuole, da un retto istinto glottico. In seguito altri, come
Edkins, Platzmann e Reinisch, si abbandonarono agli arbitri più
stravaganti e contribuirono con ciò, purtroppo, a rinforzare il
generale scetticismo. Ma non la causa era falsa, bensì assurdi
erano i metodi e i principi seguiti. Come poteva il Reinisch
giungere a buoni risultati partendo dal principio che t fosse il
suono primitivo da cui tutti gli altri sarebbero derivati ?

238. Ma se da questa parte si giungeva all'assurdo, all'assurdo
si giungeva anche da parte di coloro che ad ogni costo
volevano sostenere un poligenismo incomprensibile.

Orazio Hale, notando come nella sola regione dell'Oregon,
poco più vasta della Francia, fossero parlate lingue appartenenti
ad almeno trenta stipiti linguistici presunti irriducibili, osservava :
191« È impossibile credere che trenta comunità separate di precursori
dell'uomo privi della favella cominciassero ad un tratto a
discorrere in trenta lingue distinte ». Lo credo ; e raccomando
l'osservazione agli imperterriti seguaci del poligenismo linguistico,
se ve ne sono ancora. Ma lo Hale cercò di correre ai ripari.
Per ispiegare il fatto del grande numero di stocks linguistici in
territorio relativamente ristretto, egli imaginò che dei fanciulli
abbandonati dai genitori in regioni disabitate, ma in condizioni
d'ambiente da poter sopravvivere, siano stati in grado di creare
linguaggi da cui si sarebbero svolti gli odierni idiomi. Siffatta
ipotesi fanciullesca di fanciulli creatori di lingue-madri è un
saggio molto eloquente dei meschini argomenti ai quali disperatamente
si afferrava il poligenismo per sostenersi. L'assurda
ipotesi non fu tenuta in nessun conto dai dotti, e solo dobbiamo
deplorare che alcuni anni fa il Jespersen abbia voluto richiamarla
dal meritato obblio per tentar di spiegare quelle che egli chiama
« specie linguistiche » (nella rivista « Scientia »,1909).

Ma poiché il Jespersen opina che io avrei dovuto tener conto
di quella ipotesi, osserverò che, a parte l'assurdità intrinseca di
essa, io, ammettendola, sarei caduto in contraddizione con me
stesso, poiché sostengo la reciproca connessione genealogica di
tutte le lingue del globo, e quindi anche di quelle dell'Oregon.
0 dobbiamo credere che quei bravi ragazzi creatori di linguemadri
fossero così versati in glottologia da saperle costruire con
tutti i caratteri dell'affinità reciproca ?

239. Ma, infine, su quali basi poggiava l'ediflzio del poligenismo
linguistico ? Sentiamo F. Müller.

Nella « Allgemeine Ethnographie », dopo aver distinto razze
e popoli, egli afferma che vi fu un tempo in cui esistevano razze
ma non popoli, e quindi nemmeno esisteva il linguaggio. Nel
« Grundriss », poi, aggiunge che due prove dimostrano essersi
formato il linguaggio non durante l'unità di razza, ma posteriormente,
quando la differenziazione in varie razze era compiuta.

Il primo è un argomento a priori, dedotto dalla teoria dell'evoluzione.
L'uomo primitivo sarebbe stato unicamente in possesso
di un linguaggio emotivo, simile a quello degli altri animali,
e in tale condizione sarebbe rimasto per un lunghissimo periodo
di tempo, durante il quale avrebbe compiuto vaste emigrazioni
e si sarebbe differenziato in più razze, prima che avesse
potuto formarsi un linguaggio articolato.

Il secondo è un argomento a posteriori, dedotto dalla storia
degli studi linguistici. F. Müller afferma che tutti i tentativi fatti
192per dimostrare l'unità del linguaggio erano miseramente falliti,
il che però non prova nulla senza contare che tentativi seri non
erano stati fatti mai ; e, incauto μάντις κακῶν, sentenzia dover
fallire anche nel futuro qualsiasi tentativo diretto allo stesso scopo,
e ciò in forza della totale e profonda differenza che intercede fra
lingue dichiarate non affini, differenza manifesta a chiunque le
abbia « gründlich studirt ».

Qui mi limito ad osservare che le differenze, non le concordanze,
sono sempre quelle che appaiono per prime all'osservatore
superficiale, e anche allo studioso che approfondisca l'esame solo
fino a un certo punto, come fece sempre F. Müller ; mentre
per iscoprire concordanze fra lingue non prossimamente affini è
necessario spesse volte approfondire l'indagine ed estenderla finchè
i dati lo consentono. Spesse volte, dico ; perche in realtà non di
rado le concordanze sono ovvie, e non furono vedute soltanto perche
non cercate. Oculos habent et non vident. In secondo luogo, dato e
non concesso che veramente sussistessero differenze tali da parere
irriducibili, questo nulla proverebbe contro l'unità originaria.
Infatti,è un principio inconcusso da tutti ammesso, benché volontieri
dimenticato, che la lunghissima durata del linguaggio umano
spiega qualsiasi grado di differenziazione, la quale
però non è affatto progredita al punto che si potrebbe credere
e permette benissimo di riconoscere l'unità primitiva. Non sarà
mai troppo insistere sul fatto che noi possiamo dimostrare la
comune origine di due o più lingue, non mai il contrario.

Ritengo inutile continuare in questa critica negativa, premendomi
di passare all'esame di alcuni fatti positivi di somma
importanza. Aggiungerò soltanto che secondo F. Müller chi crede
all'origine unica del linguaggio è costretto o a considerarlo come
innato o ad ammettere che forze straordinarie, operassero a renderne
possibile la formazione entro quel breve periodo di tempo
in cui l'umanità formava ancora un'unica famiglia. Di questo
discuteremo in seguito, e passiamo ora a completare l'esame delle
relazioni di parentela dei gruppi primari precedentemente stabiliti.

240. Come è detto in U. pag. 1 intento de' miei studi fu
dapprincipio, non già di dimostrare l'unità del linguaggio umano,
ma di stabilire definitivamente se fra le lingue semitiche e le
indoeuropee si dovesse ammettere un nesso genealogico, per quanto
remoto. Allargato, per le ragioni ivi esposte, il campo d'osservazione,
m'imbattei nel 1902 inaspettatamente in una serie di
meravigliose concordanze fra i numerali del Bantu o in generale
africani e quelli delle lingue Munda-Khmer dell'Indocina (v. Nessi
193genealogici fra le lingue del mondo antico). Data l'enorme distanza
geografica il fatto acquistava un'importanza capitale e non poteva
spiegarsi altrimenti che ammettendo una comune origine. Perciò
fin d'allora mi apparve possibile e dimostrabile l'unità del linguaggio,
e nel numero del 26 settembre 1903 del giornale letterario
« Il Piemonte » (anno I, n. 14) pubblicai un articolo
intitolato « La monogenesi del linguaggio », in cui trovasi già
brevemente esposta la mia dottrina monogenistica. Riproduco qui
come curiosità la tabella dei numerali :

tableau africa | munda-khmer | mue | mo | moina | mosi | moi | moin | mos | bari | bar | bare-a | unguán | unpuan | tano | sano | šan | thsan | san | kumi | šumi | šom

Nei venti anni che sono passati le comparazioni in questa,
come in ogni altra parte, si sono moltiplicate e precisate. Chi
voglia seguire il progredire delle mie indagini in questo punto
può vedere U. 29 seg., 90-99, Cr. 175-184, Pron. 207, 217,
Num. 5-8, 254 seg., 475, e passim. Le concordanze si estendono
a tutti i numerali
.

Da ciò, e da molte altre concordanze grammaticali e lessicali,
si deduce che le lingue africane sono strettamente collegate alle
oceaniche, le quali, come già sappiamo, formano un gruppo di
ordine superiore e provengono dall'Asia meridionale. Poiché ora
vi è discontinuità geografica, noi dobbiamo determinare dov'era
in origine il punto di attacco e dove avvenne la soluzione.

241. In Pron. 174 io notai una serie di concordanze perfette
fra i pronomi personali del Dravidico-Australiano (particolarmente
del Dravidico) e i pronomi personali del Nilotico. Ne riporto alcune.
Nil. ān, ana, ane, Dinka γēn, Soiluk janè-n io : Drav. ān, anā,
āne, yēn, yān, Austr. ān, yan- io — Bari nan, Masai nanu, io :
Drav. nān, nānu, Austr. nan- io — Nuba ar noi : Kauralaig
ări noi — Nil. (y)īn, īni, ēne tu : Drav. īn, ini te, Austr. in,
yin-, ene tu — Kulfan on tu : Tamil un-, Austr. un-, unni tu
— Nuba ir tu, voi, ur voi : Drav. īr, Austr. yura voi — Nuba
tar egli : Kui tārā pron. riflessivo — Nuba tan-, ten- egli :
Drav. tan-, Brahui ten- rifl., Austr. tana quello, essi.

« Coi nomi di parentela si usano nel Nuba e nel Dravidico
dei prefissi possessivi che si corrispondono esattamente », per es.194

tableau mahas | tan-gar | suo figlio | un-gar | vostro figlio | tamil | tan-dei | (suo) padre | un-dei | vostro padre

Il suffisso rinforzativo -i del Mahas in ai-ī io, ir-ī tu, tar-ī
egli è identico al suffisso del Malto ēn-i io stesso, nīn-i tu stesso,
tān-i self, Pron. 147. « Alle forme del plurale dravidico con m
fanno riscontro le forme del plurale (e duale) del Kunama in -me,
per es. Kunama ā́me noi due, áme noi (esci.) = Kota āme noi.
Perciò il rapporto Kunama ená tu : ḗme voi due, éme voi è simile
al rapporto Drav. ān io : ām noi. La stessa cosa abbiamo trovato
nel Narrinyeri e nel Dabu. Forme con ng si trovano da entrambe
le parti il Kunama an-ga mio, nostro = Masai an-g nostro
f., il Bari -yan-g nostro, il Barea en-ga tu ecc. hanno aspetto
australiano. Il Barea en-ga-go tibi è formato come il Kurukh
en-gā-gē mihi…. Masai in-da-e voi : cfr. Austr. 181 ngin-da-i id. ».

Io concludevo in questo modo : « La stretta connessione che
qui per la prima volta viene dimostrata esistente fra le lingue
nilotiche e le dravidiche verrebbe a confermare la connessione
antropologica che secondo E. Häckel, F. Müller e altri esiste fra
la razza nubiana e la razza dravidica ».

Avendo poi esteso le comparazioni del Dravidico-Australiano
con tutte le lingue africane, io dichiaravo (pag. 177) : « In complesso,
pare che il Dravidico-Australiano sia più affine alle lingue
dell'Africa settentrionale che non al Bantu », e ricordavo anche
il fatto importante della costruzione, la quale nella maggior parte
delle lingue africane è diretta, mentre nel Nilotico (e Cuscitico)
è inversa, come nel Dravidico-Australiano.

L'esame dei numerali venne in seguito a confermare le mie
deduzioni, Num. 209. Ricorderò il Nuba wēra 1 = Drav.-Austr.
wara, Austr. wer-pa ; Nuba mer. orre, ora (Bari öri) 2 = Tulu
ori, Drav.-Austr. oru. Ma sopratutto va notata la corrispondenza
anche nel genere fra il Geez aḥa-dū́ unus, aḥa-tī́ una e il Telugu
oka-ḍu unus, oka-te una, oka-ṭi unum, nonché quella dell'Amharico
and per *aḥa-n-d col Telugu oka-ṇ-ḍu unus (ogg. oka-ni). Sono
queste indubbiamente concordanze di grande valore.

242. Il Dravidico ha dunque maggiore affinità col Nilotico,
in ispecie col Nubiano, che non con le lingue semitiche geograficamente
più vicine. La distanza che passa fra la più occidentale
delle lingue dravidiche, il Brahui, e il Nubiano è veramente
grande, ma in origine dovette esservi continuità territoriale. Non
manca, infatti, un « connecting link » fra il Brahui e il Nubiano,
e questo è l'antico idioma dell'Elam (137).195

Nel mio lavoro « La posizione linguistica dell'Elamitico »,
pubblicato nel 1913 io mi espressi in questo modo : « L'affinità
dell'Elamitico col Dravidico e in particolare col Brahui è fuori
di dubbio. Ma… il Dravidico è strettamente collegato al Camitosemitico
e in particolare al Nilotico (Nubiano ecc). Così l'Eiamitico
è come un anello di congiunzione nella serie : Nubiano —
Elamitico (col Cosseo o Caspio) — Brahui — Dravidico…. Antropologicamente
pure v'è connessione tra le popolazioni nilotiche
e le dravidiche, come riconobbero Huxley, Häckel e F. Müller,
e recentemente presso di noi G. Sergi e Giuffrida. Non si devono
ammettere migrazioni per via di mare : in origine vi fu continuità
di razza come di lingua. La popolazione primitiva dell'Elam
fu, infatti, di tipo bruno (Αἰϑίοπες οἱ ἐκ τῆς Ἀσίης, Her. III 94 e
VII 70) e tale è rimasta fino ad oggi, mescolata, è vero, a genti
di tipo bianco discendenti da quelle che invasero l'Elam verso
il 23Q0 av. Cr. Ambedue i tipi sono rappresentati nei bassorilievi
colorati di Susa e corrispondono secondo Hüsing agli Etiopi e
Susiani della leggenda di Mennone ».

Narrano, infatti, gli scrittori greci che il palazzo reale di
Susa (Memnoneion) fu costruito per opera di un Memnone etiope,
narrazione che Kiepert vede confermata dalle fisionomie dei guerrieri
elamici rappresentati nei monumenti assiri del VII secolo
av. Cr., « die nur zum kleineren Teile, und zwar in den Führern,
semitischen, in überwiegender Menge äthiopischen, ja sogar
bisweilen negerähnlichen Gesichtstypus zeigen ». D'altra parte
i Brahui sono i discendenti di quegli « Etiopi » che nel V secolo
av. Cr. abitavano nella Gadrosia e Carmania, dei quali Erodoto,
annoverando le genti rappresentate nell'esercito di Serse, dice che,
armati in modo simile agli Indiani, si distinguevano dagli Etiopi
africani (cioè Negri) solo per il loro idioma e per i capelli lisci.
Gli Etiopi-Cusciti africani provengono dall'Asia.

Nel medesimo lavoro esaminai anche le relazioni dell'Elamico
col Caucasico e rappresentai schematicamente così, la posizione
linguistica dell'Elamico in corrispondenza a quella geografica :

image Caucasico | Elamico | Nilotico | Dravidico196

Per tali affinita, che vanno in tre diverse direzioni, l'Elamico
acquista una importanza linguistica eccezionale.

Mentre per i particolari devo rimandare al lavoro citato, qui
mi limito a riferire sommariamente alcune fra le numerose concordanze
dell'Elamico nelle tre direzioni indicate.

1. Genere : El. -da, -de neutro, Cauc. d- femminile-neutro,
Dravidico -du, -di neutro, Telugu -di femminile-neutro.

2. Plurale : Nuba -b (pag. 19), El. -be, -bi pers., Cauc. -be,
-bi — Nuba -gū, Abchazo -khu-a Lak -χ̇ū, Dravidico -k
El. -ga-l(la) pag. 6, Lak -χ̇-lu, Tamil -ga-ḷ, Tulu -ku-ḷu.

3. Casi : Nuba -in, -na gen., El. -inna, -na, Cauc -n, -na,
Drav. -in(a), -na — Nuba -ki, -kā ogg., Drav. -ki, -ka dat. —
El. -i-kki, -i-kka loc., allat., Tsachuro -i-kχa illat., Brahui -i-k
loc., -i-kā all. — El. -ati-ma loc., Suano -the, Brahui -aṭī loc
— El. -n acc, Drav. -ni, -in id. (in particolare Galla ini, hini
= El. in = Narrinyeri hin lui, lei, hunc, hanc).

4. Pronomi : El. u io, Georg w- id. — El. nika noi escl.,
Dargua niχa noi, Tamil e-nga-ḷ- noi escl. ; El. niku, Tulu ye-nku-ḷu
id. — El. ni tu, nin te, -ne tuo, Drav. tu, nin(na)
te, Brahui -ne tuo — El. nu tu, nun te, Drav. tu, nun(nei)
te — El. num voi, Brahui num voi.

5. Verbo : Nuba -ri, -ra-, plur. 1. e 2. -ru durativo, El. -ri,
-ra pres.-fut., Lak 1. e 2. -ra plur. -ru, 3. -ri pres., Chürk. -ra,
2. -ri, ecc — Nuba -si, -sa- aor., El. , -ša aor.

Nei verbi con radice monosillaba uscente in vocale oltre alle
forme caratterizzate da r e s ve ne sono altre caratterizzate da
n, per es. Brahui ma ‘diventare’ (imp.), Nuba me- ‘essere’ :

tableau brahui | ma-n- | pres. | ma-re- | pass. | ma-s | nuba | me-n- | dur. | me-r- | aor. | me-s

Cfr. Elamico inf. -ma-na, pres. ma-ra, -ma-ra, aor. -ma-šša.

Altre concordanze meravigliose fra il Brahui e il Nubiano si
trovano nel verbo ‘dare’ :

tableau brahui | ti-n | pres. | tē- | fut. | ti-ro- | pass. | ti-s | nuba | tē-n | imp. | ti-r | perf.

El. mita, mite e mite-š ‘ziehe aus’, mit-ki-ne ‘du mögest
ausziehen’ : Brahui silla, sille ‘lava’, Nuba fale, falō-s ‘gehe
aus’ Barea le-k bevi.

Elam. sa-k profectus est, ima-ka si alzò, hutta-k fu fatto,
rappa-k(ka) vinctus : Brahui χanā-k egli vide, χanā-ka egli
vedeva, kas-k egli morì — El. hutt-u-kka fatto : Br. kar-o-kā id.197

È chiaro dunque che in tempi molto antichi doveva esistere
una concatenazione linguistica di cui il Nuba, l'Elamico e il
Brahui costituiscono altrettanti anelli. La soluzione fu prodotta
non dalle lingue caucasiche, le quali rappresentano una diramazione
della catena principale, ma principalmente dalle lingue iraniche
penetrate nella Persia e nelle regioni ad oriente di essa.

Le lingue caucasiche si collegano da un lato, come abbiamo
visto, all'Iberico e al Libico, dall' altro al complesso Nilotico-Elamico-Dravidico.

243. Dei due gruppi oceanici il Dravidico-Australiano concorda
dunque maggiormente col Camitosemitico che col Bantu-Sudanese,
benché il ramo dei Negri oceanici (Andamanese-Papua-Australiano)
per il suo carattere arcaico si avvicini pure assai al ramo dei
Negri africani.

Per la medesima ragione l'altro gruppo oceanico, il Mundapolinesiaco,
ha non pochi elementi comuni col Camitosemitico, ma
sono per lo più quelli che si trovano anche nel Dravidico-Australiano.
Così, per esempio, ai ‘io’ è comune al Nuba (col Songhai)
e a lingue australiane e mundapolinesiache, mentre il Maleop.
kamu, komu voi ha riscontro solo nel Sem. -kumū vostro. Ecco
altre forme pronominali comuni ai tre gruppi :

tableau camitosemitico | dravidico | mundapolinesiaco | ter | essi | nuba | áme noi escl. | kun. | anāku | io | ass. | tāru | stessi | āme | noi | ēm | noi escl. | enakku | mihi | tamil | tar | mel. | ami | yami | inaku

Non può esservi alcun dubbio che il Mundapolinesiaco si avvicini
di più al Bantu-Sudanese che al Camitosemitico, benché quello
sia geograficamente più lontano di questo. La connessione si manifesta
strettissima in primo luogo nei numerali, poi nei pronomi
personali (comprese le forme preverbali) e in molti altri elementi
grammaticali e lessicali. Ecco le forme dei pronomi preverbali
come sono date in Pron. 199 :

tableau melanesiano | bantu-sud. | io | i- | ya- | noi | ti- | tu- | incl. | na- | ni- | ma- | escl. | kun. | tu | u- | o- | voi | mi- | mu- | egli | e- | essi | sing. | varie classi

Per esempio Bantu ti-bona noi vediamo, Gilbert (Micronesia)
ti-mate noi moriamo ; cfr. Azteco ti-nemī noi viviamo.198

244. D'altra parte al Mundapolinesiaco si connette pure strettamente
l'Indocinese. In U. pag. 16 parlando dell'Indocinese e
del Mon-Khmer io scrissi : « A ogni modo, una divisione assai
recisa fra questi due gruppi, che per molto tempo non si tennero
distinti, non si può fare ». Senza dubbio la divisione dei due
gruppi, suggerita da principio dalla diversità dei numerali, è
giustificata e si deve mantenere ; però non bisogna credere che
fra essi vi sia un abisso. La diversità dei numerali è stata grandemente
esagerata, come appare da Pron. 217 e Num. 282 segg.
In Num. 286 io scriveva : « Noi possiamo con sicurezza conchiudere
che il Munda-Polinesiaco e l'Indocinese sono due gruppi
abbastanza affini tra di loro, i quali si connettono ulteriormente
con le lingue dell'Africa ».

Recentemente il prof. Conrady, secondo scrive W. Schmidt in
« Anthropos » XII-XIII (1917-1918) pag. 702 segg., avrebbe
fatto la « grossartige Entdeckung » della parentela di cui discorriamo.
Il lavoro del Conrady, intitolato « Eine merkwürdige
Beziehung zwischen den austrischen und den indochinesischen
Sprachen », fu pubblicato in « Aufsätze zur Kultur- und Sprachgeschichte »
dedicato a E. Kuhn per il suo 70° natalizio nel,
1916, e finora lo conosco solo per quel che ne dice lo Schmidt.
E non è cosa che rassicuri troppo.

Infatti Conrady — sempre stando a quel che ne dice lo
Schmidt — manifesta la propria gioia per avere scoperto nell'Indocinese
un processo tipico del Mundapolinesiaco. Ahimè, si
tratta di quel processo che Schmidt espone con aria misteriosa
in Mon-Khmer-Völker 54 seg. (« Damit decke ich dami das
intimste, um nicht zu sagen geheimste Merkmal dieser Sprachen
auf »). Ma è pura metafisica. Schmidt attribuisce significati speciali,
ma estremamente vaghi, alle terminazioni -p, -m ecc. dei
temi e delle parole. Per esempio, -p si troverebbe in parole che
denotano « ein Zusammenfassen, Fassen, Kneifen, Zwacken, dann
Beissen, Essen, Kauen, überhaupt geniessen, dann auch Trinken,
dann Bedecken, dann ‘zusammen’ überhaupt, zusammengehen,
zusammenschrumpfen, mangelhaft werden ». Basta. Questa è glottologia
di altri tempi (pare di leggere Martin Schultze) e questo
è un metodo antidiluviano, per usare con giustizia un'espressione
che lo Schmidt usò con ingiustizia verso il mio discepolo R. Gatti
(Pygmäenvölker, pag. 120). Si aggiunga che, a forza di togliere
presunti prefissi e suffissi, per la radice resta spesso un bel zero.
Mi spiace che il valente indosinista Conrady si sia lasciato traviare
da siffatte fantasticherie al punto da esclamare : « Dergleichen
199wirkt elektrisierend » (io, per ben altro, dovrei essere fulminato
da un pezzo !). Non ha però ragione lo Schmidt — evidentemente
poco sicuro della sua tesi — di meravigliarsi se Conrady lo ha
seguito : non dice lo Schmidt stesso che il processo da lui scoperto
dovrà servirle di base per estendere le comparazioni ad altri
gruppi linguistici ? (Mon-Khmer-Völker, 59).

Lo Schmidt fa anche qualche riserva circa le alternazioni -p :
-m e -t : -n. Queste sono invece reali (si aggiunga -k : -ṅ), ma
ignoro se Conrady le spieghi rettamente. Come vedremo nella
Fonologia, si tratta di un fenomeno di nasalizzazione ; per es.
Birm. θa-lip schleim : lìm per *limb beschmieren, Less. 175.

Poiché il nesso Indocinese-Mundapolinesiaco può considerarsi
ormai come riconosciuto, gioverà passare al nesso che intercede
fra l'Indocinese e altri gruppi, escluso l'Americano, di cui abbiamo
già trattato a suo luogo.

245. Per ragioni antropologiche vien fatto, di pensare ad un
nesso speciale fra l'Indocinese e l'Uraloaltaico. I pronomi personali,
però, presentano pochissime concordanze, v. Pron. 215 seg.,
né io posso dire di aver trovato molti elementi grammaticali e
lessicali comuni ai due grandi gruppi linguistici e che non abbiano
riscontro altrove. Quanto ai numerali, le concordanze sono le
seguenti, non tutte sicure (Num. 281) :

tableau indocinese | uraloaltaico | ākā | ikko | akta | og | ik | ugrofinnico | tiki | -thek | tek | tikke | uno solo | turco | mū | shö | e-mu | mangiu | džuṛ | ciamba | džur | tunguso | lum | -rŭm | gūdžūm | χurum | χulym | ugro | inli- | unlī | neli- | tangā | mru | tungá | pilango | pilingo- | miri | sang-faljanka | som-belang | sam | tšarūk. | džirgu- | dzar- | mongolo | tšet | cinese-siamese | sät | vogulo | skwi- | manyak | seigbi | samojedo | sikzi | aka | sekiz | takužo | cepang | tokuz | -kom | in 20 | kümme | est. | -mi

246. In complesso le concordanze sono abbastanza notevoli.
Ma più notevoli ancora sembrano essere le seguenti fra l'Indocinese
e il Caucasico :200

tableau indocinese | caucasico | ākā | ao | aka | aky | abchazo | tšā | šā | tši | -si | tsa | sa | sis | dido | tšik | tib. | šik | fokien | tsḥa | thusch | e-šχu | suano | ör | rï | cinese | ar | gyami | ori | georgiano | džuṛ | ciamba | džur | žur | lazo | khi | karen | khi- | avaro | sam | sem | sum(i) | sami | semi | kharth. | šum | gū-džūm | džum | sup- | khambu | kulung | šab- | χab- | cauc. sett. | sī- | manyak | sē | angami | χi- | χe- | plei | phlī | pedi | phle | plli | pthe | circasso | talī | ma-tlī | thle | p-thl'e | bži, | pezi | šī | phši- | hu | wu | wa | tšu-i | χu | fu- | šu | šu-j- | pfü | rengma | phu-m | phχu | chinalug | ka-līin | mishmi | χ'lina | kap. | χ'lena | tllena | chw. | le-tla | mano | kakhyen | re-χ'la | re-tlla | kar. | soke | shö | tsugwo | sema | u-sgva | a-zok | banpara | saghā | zekh | zäk | zeki | ruku | rūk | rüχü- | buduch | ruγiú | kürino | rieh | rek- | kara kajtach | i-rak | i-rok | namsangia | ji-rχ'u- | tabassarano | ū-rūk | chiru | o-rūk | kyau | u-rig- | u-reg- | dargua | luk | garo | dok | ja-lχ | e-lχ | cec. | je-thχ | khu | newari | wok | tabl. | χy | ʼu̥qχ | udo | skwi- | škhvi- | mingrelio | tšet | tset | cin.-s. | kiet | yang | šwidi | georg. | škit | rai- | rodong | e-rí- | pariek | *bariek | barh | ceceno | pat | pet | cinese-siamese | bitll- | gait | sairang | gaḥ- | kaḥ- | kaj- | ku | langrong | ūkā | khü- | ugu- | rutul | pökwa | lai | *bökw-a | buγu | tšu | tšui | btšu | ptši | ṭṣu- | ṭṣi- | pšy | pši | tširo | serr | a-ṭṣra | lak | ha-ṭṣara | kuan. | ki | kezh. | kri | še | a-šir

Abbiamo già visto Georg. sami thawi = Siam. sam thwa
tre teste (237). Queste sono concordanze numerose e precise, che
potrei ampliare e confermare con minute analisi fonetiche e morfologiche.
Si aggiungano quelle dei pronomi personali, per es. :201

tableau indocinese | tu | mu | müṅ | meṅ | cinese-siamese | noi | tšun | acc. | tipura | īlī incl. | mikir | nēlī | escl. | nī́ši m. naga | níšī | du. escl. | kan. | voi | nuši | niši | dimasa | caucasico | mo | mun | men | gr. avaro | kürino | ili | incl. | chwarsci | nel | arci | nithl | nuž | niša | k. kajtach

Alle numerose comparazioni lessicali che sono raccolte in Less.
potrei aggiungerne molte altre. Mi limito ad un paio. Thusch
tsar-k, Cec. tseri-g dente : Cepang sre-k dente — gr. Avaro ts'a,
tsoa o tsŭa, Achw. tsŭari, Kuan. tsŭara, Tindi tsaru, Dido tsa,
plur. tsa-dara-bi-, Lak ts'ur-, Akusha dzuari, Kajtach zuri (e iri,
Chürk. ur'i) stella : Mering sorwa, Sunwar sorou, sorru, Rong
sa-hór (cfr. sa-tsuk sole) stella. Forme corrispondenti americane :
Tepecano hūva da *sūva, Luis. šuula Tüb. šul, Cora šuru-abe e
šure-abe, Huichol šul-awi stella.

L'aspetto fonetico delle lingue caucasiche e indocinesi, con
spiccata tendenza al monosillabismo da ambo le parti, è un'altra
prova della loro connessione relativamente stretta, che viene confermata
anche dalla struttura grammaticale. Tale connessione, che
Hodgson e Charencey avevano tentato di dimostrare con metodi
e materiali imperfetti, può considerarsi ormai come sicura.

E così abbiamo il fatto singolare che l'Indocinese sembra
concordare più col Caucasico che coll'Uraloaltaico, non ostante
che i popoli indocinesi siano di razza mongolica.

247. Restano l'Uraloaltaico e l'Indoeuropeo. Come abbiamo
già detto (132) questi due gruppi si allontanano dagli altri per
molte caratteristiche negative, come la mancanza di prefissi vitali,
e sono tra i meno arcaici. Il primo ha un certo grado di affinità
con l'Indocinese, il secondo si collega più direttamente al Caucasico
che al Camitosemitico.

La coniugazione indoeuropea ha però notevolissimi riscontri
nel Camitosemitico, specialmente la flessione del perfetto, v. Pron.
124. Il Gr. μήδε-ται è formato come l'Egizio mēn-tei da *mḗne-tai.

Anche col Nubiano vi sono concordanze precise, e le forme
birg-i-ran : aor. birg-i-san si direbbero indoeuropee, Num. 66.
La stretta connessione dell'Indoeuropeo col Caucasico appare
da concordanze come

tableau avaro | ni-ž | noi | indoeur. | ne-s | ne-žé-r | di noi | ne̥-sē-r | ne-že-r-a- | nostro | ne̥-se-r-a- | nostra202

Cfr. ancora Chürk. nu-ši-m nobis (Ass. nā-ši-m id.) : Indoeur.
nō-si-m νῶιν e no̥-s-mi ἄμμι ; Chürkila ḥ'u-ši-m vobis : Indoeur.
u-s-mi ὔμμι (per la consonante iniziale cfr. Avestico χ-š-ma-) ;
Achwach u-š-te vostro : Lat. ve-s-te-r, ecc.

248. Le molteplici relazioni reciproche dei grandi gruppi
linguistici, che ora abbiamo esaminate, erano state da me già
determinate in gran parte in Num., in cui a pag. 470 furono
rappresentate schematicamente con la figura che qui si riproduce :

image indoeuropeo | ugrofinmco | uralico | uraicaltaico | caucasico | altaico | kotto | asia m. | etr. | indocinese | basco | elam | brahui | drav. | munda | camitosemitico | sakai | andam | semang | papua | austr | tasm | nilotico | pul | bantu-sudanese | melan. | annam. | siam. | dravidico-australiano | munda-polinesiaco | mon-khmer | mongoloidi

Con carattere più grosso sono indicati i grandi gruppi, escluso
l'americano, che non è compreso nello specchietto. Con carattere
più minuto sono invece indicati alcuni gruppi o singoli idiomi
considerati come intermedi. Per i gruppi Dravidico-Australiano e
Munda-Polinesiaco è indicato il parallelismo delle razze : Dravida
e Munda (coi Sakai), Andamanesi e Semang, Papua e Melanesiani.
Lo specchietto indica approssimativamente la posizione geografica
dei'gruppi linguistici e, in due casi, la direzione in cui avvennero
le emigrazioni.

Che cosa significasse il cerchio centrale non era detto, ma
facilmente si poteva indovinare : il supposto centro di dispersione
203dei popoli primitivi e dei loro linguaggi. Nel discorso accademico
letto nel 1914 « Sullo stato presente della glottologia genealogica »
io dissi esplicitamente : « Il Klaatsch ammette un solo
centro antropogenico, posto nel sud dell'Asia. Se noi lo poniamo
invece nell'Asia del sud, resta perfettamente spiegabile la distribuzione
geografica attuale dei gruppi linguistici insieme con le
loro molteplici relazioni. ». Credo di potere ormai precisare maggiormente,
nominando la regione alla quale io pensavo e penso :
essa è l'India.

Nell'India, infatti, trovansi tuttora linguaggi appartenenti a
tre grandi stipiti ; Dravidico-Australiano, Munda-Polinesiaco e
Indo-Cinese. Non parlo dell'Indo-Europeo, che vi fu introdotto in
tempi relativamente recenti, ma ricordo che il Tochario induce
forse a porre la sede primitiva degli Indoeuropei non troppo lungi
dall'India (165). Per mezzo del Brahui si congiunge all'India
l'Elamico col Caucasico e quindi la grande corrente neo-africana
delle popolazioni nilotiche ; ma anche la corrente paleo-africana
deriva dalla medesima fonte, come dimostra la stretta connessione
del Bantu-Sudanese col Munda-Khmer. All'India infine si collegano
indirettamente per mezzo dell'Indocinese e Caucasico i rimanenti
gruppi. Ora tutte queste connessioni dirette o indirette con l'India
suggerirebbero un modo molto naturale di denominare i gruppi
primari con binomi aventi per primo termine Indo-, come già
abbiamo Indo-Europeo e Indo-Cinese. I due gruppi indo-africani
potrebbero denominarsi Indo-Sudanese e Indo-Camitico, e i due
gruppi indo-oceanici Indo-Australiano e Indo-Polinesiaco ; nè
sarebbe difficile formare in modo analogo dei nomi per il Caucasico,
Uraloaltaico e per le lingue degli « Indiani » dell'America.

Ma della « Urheimat » dell'Uomo tratteremo anche in altro
capitolo, in connessione coi fatti antropologici. Intanto qui voglio
notare che, ammesso tale centro di dispersione e tenuto conto del
modo come dovette avvenire la dispersione stessa, dell'ordine
cronologico e della direzione dei primi movimenti migratori dell'uomo,
ricevono adeguata risposta molti problemi finora insoluti.

249. Quanto al modo come avvenne la dispersione dei primi
uomini e il differenziamento del primitivo linguaggio, noi non
abbiamo che a ricordare la celebre « teoria delle onde » (Wellentheorie)
di Giovanni Schmidt.

Prima dello Schmidt si riteneva generalmente che il primitivo
linguaggio indoeuropeo si fosse suddiviso anzitutto in due grandi
rami, ario ed europeo, poi questo si sarebbe alla sua volta diviso
in altri due rami minori, e così via. È questa la teoria dell'albero
204genealogico (« Stammbaumtheorie », detta anche « Spaltungstheorie »),
di cui si fece larga applicazione anche ad altri
ceppi linguistici.

Nel 1872 Giovanni Schmidt in un lavoro importantissimo
« Die Verwandtschaftsverhältnisse der indogermanischen Sprachen »
dimostrò la falsità della teoria dell'albero genealogico e ne propose
un'altra, nota col nome di teoria delle onde (« Wellentheorie »,
detta anche « Uebergangstheorie »). Egli mostrò che,
se vi sono argomenti per ammettere un nesso speciale Germanico-Baltoslavo,
ve ne sono altri che indurrebbero ad ammettere un
nesso Germanico-Celtico, e così via, ogni lingua avendo connessioni
da ambo le parti, ciò che contraddice alla teoria delle
successive ramificazioni. Ora, ecco come lo Schmidt imagina che
siano andate le cose. Quando il linguaggio proto-indoeuropeo era
parlato su territorio non molto esteso e compatto, esso era relativamente
uniforme al punto che il vicino intendeva il vicino in
una concatenazione ininterrotta, pur non mancando differenze graduali.
In diversi punti di quel territorio sorsero successivamente
delle innovazioni, le quali si estesero più o meno a guisa di onde
e furono il germe di maggiori differenziamenti nella grande massa,
che intanto andava sempre più espandendosi. In tal modo le varie
lingue che si formarono rimasero collegate tra loro, finche il
predominio di alcune fece scomparire le finitime, mettendo a contatto
linguaggi che prima erano distanti e quindi meno simili.
Così nacquero i confini linguistici che prima non esistevano.

Leskien tentò nel 1876 di conciliare le due teorie affermando
che non sempre si può ammettere una graduale espansione, poiché
in molti casi si ebbe separazione geografica cagionata da emigrazioni.
E in ciò egli aveva certamente ragione. Ma in complesso
la teoria dello Schmidt — che eccitò a suo tempo una viva opposizione
— è l'unica che spieghi i fatti e riceve piena conferma
dagli studi dialettali, per es. nel campo neo-latino e germanico.

Essa spiega come sia impossibile classificare scientificamente
le parlate neo-latine, verità con ragione proclamata da Schuchardt.

Essa spiega pure come siano falliti i tentativi di riunire in
maggiori unità i vari gruppi in cui si divide l'Indoeuropeo. In
generale è molto più facile riconoscere la comune origine di più
lingue che stabilirne le relazioni di parentela. Già Brugmann nel
1884 (Zeitschrift di Techmer, I) si domandava quale potesse essere
il criterio per stabilire una particolare connessione di due o più
lingue fra quelle che hanno comune l'origine ; e lo trovava unicamente
nelle gemeinsam vollzogene Neuerungen. Ma è un criterio
205di difficile applicazione sia per la possibilità di convergenze
fortuite, sia per la difficoltà di distinguere le vere innovazioni.

Una conseguenza del modo di espansione graduale a guisa di
onde sta nel fatto, messo in rilievo dal Meillet che « le domaine
occupé par la famille a été élargi sans que la position respective
des dialectes ait changé d'une manière essentielle » (Les dialectes
indoeuropéens, 11; cfr. « il n'y a pas eu de dislocation dans la
disposition respective des langues, il y a eu rayonnement en
partant du domaine primitivemeiit occupé ; mais, lors de ce rayonnement,
rien n'indique que les anciens parlers aient chevauché les
uns sur les autres et interverti leurs places respectives », 134).

Pensieri simili aveva già espresso Pictet : « l'on remarque,
entre les peuples de la famille arienne, comme une chaîine continue
de rapports linguistiques spéciaux qui court, pour ainsi dire,
parallèlement à celles de leurs positions géographiques….
Les emigrations lointaines auront été précédées par une
extension graduelle, dans le cours de laquelle se seront formés
peu à peu des dialectes distincts, mais toujours en contact les
uns avec les autres, et d'autant plus analogues qu'ils étaient
plus voisins entre eux » (Origines, 48).

250. I medesimi principi si possono applicare alla totalità
delle lingue del globo. Come l'Indoeuropeo si divise in processo
di tempo in nove rami, così pure, in un periodo di tempo infinitamente
più lungo, si divise in nove rami il ceppo primitivo del
linguaggio umano ; ma l'espansione avvenne in generale a guisa
di onde, per modo che in molti casi perdurano tuttora i passaggi
graduati (Bantu-Sudanese e Camitosemitico, Dravidico-Australiano,
Mundapolinesiaco e Indocinese), mentre in altri casi il passaggio
repentino si spiega con la perdita di linguaggi intermedi.

Teoricamente l'espansione dovrebbe avvenire partendo da un
centro in forma di onde concentriche, con la complicazione, per
la parte linguistica, dell'interferenza prodotta da onde moventi
da centri secondari. Ma s' intende che queste onde devono pure
adattarsi alla configurazione dei continenti e ad altre condizioni
d'ambiente. Inoltre per via di mare sempre, e spesso anche in
altri casi, si ebbero emigrazioni vere e proprie.

In generale si può dire che nelle regioni periferiche più lontane
dal centro di dispersione pervennero soltanto (con possibilità
di riflusso) le prime ondate migratorie. Nell'Africa il primo strato
fu quello dei Negri, ai quali, tennero dietro i Camiti meridionali
(Boschimani, Ottentoti, poi Sandawe ecc.) ; e nell'Oceania pure
i Negri precedettero le altre stirpi. Quanto all'America v. § 208.206

Se ne deduce che i linguaggi delle regioni estreme sono i
più arcaici. Ciò spiega il fatto in apparenza strano che linguaggi
geograficamente remoti concordano talvolta tra di loro più che
gl'idiomi vicini. Ritengo opportuno confermare ciò che dico con
alcuni esempi.

1. Sappiamo già che i numerali delle lingue Munda concordano
coi numerali del Bantu assai più che coi numerali, per
esempio, delle vicine lingue dravidiche. La ragione sta in questo,
che i progenitori dei Negri africani provenivano dalla regione
nella quale i Munda sono invece rimasti fino ai tempi nostri.

2. Fra l'Udo del Caucaso e l'Eschimo la distanza è enorme
e nondimeno vi sono concordanze meravigliose come, le seguenti :

tableau eschimo | nom. | ma-na | questo | turco | ma-n- | obl. | ma-tu- | plur. | makko | *ma-t(u)-ko | udo | ma-no | me-tu- | rel. | me-tu-γo-

E che dire del Labrador ip-so-ma formato esattamente come
il Latino ip-so-m (ipsum) ? Ancorché non vi sia connessione storica,
gli elementi sono identici e disposti in ordine identico. Del resto
la combinazione -so-ma corrisponde a Indoeur. so-mā f. (a. Irl.
so-m ipse, ecc.) ed è contenuta nelle forme come Sanscr. tá-sm-ād.

3. Distanza ancor più grande vi è tra il Basco e Georgiano
da una parte e il Dakota dall'altra, e nondimeno la coniugazione
è similissima. Uhlenbeck, Kar. der bask. Gramm. 30, richiamò
già l'attenzione sull'accordo fra il Basco e il Dakota in forme
come Dakota m-a-kaška mi lega : Basco n-a-kar mi porta, D.
m-a-ṭa io muoio : B. n-a-tor io vengo. Però è molto maggiore
l'accordo del Dakota col Georgiano :

tableau dakota | w-a-haška | io (lo) lego | m-a-kaška | mi lega (egli) | m-i-čaγa | mi (a me) fa | georgiano | w-a-c̣er | io (lo) scrivo | m-a-dzlew-s | mi dà egli | m-i-qwar-s | a me caro (è)

251. Può essere utile notare le concordanze dei nomi etnici,
specialmente quando essi siano molto diffusi. Devo però avvertire
che la breve raccolta che offro (l'avrei potuto estendere di molto)
dovrebbe essere sottoposta ad un minuto esame, che qui non può
aver luogo. Troppo spesso s'ignora il significato e la storia dei
nomi etnici. In generale però si osserva che essi significano
‘uomini’ per eccellenza.207

1. In Pron. 358 io scrissi : « Vi è una denominazione nazionale
molto diffusa sul vasto territorio dei gruppi linguistici Nilotico-Cuscitico,
Dravidico e Munda-Khmer, che, come abbiamo visto,
sono strettamente collegati tra di loro. Tale, denominazione è quella
di Kūš che designa l'Etiopia ». Certamente Kūš rappresenta la
pronuncia cananea di *Kōš oppure *Kāš (cfr. glosse di Amarna
rūšu testa, Punico alonuth dee). Nelle iscrizioni egizie il nome
è reso con K'š o Etiopia, cui corrisponde il Copto sahidico
e-čōš Etiope ; nel medio Babilonese è Kāši, nel n. Bab. Kūšu,
Assiro Kūsi o Kūsu. Cfr. i Κοσσαῖοι o Κουσσαῖοι elamici, Kaššū
delle iscrizioni cuneiformi (dai quali anche il nome del Caspio),
Κίσσιοι di Erodoto e Κισσοί di Dionisio. Il nome della Babilonia
o Caldea Kašdu (in Assiro Kaldu) fu spiegato come proveniente
da Kaš-da ‘paese di Kaš’ (Delitzsch, Das Paradies 129). Poi
vengono i Khádž-ūna del Dardistan, presso lo Hindu-Kush : il.
nome è un plurale afghano di Khadža = Κάσιοι. Nel gruppo
indocinese troviamo i nomi Koč, Kos, Kos-ārī (Kaciari), cfr. Khas
Li
, Khos, prob. Rang-Kas. Poi viene il Khasi del gruppo Munda-Khmer.
Può darsi che questa serie sia continuata nell'America,
ove troviamo i nomi Kiž, Keči, K'iče e Kečua, mentre nell'Africa
i nomi come Kusu e Kisi difficilmente vi appartengono. La serie
si estende dall'India in direzione orientale fino almeno alla Cina
(v. anche Terrien de Lacouperie, Les langues de la Chine avant
les Chinois, 121) e in direzione occidentale fino alla Mesopotamia,
donde passò all'Etiopia. — Pron. 358, Less. 66.

2. Una estensibile ancora più grande sembra avere un tipo
simile ma caratterizzato da r o l nella seconda sillaba. Nell'Africa
abbiamo gli Ottentoti !Kora, cfr. Koro, Kru (Kra, Krao) e Kre-bo
o Gre-bo, Kare-Kare o Kerri-Kerri, a-Kura-Kura, prob. Kre-dj
(con Kre-da o Kar-da nome dei Teda, Cr. 166), poi con sonora
iniziale Gura o Gora, Gure-ssi e Guru-si, Gure-ng, Golo, Gur-ma
(cfr. o-Kulo-ma), forse ba-Gri-ma, con perdita della gutturale
iniziale Oro-ma nome nazionale dei Galla (come Olo-ma nell'Africa
occidentale accanto a o-Kulo-ma). Nella regione del Caucaso
abbiamo o-Gor, nome degli Avari, cfr. u-Gro e Hun-gar, 167.
Presso i Dravida troviamo i nomi Korvi, Kuru-kh, Kurru, Kora,
Kora-va e Kora-ča, prob. Kola-mi e Kulu-varu (= Yerukala).
Fra gli Andamanesi trovansi i Kol e i Kora, fra i Munda i Korwa
e Kur-ku (plurale di kōrō uomo). Ai Gure-ng africani fanno
riscontro i Guru-ng indocinesi, senza il suffisso Garo ; cfr. anche
Karen. Nell'America troviamo i nomi dei Kora, Kri e Kri-k. —
Per il significato di ‘uomo’ v. Cr. 121, Pron. 358, Less. 65.208

3. Il nome dei Kota dravidici ricorda quello dei Kotti del
Jenissei e quello dei lontani da-Kota (significa ‘amichevole,
benigno’) dell'America settentrionale. Cfr. Mande koto, kodo,
Kunama koda amico, Less. 104,

4. Il nome africano dei Kami (cfr. o-Kam) ricorda i Khami
e Kom indocinesi nonché i Khmu del gr. Mon-Khmer. Si aggiunga
Komi, appellazione nazionale dei Sirjeni che significa ‘uomo’
Less. 64. Sembra poi che vi siano forme con suffissi. Nomi africani
sono Kamba (cfr. anche Gwamba) e Kiamba, donde Ciamba ;
con quest'ultima forma s'identifica il nome dei Ciamba dell'Himalaya
(cfr. Ciana e Gyami), mentre con Kamba si può confrontare
Rhambu, nome dei Kiranti pure dell'Himalaya. Khamta nell'Abissinia
e Khamti nell'Indocina. Ma specialmente notevole è la coincidenza
fra Chamir dell'Abissinia e Khmer del Cambogia, tanto
più che la parola sembra corrispondere al Georgiano khmari vir,
Suano gmiri eroe, Less. 64. Cfr. anche i Gimirra degli Assiri,
cioè Κιμμεριοι, e i Ghimirra del Kafa.

5. Benché non abbia una grande diffusione, merita di essere
ricordato il nome dei Geber-ti, tribù dei Somali (cfr. senza il
suffisso Yibir per *Gibir). Forse lo stesso nome ritorna in forma
di Kabar-da presso i Circassi, del Caucaso. Poiché nelle lingue
camitiche è frequente l'alternazione b : f, si può aggiungere 'Afar
e (perche no?) anche 'Eber, capostipite degli Ebrei, da *gu̯éber
parallelo a geber vir = Austr. gibir, gibere ‘uomo’, Less. 65.

6. Importante mi sembra la serie seguente. Nell'Africa troviamo
i nomi Bari, Nyang-Bara, Barea, Bará-wa (frazione dei
Geberti), Bara-wui (nome che i Masai danno ai wa-Kuafi). A
quest'ultima formasi avvicina il nome dei Bra-hui. Cfr. ancora
Baie e Bala-wa delle isole Andamani.

7. Il nome semitico dell'Egitto, Miṣr, deriva da *Mikir,
forma identica al nome dei Mikir indocinesi.

252. La meraviglia più grande che io ho provato nel corso
delle mie investigazioni si riferisce al grado di sviluppo a cui
era pervenuto il linguaggio umano nel periodo unitario anteriore
alle prime grandi emigrazioni.

L'affinità linguistica più rudimentale consiste nella comunanza
di quegli elementi semplici che si dicono radici o parole radicali
(Wurzelverwandtschaft, U. 50). Se la ‘Ursprache’, di cui tutti
gl'idiomi esistenti sono una continua evoluzione, fosse stata una
lingua amorfa, priva o quasi di struttura grammaticale, questa
avrebbe avuto origine dopo il periodo unitario e ciascun gruppo
si sarebbe sviluppato in modo indipendente, con una struttura sua
209propria. Ora, in primo luogo, noi conosciamo soltanto un'evoluzione
discendente, cioè da una struttura ricca ad una meno ricca
di forme, come ho dimostrato in U. 45-49. In secondo luogo la
comparazione estesa a tutti i gruppi linguistici dimostra che questi
hanno in comune non già soltanto le radici, ma anche una grande
quantità di forme grammaticali, come vedremo nella Morfologia.
Ciò dimostra che verso la fine del periodo unitario il linguaggio
umano aveva raggiunto un notevole sviluppo, cui doveva corrispondere
anche un certo grado di « cultura » non più rudimentale.

Tutto questo contraddice alla teoria più in voga, secondo la
quale quanto più le razze umane sono in basso nella cultura, tanto
più conservano i caratteri primitivi. Ma le teorie devono cedere
di fronte ai fatti. Come gl'individui, così anche i popoli possono
discendere la scala dell'evoluzione, anziché salirla. Accanto al
progresso vi fu anche regresso. E il regresso subito da molte
razze — in particolare da quelle che più si allontanarono dal
centro d'origine — viene chiaramente attestato da fatti linguistici.
Dice benissimo Giesswein : « Die Sprachen der Naturvölker
scheinen uns Ueberbleibsel aus einer bessern Vergangenheit zu
sein, ein noch nicht vergeudetes Erbe von höher gestandenen
Ahnen. Sie gewähren uns ein jedenfalls beachtenswerthes Zeugniss
dafür, dass sich diese Naturvölker nicht auf der Stufenleiter
der Entwicklung, sondern auf dem Abhange
des Verfalles befinden
 » (Die Hauptprobleme der Sprachwissenschaft,
211).

253. A conferma di ciò che abbiamo detto vogliamo esaminare
alcune di quelle parole che si riferiscono alla cultura (Kulturwörter),
e che hanno una grande diffusione, pur essendo escluso
che si tratti di parole prese a prestito (Lehnwörter). E del resto
in molti casi anche i Lehnwörter possono attestare stati culturali
assai antichi, quando la loro diffusione sia grande e non di data
recente.

1. Il primo passo sulla via della civiltà fu fatto dall'uomo
quando si rese padrone del fuoco, avendo trovato il modo di
accenderlo e spegnerlo e di servirsene. Tra le parole più diffuse
che significano ‘fuoco’ noteremo le seguenti : Bantu-Sud., -koni
fuoco, firewood (per es. Isoama o-kõ fuoco : e-kõ firewood, Galoa
o-honi : e-koni, e-honyi); Nandr kweni- firewood ; Sanscr. a-gní-,
Lat. i-gni-, Slavo o-gnĭ fuoco ; Austr. keni, koonni-a, kuni-ka,
163 n-goon = Tasm. n-gune (= Bantu-Sud. n-gun) ; Duke of
York un-gan, cfr. Lit. un-gni- fuoco ; Eschimo i-gne-k, in-gne-k,
dial. e-kno-k, gr. Athapaska kone, Paiute qunna- fuoco, Zimshian
210kun firewood, Guarauna (Orenoco) i-kunu-h fuoco ; Less. 34. —
Samojedo tu, , Dravidico , Savara to, Chiquito tū-s fuoco
(in origine ‘fumo’ = Mabuiag tu fumo, Less. 244 seg.) ; gruppo
Mande te, ti-a, Dravidico fuoco (in origine ‘legna’ Less. 219).
— Avatime kẹ-fú, Logone , Muzuk e Mandara á-fu ; Maleop.
a-pu, a-pui e a-pi fuoco, Sulka a púi il fuoco ; Giapponese fi ;
Siam. făi, Yang fi ; Timote (America mer.) , Paniquita i-pi, ecc.
Turkana a-puru fumo, Greco πῦρ fuoco, Samojedo Ostj. pur-ga
fumo, Austr. puri fuoco, fumo, Mafoor fōr fuoco. Less. 347.

All'ultima serie si collega pek-, pok- ‘cuocere’, Less. 346
seg. Abbiamo poi anche un nome molto diffuso di un recipiente
per cuocere, Less. 78. Pul hor-de plur. kore calabash = Mbugu
χore Topf, Galla o-kole Milchtopf, ecc ; a. Irlandese koire caldaja ;
Ceremisso kor-čak Topf, ecc. ; Figi kuro kochtopf, altrove kura,
kure e kuro ; Choco (America mer.) kuru Topf. Al Turco kazan
caldaia corrisponde χuran nel Ciuvasso = kalan caldaia del
Tunguso, e le lingue dell'Indonesia hanno forme corrispondenti
a queste : kuran, kalan Topf.

2. Il dominio dell'acqua ebbe principio in tempi assai antichi.
Non sappiamo come spiegare la strana concordanza del Greco
κυβερνάω, κυμερῆναι col Dajaco kamburi, Malgascio hamuri, Malese
kamudi ‘timore’, perchè mancano i termini intermedi. Certo è
che l'Indoeuropeo ere-t- remare (Greco ἐρετμός remo, ecc.) s'identifica
col Macutico är-t- remare. Con l'Andamanese tapa, toapo
remare si collega da una parte il Salawatti taap e Marshall
thebwe remo, dall'altra il Samojedo tuva-, Ugro tova- remare,
finchè attraverso l'Egizio dp remo (Afar dib-änā) si arriva al
se-Kuba se-rapo remo ; Less. 271.

Non poche parole significanti ‘barca, nave’ hanno una grande
diffusione. Nuba kub nave, plur. kubl-ī, Egizio kbn-t id., Andamanese
Boj. kóbr-da a canoe, Austr. 24 kibera id., Bongu γṓbu-ṅ
= Manikam e Kadda kobu-ṅ, Bogadjim χubu-ṅ barca, nave —
Ebr. ŏnī́, ŏnijjā́ nave, Arabo inā́ʼ plur. ānija- (e awānī) vaso,
Assiro unū-tu id. ; Indoeur. nā-u- da *ana-u- nave, Greco dor.
νᾶ-ς id., Cymr. noe vaso piatto, a. Ted. na-hho, a. Sass. na-ko
Anglos. na-ka Nachen ; Samojedo Jur. ano, 'ano, Kam. äńi, Tav.
'an-dui barca, Motor on-doi Taigi an-dai nave ; prob. Yehen
(N. Caledonia) won, confrontato già in Cr. 193 con Jagan ane-n
barca, piroga, Alakaluf a'un, Ona yeni Patag. yini.

3. L'uomo primitivo sentì ben presto il bisogno di coprirsi
in qualche modo il corpo, cioè di vestirsi. La serie che ha
per base tja > sa, Less. 210, è per ora limitata alle lingue
211africane, ma quella che ha per base bu, Less. 386, si. estende
a tutto il globo : Ewe a-wu veste, Logone le-bú camicia, Indoeur.
a-u- da *a-wu-, Khmer a-u Stieng a-o vestito, Cinese a-o id.,
Guaicurù a-pó id. Kanuri mus- da *m-bu-s- vestirsi, Teda mosid.,
Georg. mos- habiller, Vog. mäs- anziehen, Mong. emüs- ecc.

Perfino per una specie di calzatura sembra esservi una parola
molto antica, che per ora ho potuto rintracciare solo in tre regioni
enormemente distanti tra loro. Nell'Africa abbiamo lo Herero
oru-kaku scarpa, sandalo, che ritroviamo nel Gurma kaká-ti ;
nell'Europa il Germanico s-kōka- Schuh che può derivare da
*s-kōko- oppure *s-kāko- ; nell'America l'Azteco kak-tli, Gora
kaka-ihti, Tarahumara kaka-k calzado.

Ricorderò anche il nome di un ornamento. Al Pul tjaha ‘collana,
halsband’ corrisponde senza dubbio il Turco Osm. jaka Jac. saga,
Mong. dzaχa kragen.

Perfino per l'idea di ‘pettinare, pettine’ si hanno concordanze
fra lingue remotissime. Nell'Africa occidentale l'Efik ha sat pettinare,
edi-sat pettine, e nel Khasi troviamo sād pettinare, s|n|ād
per *n-sād pettine; cfr. Tibetano šad- kämmen, striegeln, bürsten.

4. Il nome più diffuso della divinità è quello che corrisponde
a Puluga delle isole Andamani. Questa forma sta per
*Buluga e nell'Africa ricompare come Bulgu, Bluku o Buruku.
Un'altra forma andamanese è Biliku, che ha riscontro nel Khasi
Blei per *Bleg, nel Tasmaniano Berlck e perfino nel Camciadalo
Billukai. Less. 363 seg.

5. Il sistema di numerazione nel periodo unitario era già
interamente sviluppato. Perfino i numerali superiori hanno una
enorme diffusione. Il Bantu orientale gana e žana 100 si ritrova
in lingue caucasiche come Chinalug p-gan o p-han, Achwach
be-šano- (cfr. kˑe-šano- 200), Ciamalal be-han, prob. Basco e-hun,
poi col significato di 1000 Hainan gen, gin, Annamito e Müöng
n-gān, n-gīn (cfr. nell'Africa ni-γana 100 del Gweno presso il
Kilimandjaro), prob. Cinese tsʼiēn. Vero è che in origine questa
parola dovette indicare genericamente una grande quantità.

Abbiamo già visto (106) che il sistema rudimentale di numerazione
del gr. Andamanese-Papua-Australiano non è primitivo,
ma deriva da un impoverimento seriore.

6. Anche parole di significato astratto hanno una grande diffusione.
Valga come esempio la serie seguente : Bantu gan- pensare,
conoscere (donde -gan-ga medico), Pul gan-da-l il sapere, Somali
ḳān sapere, conoscere (= Isubu kane conoscere, k < g), Georg.
gon- pensare, Indoeuropeo gjen- conoscere, Mangiu gōni- pensare
212(= Georgiano goni pensiero), Vogulo χań-ś- sapere, conoscere,
Dravidico kān vedere, Khasi khan riflettere, Khmer gan guardare,
indagare. Less, 190 seg.

7. È opinione molto comune che le lingue primitive non possiedano
parole per le idee generali. Lévy-Bruhl, Les fonctions
mentales dans les sociétés inférieures 155, assicura che una lingua
lingua primitiva « ne possédera pas de terme general… pour
‘arbre’, ou pour ‘poisson’, mais des termes spéciaux pour chaque
variété d'arbre et pour chaque variété de poisson ». Niente di
più falso. In Less. 219 seg. si trova un tipo te ‘legna, albero’
diffuso in ogni parte del globo : Bantu -tẹ, Ewe a-tí, Dinka ti-m,
gr. Maya te ecc. (si aggiunga Sandawe the id., Oenge ön-a-ti
scorza d'albero, Bororo ti albero), Quanto a ‘pesce’ v. Less. 44 :
Kamba i-kuyu = Austr. kuyu, Indoeur. kju- ecc. (si aggiunga
il Cahuillo kiyu- pesce, S. Paiute pā-γïu- lett. ‘water-fish’).

8. Aggiungeremo infine alcune osservazioni sui nomi dei
metalli. Gli archeologi, come è noto, fanno seguire all'età della
pietra l'età del rame e del bronzo, poi quella del ferro. Questo
certamente è giusto per quel che riguarda le civiltà mediterranee,
ma i fatti linguistici dissuadono dall'applicare lo schema
ad altre regioni. Tra tutti i nomi dei metalli il più antico e più
diffuso è certamente quello del ferro nella forma tali (Less. 252).
Ora dalle lingue africane appare che tali ‘ferro’ è identico a
tali ‘pietra’, chiara testimonianza che dall' uso della pietra si
passò direttamente all'uso del ferro. E noi sappiamo che nell'Africa
la siderurgia ha origini antichissime.

254. Quanto più estendiamo e approfondiamo le indagini, tanto
più dobbiamo persuaderci che in tempi antichissimi, prossimi al
periodo unitario, il linguaggio aveva raggiunto un notevole sviluppo
in corrispondenza ad un grado di cultura molto superiore
all'idea che i più si sono fatta. In seguito alle prime grandi
emigrazioni una parte degli uomini, venuta a trovarsi in condizioni
d'ambiente sfavorevole, subì un regresso più o meno forte.
Di essi si può dire quel che fin dal 1838 diceva il Martius degli
indigeni d'America, particolarmente di quelli del Brasile : « Die
Amerikaner sind nicht ein wildes, sie sind ein verwildertes,
herabgekommenes Geschlecht ».

Orbene, se il linguaggio umano verso la fine del periodo
unitario era già così sviluppato come s'è detto, è necessario
ammettere che tale sviluppo si sia compiuto in un lunghissimo
periodo di tempo. Come ciò sia avvenuto, vedremo nel capitolo
seguente.213

Origine ed evoluzione del linguaggio

255. Per intendere la storia del linguaggio umano, ossia la
sua evoluzione, è necessario farsi un'idea del modo come potè
avere origine il linguaggio stesso. Il problema esorbita in parte
dai limiti della glottologia, la quale deve arrestarsi agli elementi
primitivi o « radici », lasciando ogni ulteriore indagine, come
quella del rapporto tra parole e cose, ad altre discipline, e in
primo luogo alla psicologia. Per le teorie psicologiche sull'origine
del linguaggio rimando ai molti lavori che ne trattano, e particolarmente
all'opera voluminosa e ben nota del Wundt (Völkerpsychologie,
I Die Sprache, Leipzig 1900) ; la quale però, se è
eccellente per la parte psicologica, contiene molti dati linguistici
inesatti o errati e molte spiegazioni di forme assolutamente arbitrarie,
onde non poche conclusioni mancano di solida base. Il
Wundt prende le forme attuali del linguaggio quali sono, senza
curarsi della loro storia millennaria, e presume di darne una
spiegazione sua propria, spesso in contrasto con quanto la glottologia
ha potuto assodare.

Do qualche esempio scelto a caso. Esaminando i nomi degli
organi vocali, il Wundt si studia di metterli in relazione con
la cosa significata, e questo fa anche, fra altro, per la parola
ungherese nyelv lingua (pron. ńälv), che egli scrive hyelo. Ma
chi ci assicura che la parola ebbe fino ab origine questa forma
e questo significato ? È forse una voce primordiale mantenutasi
miracolosamente invariata ? La comparazione dice ben altro (Less.
290). Lo m contenuto nel Malgascio human ‘mangiare’ (orasi
scrive homana) sarebbe il suono caratteristico di molte parole
denotanti la bocca e le azioni che essa compie : sfortunatamente um
è un infisso e human per *kuman deriva da kan ‘mangiare’ !
Per il Wundt le forme verbali semitiche niphal, piel, pual ecc.
si spiegano con semplici « Lautmetapher ». I così detti determinativi
delle radici semitiche si spiegano facilmente : per es. -k
« fa l'impressione di cosa subitanea e violenta » ; e così via di
questo passo. Rincresce di vedere un psicologo di tanto valore
avventurarsi così in un campo a lui ignoto ; ma io non posso che
generalizzare il giudizio che diede Brandstetter : « Aus all dem
geht hervor, dass das, was der Philosoph der neueren Sprachforschung
über die MP. Sprachen vorbringt, mit dem, was Wissenschaftlichkeit
heisst, in keinerlei Konnex steht » (Prodromus, 29).214

Dell'origine del linguaggio ha trattato recentemente Schuchardt
con mirabile chiarezza e precisione nei Sitzungsberichte der preuss.
Ak. der Wiss. (1919-1921).

256. La parola linguaggio si adopera in senso largo e in
senso ristretto. Largamente intesa comprende non solo il linguaggio
dei gesti, ma anche quello degli animali ; in senso ristretto si
riferisce al linguaggio umano orale, come organo ed espressione
del pensiero. Esso viene anche distinto col nome di articolato,
denominazione che va intesa in senso logico piuttosto che fonetico.
Così, per esempio, st ! e un complesso articolato foneticamente,
ma non logicamente, come sarebbe vi prego di fare silenzio
(H. Sweet, The History of Language, 2).

Nella fase preumana il linguaggio era logicamente inarticolato,
come è rimasto negli animali all'infuori dell'uomo. Circostanze
eccezionalmente favorevoli devono aver prodotto il graduale
passaggio alla fase del linguaggio umano articolato, quando gli
uomini erano non disgregati ma uniti in società, poiché il linguaggio
è un'fatto eminentemente sociale. E forse i medesimi
fattori che impressero all'uomo il suo speciale tipo fisico concorsero
anche a determinarne lo sviluppo intellettuale, al quale si
accompagna lo sviluppo del linguaggio.

Della prima fase rimasero e rimangono tuttora non poche
vestigia nel linguaggio, come le interiezioni. Inoltre il gesto non
cessò mai di essere un elemento concomitante del linguaggio orale,
e molti fatti linguistici dimostrano che nei primordi esso fu un
complemento necessario della parola. Le voci dimostrative non
furono in origine che il prodotto, per così dire, di un gesto degli
organi vocali concomitante il gesto visibile della mano, e col
variare di questo variò anche il significato di quelle. Si noti,
per esempio, la seguente serie. Ugrofinnico te-, tē- qui, questo :
to-, tō- là, quello, Jucaghiro qui : là ; Ottentoto te me,
invece Indoeur. te te. Nell'Ottentoto ti- ‘tale’ è una vox media,
in lingue bantu le forme raddoppiate titi, titu, tide e dide significano
‘piccolo’ e così pure il Bari dit e Barea didi-, mentre
Ewe didi, Dinka did, Georgiano Mingrelio Lazo didi e Lituano
didi- significano ‘grande’. Cfr. anche il Nuba , tōd piccolo,
giovane = Bantu dodo piccolo. Esempi di emancipazione dal gesto
sono in Ebraico mi-zze ū-mi-zze di qua e di qua > di qua e di
là, in Greco ἔνϑα καὶ ἔνϑα id., ἴα una, in Tedesco der und der,
in Latino tantum, ecc. In alcune lingue maleopolinesiache sor
significa,‘su’ e in altre ‘giù’ ; e fatti simili si osservano altrove,
i quali dimostrano che il gesto fu un tempo indispensabile.215

La proposizione

257. Il linguaggio (di qui in poi inteso sempre in senso
ristretto) è un mezzo di comunicazione non solo del pensiero, ma
anche del sentimento e della volontà. Esso è una espressione
provocata da una impressione prodotta in noi da qualche mutamento
interiore od esteriore. Dice benissimo Schuchardt : « Dem
Menschen wurde der Mund geöffnet durch einen Wechsel, eine
Veränderung in ihm selbst oder in der Umwelt ». E il filosofo
cinese Han-iü (768-824 dopo Cr.) dice che l'uomo parla, canta
o piange quando il suo animo non può mantenersi nell'equilibrio
della quiete, così come i corpi naturali vibrano e risuonano per
effetto di un perturbamento quale si ha, per esempio, nello stormire
delle foglie.

L'espressione di regola è in pari tempo manifestazione che
si comunica agli altri, poiché, come abbiamo detto, il linguaggio
è un fatto sociale. Bene a proposito osserva Schuchardt che il
bambino suole cessare di piangere quando si accorge che nessuno
intorno l'ascolta.

Il primo impulso alla manifestazione è dato dai bisogni della
vita ed è comune agli altri animali, ma solo il linguaggio umano,
nato dal bisogno, si è sviluppato in modo così meraviglioso, culminante
nell'arte (Schuchardt).

258. Il linguaggio dunque è comunicazione, e una singola
comunicazione costituisce l'unità fondamentale di ogni discorso,
cioè la proposizione. Perciò il problema dell'origine del linguaggio
si risolve in ultima analisi nel problema dell'origine della
proposizione. L'uomo parla e ha sempre parlato con proposizioni.
Ciò non vuoi dire che le parole primitive siano state estratte
dalle proposizioni per via di analisi, errore grossolano combattuto
fin dal 1842 dal Madvig : fra proposizioni primitive e parole
primitive non esiste alcuna differenza. Le parole primitive erano
per loro natura olofrastiche, come le interiezioni, e potevano
sempre costituire una proposizione di un sol termine.

Proposizioni monomie si trovano anche negli stadi odierni del
linguaggio. Tali sono quelle che esprimono un comando, come
qua !, va !, o un'affermazione predicativa senza soggetto, come
piove !, ahi ! Anche il vocativo è olofrastico e può assumere diversi
significati secondo le, circostanze, per es. babbo ! Alcune di siffatte
proposizioni monomie si possono paragonare ai gridi di minaccia,
di aiuto, e simili, degli animali ; ma comprendono implicitamente
216la comunicazione di un fatto o mutamento interno od esterno
(stimoli della fame, vista del nemico, ecc).

Le prime espressioni umane furono di carattere affettivo,
interiezioni propriamente dette, interiezioni imperative (st !) e forme
d'imperativo come Lat. ī !, esclamazioni quali riflesso d'impressioni
fatte sui sensi, come tuona !

L'unico termine onde constano siffatte proposizioni non è il
soggetto, ma il predicato, ir soggetto non solo non è espresso, ma
in alcuni casi neppure pensabile. E qui sarà opportuno aggiungere
qualche osservazione sui verbi impersonali.

In Latino puti-t tona-t contengono il pronome personale come
legi-t ama-t, ma ciò è dovuto semplicemente ad imitazione o
simmetria : sono, come si esprime Schuchardt, finestre false in
corrispondenza di finestre vere. Anche il pronome in Franc. il
pleut
, Ingl. it rains, Ted. es regnet proviene da imitazione. Nel
Latino, nel Greco e in altre lingue i verbi che comunemente sono
impersonali possono avere un soggetto determinato, per es. in
Latino Jove tonante, in Greco ὗε δ'ἄρα Ζεύς (Od., ξ, 457) Giove
pioveva, nel Rig-Veda ‘Parjánya tonante’ come presso i Lituani
‘Perkúnija tuona’ e perfino nelle isole Andamani ‘Puluga tuona’.
Queste espressioni mitiche ed antropomorfe si spiegano col fatto
che gli uomini primitivi personificano la natura operante, onde,
per esempio, i Munda dicono egli piove con soggetto animato.
Accanto a siffatte espressioni ve ne sono altre di altro tipo, come
il cielo o la nube piove, oppure la pioggia piove, il lampo lampeggia.
E nulla vieta di supporre che le frasi mitiche in origine
siano state.di questa seconda specie, cioè con soggetto interno
(259), per es. ‘Puluga tuona’ = ‘il tuono tuona’. In ogni modo
non v'ha dubbio che il tipo più antico è quello realmente impersonale,
come tuona.

259. Ma il tipo più comune della proposizione è quello binomio,
con soggetto e predicato. Perciò alcuni negano che la proposizione,
monomia sia primitiva. In ciò si manifesta l'influenza della
logica sulla grammatica : la proposizione viene equiparata al giudizio
e, come questo, deve avere due termini. Ma l'errore di
tale generalizzazione è palese.

Schuchardt, al contrario, considera come primitive soltanto
le proposizioni monomie. Da due proposizioni monomie accoppiate
si sarebbe svolta la comune proposizione binomia con soggetto
e predicato. L'unione più semplice può essere stata del tipo ecco !
(= guarda !) brucia !, ossia là ! brucia !, donde là brucia, oppure
quello ! brucia !, donde quello brucia. In altri termini : il germe
217del soggetto sta nell'indicazione del luogo in cui avviene un fatto,
o nella indicazione più concreta di una cosa mediante una voce
dimostrativa accompagnata dal gesto. Ora, come osservò una volta
il Fick, i pronomi sono i veri nomi primitivi che, mentre
partecipano della natura delle interiezioni e hanno perciò valore
olofrastico, sono pienamente atti ad esprimere il soggetto della
proposizione.

A me però sembra alquanto artificiosa la spiegazione dello
Schuchardt, e ritengo non necessario ammettere forme di trapasso
come là ! brucia ! La distinzione da là brucia è sottile e fondata
forse su una lieve pausa (cfr. § 260). Io preferisco ammettere
che le proposizioni binomie con soggetto pronominale siano contemporanee
alle proposizioni monomie.

Una difficoltà ad ammettere la stessa cosa per le proposizioni
binomie con soggetto nominale sta nel fatto che il nome sostantivo
è posteriore al verbo (Schuchardt dice il soggetto posteriore al
predicato). Però tale posteriorità è piuttosto logica che cronologica,
nel senso che le voci esprimenti un'azione indicano nello
stesso tempo chi compie l'azione. Così, per es., mau esprime
direttamente il miagolare, ma significa anche ‘gatto’.

Ne viene che la proposizione bimembre potè anche avere origine
dal tipo in cui il soggetto è interno, ossia è dedotto dal
verbo predicato o ne rappresenta comunque una forma ; per es.
Kaciari bàr bàr-ŭ il vento (bàr) soffia, quasi ‘il soffio soffia’,
Magiaro esö esik opp. esik az esö piove, lett. ‘la pioggia piove’.
Georg von der Gabelentz, die Sprachwissenschaft 2 311, ritiene
che in casi simili un tono più alto e un ritmo più vivace servisse
a distinguere il verbo-predicato dal nome-soggetto ; per esempio
‘il cane abbaia’ :

image

Un progresso ulteriore fu compiuto con l'unione di un soggetto
di qualsiasi specie ad un predicato, come, per esempio, il
gatto soffia
.

260. Come il soggetto nominale si svolse dal predicato, così
da questo derivò anche il predicato nominale, onde ebbero origine
218le proposizioni del tipo questo (è) un cane. Qui sorge spesso il
bisogno d'indicare in qualche modo la copula, cioè il nesso fra
soggetto e predicato.

Circa il modo di esprimere la copula v. U. 136 e Cr. 28. Si
distinguono tre forme che corrispondono a tre stadi diversi.

1. Nessun segno esteriore indica l'unione del soggetto e predicato,
che anzi sono disgiunti da una leggera pausa : Greco
ὕπνος ϑανάτου ἀδελφός
, Russo onsoldat egli è soldato.

2. Il soggetto resta isolato come in posizione assoluta e viene
ripreso mediante un pronome : Arabo Allāhu huwa l-ḥayyu Dio
— egli (è) il vivente. In molte lingue si ha un'espressione simile
anche col predicato verbale : Dio — egli punisce i rei.

3. I pronomi soggettivi tendono ad assumere il carattere di
verbi sostantivi. In Arabo, per esempio, si può dire ana huwa
r-rabbu
io sono il Signore. Copto anok pe pi-kudži io sono il
piccolo, anok pe p-šōs io sono il pastore, anok u-šōs io sono un
pastore, anok u-uro anok io sono un re. Con quest'ultima forma
cfr. Chamir an miqā an io sono un pastore (anche an miqā).
Maya batab en capo (sono) io — come in Assiro šarr-āku re
(sono) io — ten batab sono io il capo, c'est moi le chef, ten
batab en
moi, je suis le chef. Altri esempi interessanti sono Hausa
ni talaka ne io sono povero, Talliti e peropheta ia o-ia un profeta
è egli.

Già nel 1897, nella prima lettera a Hugo Schuchardt, io
espressi l'opinione che l'Indoeur. es- ‘essere’, anziché una forma
di ēs- ‘sedere’, potesse considerarsi di origine pronominale, per
modo che pater est bonus deriverebbe da un pater | istebonus.
La copula *ésti, infatti, sembra essere identica a *isté, salvo la
diversa posizione dell'accento con l'effetto che ne consegue sul
vocalismo (del resto nelle lingue italiche trovasi anche un pronome
dimostrativo esto-).

Certo è, a ogni modo, che la copula deriva assai più raramente
di quel che si crede da verbi concreti di significato materiale.

261. Il soggetto e il predicato possono essere espressi con
gruppi di parole anziché con parole semplici. Infatti un concetto
complesso si può esprimere in tre modi :

1. con una parola semplice : salire ;

2. con un gruppo di parole : andar su ;

3. con una parola composta : ascendere.

Le parole composte derivano da gruppi preesistenti. I gruppi,
infatti, costituiscono una unità fonetica e ideale. Foneticamente
è una unità in Italiano buon uòmo, in Copto čeb-ǧoit foglia (čōōbe)
219d'olivo, in Ebraico nĕgīd ṣōr il principe (nāgīd) di Tiro. L'unità
ideale si manifesta in molte lingue, per esempio, nei gruppi
sostantivo + aggettivo oppure aggettivo + sostantivo, quando il
genere, numero e caso vengono indicati nell'ultimo termine del
complesso, anche se è un aggettivo. Nel Maori, per esempio,
abbiamo :

tableau ika pai | plur. | ika | pa-pai | pesce buono | pesci buoni

Nel Basco ur garbi acqua pura, ur garbi-a l'acqua pura,
ur garbi-a-k le acque pure.

Le determinazioni del sostantivo-soggetto si dicono attributi
e derivano da predicati : l'uomo è ammalato, egli morrà =
l'uomo, egli è ammalato, morrà = l'uomo, che è ammalato,
morrà = : l'uomo ammalato morrà.

Le determinazioni del verbo-predicato si dicono avverbi e
derivano anch'esse da predicati : l'uomo corre, è veloce = l'uomo
corre veloce = l'uomo corre velocemente. In molte lingue di
popoli primitivi, come le sudanesi, le determinazioni avverbiali
vengono espresse per mezzo di proposizioni ; per es. i fanciulli
giuocano, essi sono sulla strada
= i fanciulli giuocano sulla
strada. Similmente prendi il martello, batti = batti col martello.
Cfr. in Greco il noto uso dei participi come ἄγων, φέρων, λαβών.

Anche l'oggetto, che è una determinazione del predicato verbale
(per es. io bevo acqua, tu bevi vino), fu considerato come
una specie di avverbio. Schuchardt ha ora abbandonato questa
concezione e considera la proposizione trimembre (soggetto, predicato,
oggetto) come derivata nel dialogo dall'unione di due
proposizioni bimembri con un termine ἀπὸ κοινοῦ :

Pietro batte … (chi è battuto ?) … battuto è Paolo

Paolo è battuto … (chi batte ?) … batte Pietro

Questa ipotesi, complicata da quella della concezione passiva
del verbo transitivo, non riceve conferma dall'esame dei fatti.
Se in luogo di forme finite attive e passive mettiamo una forma
radicale, come suol fare lo Schuchardt stesso (Pietro batt- Paolo),
si vede che la concezione non può essere che attiva. — Noi
vedremo in seguito che l'oggetto diretto assai spesso non si
distingue dall'indiretto e, come questo, esprime il termine ad
quem
di un movimento reale o ideale.

262. I rapporti logici che uniscono le parole di un gruppo
binario (il quale può essere ampliato mediante l'aggiunta di un
220altro termine, e così via), come quelli che uniscono le proposizioni
tra loro, possono essere di coordinamento o di subordinamento ;
e vengono di regola significati per mezzo di parole
formali
, preposizioni o congiunzioni, o per mezzo di elementi
formativi
(affissi), che ne derivano e su cui si fonda in generale
la declinazione.

Conviene però osservare che nelle fasi più antiche del linguaggio
si ebbe esclusivamente il processo della coordinazione.
Per quel che riguarda l'unione delle proposizioni la cosa è nota :
la ipotassi si svolse dalla paratassi. Ma anche l'unione
delle parole in gruppi è fondata in origine sulla paratassi o
apposizione. Se consideriamo il caso tipico, quello del genitivo,
l'analisi linguistica delle forme primitive perviene sempre ad un
rapporto di coordinazione, e ciò è naturale essendo il genitivo
propriamente inesprimibile. Si comprende quindi come sia fallace
la distinzione di lingue coordinanti e subordinanti (6). Vi sono
bensì differenze nel modo di concepire, essendo in una lingua
termine determinando quello che in un'altra è termine determinante,
e viceversa ; ma la differenza non può essere considerata
come di ordine grammaticale (129).

In molte lingue la medesima voce serve come congiunzione
coordinante = ‘e’ e come preposizione subordinante = ‘con’.

263. In origine la semplice collocazione dei termini bastò a
indicare ogni rapporto logico, come anche ora in Cinese (« The
whole of Chinese grammar depends on position »). Il soggetto,
come determinando, è seguito dal predicato, come determinante ;
e questa collocazione naturale trovasi di regola conservata in
tutte le lingue. Schuchardt anzi afferma esser vera anche la
reciproca : il termine che precede è sempre soggetto, quello che
segue è sempre predicato ; per es. là ! fuoco ! = là (quello)
brucia, fuoco ! là ! = il fuoco (è) là. Le lingue bantu, con le
classi nominali locative, confermano, come credo, quel che dice
Schuchardt in contrasto con la grammatica tradizionale calcata
sugli schemi della logica. Il linguaggio segue più la psicologia
che la logica. Nel Suaheli si dice pa na mthu dort ist ein Mensch
come si dice ni na mthu ich habe einen Menschen, e i pronomi
(per noi avverbi) dimostrativi hapa, hapo, pale non si distinguono
sintatticamente dai pronomi (non avverbi) dimostrativi come huyu,
huyo, yule. Nel Tonga si dice mu-n-ganda mu-la-sia, che secondo
Torrend significherebbe alla lettera ‘the-inside-of-the-house it-is-dark’,
ma veramente corrisponde al nostro ‘in casa è buio’, e
mu-n-ganda = ‘in casa’ è soggetto della proposizione.221

La legge generale che determina la collocazione delle parole
è che prima si enunzia la parola corrispondente alla
idea che per prima si presenta alla mente
(idea dominante).
Questo non toglie che il soggetto possa essere in moltissimi
casi sottinteso, forse appunto perché bene impresso nella
mente di chi parla e di chi ascolta. In questo senso soltanto io
posso ammettere col Meillet che « Il n'y a d'essentiel à la phrase
que le prédicat ». Senza predicato evidentemente non vi può essere
proposizione, ma esagera di certo Mauthner quando afferma che
il soggetto deve essere « eine jüngere Erfindung », che esso è
« ein Parvenu » e quando chiama il soggetto « den überflüssigsten
Satzteil ». Non sarà male ricordare a questo proposito che, viceversa,
in molti casi può bastare la semplice indicazione del soggetto,
per esempio : il lupo !

Le parti del discorso

264. La comune distinzione delle parti del discorso si trova
già nella celebre « Arte grammaticale » attribuita a Dionisio
Trace (vissuto verso il 110 av. Cr.), che è il più antico compendio
di grammatica, sul quale si fonda la grammatica tradizionale
dell'Occidente e in parte anche dell'Oriente. In Dionisio
le parti del discorso sono 8, così ordinate : nome, verbo, participio,
articolo, pronome, preposizione, avverbio, congiunzione. I
Romani tolsero l'articolo, che mancava nella loro lingua, ma
aggiunsero l'interiezione. I moderni sopprimono generalmente il
participio e aggiungono le « particelle » e alcuni i numerali.

Questa divisione tradizionale delle parti del discorso, praticamente
utile, non è certo perfetta, in quanto che si riferisce ora
al significato fondamentale delle parole considerate in se stesse,
ora alla funzione che esse compiono nella preposizione.

I grammatici arabi distinguono tre sole specie di parole : ism
nome, fiʻl (azione) verbo, ḥarf ‘particella’. In quest'ultima categoria
si fanno entrare tutte le parole che non sono né ismfiʻl.

I grammatici indiani distinsero quattro categorie di parole :
nome, verbo, preposizioni, particelle. Ancora più semplice è la
classificazione adottata dai grammatici giapponesi, mentre i Cinesi
dividono le parole nel seguente modo molto originale :

I. Parole piene : 1° viventi (verbi) — 2° morte (nomi)
II. Parole vuote (particelle, ecc).222

La classificazione cinese è certo quella che più si avvicina alla
esattezza scientifica. Essa conviene perfettamente all'indole della
lingua cinese, in cui la medesima parola può assumere molteplici
funzioni sintattiche, per es. ‘grande’ può fungere anche da
sostantivo, verbo e avverbio (‘grandezza, ingrandire, grandemente’) ;
ma per il suo significato fondamentale è soltanto un aggettivo.
Similmente in italiano bellezza è una voce aggettivale e amore
una voce verbale al pari di amare.

Per gli scopi scientifici noi dobbiamo tener conto del significato
fondamentale delle parole, e secondo questo criterio vi sono
soltanto tre specie di parole primitive corrispondenti a tre specie
di radici essenzialmente distinte : interiezioni, voci dimostrative,
verbi attivi.

Tutte le altre parti del discorso sono di origine
secondaria
, come ora dimostreremo.

265. Cominciamo dalle parole che i Cinesi chiamano vuote.
Esse corrispondono generalmente alle nostre preposizioni e congiunzioni
e servono ora ad esprimere relazioni sintattiche. Ma in
origine queste non poterono in nessun modo essere direttamente
espresse, perche sono inesprimibili. Già G. di Humboldt osservava :
« Les notions grammaticales résident bien plutôt dans l'esprit
de celui qui parle, que dans ce qu'on peut appeler le matériel
du langage » (Suppl. à la gramm. jap. du P. Rodriguez, Paris
1826, pag. 12). Perciò le parole formali possono mancare nella
frase come nella seguente proposizione cinese formata di sole
parole piene : uomo natura radice buono = la natura dell'uomo
è radicalmente buona.

Le parole formali furono spesso considerate come invenzioni
arbitrarie e rimasero perciò oscure nella loro essenza. Uno dei
primi ad opporsi alla comoda spiegazione fu Horne Took, il quale
fin dal 1770 indagò l'origine delle preposizioni e congiunzioni.
Egli spiegava, per esempio, l'inglese if se, a. ingl. gif, con given
‘dato che’. In ciò egli era in errore, poiché if insieme col ted. ob
appartiene all'a. ted. iba e a. isl. if o ef ‘dubbio’ (cfr. Latino
opīnor) ; ma il principio era giusto.

Le congiunzioni sono scarse nei linguaggi primitivi e generalmente
identiche alle preposizioni. Così na nel Bantu vale ‘e’
e ‘con’ e slmilmente ma nel Maleopolinesiaco. La congiunzione
copulativa Lat. -que (da *ko-é) è affine a co-, co-m- ‘con’, e
ambedue derivano da ko- ‘presso’ (Umbro asa-ku presso l'ara).
Si noti anche l'evoluzione semasiologica che dal Sanscrito áti
‘oltre’ attraverso al Greco ἔτι ‘ancora’ condusse al Latino et e.
223Il significato originario del Latino appare da sī-c, mentre il
Greco εἰ ‘se’ era probabilmente in origine una interiezione.

Le preposizioni sono sempre di origine secondaria. Alcune
derivano da forme nominali, ma per la maggior parte non sono
altro che avverbi di luogo, anche quelle che ora indicano semplici
relazioni grammaticali. Il nostro di deriva dal latino , preposizione
da avverbio di luogo indicante moto dall'alto al basso
(dē-scendo) e provenienza, come in esco di casa. Da quest'ultimo
significato si sono svolti gli altri : vino di Francia in origine
‘vino (proveniente) dalla Francia’, figlio di re (nato) da re, timor
di Dio
, ecc. La stessa cosa si osserva in tedesco, dove von ‘da’
passò a significare anche ‘di’ ; in inglese, dove of ‘di’ è una
variante di off ‘lungi da’. In francese de vale ‘da’ e ‘di’.

Gli avverbi alla lor volta sono pur essi tutti di origine secondaria,
essendo in parte nominali e in parte pronominali. La preposizione
greca ἀπὸ non è altro che l'avverbio di luogo ἄπο e
questo è identico al Bantu apo, avverbio dimostrativo di luogo.

266. I nomi sostantivi sono per la loro origine voci aggettivali
o verbali. Questo è evidente per gli astratti come bellezza e
amore
, ma anche i sostantivi concreti sono in tal modo secondari.
Le cose vengono denominate secondo quella delle loro qualità
od azioni che fa maggiore impressione su di noi, per es. argento
(metallo) bianco, serpente, ecc. In alcune lingue mau esprime
il miagolare del gatto e può significare anche il gatto stesso;
ma logicamente il verbo è anteriore al sostantivo.

Veri sostantivi sono soltanto, i pronomi, come abbiamo già
osservato, e anche quei sostantivi che sono di origine pronominale,
come Scilluk tēro Bari tir gente = Nuba ter essi (Westermann).

267. I nomi aggettivi (di qualità) alla lor volta derivano da
voci verbali, per es. acuto, acido, stretto. Sostantivo e aggettivo
furono compresi nell'unica categoria del nome a cagione del
fatto della flessione comune ad entrambi, la quale però nell'aggettivo
proviene dalla concordanza. In realtà l'aggettivo è una voce
verbale, una specie di participio, e il passaggio si ebbe per il
seguente tramite :

azione — stato transitorio ; stato durativo — qualità

In origine la qualità delle cose fu espressa mediante l'azione
esercitata sui nostri sensi dalle cose stesse, per es. ācer da una
radice che in origine significò non ‘essere acuto’ bensì ‘pungere’.
Il latino acūtus, poi, indica una qualità come conseguenza di
un'azione compiuta : ‘aguzzato’, quindi ‘acuto’.224

Si noti anche il significato etimologico di acido, del tedesco
ed inglese bitter amaro (propr.,‘mordente’), del greco πικρός, ecc.

Usati come predicati gli aggettivi hanno tuttora forma verbale
in un grandissimo numero di lingue.

Del resto nelle lingue primitive i veri aggettivi sono assai
scarsi di numero. I più si riferiscono ai cinque sensi (colori,
sapori ecc), con frequenti passaggi da uno ali' altro, come vox
clara
e luce clara (poi anche in senso morale vir clarus). Si
aggiungono alcuni aggettivi per difetti fisici e qualità morali, e
pochi altri.

Gli aggettivi che indicano grandezza o quantità e dimensioni
formano una categoria a parte, essendo essi per lo più di origine
pronominale. Così, per esempio, la forma didi molto diffusa valeva
propriamente ‘tale’ e, con gesto acconcio, passò a significare
‘così grande, grande’ oppure ‘così piccolo, piccolo’.

Il numero degli aggettivi resta diminuito anche per il fatto
che nelle lingue primitive per due qualità opposte si usano due
varianti di una sola e medesima parola (per es. Nuova Caledonia
mere caldo : mure freddo) oppure una forma positiva e una negativa,
per es. Bagrima ása scharf : áse-li stumpf, džudu cotto :
džede-li crudo, Logone delē dolce : delē-sā amaro.

268. Fra i verbi stessi veramente primitivi sono soltanto quelli
che denotano un'azione, come, per esempio, in latino iacĕre gettare,
mentre iacēre giacere, che non esprime un'azione ma uno
stato (verbo ‘neutro’), in origine era il passivo di iacĕre e significava
‘essere gettato’. Anche qui si ha un passaggio dall'azione
compiuta allo stato presente.

I verbi attivi costituiscono in ogni lingua la grande maggioranza
e pochi sono in confronto i verbi neutri. Una categoria di
azioni è rappresentata dai fatti della vita fisiologica : respirare,
mangiare, bere, tossire, russare, gridare, piangere, ridere, ecc.
Delle rimanenti azioni alcune si possono compiere senza l'aiuto
di strumenti che presuppongano un certo grado di cultura, come
rompere, battere, ecc; altre richiedono strumenti speciali, come
cacciare, pescare, macinare, tessere, filare e simili. Una categoria
speciale è anche quella dei verbi di moto.

Quanto ai verbi che denotano sensazioni e sentimenti è da
osservare che, quantunque si dica io vedo come io guardo, pure
nel primo caso il soggetto non compie veramente un'azione come
nel secondo, ma riceve un'impressione. Nel Georgiano perciò non
si dice lo odo la voce del padre, bensì mi risuona la voce del
padre
, e similmente mi son cari i bambini anziché io amo i
225bambini. A ogni modo è certo che il linguaggio primitivo non
potè esprimere il fatto soggettivo, per es., del vedere, ma espresse
in sua vece il fenomeno oggettivo del risplendere (F. Bechtel,
Ueber die Bezeichnungen der sinnlichen Wahrnehmungen in den
indog. Sprachen, Weimar, 1879). In modo analogo al sentimento
del temere si sostituì il fatto esteriore del tremare. Nel primo
caso la causa per l'effetto, nel secondo l'effetto per la causa.

Verbi neutri sono principalmente quelli che indicano quiete
in opposizione a moto, per es. stare, rimanere, sedere, dormire.
Furono variamente espressi, per es. dormire mediante parole che
propriamente significano russare.

269. Restano dunque come parti primitive e irriducibili del
discorso le interiezioni, le voci dimostrative e le parole indicanti
azioni. E a queste corrispondono tre specie di radici sostanzialmente
distinte tra loro, le quali, così intese, non sono punto una
astrazione ma s'identificano con le parole primitive. Il latino ī !,
per esempio, è una radice o parola radicale, cioè primitiva, anzi
è una proposizione completa.

Il tentativo di ridurre le radici ad una sola specie condusse
ad assurdità come quella di far derivare il tema pronominale
Sanscr. ta- ‘tu’ dalla radice verbale tan- ‘stendere’. Già il Bopp
distinse due specie principali di radici e affermò che i pronomi
non possono derivare da radici verbali.

La parte di gran lunga maggiore del linguaggio è costituita
dalle radici dei verbi d'azione, da cui deriva anche tutta la
categoria del nome. E dopo ciò che abbiamo detto si comprende
quanto fosse in errore il Wundt allorché contro la così detta
‘teoria delle radici’ scriveva : « Diese Analyse ergibt nämlich fast
durchgängig für die Wurzeln solche Begriffe, die eine Tätigkeit,
einen Vorgang oder Zustand ausdrücken, also Verbalbegriffe…
man kann sich unmöglich denken, der Mensch habe irgend einmal
bloss in Verbalbegriffen gedacht. Das Umgekehrte, dass er bloss
in gegenständlichen Vorstellungen gedacht habe, könnte man nach
den psychologischen Eigenschaften dieser eher verstehen » (Völkerpsychologie,
ed. 1911). Queste parole dimostrano chiaramente che
il grande psicologo era ben lontano dall'essersi fatto una giusta
idea dell'origine del linguaggio. Su questo argomento si può
vedere anche la breve nota di Drexel, Anthropos XII-XIII pag.
1119, sulle così dette « Neutrale Wurzeln » (termine inesatto
perché non si tratta di radici che non esprimono né il verbo né
il nome, bensì di radici che esprimono l'uno e significano in pari
tempo l'altro).226

Le radici dei verbi d'azione sono di origine onomatopeica,
per quanto non sempre la relazione tra il suono e l'idea sia per
noi manifesta o possa essere sentita. Altra origine io non so
concepire. Della relazione che passa tra suono e idea il Renan
disse benissimo « jamais nécessaire, jamais arbitraire, toujours
motivée ». La prima asserzione viene così parafrasata dal Meillet :
« Entre les idées et les mots considérés à un moment quelconque
il n' y a aucun lien nécessaire »; ma quando il Meillet dice :
« Les moyens d'expression n'ont avec les idées qu'une relation
de fait, non une relation de nature » dice troppo, perche la relazione
tra la parola e l'idea in origine non poteva non essere
naturale, cioè motivata, come afferma giustamente il Renan. Da
tutto ciò ne consegue che già agli inizi del linguaggio le possibilità
erano molteplici, onde la concordanza non necessaria
degli elementi primi sta ad attestare l'origine unica del linguaggio.

Le voci interiezionali

270. Qui intendiamo parlare delle vere interiezioni o interiezioni
primarie in contrapposto alle secondarie (come suvvia !),
meno interessanti. Esse non differiscono dal grido se non perchè
esprimono un sentimento attenuato.

Nessuno studio generale un po' ampio è stato fatto di queste
voci, che pure offrono un interesse particolare per i rapporti fra
il linguaggio degli animali o preumano e il linguaggio umano.
Anche le grammatiche speciali tacciono su questo punto, o ne
trattano di sfuggita. Io accennerò almeno alle questioni principali
che si connettono a questa specie di parole olofrastiche.

271. Le interiezioni semplici sono monosillabiche. Il Wolof
ha tukå o tuk fi ! pfui ! (cfr. Sanscr. dhik ! per malumore, rimprovero,
disprezzo), cui si collega il Fipa tuka = Bantu tọka
schimpfen, fluchen ; ma la radice è monosillabica, cfr. Fipa tua
aborrire, disprezzare, Soko tua schimpfen, Bangi twa id., e-twi
Schimpfwort. Struck collega questa serie erroneamente a tu piccolo,
mentre essa appartiene a tu sputare (Less. 204) : cfr. Pul
tutu-ki speichel, Armeno thu-kh id., Afghano tū-k, Ronga thu-ka
cracher = Miwok (America sett.) tu-ka to spit ; forme semplici :
Fan tu, Jaunde tu-i, ecc.

Un elemento essenziale dell'interiezione è il tono, che nella
scrittura raramente viene espresso. Anche il gesto è un elemento
concomitante quasi indispensabile.227

Tutte le vocali semplici e le loro combinazioni possono acquistare
un valore interiezionale. In wai (Less. 439), interiezione
di minaccia, abbiamo un complesso di tre vocali, dalla più cupa
alla più chiara.

Alcune interiezioni constano di sole consonanti, compreso s
che funge da vocale : ss !, st !, pst ! Anche r può fungere da
vocale : br !

Fra le interiezioni caratterizzate da consonanti quelle di
disprezzo sogliono avere per base la dentale t o la labiale p,
suoni prodotti nel l'atteggiare a disprezzo la lingua o le labbra, e
che costituiscono pure la base dei verbi che significano ‘sputare’.
Già abbiamo visto il Wolof tuk(å) e. il Sanscrito dhik. Con caratteristica
labiale abbiamo Francese fi !, Inglese fie !, fy !, Tedesco
pfui !, cfr. Vedico pī́ya-ti vilipende, pīy-ú- (Samh. pāy-ú-) culo,
Gotico fijan odiare, faia io biasimo, Latino pēior, Greco πῆ-μα
dolore, Vedico pā-pá- cattivo. Affine è certamente il Greco φεῦ
e il nostro puah ! che esprime disgusto e nausea, mentre l'Andamanese
pue è « said on detecting a pleasant smell ». Da una
interiezione di disgustò del tipo pu deriva la serie del Latino
pūs, pūteo, Greco πύϑω, ecc. Con la sonora abbiamo ba amaro
e be cattivo, Less. 367 e 369.

Per esprimere allegrezza è molto diffusa una interiezione
caratterizzata da l. Abbiamo : Greco ἀλαλά grido di guerra, ἀλαλάζω
giubilare. Vedico alalā-bhávant- munter rauschend, Sanscr. lī-lā
giuoco, scherzo, divertimento, lascivia (cfr. Begia li-l canto delle
donne, Mosquito li-lli-a gioia), ecc., Less. 282 lai e lau ‘allegrezza’
e anche 281 seg. la- ‘volere, desiderare’ (Arabo lau,
Lettico lāi utinam !, Dimasa lai wish). Con mutamento di l in r
il Berbero ha rar giocare, cui corrisponde nel lontanissimo Bongu,
idioma papuano della N. Guinea, rar giuoco, scherzo, rar- giocare,
scherzare.

È curioso che per esprimere il pianto si trovano forme simili
con l o r, ma la vocale, suole essere la più acuta, i, Less. 284.
Le forme come Armeno la- piangere, Lat. lā-mentum, la-cri-ma
are. da-cru-ma, hanno perduto il raddoppiamento, cfr. Armeno
*dra-kjur- a. Ted. tra-han, poi le forme del Bantu come Subiya
Congo Kimbundu dila piangere.

272. Gli esempi che precedono dimostrano quanto sia falsa
l'opinione di molti che le interiezioni siano come elementi estranei
al linguaggio propriamente detto e sterili. Al contrario sono
numerose le parole del linguaggio comune che hanno per base
una interiezione.228

Da interiezioni di dolore, piacere, minaccia, richiamo, meraviglia,
ecc., hanno origine verbi corrispondenti. Alla interiezione
wai si collega l'Arabo wai-l, sciagura, il Thusch wai kummer
con wai-besun ächzen, Kürino wai cattivo, Chürkila wai, wai-na
id., Gotico wai = Lettico wai wehe, Lett. wái-š debole, malato,
cattivo, wai-di lamento, miseria, Samojedo a-wai cattivo, Mosquito
wai-la nemico. Molto probabilmente appartiene a questa serie
anche il Tedesco weinen piangere. In Greco abbiamo ἄχομαι e
οἰμώζω, in Tedesco ächzen. Turco ai-da- ‘treiben’ da ai ! Curioso
il Masai oiaiai Stachelschwein.

L'esempio più notevole è quello dei verbi ‘andare’ e ‘venire’.

273. Hanno carattere interiezionale molte particelle affermative,
negative o proibitive, interrogative o dubitative, distintive
o enfatiche.

1. La particella affermativa più diffusa è ya, yo ‘si’ Less.
436. Anche per la forma si manifesta afflne alle interiezioni. Lo
i manca raramente : Ottentoto a = Iloco Gayo Bal. a, Kambera
a, a-a. Presso gli Abiponi le donne dicevano há-á, gii uomini
hé-é (cfr. Austr. 148 eh-eh). Sandeh e Mombuttu i-i. Il tipo
inverso di ya è ay, per es. Abchazo ai, ai-ai = Austr. 87, 203
ai-ai, Arabo ai-wā = Sanscr. ē-vá. Da ay deriva ey : Agul e
Tab. ej. Vi è poi una certa probabilità che il tipo yo derivi da
ya-u parallelo a ya-i : Chamir ya-u > accanto a yä-y, Austr.
137 ya-oo accanto a 136 ya-y, Maramasiki ia-u. Notevole la
concordanza fra il Nama ei-o =. Nuba eió, eiyo (cfr. Dembea
ayā, Quara iyā) e il Peleliu eiju, Mafoor iju. — A questa serie
si collega il verbo ‘affermare, dir di sì, dire’ del tipo del Lat. aio.

2. Le voci negative possono avere tante forme diverse quante
ne hanno le voci interrogative. Già il Jensen notò il fatto nelle
lingue semitiche (Ausruf, Frage und Verneinung in den sem.
Sprachen, Z. für Völkerpsych. 1888). Abbiamo in primo luogo le
forme vocaliche come u, wa ‘non, non esserci, mancare’ Less.
438, i e a. Molto comuni sono le forme con caratteristica nasale
n o m, Less. 313 e 480. Il tipo ma, me è più forte ed energico
di na, ne, epperò serve dovunque ad esprimere la proibizione
(μή), per es. Atakpame ma lo non andare !, Masai mi-sug non
seguire !, Egizio m Ir non fare !, Kiirino m-eji-r id., Lazo
džarubt
non scrivete!, Armeno mi bere-r non portare!, Mangiu
u-me ara-ra non scrivere ! (Turco sév-me non amare !), Australia
nord-ovest mi-da waiya non temere !, Tibetano ma za non mangiare !,
Keciua a-ma rurai-tšu non farl ! Una negazione molto
forte è anche ka, Less. 119 : Bantu ka, Atjülo e Kandjaga ka
229μή, Begia ka-, Barea ka, Ufiomi i-ká, lingue dell'America ka,
e-ká ecc. ; cfr. Mande ka leugnen, verleugnen, Tamil to prevent
= Birmano , Lushai ka, Naga e Cin mer. khā to shut, prevent,
poi il tipo così diffuso kana ‘non, negare, non volere, proibire,
impedire’. Per il tipo ta v. Less. 202. Le negazioni del tipo pa
o ba non sembrano essere frequenti. Abbiamo infine la negazione
del tipo semitico molto diffusa.

La negazione, come l'affermazione, viene spesso ripetuta per
enfasi, e per la stessa ragione sono frequenti le combinazioni di
due negazioni. Di queste do alcuni esempi nello specchietto che
segue.

tableau kunama | gondi | amer. | blackfoot | taino | cariay | segaar | thami | black. | magiaro | cinuk | mosetena | allentiak | austr. | manipuri | mucik | fan | camc. | azteco | bantu-s. | barea | america | cahita | mixe | zoque | cocama | nuba m. | giavanese | lifu | duauru | -ímmi | mani | minni | maní | mana | mini- | maka | maka-uu | mati | māthā | mata | näm | -inní | naka-i | nek | naha | nata | natē | a-nta | kame | negare | kam | senza | kaamo | kana | kano | kan(o) | kate | katii | katsi | tamá | tamma | temá | -tan | thako | teko | tite

I tipi tama e mata sono tra i più diffusi. Nama tamá, Nuba
M. -tam, Egizio tm Copto tĕm ; Austr. 149 tamma = Tasmania
timeh, timy ; Cocama temá, Camé tom. Segaar mati, Onim mati-o ;
Thami māthā, Balti met, Cinese (e Coreano) mot ; Australia 10
meeta, nord-ovest mida ; Blackfoot mata. Per il tipo man- cfr.
anche il Banpara man.

3. Particelle interrogative generiche, cioè riferibili a tutto
il contenuto della proposizione, sono quelle del tipo Latino an.
In alcune lingue stanno in principio della proposizione, in altre
alla fine. Sono elementi interrogativi finali, per esempio, Chürkila
, -u, Dravidico , , Mangiu -o ; Turco -mi.

4. Particelle distintive o enfatiche sono numerose nel Greco,
come, per esempio, γε, δή.

274. Alle interiezioni possiamo aggregare le voci infantili
(Lallwörter) che vennero a significare ‘padre, madre’, o meglio
230‘babbo, mamma’, e. altri gradi di prossima parentela, in quanto
che esse in origini non avevano alcun, significato speciale, ma
erano semplici suoni profferiti dal bambino in determinate condizioni
psichiche. Per ‘padre’ sono comuni le forme caratterizzate
dalle esplosive p o t, per ‘madre’ le forme caratterizzate
dalle corrispondenti nasali m o n. Il Wundt dice che al sesso
più forte corrisponde il suono più forte, al sesso più debole il
suono più debole. Come costatazione di fatto la cosa è ovvia,
come spiegazione è falsissima. I primi suoni che il bambino riesce
ad articolare sono m(a) e n(a), e questi vengono attribuiti a sè
dalle mamme ; poi pa e ta, che restano disponibili per il padre.
Tale è la spiegazione giusta data già dal Kretschmer.

tableau padre | papa | pappa | tata | tatta | apa | appa | ata | atta | madre | mama | mamma | nana | nanna | ama | amma | ana | anna

I tipi semplici pa e ta padre, ma e na madre sono relativamente
rari e provengono da semplificazione dei tipi principali
con raddoppiamento (anche a-pa è un raddoppiamento virtuale
che corrisponde a pa-pa).

Talvolta il significato è invertito, ciò che accade spesso nel
tipo caratterizzato da m, per esempio : Georgiano mama, Mangiu
ama, Maleop. mama, ama, Austr. mam(m)a, amma padre.

Le voci dimostrative

275. Le voci dimostrative hanno una certa affinità con le interiezioni,
ma non si può dire che derivino da esse, come afferma
Brockelmann per le lingue semitiche : « Die Demonstrativa entwickeln
sich aus hinweisenden Interjektionen, Lautgebärden, die
z. T. als solche noch im Gebrauch sind », Grundr. 316. E dei
pronomi in genere egli dice che derivano « aus Interjektionen,
Deutewörtern oder Lautgebärden », Grundr. 296. Ciò è possibile
soltanto a patto di estendere il concetto di interiezione fino a
comprenderà appunto anche le voci dimostrative, ma allora non
ha senso il dire che queste derivano da interiezioni o parole
dimostrative. Noi intendiamo le interiezioni generalmente in senso
più ristretto.

Una voce interiezionale-dimostrativa è nel Semitico, una
specie di grido atto a richiamare l'attenzione. Ora è molto notevole
che in quasi tutti i gruppi linguistici si trovi uno h- « mobile »
231nei dimostrativi, per es. Kürino há-da (accanto a á-da) = Avaro
há-da-, che coincide con l'Aramaico hā-dā, Pron. 355 e 305;
Per questa ragione appare molto verosimile che h appartenga al
sistema fonetico primitivo.

Voci interiezionali-dimostrative sono pure molto spesso quelle
che significano ‘ecco’. Tale è, per esempio, Ebr. hēn = Lat.
ēn. Siffatte parole implicano un comando (guarda !), perciò sono
seguite dall'oggetto ; It. ecco-mi, Lat. en hominem. Quindi da esse
si sviluppano non di rado dei verbi col significato di ‘guardare,
vedere’. Tale può essere l'origine del Duala ene, Mpongwe y-ena
Benga y-ĕnĕ Fau y-en ba-Noko i-eni. Si confronti il caso contrario
del Francese voici e voilà.

276. Le radici dimostrative sono monosillabiche, costituite da
vocale semplice o da consonante seguita da vocale. Le forme
composte sono però frequentissime, specialmente le combinazioni
propriamente dette o composizioni binarie, Pron. 346 seg.

La funzione delle vocali ci è nota, essendo esse regolate dalla
legge della polarità. Più difficile da spiegare è la pluralità delle
consonanti caratteristiche, onde il politematismo dei dimostrativi,
fenomeno primordiale che ha lasciato abbondanti tracce in tutti
i gruppi linguistici. A rigore noi ci aspetteremmo di trovare un
unico pronome dimostrativo. Noi diciamo ‘questo uomo, questo
albero, questo cane’, ma nelle lingue bantu, più arcaiche, il
dimostrativo varia secondo la classe del nome che esso accompagna
o rappresenta. L'espressione primitiva era assai più concreta
della nostra. In ciò sta la ragione della pluralità dei dimostrativi,
Pron. 351-354.

277. Dalle radici dimostrative derivano i pronomi e avverbi
dimostrativi e i pronomi personali e possessivi. I pronomi e avverbi
interrogativi concordano per la forma coi dimostrativi, e nelle
lingue più arcaiche (per es. nel Wolof e nel Bantu) variano come
questi secondo la classe ; tuttavia, almeno in parte, sembrano
essere di origine interiezionale.

Oltre ai pronomi, moltissime sono le parole che hanno origine
dai dimostrativi, v. Pron. 340-346. In certi casi il mutamento
dei pronomi in sostantivi si spiega con fatti di sintassi. Il berbero
e libico u ‘figlio’ probabilmente non è altro che un pronome
che acquistò un significato speciale nella espressione ‘quello di…’
(come in Greco ὁ τοῦ…) ; cfr., del resto, u-Tárudant quello di T.,
uno di T. Similmente il Burjato ulu-t opp. olo-t homines, Dayak
olo e Malgascio ulu-nā si possono spiegare come equivalenti
all'Arabo ulū quelli di…, Pron. 345.232

Le voci verbali

278. Le radici verbali sono di gran lunga le più numerose
Esse, come abbiamo veduto, per loro natura non sono che onomatopee,
le quali danno origine alle due grandi categorie grammaticali
del nome e del verbo, § 269.

Quanto alla forma, fu affermato a priori, per ragioni psicologiche,
il loro monosillabismo. Si disse in sostanza che ad una
impressione unica prodotta sull'uomo da una causa interna od
esterna non può corrispondere che una sola emissione di voce,
cioè una sillaba. Già Adelung affermava che « Ogni parola radicale
fu originariamente monosillabica, perche il rozzo uomo della
natura esprimeva tutt'intero il suo concetto con una apertura
sola della bocca ». E Guglielmo di Humboldt : « Ogni concetto
in origine fu espresso con una sillaba sola… pare che ad una
sola impressione non devano rispondere due suoni distinti ». Più
efficacemente Curtius : « Un unico concetto lampeggia, come fu
detto, in un unico complesso di suoni ed in un unico momento
deve essere udito ». L'esame dei fatti parve confermare questa
teoria, poiché nelle lingue indoeuropee e in altre le radici apparivano
di regola monosillabiche secondo uno dei quattro tipi a,
ka, ap e kap. Ma lo studio delle lingue più arcaiche dimostra
che le parole, e quindi anche le radici, terminavano originariamente
in vocale, come ogni sillaba ; onde restano esclusi i tipi
ap e kap, in luogo dei quali dobbiamo porre ápà e kápà con
vocale finale identica alla precedente e con una specie di arsi e
tesi, come riconobbe già Wüllner. Si confrontino le basi raddoppiate
come Bantu lala giacere. Di radici bisillabe con armonia
vocalica ho già dato numerosi esempi trattando dei cingoli gruppi
linguistici. Le più comuni sono quelle del tipo kápà, il che si
comprende subito ove si tenga conto delle possibili combinazioni
di suoni. Per questa medesima ragione le radici monosillabe sono
poco numerose.

Il significato originario delle radici, ossia delle parole primitive,
fu certamente sempre materiale, ma nello stesso tempo
indeterminato in sommo grado non solo rispetto alla funzione
grammaticale, ma anche rispetto all'estensione, analogamente a
ciò che si osserva nel linguaggio infantile nel quale, per esempio,
nanna significa non solo ‘dormire’, ma anche tutto ciò che si
riferisce al dormire, come il letto o la culla, i cuscini, ecc. Già
abbiamo detto che un monosillabo come mau esprime il miagolare
233(verbo) e significa in pari tempo, il gatto (sostantivo). Tutta la.
evoluzione linguistica attesta il trapasso dall'indistinto al distinto.
Le parole vanno soggette a mutamenti di significato così
grandi che spesso riesce difficile seguirne le vicende fino dall'origine.
Tali mutamenti dipendono per la maggior parte dalla
associazione delle idee e perciò formano una rete complicatissima.
Mostrerò con un esempio come si possa pervenire ad una radice
onomatopeica anche dove ciò parrebbe impossibile. In Less. 372
seg. ho documentato un tipo bu, pu ‘peli, capelli, lana’. Quale
l'origine di questo monosillabo ? Senza dubbio l'origine è da
ricercare nella diffusissima radice onomatopeica bu, pu ‘soffiare’.

279. Che la radice verbale di per sè non possa indicare altra
relazione di tempo all'infuori della contemporaneità rispetto al
momento in cui si profferisce, è evidente e viene confermato dall'esame
di tutte le lingue. Il tempo primitivo del verbo, sotto
questo aspetto, è il presente. Ma considerata oggettivamente la
azione, pur riferita al presente, può essere momentanea (aoristica)
o durativa. Una radice come tak(a) ‘battere’ significa propriamente
‘dare o battere un colpo’ (τυπεῖν), cioè indica azione momentanea,
mentre per indicare il battere durativo (τύπτειν) si adoperarono
forme raddoppiate o comunque derivate. In generale si può dire
che l'azione durativa è espressa da una forma più lunga che
l'azione momentanea. Si notino in Greco le contrapposizioni come
λιπεῖν e λείπειν, βαλεῖν e βάλλειν, λαβεῖν e λαμβάνειν. All'aoristo Sanscr.
á-sara-t corrisponde un presente (durativo) Indoeuropeo sre-u̯e-ti
‘scorre’, e anche sér-pe-ti ‘serpit’ fu in origine limitato al
presente. Nel Georgiano si ha spesso per caratteristica un suffisso
in -m, -b o -v, per es. su- : tema del presente swam- bere.

Quanto al significato modale, la radice pronunziata con un
tono adatto, a guisa d'interjezione, ha valore d'imperativo in
tutte le lingue, per es. Lat. ī va ! (cfr. il grido ih ! con cui si
eccitano i cavalli). Pronunziata con tono ordinario la radice ha
un valore semplicemente enunciativo.

280. Senza l'aggiunta di elementi estranei, la radice può
divenire produttiva in due modi, mediante variazione interna o
mediante il raddoppiamento. Il raddoppiamento proviene dalla
ripetizione della medesima parola e può assumere molte e svariate
forme, come vedremo nella Morfologia. La variazione interna
è in gran parte di natura « simbolica » e si fonda sul principio
della polarità dei suoni, di cui ci occuperemo ora, non senza
prima avvertire che esso si applica alle radici dimostrative ancor
più che alle radici verbali.234

Formazione interna delle parole

Il fenomeno della polarità

281. Il fenomeno che io designo col nome di polarità rappresenta
uno degli elementi più fini nella formazione del linguaggio,
e merita di essere studiato assai più profondamente che
non si sia fatto finora. Esso consiste nell'uso di suoni in qualsiasi
modo opposti tra loro per esprimere concetti tra loro opposti.
Da tale definizione appare che il nome polarità conviene al fenomeno
assai meglio che simbolismo comunemente usato finora.

Il fenomeno è straordinariamente frequente e diffuso e ciò
dipende dalla natura del nostro pensiero che concepisce le cose
solo nella loro relatività e immanente antitesi (luce : oscurità,
vivere : morire, alto : basso, eco.). Mediante variazioni antitetiche
della medesima parola il linguaggio esprime nel modo più naturale
i due aspetti opposti di una medesima cosa. Si consideri il
modo diverso d'indicare il genere naturale (sesso) in toro : vacca
e in figlio : figlia. Nel primo caso si fa risaltare la differenza di
sesso quasi si trattasse di esseri in tutto distinti, nel secondo
caso si tien conto della somiglianzà e differenza insieme, o per
meglio dire viene indicata per mezzo di una antitesi fonetica una
antitesi speciale in esseri concepiti come essenzialmente identici.
Opposita iuxta se posita magis elucescunt.

La polarità può manifestarsi nell'accento e nella quantità e
qualità delle consonanti e delle vocali. Il caso più frequente è
quello della polarità nella qualità delle vocali. Di esso tratteremo
per ultimo e con la necessaria ampiezza.

282. L'accento, come è noto, può essere musicale o cromatico
(tono in senso proprio, alto o acuto : basso o grave) ed espiratorio
o d'intensità (forte : debole). L'accento musicale ha una
notevole importanza nel Bantu-Sudanese, nell'Ottentoto-Boschimano
e Sandawe e nell'Indocinese, ma in molti casi sembra essere di
origine secondaria e sorto dal ridursi dei polisillabi in monosillabi.
Però non vi è dubbio che anche il tono appartiene in
qualche misura agli elementi primitivi del linguaggio. E basterebbe
pensare al suo carattere affettivo.

Il tono determina fenomeni di polarità in molti casi. Nella
lingua Ewe gli aggettivi, quando si riferiscono ad oggetti grandi,
hanno il tono basso e la vocale finale lunga, quando si riferiscono
ad oggetti piccoli, hanno il tono alto e la sillaba finale breve :235

atigo le gòlī la botte è rotonda
kpévi le gólĭ la pietruzza è rotonda

Secondo Westermann l'antitesi si aveva in origine quando
l'aggettivo era riferito a nomi di animali, e ciò per imitare la
loro voce, avendo gli animali grossi generalmente una voce grave,
i piccoli una voce acuta.

Nella medesima lingua il tono serve a stabilire un'antitesi
tra pronomi di prima e di seconda persona e tra pronomi di
seconda e di terza. Abbiamo noi : mi (tono medio) voi. Cfr.
nelle lingue Kru :

tableau io | ĭ | ĕ | nĭ | nĕ | nă | mŏ | breve e tono alto | tu l ī | ē | nē | nā | mō | lungo e tono basso

Nello Ewe abbiamo inoltre è tu, tuo : é egli, suo.
Similmente in lingue bantu :

tableau tu | sotho | ó | wenda | ù | kamba | wè | egli | ú | wé

L'antitesi ha certamente una ragione psicologica. Il caso del
Greco τίς chi? : τὶς qualcuno è diverso.

Anche la posizione dell'accento può stabilire delle antitesi.
Tale è quella per cui nelle lingue indoeuropee si distingue l'azione
durativa e momentanea, e che può essere esemplificata con le
forma greche :

tableau presente (dur.) | imper. | λείπε | part. | λείπων | inf. | λείπειν | aoristo (mom.) | λιπέ | λιπών | λιπεῖν

Un'antitesi si avrebbe anche in μητρο-κτόνος (per -κτονός) uccisore
della madre : μητρό-κτονος ucciso dalla madre. In altri casi
vi è differenza ma non opposizione, per es. κρατερός : Κράτερος,
ϑνητός : ϑάνατος, *πορνή venduta : πόρνη meretrice, Ingl. to protést :
the prótest, Maya lubúl cadere : lúbul caduto, nakál alzarsi :
nákal alzatosi, ecc.

283. Un'antitesi nella qualità delle consonanti si ha nella
opposizione tra sorde o forti e sonore o leni. Nello Avatime gli
aggettivi hanno consonanti sorde se si riferiscono a cose piccole,
sonore se a cose grandi ; per es. :

kplele-kplele storto (di cose piccole)
toto aperto (un poco)

gblele-gblele id. (per es. gambe)
dodo spalancato

Nelle lingue maleopolinesiache pu e bu coi loro derivati si
contrappongono tra loro in modo che il primo significa ‘signore,
236nonno’ e il secondo ‘signora, nonna’. Queste parole hanno affinità
con le voci infantili (Lallwörter) significanti ‘padre’ e ‘madre’
nelle quali il fenomeno si osserva frequentemente. Ma abbiamo
polarità anche nelle parole significanti ‘piede’ e ‘mano’ :

tableau piede | lingue indocinesi | phi | phē | fai | lingue americane | pï | pia | mano | bi | bē | bā | bo | va

Il Nuba ha togor sotto : dogor sopra, ma non è certo che si
tratti di polarità primitiva.

L'antitesi delle consonanti può essere anche di altra specie.
Nel Masai troviamo en-gerai ragazzo : en-gelai ragazzino, ol-arus
toro bianco e nero : eṅ-ayus vacca bianca e nera.. Mingr. kokori
asino : čočori asinelio. Formazioni simili si trovarlo nel Basco.
Araucano riu carduelis : dim. siu, ecc.

Lo Suaheli bnku specie di grosso topo, ratto, di fronte ad
Herero e-puku topo, può essere spiegato con ragioni fonetiche.

284. Un'antitesi nella quantità delle consonanti si ha nella
opposizione tra consonanti semplici e geminate. La geminazione
forma il verbo intensivo nelle lingue camitosemitiche, per es.
Arabo ḳatala egli ha ucciso : intens. ḳattala, Cfr. anche i nomi
denotanti difetti fisici, come Ebraico illēm muto, gibbēn gibbosus,
Latino gibbus, lippus, Varro. In molte lingue invece delle consonanti
geminate trovatisi consonanti nasalizzate (mb ecc),

285. Equivalente all'allungamento delle consonanti è in molti
casi l'allungamento delle vocali, ossia vocale breve + consonante
lunga = vocale lunga + consonante breve. Perciò nell'Arabo alla
forma ḳattala equivale all'incirca ḳātala e il Greco χωλός zoppo
sarebbe equivalente a *χολλός. Cfr. κωφός ottuso con l'Arabo ḳabba
flaccidus evasit.

Abbiamo visto sopra alcuni esempi di variazione nella quantità
delle vocali combinata con variazione di tono (Kru ĭ io : ī tu, ecc.).
Nello Harari abbiamo yāč questo : yā'āč quello, nell'Indoeuropeo
ki- qui : kē- là (per es. Latino cĭ-trā di qua, cĭ-terī quelli di
qua : cē-terī quelli di là > gli altri, Gr. dor. κῆ-νο-ς quello, ecc.).
In quest'ultimo esempio si nota contemporaneamente una variazione
nella qualità della vocale. Nel Bantu, nel Wolof, nel Maleopolinesiaco
e altrove si allunga la vocale finale a delle voci
dimostrative per indicare una distanza maggiore.

286. Ma, come abbiamo detto, la polarità si manifesta sopratutto
nella qualità delle vocali. Sotto questo aspetto le vocali
comuni formano una gamma divisibile in tre gruppi :

i eao u237

Gli estremi o poli sono i e u che rappresentano la massima
antitesi, a è intermedio e può contrapporsi all'uno o all'altro
estremo, cosicché si possono avere tre combinazioni, i : u (grado
massimo), i :a oppure a : u. L'e appare come equivalente di i,
l'o come equivalente di u ; però in qualche caso si ha un'opposizione
i : e ed u : o.

La polarità delle vocali serve principalmente ad esprimere
concetti di spazio e di moto nello spazio, di grandezza o quantità
e simili.

287. Nei pronomi e avverbi dimostrativi la polarità è normale
e gli esempi sono infiniti. Eccone alcuni :

tableau i | e | a | u | o | mande | nama | kürino | magiaro | tamil | kotto | indocinese | yi | questo | wo | quello | nḗ | -nā | quello lì | noú | quello là | ína | qui | ána | là | innen | hinc | onnan | illinc | ivan | avan | uvan | ini | uni | hi | hī | ha | hā | hu | hū

Questa è la norma nella indicazione dello stato in luogo, cioè
quando non si tratta di moto verso o da un luogo. Quando invece
viene indicato il quo o l'unde, si ha apparentemente una inversione
che a primo aspetto sembra assai difficile da spiegare.
Infatti in tal caso i indica allontanamento, u avvicinamento.
Esempi : Kunama ī andare : ō venire, Somali hin : her
(= Bodo venire), Hausa coi verbi -i hin : -o her, Georgiano
mi- hin : mo- her, Aino e verso : o da.

Molto interessanti sono le forme verbali dello Hausa come
taf-i andare colà : taf-o venire qua, koy-a insegnare (ad altri) :
koy-o insegnare a sè > imparare (per sè). Il verbo con oggetto
espresso termina in -i, il passivo in -u ; per es. da bug-a battere :
ya bug-í yāro egli battè il ragazzo, ya bug-ú egli è battuto.

Nel Bantu vi sono forme verbali transitive in -e-la con soggetto
necessariamente espresso e forme transitive o causative in
-e-ka. Contrapposte a queste, le forme in -o-la e in -o-ka hanno
significato ‘inversivo’ (per esempio ‘chiudere’ : invers. ‘aprire’,
‘legare’ : ‘slegare’, ‘coprire’ : ‘scoprire’). Sostanzialmente identica
è la contrapposizione tra il verbo transitivo-causativo caratterizzato
da i e il passivo caratterizzato da u. Il primo indica un
238movimento reale o ideale dal soggetto verso l'oggetto (ted. hin),
il secondo un movimento inverso (ted. her). Non si potrà mai
ammirare abbastanza la semplicità del processo.

Siffatte antitesi vanno confrontate con quelle come andare :
venire, dare : prendere, spingere : tirare, insegnare : imparare e
simili. In questi casi i concetti opposti non vengono formalmente
indicati come tra loro connessi come è il caso, per esempio, nel
Cinese maì comperare : maí vendere.

288. Come si spiega l'opposta applicazione del principio di
polarità secondo che si tratta di stato in luogo o di moto ?
Meinhof e Westermann ricordano che, quando si esprime un moto,
l'uso primitivo, a differenza del nostro odierno, è di considerare
il punto di partenza piuttosto che quello di arrivo. Noi diciamo
‘io prendo il denaro dalla cassa’, l'africano dice ‘io prendo il
denaro nella cassa’. Sta bene ; e si può aggiungere che mentre
noi diremmo ‘io vedo una nave dallo scoglio’, un melanesiano
direbbe ‘io vedo una nave nello scoglio’ e un papuano dice
dove viene questo ?’ invece di ‘donde viene questo ?’. Del resto,
già in U. pag. 132 io scrissi : « soltanto il verbo poteva in origine
indicare la quiete o il moto da o verso qualche cosa. Perciò
avviene non di rado che lo stesso elemento designi il quo in una
lingua e l'unde in un'altra ».

Io ritengo che del fenomeno di cui ci occupiamo si debba
cercare una spiegazione diversa. In ultima analisi tutte le antitesi
fra i hin e u her si riconducono a quella fra i verbi i andare
e u venire che si trovano in tutte le lingue del globo (abbiamo
già citato il Kunama ī andare : ō venire). Ma in i andare : u
venire abbiamo noi veramente un caso di polarità ? Per me è
molto verosimile che quegli elementi siano stati in origine voci
interiezionali, non dimostrative, e già in U. pag. 61 confrontavo
l'imperativo latino ī !. col grido ih ! con cui si eccitano i cavalli
a camminare. Perciò io non concepisco un primitivo i ! va ! come
‘hinc !’ (cfr. i qui), bensì come interiezione. Di polarità tra i
‘andare’ e u ‘venire’ si potrà ancora parlare, ma non nel senso
di i qui : u là.

289. Le relazioni temporali sono di regola assimilate alle
relazioni spaziali. Nel Somali abbiamo :

mā́n-ta oggi — mā́n-to olim

Col primo si confronti Ciagatai o Turco orientale mun-da qui,
col secondo Nuba man-dō là. Nel Basco troviamo e-tzi dopodomani :
a-tzo ieri (= Abchazo a-tsĕ, ja-tsy). Cfr. Kulia i-χ'o ieri, domani,
239Ilamba i-no oggi, che sono pronomi dimostrativi (sott. ‘giorno’).
Awabakal yaki-ta now : yuki-ta afterwards.

Il sito (su : giù, avanti : dietro) viene espresso per mezzo della
polarità e generalmente il su o l'alto è indicato con vocali chiare
o alte, il giù o basso con vocali cupe o basse. Esempi :

tableau copto | lushei | mangiu | burjato | hi- | su | sopra | khi | quello lassù | wesi- | salire | dēre | ha- | giù | sotto | wasi- | discendere | khu | quello laggiù | dōro

Però abbiamo in una lingua papuana tir deorsum : tar sursum,
e nel Ponape (Micronesia) su : giù. Del resto non di rado
la medesima forma riunisce i due significati opposti e la distinzione
dovette originariamente farsi mediante il tono e il gesto.
Così, per esempio, l'Indoeur. u-po significò ‘sotto’ e ‘sopra’, il
Maleopolinesiaco wa-wo significa ‘sopra’ ma il Sangir ma-wawo
vale ‘basso’.

Per l'antitesi avanti : dietro si noti la seguente serie : Ciuvasso
om, omi-n avanti, Aitai ömü-r parte anteriore, Gi.app. omo-te id.,
Mongolo emü-ne - davanti, sud : Mongolo uma-ra nord, Mangiu
ama-r-gi dietro, nord. Anche qui scambi continui tra i due concetti
opposti, per es. Sanscr. ápara- posteriore : apara- n. futuro.

290. I pronomi personali derivano dai dimostrativi, ossia non
sono altro che pronomi dimostrativi. Quello di prima persona
esprime sempre vicinanza (= ‘questo’), quello di seconda può
esprimere vicinanza o lontananza (= ‘questo, codesto o quello’).
Nel secondo caso si osserva polarità col pronome di prima, per es. :

tableau bosch. | temne | pul | avaro | tamil | ii | noi | questi | uu | voi | quelli | mi | mio | mu | tuo | en | enen | eden | on | onon | odon | niž | nuž | en- | io | em- | un- | tu | um-

291. Anche i primi due numerali sono di origine pronominale
(1 = ‘questo’, 2 = ‘questo questo’ oppure ‘questo quello’),
perciò anche in essi il fenomeno della polarità si manifesta, e
precisamente quando il 2 è espresso da ‘questo + quello’. Alcuni,
esempi di tale polarità sono : gr. Boa li-ru per *li-lu, lingue
papuane li-lo, Nifilole li-lu. Probabilmente va giudicato nello
stesso modo di-du nel Greco δίδυ-μο-ς gemello. Invece Pul ḍi-ḍo
riferito alle persone di fronte a ḍi-ḍi riferito alle cose va giudicato
secondo un'altra antitesi, che ora esporremo.240

292. La polarità delle vocali si manifesta frequentemente nella
espressione dei concetti di grandezza e di quantità, quando a ciò
che è grande o molto, si contrappone ciò che è piccolo o poco.
La prima classe o classe superiore comprende anche ciò che è
forte o importante, la seconda o inferiore ciò che è debole o
insignificante.

Diamo un rapido sguardo alle parole più diffuse significanti
‘piccolo, poco’. I tipi più frequenti hanno per base ki, con raddoppiamento
kiki, onde kikiri o kiri e hikini o kini, Less. 24 seg.
Abbiamo poi una base iki, con elementi labiali prefissi piki o
biki e miki, con elementi dentali prefissi tihi o diki (= liki) e
niki. Orbene, con Karata mika Andi miči ecc. va il Greco dor.
μικκό-ς piccolo, μικκά = Lat. mīca briciola e con Georg. mcire
da *mikire va il Greco μικρό-ς. Ma a μικρό-ς piccolo si contrappone
μακρό-ς grande, lungo, e a questo si collega tutta la serie
che si connette al Latino magnus, Celtico magio-, Magalo- ecc.,
Georg, maγali alto, Pepel magi grande, Austr. 179 magi-n ecc.
Il mi- di ‘piccolo’ contrapposto al ma- di ‘grande’ trovasi anche
nella serie del Latino minor e del Greco μείων ‘più piccolo’. Il
semplice ma- nell'Osco ma-is magis. Cfr. anche il Jacutico mädän
non tanto poco, mediocre : modun grande.

Talvolta la medesima serie si trova coi significati opposti di
‘grande’ e ‘piccolo’ e bisogna ammettere che il significato primitivo
sia stato ‘tale, così’, donde ‘così piccolo, piccolo’ oppure
‘così grande, grande’ secondo il gesto e forse il tono concomitante.
Si noti : lingue Bantu dide, Bari dit, Barea didi-, Begia
di' o dis piccolo — Ewe didi lungo, grande, Dinka did, Georg.
Mingr. Lazo didi, Lituano didi- grande.

293. Nel Mangiu la polarità tra a ed e è molto frequente.
Per esempio, in aggettivi :

tableau gangan | forte | gengen | debole | gangaχon | lungo e sottile | gengeχun | ricurvo

Nell'Egizio si aveva ḳn o ḳnj forte, essere forte : ḳn o g'nu
debole, essere debole (in Copto čne : čnau). E secondo C. Abe
l'Egizio avrebbe avuto molte « enantiosemie » di questo genere.

La polarità a : e serve poi a distinguere il sesso in nomi di
animali :

tableau amila | gallo | emile | gallina | garudai | fenice maschio | gerudei | fenice femmina | arsalan | leone | erselen | leonessa241

Nel Singhalese kukul-ā gallo : kikil-ī gallina. In altri casi
la polarità esprime un'antitesi tra animali grandi e piccoli, per
esempio Dravidico puli tigre : pilli gatto.

Anche nei nomi di persona e specialmente di parentela la
polarità indica il sesso :

tableau χaχa | uomo | ama | padre | χeχe | donna | eme | madre

Cfr. anche ama-χa suocero : eme-χe suocera. In deχema zio :
deχeme zia la variazione è soltanto finale. In aχō-n ‘fratello
maggiore’ (Mongolo aχa) : gege (Mongolo ege-či) ‘sorella minore’
concorrono anche delle variazioni consonantiche. Il Tunguso ha
aka fratello maggiore : äkä sorella maggiore.

Fenomeni simili si osservano in nomi di parentela in lingue
di ogni parte del globo :

tableau kerewe | maba | nuba | liu-kiu | guaicurù | madre | padre | nonno | nonna | min | tin | a-thehé | kaka | āw | papa | e-thahá | guku | mun | tun | ūw | pupu

Marshall (Micronesia) léo marito : lío moglie, lā-drik ragazzo :
lé-drik ragazza, la-lap vecchio : li-lap vecchia. Ma questi casi,
in cui la variazione non si estende a tutta la parola ma si limita
all'elemento formativo, si devono tener distinti, e formano una
importantissima categoria di cui ora diremo.

294. È questa la categoria del genere maschile e femminile o
superiore e inferiore. Nella lingua degli Akka troviamo a-nrengu-á
fratello : e-nrengu-é sorella. Il Mundari ha bā-u fratello maggiore,
il Kui, che appartiene al medesimo gruppo, ha bā-i sorella maggiore.
Slmilmente

tableau Savara | kāk-u | fratello maggiore | kak-u | kāk-i | sorella maggiore | kak-i | kaka-i

È evidente che gli elementi formativi che si trovano nelle
parole citate non sono altro che pronomi dimostrativi o di terza
persona. Infatti la distinzione del genere, come quella del numero,
sorse primieramente nei pronomi di terza persona e nei dimostrativi,
i quali si unirono poi ai nomi per distinguere il numero
e il genere. Cfr. per il genere le forme inglesi come he-goat
capro : she-goat capra (per il numero cfr. Ewe ati-wo ‘alberi’
da ati ‘albero’ e wo ‘essi’, § 326).242

tableau sudanese | masai | arabo | cauc. sett | indoeur. | galela | wagap | khasi | kotto | egli | essa | esso | lei | maschile | femminile | cose | neutro o | o- | e- | e | huwa | -hā | hiya | u | i | so | -o | sā | -ā | sī | -ī | u- | a | è | uyu | uya

La vocale media a indica il femminile in contrapposto alle
vocali cupe o u, soltanto tra le forme citate il Wagap a indica
il maschile in contrapposizione ad è del femminile.

295. In generale il femminile corrisponde alla classe inferiore,
il che significa che le donne furono considerate come cose al pari
degli schiavi. In molte lingue, infatti,la forma del femminile
coincide con quella del diminutivo (che spesso ha valore spregiativo)
e del neutro. Nel Bantu-Sudanese il maschile e femminile
sono parificati e unificati nella categoria delle persone, che si
estende spesso fino a comprendere molti esseri animati o concepiti
come tali, in contrapposto agli esseri inanimati. Qua e là però
il femminile viene espresso con forme che altrove designano la
classe superiore. Nel Kiranti ka è semplicemente ‘tu’ e la forma
ki è reverenziale, cioè si usa quando si vuole attestare rispetto,
mentre nel Semitico -ka ‘te’ è maschile e -ki femminile, cioè
probabilmente inferiore, secondo l'uso normale. Inversioni di questo
genere troviamo in lingue papuane, australiane e americane (per
es. Betoya ie questo : io questa, Campa iri-ro egli : iro-ro essa).

Questi fatti non costituiscono un'eccezione al principio della
polarità, ma si spiegano con mutamenti avvenuti nel modo di
considerare la donna nelle società primitive, e stanno probabilmente
in relazione col matriarcato, in cui la donna aveva grande
importanza. Una prova di tali mutamenti si avrebbe in certe
forme in cui sembrano manifestarsi due principi opposti. Se, infatti,
noi consideriamo attentamente

Guaicurù e-thahá padre : a-thehé madre

vediamo che all'alternazione a : e del tema si contrappone l'alternazione
e : a del prefisso. Quella è più antica, questa più recente,
e insieme attestano il passaggio da una concezione ad un'altra.
Di qui si possono trarre deduzioni importanti per l'etnologia,
oltreché per stabilire particolari connessioni linguistiche.243

296. Il fenomeno della polarità si osserva anche in altri casi,
che non si prestano ad una facile classificazione, e non di rado
s'intreccia con l'onomatopea. Nel Batta (Indonesia) abbiamo :

džarar strisciare (in genere)
džirir id. di animali piccoli
džurur id. di animali grandi

Nello Ewe zo béhe-behe esprime il modo di andare di persone
deboli, zo boho-boho descrive l'andare di un uomo corpulento, ecc.,
(v. Westermann, Ewe-Spr. 83). Fenomeni simili si osservano in
tutte le lingue, ma in alcune (come nel Mangiu e Giavanese) sono
particolarmente frequenti e caratteristici. Cfr. zig zag, din dan
don
e altre simili espressioni.

Una certa antitesi vocalica possiamo aspettarci nell'affermazione
e negazione. Lo Ewe ha ē sì : o, óò no. Austr. 80 ngyay sì :
ngawo no, 166 yauai : wa. Non pare che l'antitesi sia frequente.

Le antitesi fonetiche come Indoeur. ped- : pod- ‘piede’ non
costituiscono fenomeni di polarità. V. la Fonologia.

297. I fenomeni che abbiamo fin qui studiato dipendono da
una certa naturale corrispondenza tra i suoni e le cose da essi
significate, e perciò hanno un fondamento psicologico, che qui non
possiamo indagare. Già Piatone aveva notato il fatto quando fece
dire a Socrate nel Cratilo che il suono i è atto ad esprimere
ciò che è fino, sottile e penetrante, onde anche ἰέναι (c. XXXVII,
426 c — 427 d). E molto interessante è il caso riferito da Georg
von der Gabelentz di un ragazzo, il quale variava le vocali delle
parole da lui create secondo la grandezza degli oggetti : lakeil
sedia ordinaria, lukul seggiolone, likill seggiolino ; mem luna,
piatto, mom o mum scodella grande, mim (cinque volte ripetuto)
stelle ; papa padre, pupu il medesimo in pelliccia (Die Sprachwissenschaft2,
65). Similmente nel Tewa (America sett, Pueblos)
he arroyito : hu arroyo, mben little bend : mbun big bend, phigi
small and flat : phagi large and flat.

298. Ci resta da fare un cenno sulle pretese enantiosemie.
Carlo Abel credette di avere, scoperto una legge del pensiero e
del linguaggio primitivo, secondo la quale ogni idea sarebbe stata
concepita insieme con la sua opposta, quasi gemelli indissolubilmente
uniti, e una sola e medesima parola avrebbe significato
tale complesso. Egli si fondava specialmente sullo antico Egizio
in cui, per esempio, ken avrebbe significato tanto ‘forte’ quanto
‘debole’, ma propriamente né l'una cosa né l'altra, bensì la
correlazione e la differenza di esse nello stesso tempo. Inutile
244avvertire che in tal modo il linguaggio verrebbe meno alla sua
funzione principale come mezzo di comunicazione, non potendo
certo bastare il gesto in ogni caso.

Ma l'Abel teneva conto solo delle somiglianze (che per lui
divenivano spesso identità) e trascurava le differenze dalle quali
appunto dipende l'antitesi del significato. Sarebbe come trascurare
le differenze di vocalismo nei casi come Mangiu gangan forte :
gengen debole. E nella antica scrittura egizia le vocali appunto
non erano indicate, supplendo all'imperfezione la conoscenza della
lingua, il contesto e l'uso dei determinativi.

Che la stessa preposizione significhi ‘a’ e ‘da’ non si può
ammettere. L'Abel dimenticava che le parole acquistano la loro
particolare funzione non isolate ma nell'ambito della proposizione.
Ora la medesima preposizione può indicare l'ubi, il quo o l'unde
secondo il verbo, per es. παρὰ e il nostro da.

Soltanto le voci dimostrative possono, assumere significati
opposti, perché in origine erano accompagnate dal gesto, per es.
Greco ἔνϑα καὶ ἔνϑα come in Ebraico mi-zze ū-mi-zze di qua e
di là, Latino tantus e tantum. Già abbiamo visto didi propr.
‘tale’, onde ‘così grande, grande’ oppure ‘così piccolo, piccolo’.

Spesso ‘caldo’ e ‘freddo’ vengono espressi non dalla medesima
parola, ma da forme diverse della medesima parola, per es.
Lituano šílta- caldo : šálta- freddo, N. Caledonia mere caldo :
mure freddo. La cosa si spiega, poiché « frigus urit ». Ma Abel
identificava arbitrariamente kep (kōb) caldo e kb freddo dell'Egizio.

Infine dobbiamo osservare che il Latino altus non significa
mai per se stesso ‘profondo’. Quando si dice fossa alta pedes
octo
si considera la dimensione dal basso all'alto ; cfr. anche in
alto mari
. Vi è antitesi solo nel modo di concepire la cosa.

Una parola può per evoluzione semasiologica acquistare un
significato opposto a quello che aveva prima. Ma queste non sono
enantiosemie nel senso del « Gegensinn » di Abel.

Formazione esterna delle parole

Gli elementi formativi

299. All'infuori della variazione e del raddoppiamento, ogni
forma grammaticale è fondata sulla composizione. Come da pochi
corpi semplici risultò per combinazioni chimiche l'infinita varietà
dei corpi composti, così da poche voci primitive semplici combinate
245in mille modi derivarono innumerevoli parole, ricco patrimonio
di ogni idioma anche delle genti più misere.

300. Gli elementi formativi delle parole o affissi possono essere,
oltreché prefissi o suffissi, anche intercalati nella parola, ossia
infissi. Ma si da anche il caso inverso che la parola venga a
trovarsi nel mezzo tra elementi prefissi e suffissi che formino
un'unità (‘incapsulazione’). Indicando con A la parola fondamentale
e con a l'elemento formativo, i quattro processi si possono
rappresentare nel modo seguente :

suffisso: Aa per es. Arabo qabal-ta tu hai ricevuto
prefisso: aA | ta-qbul tu riceverai
infisso: AaA | iq|t|ábala da qábala
pre-suffisso: aAa | ta-qbul-ū voi riceverete

Il primo processo è il più frequente e si trova in quasi tutte
le lingue del globo. Nei gruppi Indoeuropeo e Uraloaltaico esso
è ora il solo processo in uso (lingue suffiggenti).

Il secondo processo è più raro ed accompagna sempre il primo.
Non vi sono lingue esclusivamente prefiggenti. Le lingue bantu
furono spesso considerate come lingue prefiggenti tipiche a cagione
dei prefissi di classe e della coniugazione prefiggente.

301. Gl'infissi si trovano solo in poche lingue (camitosemitiche,
indoeuropee e specialmente mundapolinesiache). Essi sono
sempre di origine secondaria e derivano da prefissi o da suffissi
internati nella parola o per cagione fonetica o per un fenomeno
di analogia. Daremo alcuni esempi.

In Arabo da qábala accepit derivò una forma riflessiva it-qábala
conservata nei dialetti odierni dell'Egitto e del Maghreb, mentre
essa nella lingua classica si mutò in iq|t|ábala per metatesi delle
consonanti tq in qt.

Nelle lingue mundapolinesiache gli elementi in e um vengono
prefissi ai verbi comincianti per vocale, mentre negli altri vengono
intercalati dopo la prima consonante, per es. Kawi in-ambah
passivo di ambah, invece w|in|unnh passivo di wunuh uccidere ;
Bontok um-inum bere, invece Dayak k|um|an mangiare. Per la
spiegazione si noti che il Nias ha mu-hede ‘parlare’ con prefisso
e h|um|ede id. con infisso : evidentemente si tratta di una metatesi
delle consonanti, cosicché anche k|um|an sarà da *mu-kan anziché
da *um-kan. Il Tagala ha s|in|ipit ‘ancora’ da sipit ‘afferrare’.

Le forme come Sanscr. yu|ná|ǧ-mi ‘jungo’ (cfr. yugá-m giogo)
sono sorte per analogia di forme come mṛ-ṇā́-mi con suffisso
(cfr. invece ζεύγ-νυ-μι)246

In casi come Cafro di-ku-tanda ‘io ti amo’ di fronte a
di-tanda ‘io amo’ non si tratta di infissi. Cfr. in italiano dateglie-lo
di fronte a date-lo.

302. Il processo della incapsulazione è naturalmente possibile
solo nelle lingue che sono nello stesso tempo prefiggenti e suffiggenti.
Ne daremo alcuni esempi :

tableau arabo | basco | georgiano | tzental | ta-ktub | tu scriverai | da-bil | egli va | w-ts'er | io scrivo | k-uum | il mio possesso | ta-ktub-ū | voi scriverete | da-bil-tsa | essi vanno | w-ts'er-th | noi scriviamo | k-uum-tik | il nostro possesso

Questo processo è particolarmente comune nelle lingue americane,
cfr. ancora Chayma a-zan tua madre : a-zan-hon vostra
madre, Algonchino ki-pimose tu vai : ki-pimose-m voi andate,
k-os tuo padre : k-os-iwa vostro padre, Dakota ya-kaška tu leghi :
ya-kaška-pi voi legate, Kiriri a-byro il tuo ventre : a-byro-a
il vostro ventre, ecc.

Consideriamo il Chayma a-zan-kon. L'elemento finale non
pluralizza il nome ‘madre’ ne il complesso a-zan ‘tua madre’,
bensì il possessivo a- ‘tuo = di te’ e il complesso a- … -kon
prende il valore di ‘vostro = di voi’. Per comprendere il processo
nella sua essenza si considerino le seguenti espressioni di
lingue caucasiche :

Abchazo sara s-ab io mio padre = mio padre

Georgiano me thkhwen ga-dzlew io a voi ti do = io vi do

Mundari apu-m tuo padre : apu-m t-ape tuo padre di voi =
vostro padre. In molte lingue americane ‘suo padre di me, di
te, ecc.’. Anche altrove.

Si tratta di correzioni posteriori a forme preesistenti. Nello
antico Elamico abbondano le costruzioni simili, le quali hanno
grande somiglianza con l'anacoluto.

303. I processi più antichi sono dunque due soli, dei prefissi
e dei suffissi. Il medesimo elemento trovasi in una lingua come
prefisso e in un'altra come suffisso. Come è possibile questo ?

Ogni composizione proviene da un gruppo sintattico preesistente,
nel quale la collocazione dei termini può variare secondo
che si voglia dare maggior risalto all'uno o all'altro. Finchè
l'unione non è divenuta fissa, la possibilità di una diversa collocazione
non cessa.

In Latino potevasi dire tanto ille homo quanto homo ille :
da quel gruppo è derivato l'italiano l'uomo, da questo il rumeno
247omu-l. Similmente l'articolo è preposto al nome nel Tedesco ed
Inglese, posposto nello Svedese, preposto nell'Ebraico ed Arabo,
posposto nell'Aramaico, ecc.

Il complesso l'uomo forma una stretta unità fonetica ma non
ideale, perche altri complessi come gli uomini mantengono viva
nei parlanti la coscienza della composizione. Per questa medesima
ragione i prefissi nominali del Bantu non sono così intimamente
uniti come i suffissi, cfr. mu-ana fanciullo, ba-ana fanciulli,
ka-ana bambino, tu-ana bambini. Perciò si comprende come a
tali prefissi (che si possono paragonare ai nostri articoli) corrispondano
in altre lingue dei suffissi.

Un elemento formale che si trovi fra due parole costituenti
un gruppo o una proposizione può unirsi alla prima o alla seconda
parola. Il Sotho ha ba-tho ba-rata gì i-uomini essi-amano, il Pul
invece wor-be ndyiḍa uomini-essi amano. Il Geez dice zī-a-ya
il di me = mio, zī-a-ka il di te = tuo, e così egzī-a-beḥēr
signore della terra = dio, ma unisce poi l'elemento a al nome
reggente in negūš-a nagašt re dei re, mentre l'Ebraico unisce
il corrispondente ha al nome retto, per es. šīr-ha-ššīrīm cantico
dei cantici. Il Maori ha ro-i-mata acqua dell'occhio = lacrima,
il Mota ha ime qoe a pig's house (ima casa) per *ima i qoe con
i unito al nome reggente alla maniera del Geez.

Nel Pongwe si ha perfino mi belē kẽnda ‘io voglio andare’
(con belē da *bela-i) invece di mi bela i-kẽnda.

I dialetti berberi usano preposizioni, però il Tamasceq forma
m-i oppure m-i-s a chi ? da ma chi ? e il Zuawa dice wi iδ
quocum ? Queste sono forme assai antiche, perche trovano esatto
riscontro in lingue caucasiche : Lazo m-i-s a chi ?, Georg, with
per *wi ith quocum ? La ragione è quella stessa per cui in Latino
si dice quō-cum : le parole interrogative sogliono stare in principio
della frase, nella quale rappresentano l'idea dominante ; e
come si dice quis venit ? così si dice quo-cum venit ? Per influenza
poi della forma interrogativa si disse anche me-cum, te-cum, ecc.

Nelle lingue bantu non vi sono casi, salvo il locativo in -i
o -(i)ni, forma assai antica, perche ha esatto riscontro in molte
altre lingue (Greco οἴκο-ι ecc). Non è difficile comprendere l'uso
di tale posposizione in lingue che fanno uso di preposizioni. Anche
qui si ha influenza dell'interrogazione : rispondendo alla domanda
dove ? si enuncia per primo il nome come quello che rappresenta
l'idea dominante.

Le lingue bantu usano prefissi personali nella coniugazione,
per es. Cafro ndi-bona io vedo, u-bona tu vedi, ecc. Unica eccezione
248è quella della-seconda persona plurale dell'imperativo, che
è formata col suffisso -i o -(i)ni : Kamba ona-i, Suaheli ona-ni,
Kaguru langeni per *langa-ini vedete ! Queste pure sono forme
assai antiche, perchè hanno esatto riscontro in lingue indocinesi :
Kanashi hata-ni portate ! (cfr. Brahui hata porta !), Ciamba L.
dāpeni per *dāpa-ini cadete ! L'idea dominante è quella del
comando e a questa si aggiunge il pronome a guisa di vocativo,
per indicare la pluralità delle persone alle quali si rivolge il
comando : aprire ! = apri !, invece aprire !voi ! = aprite !

Il gruppo Camitosemitico è quello in cui i medesimi elementi
si trovano più spesso in forma di prefissi e di suffissi.

304. Gli elementi formativi servono a distinguere le varie
categorie della formazione dei temi e della flessione, ma acquistarono
la loro speciale funzione in un lungo processo di tempo.
L'evoluzione linguistica è un continuo passaggio dall'indistinto
al distinto.

Già abbiamo visto che il maggior numero delle « parti del
discorso » si andò differenziando a poco a poco, mentre tuttora
molte lingue non distinguono chiaramente il nome dal verbo. Il
tema del nome quiē-s è identico a quello del verbo quiē-sco perf.
quiē-vī. Cfr. ancora planta nome e plantā verbo, vīvo-s e vīvi-t
(spec. vīve che sarebbe vocativo e imperativo), bibo beone e bibo
io bevo, Gr. ἀγό-ς voc. ἀγέ e ἄγο-μεν imper. ἄγε, eol. τιμά e τίμα-μεν,
ion. βίη e βε-βίη-ται. Ma anche in questi casi il verbo si distingue
facilmente dal nome per essere accompagnato da pronomi personali
separati o affissi, poiché il verbo finito per la sua essenza
costituisce una proposizione (per es. εἶ-μι andare-io = io vado),
mentre la caratteristica del nome è quella di poter esprimere i
vari casi. Da una parte coniugazione (bibo, bibis), dall'altra declinazione
(bibo, bibonis).

305. I nomi possono essere deverbali o denominali,
formati nell' Indoeuropeo (secondo le distinzioni dei grammatici
indiani) quelli con suffissi primari e questi con suffissi secondari.
Così pure i verbi possono essere deverbali o denominali.
Per es. nel Greco da τί-ω si ha :

tableau τί-νω | verbo deverbale | τιμά-ω | verbo denominale | τι-μή | nome deverbale | τίμ-ιος | nome (agg.) denominale

a) I verbi deverbali possono essere frequentativi, momentanei,,
causativi, riflessivi, passivi, ecc. Anche la formazione dei
tempi e dei modi appartiene in massima parte alla categoria
delle forme deverbali, come si vedrà nella Morfologia. Qui basterà
249accennare che i temi indoeuropei del presente con n si collegano
ai verbi reciproci in -ana del Bantu.

Ma tali categorie non hanno sempre un valore determinato
e fisso. Il latino moneo è un causativo rispetto a memini e così
pure il greco φοβέω ‘spavento’ rispetto a φέβομαι ‘temo’ ; ma
altri verbi formati nello stesso modo hanno invece un significato
intensivo, come il latino tondeo e il greco φορέω da φέρω.

Eguale indeterminatezza si osserva nella formazione dei temi
temperali e modali. In Greco ἔ-φη è imperfetto, ἔ-στη) è aoristo,
benché la forma non differisca ; lo stesso dicasi di ἐ-φέρε-το ed
ἐ-γένε-το. La diversa funzione sorse per contrapposizione a diverse
forme del presente. In Sanscrito á-pā-t è imperfetto se riferito
a pā́-ti ‘egli beve’, aoristo se riferito a píba-ti id. In Latino
agē-s è futuro, manē-s presente, amē-s congiuntivo ; così pure
amā-s è indicativo, agā-s congiuntivo. In Greco φέρ-ο-μεν è indicativo,
ma presso Omero ἴ-ο-μεν è congiuntivo. Un futuro come
δείξω in nulla differisce da un presente come αὔξω. Nessuna differenza,
se non di tono, vi è tra φέρε-τε indicativo e φέρε-τε imperativo.
Se ne deduce che in origine nell'Indoeuropeo mancavano
nette distinzioni modali (salvo l'ottativo) e temporali. Anche qui
si passò dall'indistinto al distinto.

b) I vari significati dei verbi denominali si possono distinguere
in quattro gruppi :

1. fare o produrre qualche cosa : figliare.

2. fare (operare, lavorare, ecc.) con qualche cosa, adoperare :
pettinare, piallare, salare, nominare.

3. essere o diventare qualche cosa : impallidire.

4. rendere = far diventare qualche cosa : seccare, ingrandire
(cfr. i verbi causativi).

c) I nomi deverbali sono di tre specie :

1. nomina actionis : infinito, astratti verbali.

2. nomina agentis : participio attivo.

3. nomina acti : participio passivo.

Sono tre categorie ben distinte : l'azione considerata in se
stessa, l'esecutore dell'azione e il risultato o l'oggetto di essa.
Ed esse risalgono alla più remota antichità, perchè fin dai primi
tempi sorse il bisogno di distinguere, per esempio, feritore da
ferito e ambedue da ferire o ferita. Nondimeno non sempre la
distinzione è recisa e anche qui si può documentare il passaggio
dall'indistinto al distinto. Di ciò daremo alcuni esempi.

Nel Bantu i nomi si formano dai temi verbali per mezzo di
cinque suffissi vocalici.250

-a
Infinito, ma anche participio, per es. m-bwa abbaiante > cane,
Suaheli m-tšunga m-buzi. pascolante capre. Cafro ndi-tanda
io amare, io amante = io amo.

-e
Participi e aggettivi intransitivi e passivi, per es. Suaheli
m-tume inviato, messo (da tuma inviare, mandare).

-i
Nomi d'azione e d'agente (secondo il prefisso), per es. Suaheli
ma-penzi volontà da penda volere, m-piši cuoco da pika
cuocere.

-o
Nomina acti e nomi di strumento (luogo, tempo), per es.
Suaheli umbo forma da umba formare, u-funguo chiave da
fungua aprire.

-u
Aggettivi (orig. participi passivi).

Nel Greco δο-τήρ è nome d'agente = colui che da, datore,
ῥαισ-τήρ è nome di strumento = quello che batte, martello ;
ἄρο-τρο-ν quello che ara, aratro, ma λέκ-τρο-ν dove si giace, letto.
Sanscrito man-tu- m. ‘consiglio’ e ‘consigliere’, a. Slavo ta-tĭ
‘ladro’, in origine ‘furto’.

Nelle lingue semitiche le medesime forme nominali con prefisso
m- possono indicare l'azione, l'agente, lo strumento o il
luogo, per es. Arabo ma-nṭiq discorso, ma-nzil luogo in cui si
discende, stazione.

Mentre il Sirjeno kula-n significa ‘mortale’, il corrispondente
kulo-n del Votjaco significa ‘morte’. Nel Magiaro szántó (pron.
sāntō) vale ‘agro, campo’ e ‘agricoltore’, nel Finnico luke-ma
significa ‘il leggere’ e ‘letto, ciò che è stato letto’.

Conviene però osservare che continuamente avvengono passaggi
da una categoria all'altra, sopratutto dall'astratto al concreto.
I nomina actionis passano a significare il soggetto dell'azione,
per es. guardia, o l'oggetto esterno, per es. abitazione, o
infine l'oggetto interno e quindi il risultato dell'azione, per
esempio fessura. Cfr. gioventù nel senso di ‘persone giovani’.
Talvolta si notano tra una categoria e l'altra leggere differenze,
come τέτανο-ς tensione : τετανό-ς teso, ζῶο-ν animale : ζωό-ς vivente.
E molte differenze possono essersi perdute in processo di tempo.

d) I nomi denominali si distinguono in poche categorie.
La più comune è quella dei diminutivi.

Una categoria speciale è costituita dai nomi che indicano
appartenenza, la quale può essere di due specie, come in regio
= ‘appartenente al re’ o come in spinoso = ‘che ha spine’.

Un'altra categoria serve a specializzare, cioè a restringere
il significato della parola fondamentale, per es. Magiaro tudō
251sapiente, che sa : tudō-š il sapiente, il dotto, višälȫ portante :
višälȫ-š gravida, Finnico kive- pietra : kive-kse- pietra per rete
da pesca ; Greco στραβό- losco : στράβω-ν il losco, n. pr. Στράβων.

Le classi dei sostantivi del Bantu non derivano l'una dall'altra,
ma sono tra loro coordinate.

306. La formazione dei nomi e dei verbi precedette la flessione
intesa in senso ristretto, cioè la declinazione e la coniugazione,
le quali mancano in molte lingue che pure abbondano di formazioni
tematiche. Intendiamo qui parlare dei casi del nome e delle
persone del verbo.

Il soggetto della proposizione in origine non potè in niun modo
essere indicato se non mediante la collocazione. Più tardi venne
indirettamente significato da un pronome : Latino equo-s currit
cavallo esso corre. Anche l'oggetto manca di un segno speciale
nella maggior parte delle lingue. La stessa idea di possesso
(genitivo) fu espressa in origine col semplice accostamento del
nome del possessore a quello della cosa posseduta : Arabo kalbu-hu
cane-(di)-lui, cane suo ; cfr. Greco πατρ-άδελφος fratello del padre,
Lat. mūs-cerda sterco di topo. Più tardi venne indirettamente
significata in vari modi.

Nel verbo il soggetto pronominale non sempre è incorporato
e in molti casi si può considerare come semplicemente accostato,
per es. Cafro di-tanda io amo : di-ku-tanda io ti amo.

Nella declinazione sono frequenti le tracce della funzione indistinta,
o per meglio dire della pluralità di funzioni, degli elementi
formativi. Così, per esempio, lo -s del nominativo e lo -s del
genitivo-ablativo indoeuropeo sarebbero in ambedue i casi il medesimo
elemento con diversa funzione secondo il van Wijk : — cfr.
Sanscr. bhār-á-s nom. = Greco φωρ-ό-ς gen., Greco ἰατρ-ό-ς nom. :
πατρ-ό-ς gen., ὁδ-ό-ς nom. : ποδ-ό-ς gen.

307. L' origine degli elementi formativi costituì finora un
problema insolubile per essersi limitata l'indagine a poche lingue,
e non delle più arcaiche. Bisogna distinguere due categorie.

Le classi nominali, compreso il genere e il numero, hanno
avuto origine dai pronomi ; e così pure in generale i casi, benché
la maggior parte di essi siano formati con posposizioni.

Tutte le rimanenti formazioni hanno avuto origine dal verbo.
I verbi derivati provengono da composti verbali in cui uno dei
termini, avendo un significato generico, potè assumere il carattere
di affisso ! E i nomi deverbali sono formati con suffissi che si
sono resi indipendenti dal verbo, per esempio Galla ḳal-mā per
*ḳal-amā ‘vittima’ da ḳal-am passivo di ḳal- schlachten, cfr.
252Mordvino kul-āma ‘morte’ apparentemente da kulï- morire (col
Galla ḳal-mā concorda bene anche il Finnico ḳal-ma, Less. 70).
Per questo fatto importantissimo rimando alla Morfologia.

Formazioni nominali

Le classi del nome e la concordanza

308. Nelle lingue bantu si osserva il fatto straordinario che
tutti gli esseri vengono distribuiti in classi di sostantivi caratterizzati
da prefissi che variano dal singolare al plurale. Abbiamo :
sing. mọ- pl. ba- per le persone, mọ- pl. mẹ- per le piante, nẹ
per gli animali, ka- pl. tọ- per i diminutivi, bọ- per i nomi
astratti, ecc., e infine tre prefissi locativi : pa- presso, kọ- fuori
(e infiniti), mọ- in.

Un nome può appartenere a più classi cambiando naturalmente
di significato, per es. Suaheli m-kuyu pi. mi-kuyu l'albero
del fico : li-kuyu pl. ma-kuyu il frutto del fico, m-lima pl. mi-lima
monte : ki-lima pl. vi-lima collina, khuni legna da ardere : u-kuni
un pezzo di legna da ardere ; Tonga mu-samo pl. mi-samo albero,
li-samo pl. ma-samo trave, in-samo pl. zin-samo frusta, či-samo
pl. zi-samo ceppo, ka-samo pl. tu-samo bastoncino ; Sotho mo-loi
avvelenatore, bo-loi veleno.

309. La classificazione riflessa è una operazione mentale
propria dell'uomo progredito nella civiltà, ma qui si tratta di
una classificazione rudimentale che attesta, anzi, una mentalità
primitiva. Poiché ‘albero’ è mu-ti pl. mi-ti, ogni nome particolare
di albero si conforma nei prefissi a questo nome tipico per
tutta una classe, e si dice perciò mu-kuyu pl. mi-huyu albero
del fico, ossia mu-kuyu è un'espressione ellittica equivalente a
mu-ti mu-kuyu, cfr. in Ted. feigenbaum (e così apfelbaum ecc.)
e per la ripetizione del prefisso — che è una specie di articolo —
il Greco ὁ ἀνὴρ ὁ ἀγαθός.

Questo riferire ogni cosa ad un tipo può essere illustrato in
modo molto semplice. È noto che gli africani furono in ogni
tempo ottimi fabbri-ferrai e conobbero e lavorarono il ferro prima
di ogni altro metallo, poiché essi passarono dall'età della pietra
direttamente all'età del ferro, come dimostra anche il fatto che
soltanto il nome ‘ferro’ è antichissimo e manifestamente derivato
dal nome ‘pietra’. Ora, i Tlaping denominano tutti i metalli
riferendoli al ferro (tsipi) :253

tableau oro | tsipi | tseka | ferro giallo | argento | šu | ferro bianco | rame | kubila | ferro rosso

V. Rougemont, Die Bronzezeit oder die Semiten in Occident,
p. 14 (citato da O. Schrader, Sprachvergl. und Urgeschichte, p. 218).

310. I prefissi nominali di classi si trovano anche in molte
lingue sudanesi in pieno vigore ; ad occidente nelle lingue del
Togo (Avatime ecc), poi nel gruppo Fulup della Senegambia, ad
oriente nel Tumale e in altre lingue del Kordofan. Altrove nel
Sudanese i prefissi o sono perduti o trasformati in suffissi, come
nel Pul e nel gr. Mosi-Gurusi. Residui si trovano però dovunque.

Fuori del gruppo Bantu-Sudanese i prefissi di classe compaiono
ben conservati nelle lingue arcaiche delle isole Andamani.
Negli altri gruppi linguistici si trovano residui più o meno numerosi
del sistema primitivo, ora in forma di prefissi (per es. Khasi
e lingue affini, lingue del gr. tibetano e talune lingue dell'America
specialmente centrale), ora in forma di suffissi. Le lingue
camitosemitiche e caucasiche presentano prefissi e suffissi di classe.
Come esempio di ciò che diciamo valga il prefisso ka- dei diminutivi,
poiché ad esso corrisponde il suffisso dei diminutivi come
nel Sanscrito marya-ká- ometto e nel Finnico peni-kka cagnolino.
E in generale sono suffissi di classe quelli secondari che formano
nomi denominali.

311. Ma la persistenza più tenace dei segni delle classi si
trova nella formazione del plurale. Noi ci aspetteremmo un unico
modo di formare il plurale (e duale) nella medesima lingua o
nel medesimo gruppo linguistico, e troviamo invece assai spesso
una grande varietà. Così nel Greco abbiamo ἵππο-ι e χῶρα-ι, ma
πόδε-ς. I segni delle classi aventi valore di plurale si conservarono
meglio degli altri appunto perche essi esprimono, insieme con la
categoria della classe che può essere superflua, la categoria del
numero, che è spesso indispensabile. Daremo un paio di esempi.

Nel Bantu ba- forma il plurale dei nomi di persona. A questo
corrisponde -be nel Pul, per esempio wor-be uomini. Nelle lingue
caucasiche abbiamo -ba, -be, e nello antico Elamico -be o -pe
per nomi di persona. Perfino in lingue americane -b, -pi forma
il plurale per esseri animati.

Il Mimboma (Congo) forma da m-boa cane il plurale zi-m-boa,
cui corrisponde nel vicino Kabenda m-boa-z. Ora, a questo suffisso
-z corrispondono i suffissi del plurale -z, -r oppure -s che si
trovano in moltissime lingue, per es. appunto nel Greco πόδε-ς.254

312. La tendenza a classificare è un fenomeno universale nel
linguaggio e si manifesta anche nella numerazione e nell'espressione
possessiva. Nei gruppi Dravidico-Australiano, Mundapolinesiaco,
Indocinese e Americano i numerali o presentano forme
diverse secondo la specie degli oggetti contati, o sono accompagnati
da sostantivi di significato generico che servono a classificare.
In Cinese, per esempio, non si dice in modo diretto ‘cinque
pesci’ ma ‘cinque code pesci’ (ngù wèi iü ; cfr. it. ‘cinque capi
di bestiame’, ted. ‘drei stück vieh’). Quanto all'espressione del
possesso, in molte lingue dell'Africa, dell'Oceania e dell'America
essa è di due specie, diretta o indiretta, secondo che la relazione
fra il possessore e la cosa posseduta viene considerata come stretta
ed essenziale (parti del corpo, parentela, ecc.) o come accessoria.
Nel primo caso il possessivo si unisce direttamente al nome quasi
ad esprimere un rapporto d'identità, nel secondo caso il possessivo
si unisce ad un nome di classe ; per es. Mota (Melanesia) lima-ku
la mia mano, lima-na la sua mano, ma no-na tapera il suo
canestro, Kusaie (Micronesia) muta-k il mio occhio, ma kas lu-k
la mia parola.

313. Nella nostra lingua il segno esteriore che indica l'appartenenza
di un attributo al sostantivo è la concordanza nel
genere e nel numero :

tableau questo mio caro figlio | questi miei cari figli | questa mia cara figlia | queste mie care figlie

Così pure : valle verde, valli verdi ; ma anche senza concordanza
esteriore : valle oscura.

Il fatto della concordanza, che a primo aspetto pare così
naturale, merita qualche considerazione. Gli aggettivi, per se
stessi, non dovrebbero avere nè genere nè numero e in molte
lingue, infatti, sono invariabili. La concordanza è un residuo di
antichissimi periodi linguistici al pari del genere.

314. Nelle lingue bantu il prefisso del nome che è soggetto
della proposizione viene ripetuto davanti a tutte le parole che
ad esso si riferiscono, per es. nel Tonga :

tableau ka-čeče ka-a-ngu ka-a-fua | il bimbo il mio egli è morto | tu-čeče tu-a-ngu tu-a-fua | i bimbi i miei essi sono morti

Similmente mu-čila mu-lanfo coda lunga, mi-ila mi-lanfo
code lunghe, ba-anakazi ba-a-muame le mogli del re, ecc.,

I prefissi contenenti m o n assumono davanti al verbo o a
parole di carattere verbale una forma puramente vocalica (talvolta
255con y o g in luogo della nasale), per es. mu-ntu u-lede l'uomo
egli dorme, mu-samo u-a-ko u-a-fua l'albero il tuo.esso è morto,
mi-samo i-a-ko i-a-fua gli alberi i tuoi essi sono morti, (i)n-gombe
i-a-ko i-a-fua
la vacca la tua essa è morta.

315. Non è difficile intendere la ragione psicologica di siffatte
ripetizioni. Esse servono a ribadire di continuo nella mente di
chi ascolta il soggetto, cioè la cosa di cui si parla. E poiché i
prefissi corrispondono presso a poco all'articolo e ai pronomi, si
possono confrontare le espressioni greche come ὁ ἀνὴρ ὁ ἀγαθός
e ὁ δῆμος ὁ τῶν Ἀθηναίων .

Un altro effetto che si ottiene mediante tali ripetizioni consiste
nell'intima unione delle parole della proposizione, la quale
acquista in tal modo una salda unità.

Ancora un'osservazione. L'idea dominante non era in origine
rappresentata dal sostantivo-soggetto, bensì, come io credo, dal
pronome prefisso. Il nome in origine non era che un'apposizione
epesegetica del pronome, presso a poco come nel verso di Omero :

ὧς ὁ μὲν ἔνθα καθεῦδε πολύτλας δίος. Ὀδυσσεύς.

La categoria del genere

316. Ciò che generalmente chiamasi genere rientra nel concetto
generale di classe, ma noi riserbiamo il norne di genere
alle classi che stanno tra loro in qualche rapporto antitetico, il
quale di regola viene espresso per mezzo della polarità fonetica.
L'antitesi è, in maniera generale, tra esseri concepiti come superiori
ed esseri concepiti come inferiori ; ma essa si esplica in
vari modi :

tableau animato | ragionevole | persone | maschile | inanimato | irragionevole | cose | femminile

317. Non sempre il genere è duplice, poiché si possono avere
sistemi risultanti dalla combinazione di due classificazioni.
Nell'Indoeuropeo i generi sono tre e derivano dall'intreccio della
classificazione vitalista (animato : inanimato) con la classificazione
sessuale (maschile : femminile). Il sistema appare chiaramente
negli aggettivi :

tableau brevis | bonus | bona | breve256

Cfr. qui-s ? per l'animato e qui-d ? per l'inanimato. E che
il maschile e femminile formino una classe contrapposta al neutro
appare chiaramente dai pronomi dimostrativi ;

tableau nom | acc | masch | femm | neutro | so | sā | to-d | tā-m | to-m

La stessa cosa si osserva nel Dravidico. Il Tamil, per es., ha :

tableau i-va-n | i-va-ḷ | i-va-r | i-du | i-vei

Qui appare chiaramente un contrasto fra animato e inanimato
con una suddivisione nel singolare dell'animato in maschile e
femminile. Ma in altre lingue dravidiche il femminile nel singolare
è identico al neutro ; per es. nel Kurukh abbiamo :

tableau ī-s | ī-d | ī-r | i-bṛā

Al Kurukh ī-s corrisponde il Latino e Gotico i-s, al Tamil i-du
(= Kurukh ī-d e Gondi i-d) corrisponde il Latino i-d.

318. Il genere naturale o sesso (maschile : femminile) è nato
dal genere grammaticale (superiore : inferiore), di cui rappresenta
un caso particolare ; ed era in errore il Grimm quando, viceversa,
faceva derivare il genere grammaticale dal sesso. Secondo il
Grimm il maschile avrebbe indicato in origine il sesso maschile
e per analogia si sarebbe esteso a ciò che è forte, grande, ecc. ;
il femminile avrebbe indicato in origine il sesso femminile e per
analogia si sarebbe esteso a ciò che è debole, piccolo, ecc. Questa
teoria ha tentato recentemente di difendere Handel Jacób.

319. La derivazione del genere dalle classi appare evidente
sopratutto negli indici caratterizzati da consonanti, come Masai
ol- masch. : en- femm., Nama -b : -s, Camitosemitico k : t.

Però le caratteristiche più frequenti e più interessanti sono
quelle vocaliche. Tutte le vocali possono avervi parte, non soltanto
iau, poiché talvolta si trova una distinzione fra i ed e e
fra u ed o, per es. Telugu oka-te una : oka-ṭi unum, Malto maqe
a boy : maqi a girl (plur, maqe-r enfants), maqo piccolo, giovane :
maqu a young one.

Alla medesima categoria appartengono, in fondo, anche i casi
in cui la consonante dell'elemento formativo rimane fissa e la
vocale varia. Il Camciadalo e il lontano Mosetena concordano
negli indici -t per il maschile e -s per il femminile, per es.

tableau camciadato ov. | χumiši-t | pronubus | χumiši-s | pronuba | mosetena | vogi- | fratello | vogi-s | sorella257

Certamente in origine gii indici furono -tu e -ti, cfr. con
opposta distribuzione Arawak elontu bambina : elonti bambino.

La categoria del genere, come in generale la distribuzione
delle classi, è nella maggior parte dei gruppi linguistici un residuo
obsoleto di stadi antichissimi, conservato per inerte tradizione,
onde a noi riesce spesso difficile o impossibile scoprire le ragioni
per cui un nome fu attribuito ad un genere piuttosto che ad un
altro. Per riuscire in questo bisognerebbe poter rivivere con la
mentalità degli uomini primitivi o averne una cognizione adeguata.
Nell'Ottentoto ‘sole’ è femminile e ‘luna’ maschile, come
nel Tibetano e nel Khasi. Perche? L'opposizione Sudanese o-koni
‘fuoco’ : e-koni ‘legna da ardere’ si comprende facilmente.

320. Particolare interesse può avere l'indagare il rapporto
che passa tra il maschile e il femminile. Si danno tre casi :

maschile = femminile
maschile > femminile
maschile < femminile

Nel primo caso maschile e femminile formano l'unico genere
delle persone contrapposte alle cose. Nell'Indoeuropeo i-s ‘egli,
ella’ per le persone, i-d ‘esso’ per le cose.

Mentre nell'Indoeuropeo i-s e maschile e femminile e i-d
neutro, nel Kurukh (gr. Dravidico) ī-s è soltanto maschile e ī-d
è femminile oltrechè neutro. Ciò significa che la donna nella
concezione dei Kurukh è stata trasferita nella categoria inferiore
delle cose, come i fanciulli e gli schiavi. Caso molto frequente.

Ma si da anche il caso inverso, che il femminile sia concepito
come superiore rispetto al maschile. Nelle lingue papuane e americane
è molto frequente l'inversione degli indici, per modo che
l'indice che altrove serve per il maschile qui serve per il femminile,
e viceversa. Già abbiamo visto elontu bambina : elonti
bambino nell'Ara wak ; cfr. Campa iri-ro egli : iro-ro essa. Nel
Mabuiag (Stretto di Torres) nu indica i maschi e le cose piccole,
na le femmine e le cose grandi. Qui l'inversione si riferisce al
valore del maschile e del femminile. Invece nel Cinuk ī- pppure
ē- indica il maschile e grandezza, ō- il femminile e piccolezza,
con inversione dei soli indici del genere.

Questi fatti si spiegano col diverso concetto in cui fu tenuta
la donna nei vari tempi e luoghi in corrispondenza con l'ordinamento
sociale di tipo patriarcale o matriarcale. E del matriarcato
il linguaggio conserva anche altre tracce, fra cui va notata
in lingue dell'Africa la perifrasi ‘figlio di mamma’ per ‘fratello’.258

La categoria del numero

321. La categoria del numero nei nomi e pronomi sorse fino
dagli inizi del linguaggio, perché gli uomini primitivi sentirono
ben presto il bisogno di distinguere la pluralità dall'unità, o
questa da quella. Tale categoria è certamente coeva alla formazione
dei primi due numerali.

Dobbiamo distinguere da una parte il singolare e l'individuale,
dall'altra il duale e plurale. Di regola il plurale deriva
dal singolare, che rappresenta la forma più semplice del nome,
ma talvolta avviene l'opposto. Vi sono cose in natura che comunemente
si trovano in copia, come le foglie, i capelli, le lagrime.
Tali cose in molte lingue vengono in modo naturalissimo designate
mediante la forma più semplice del nome avente valore
collettivo, dalla quale si forma poi l'individuale, che serve
ad esprimere un singolo individuo di una data specie ; ad es. :

tableau bari | morīn | diti | dita | indiv | morīn-et | un singolo dito | chamir | līs | lagrime | lī́s-ā | una singola lagrima

Dall'individuale si può formare un plurale con valore diverso
dal plurale comune. Così, per esempio, nel Bilin si distinguono
quattro forme :

tableau dimmū́ | gatto | dimā́mū | gatti | dimmū́-rā | un singolo gatto | dimmū́-t | singoli gatti

Il duale ha, nelle lingue che lo possiedono, generalmente il
valore di ambale, in quanto che designa il concetto di ‘ambo’,
cioè di cose abbinate per fatto naturale o artificiale, come ‘gli
occhi, le mani’ oppure ‘due cavalli’ formanti una pariglia. Ma
dobbiamo osservare che il duale e il plurale non furono in origine
distinti tra loro poiché, come vedremo, il numero fu primitivamente
espresso mediante il raddoppiamento, onde, se mai, il duale
apparirebbe come più antico del plurale e significato in modo
diretto. La specializzazione del duale in contrapposto del plurale
derivò dai nomi di cose abbinate, e particolarmente dai nomi
delle parti del corpo abbinate.

322. Il duale-plurale fu espresso in origine col mezzo più
semplice e naturale : con la ripetizione o raddoppiamento del nome.
Questo processo è conservato ancora in molte lingue arcaiche di
ogni parte del globo.259

Nell'Africa lo troviamo, per esempio, negl'idiomi dei Boschimani,
nelle lingue Agau dell'alta Abissinia e nello Hausa. Nell'idioma
boschimano /Kham abbiamo //gũ-//gũ braccia, !noa!noa
piedi, ecc. Agaumeder χaringa χaringa pietre, χuna χuna
donne, Dembea yir-yir uomini Bilin gän-gän madri. Hausa gizo
gizo
ragni, laúni laúni colori, ʼyā-ʼya flglie.

Il Giapponese forma spesso il plurale per mezzo della ripetizione
del nome : yama-yama monti, kuni-guni provincie, paesi,
tokóro-dokóro luoghi, sina-zina modi, maniere. Anche nel Mongolo
e Mangiu si trovano plurali formati in tal modo, per es.
Mangiu džalan džalan secoli.

Nelle lingue dell'Oceania il processo è frequente. Lo troviamo
nel gruppo Mundapolinesiaco, per esempio Malese radja-radja re,
duri-duri spini, cespuglio spinoso, Giavanese ratu-ratu principi,
griya-griya case, Mota vat-vat pietre, Samoa fulu-fulu capelli.
Similmente in lingue australiane e papuane : Austr. 118 (Hinchinbrook
Island) yeppe-yeppe ragazzi, Yaraikana yatpan-yatpan
pesci, Binandele bido-bado banane, Bongu i-i acque, jō-jō ferite.
Nel Malto (gruppo Dravidico) abbiamo maqo piccolo, giovane :
maq-maqo small ones.

Infine il processo è frequente nelle lingue dell'America settentrionale
e meridionale. Nello Zimshian abbiamo plurali come
haš-haš cani, šī-šī piedi, ecc. Nel Kechua (Perù) runa-runa
uomini, ljama-ljama gregge di llama. Ciukcio : wit-wit foglie.

323. Invece della ripetizione o raddoppiamento completo della
parola si usa spesso un raddoppiamento incompleto, che può essere
iniziale o finale.

Nel Boschimano tale raddoppiamento è iniziale (per esempio
!nu-!nuntu orecchio), mentre nelle lingue cuscitiche e nello Hausa
è finale. In queste troviamo intermedie tra le consonanti ripetute
le vocali a i o u. Esempi :

tableau somali | bog | ventre | plur | bóg-a-g | bilin | ʻil | occhio | ʻil-í-l | saho | bar | notte | bar-ó-r | han | latte | han-ú-n

Per analogia di questi si formarono i plurali detti ‘interni’,
come Hausa gulabe plurale di gulbi ‘fiume’ formato sull'analogia
di forme come wur-a-re plurale di wuri posto. E poiché i plurali
interni si trovano in tutto il Camitosemitico e hanno riscontri
nel Caucasico e altrove, si deduce la preesistenza di plurali con
raddoppiamento in molti gruppi linguistici.

Nelle lingue dell'Oceania il raddoppiamento è iniziale, per
esempio Motu me-mero ragazzi, Suau si-sine donne, Tubetube
260ta-tau uomini (nomi di persone). Similmente in lingue papuane :
Bongu bo-bagrī foglie, bo-bolī alberi del pane, ecc.

Anche nelle lingue dell'America il raddoppiamento è iniziale.
Zimshian ši-šaip ossa, lik-lēkš grandi, an-anīš rami, Sahaptin
pi-pitin ragazze, a-atwai vecchie, Azteco te-teō da teo-tl dio, Pima
ho-hota pietre, Dak. ksa-ksapa sapienti (però wašte-šte buoni).

324. Nei nomi la designazione del plurale non è sempre necessaria
e molte lingue la omettono, specialmente nei nomi di cose.
Molte lingue, anzi, non hanno forme speciali per il plurale (pur
avendone talune di esse per l'individuale) e si accontentano, in
caso di bisogno, di esprimere la pluralità per mezzo di parole
denotanti ‘moltitudine, totalità, massa’ o altri concetti simili.

Nei pronomi, invece, la designazione del numero è quasi
sempre necessaria, onde essa non manca generalmente neppure
in quelle lingue che l'omettono nel nome. E il processo seguito
per esprimere il duale-plurale è anche qui il raddoppiamento.

Cominciamo dal raddoppiamento dei pronomi costituiti da una
semplice vocale. Da i-i questo-questo = ‘questi’ si può avere
da una parte y-i oppure ī, dall' altra y-e ecc. Abbiamo : Barambo
i-i essi, Mombuttu ĕ-ä, Sandeh hi-hé, lingue sudanesi occidentali
y-e (singolare smesso e), Efik ē, Bantu y-i pronome plurale della
IV classe (piante) ; Palaong e War i essi, Nifilole Wango Florida
i essi (neutro). Sono forme che in certo modo ricordano le latine
, eae. E poiché i pronomi. personali non sono altro che voci
dimostrative, possiamo aggiungere : Boschimano /Kham i-i noi
( : Seroa i io), lingue sudanesi occidentali y-i, y-e ; Bari y-í ;
Rutul y-e ; Khasi ē-i, ī, Palaong y-e, Ambrym y-i ; Kacin ī ;
Irochese i-i. Le medesime forme servono anche per il pronome
‘voi’ : Sudanese occidentale y-e, Mungu ĕj-í; Teda y-e ; Fujúge
j-i ; War ē-hi ; Baure y-e- (vostro). Barea (y)i = *gi questo :
(y)i-gu = *gi-gu questi.

Accanto a i-i noi il Boschimano ha ū-ū voi = Mungu hŭ-ò
essi. Cfr. Vei w-u-ra- Jekri ū-r = Songhai w-o-r Nuba u-r voi,
mentre il Scilluk w-ū è quasi identico al Bosch. ū-ū. A questa
serie appartiene anche l'Indoeuropeo w-o- voi. Murray I. wa-wa
voi due. Si confronti il Sanscrito avṓ-ṣ̌ gen. Di *avāu ‘quei due’.
Masai o il quale : o-o i quali.

Quanto al duale-plurale dei pronomi costituiti da consonante
seguita da vocale, daremo anzitutto alcuni esempi di pronomi
personali.

Efik nyin noi, Sisai anunu, Wolof nun, Pul enen(e) incl.,
Logone nin, nen, nun ; Afar e Saho nanū́, Quara anan, Somali
261ánna esci, ínna incl., Copto anon, anan ; Arci nen ; Aranda nuna,
Tauata none du. nane pl. ; Kharia anan-g noi due, anin-g noi
incl., Stieng nań, Mota nina incl., Yehen nen-dru noi due ; Kinai
nanna, Sahaptin nuna, Cuna nen, Aimarà nana-ka escl., Botocudo
nenu-k, Yarura anone, Tepewana aneane, Pima anani — Bantu
nina, ńeńu ecc., voi, Serer nun, Pul onon; Nandi neńu, inīno;.
Vogulo e Ostjaco nin, nen voi due; Tauata nune ; gr. Indocinese
nin, nini, Lhota nīnī du, nīno pl., Ao nenā du. neno-k pl. —
Bosch. hĩhĩ essi ; Bogadjim nan-go, nan-gi ; Chairel nūnū.

Telugu mēmu noi esci. ; Melan. -mami, -mimi, -mem nostro
escl. — Bantu mwimwi, Salin mom voi ( : mo tu), Comance muem.

Nandi aček noi ; Mingrelio čkhi, Lazo čku ; Kabana agego,
Domara e Maini keke- ; Pen. di Malacca hīk ; Chumash kiku
Nandi okweh voi ; Ostjaco del Jenissej.kèk- id. — Bagrima ǧigi
essi, Nandi iček(e), Dinka kēk. — Al Dinka γōk noi corrisponde
esattamente il Kiranti gokū. Senza la gutturale iniziale : Soninke
oku, Dinka ōγ, Kiranti ōk, gruppo Maya = Mbaya oko noi.

Il Boschimano sisi vale ‘noi, noi due’, l'Ottentoto sisi è ‘noi’
escl. di genere femminile. A queste forme corrispondono sisi e
swiswi delle lingue bantu accanto a tete e twetwe simili al Logone
tēti essi e al Teda tinta noi. Nell'America sett. troviamo il Pima
tutu noi, cui corrisponde nell'America mer. il Lule teoto essi.

325. Il processo può essere acconciamente illustrato anche con
l'esame del numerale ‘due’ formato per mezzo del raddoppiamento
(1 + 1 oppure ‘questo + questo’, cfr. Aleuto ato-ke-n 1 :
atu-ki-k ambedue).

Pul ḍiḍi, per le persone ḍiḍo, Kanioka -didi contenuto nel 7
(cfr. Gurma lele 7), gr. Boa n-diri e liru (con dissimilazione) ;
Mingrelio žiri per *riri o *diri ; prob. Greco δίδυ-μο-ς gemello ;
Mongolo di Juan-Ciao džiri-n ; Ternate romo-didi, lingue papuane
lili, lilo e rere- ; Nifilole lilu — Lazo dzur e žur, Mingr. žuri ;
Tunguso djur e djul, cfr. džuru paio, Onkor dž'ur-ma gemelli ;
Dravidico irur e irul ; Maleopol. dudu-a e dalau-a ; Ciamba džuṛ,
Manciati džuṭ — Ufiomi dzar ; Etr. zal se vale ‘due’ ; Austr. -lar
(cfr. Turco -lar suff. del plurale) ; Tai-Loi lāl, Wa ra per *rar.

Gura teri, Bulom tri-ng ; Begia títa ó ṭiṭa gemelli, Copto
ha-tre id., Mehri tiró femm. tirī- ecc. ; Austr. tera, tru-.

Sudanese , enõ, enyõ ; Kunini ne-neni, Austr. 68 nin-gau
= Andamanese Oenge nina-ga ; Pen. di Mal. nan-g, cfr. Kharia
anan-g noi due ; Garo ānin-g, Mishmi ki-nin e kā-nin-g.

Kotoko di Kusri kiki-o, id. di Logone kiši-o, Buduma kisi
per *kiki ecc., cfr. il Bantu orientale čeče col valore di ‘quattro’ ;
262gr. Sidama a-kek, a-čeče pure col valore di ‘quattro’, ma Dinka
čwek ‘gemelli’ ; Georg. č̣uγe-li o č̣kuγe-li paio ; Ceremisso kok,
Finnico hak-si ecc., Mongolo koja-r per *kogia-r, Burjato χojir
per χogi-r ; Austr. kuga-l, kugia-l ; Palaihnih kaki, Pima koke
(tipo frequentissimo nell'America settentrionale e meridionale).

326. E ora siamo in grado di comprendere la comune formazione
del duale-plurale per mezzo di affissi. Tali elementi, che
nel Bantu-Sudanese sono prefissi e altrove generalmente suffissi,
non sono altro che pronomi formati nel modo or ora indicato,
oppure forme del numerale ‘due’, il che non costituisce una differenza
essenziale. Tale processo si ripete anche nelle fasi recenti
del linguaggio. Così, per esempio, nello Ewe da ati ‘albero’ e
wo ‘essi’ si forma ati-wo ‘alberi’. Nelle lingue della Melanesia
e Polinesia i pronomi personali distinguono un duale formato per
mezzo di ‘due’ e un triale-plurale formato per mezzo di ‘tre’.

Darò alcuni esempi di formazione del plurale per mezzo di
suffissi, rimandando per i particolari alla Morfologia.

L'elemento -i che forma il duale-plurale in lingue di ogni
parte del globo non è altro che il pronome i-i già veduto. In
talune lingue si trova in forma arcaica, per es. Nuba sorn-jī́
nasi, Ceceno kenth-ii da kanth figlio, ma generalmente è ridotto
a oppure -i, per es. Nuba tibl-ī́ da tíbil tempia, Kunama ana-i
da ana testa, Greco ἵππο-ι, cavalli, Finnico kalo-i- pesci.

Il suffisso -lar del Turco (per es. kitāb-lar libri) va confrontato
con ol-ar ‘quelli’ e con bul-ar ‘questi’, la quale ultima
forma coincide esattamente con Australiano bul-ar due.

In casi come Ga bi-i fanciulli, Lappone E. mi-i noi, ti-i voi,
gruppo Guaicurù. kami-i o akami-i voi ( : akami tu), può essere
dubbio se si tratti di un raddoppiamento finale o dell'aggiunta
dell'elemento -i, quale si vede nel Lappone E. mo-i ‘noi due’
e to-i ‘voi due’. Lo stesso dicasi di Amuzgo do io : do-o noi.
Ma è molto probabile che si tratti di raddoppiamento (il Brunca
ha di-i noi). Masai na la quale : na-a le quali = o il quale :
o-o i quali (cfr. o-ti piccolo : oo-ti piccoli). Nel caso poi che il
plurale-duale sia formato mediante l'allungamento o raddoppiamento
del suffisso del singolare costituito da vocale, le due spiegazioni
si equivalgono. Tali forme sono, per esempio, Sem. halb-u
cane : kalb-ū cani, Kap. sil-a dente : sil-ā denti, Gr. ἵππ-ο- : ἵππ-ω.

La grande varietà degli elementi formativi del plurale-duale
dipende dal grande numero delle classi nominali primitive. Così
la categoria del numero è strettamente connessa a quella del
genere e delle classi.263

Le relazioni sintattiche : i casi

327. Nella maggior parte delle lingue il soggetto, posto in
principio della proposizione, non è distinto da alcun segno speciale.
In origine però esso veniva ripreso mediante un pronome
premesso al predicato per la legge della concordanza, per esempio
Tonga mu-ntu u-lede l'uomo egli dorme, ba-ntu ba-lede gli uomini
essi dormono.

Il pronome, trovandosi così tra il nome-soggetto e il verbo-predicato,
si unì ora all'uno ora all'altro. Il Lat. equo-s curri-t
significa per la sua origine ‘cavallo-esso corre-esso’ ; invece il
Tonga Leza u-kede è ‘Dio egli-vive’ (cfr. -u del nominativo
semitico). Le medesime differenze si hanno quando il verbo precede
il soggetto, per es. Egizio sḏm-iv nṯr ‘ode-esso Dio’, invece
Scilcha i-ffuγ u-gĕllíd ‘uscì esso-re’.

In parecchie lingue il soggetto è accompagnato da particelle
enfatiche, le quali però sogliono essere più o meno facoltative.

328. Molto importante è la distinzione fra soggetto attivo e
inattivo, che si trova nel Basco e Caucasico, nell'Indocinese, nel
gruppo Papua-Australiano e in lingue paleoasiatiche e americane.

Noi diciamo indifferentemente ‘il cane è fedele, il cane latra,
il cane morde il bambino’, benché nel primo caso il soggetto
non compie alcuna azione, mentre negli altri due casi esso compie
un'azione intransitiva o transitiva. Le lingue che possiedono una
forma speciale per il soggetto attivo (caso attivo o ergativo) usano
per il soggetto inattivo di regola il nome semplice senza alcun
affisso, come per l'oggetto; per es. Basco gizon-a-k ikusten du
l'uomo lo vede, invece gizon-a da-tor l'uomo viene (e così per
l'oggetto : ikusten dut gizon-a io vedo l'uomo).

Importa molto studiare la vera natura dell'ergativo, perché
su di esso, è fondata in gran parte la teoria del carattere passivo
del verbo transitivo, o in- generale del verbo d'azione, teoria che
io non posso accettare. Schuchardt, IF. XVIII 530, considera il
caso attivo come una specie di avverbio, Vater-Ort > seitens des
Vaters, oppure Vater-Werkzeug > durch den Vater,. con che
si renderebbe naturalmente necessaria la concezione passiva del
verbo ; cosicché, per esempio, il Basco gizon-a-k ikusten du significherebbe
propriamente ‘dall'uomo è veduto’. Ma siffatta ipotesi
è insostenibile e il Maestro era assai più vicino al vero quando
osservava che l'ergativo, che fin dall'origine dovette sempre avere
264una speciale enfasi (cfr. ‘dich ruft der Vater’), poteva rinforzarla
mediante un'aggiunta pronominale : Vater-er, e'est le pere
qui…. Egli stesso confronta -s dell'Indoeuropeo, -u del Semitico ;
con che però non si può più sostenere la teoria passivistica.

L'ergativo non è che una specie di nominativo enfatico. Ciò
appare da molti fatti. Il Basco ha nom. ni io = Hausa ni, ma
l'ergativo ni-k non significa ‘da me, per opera mia’ o sim.,
bensì corrisponde al Berbero ne-k, tanto è vero che l'elemento
gutturale compare anche nel loc. ni-ga-n, cfr. Zenaga ni-ka-n,
pag. 120 seg. Il rapporto fra ni e ni-k dovette essere in origine
simile a quello del Washo (America sett.) tu : mi-k tu stesso.
E si comprende facilmente che a una domanda come ‘chi ha
fatto questo?’ possa corrispondere una risposta diversa e più
energica di quella che potrebbe darsi ad una domanda come ‘chi
dorme?’. Alla domanda ‘Qui a fait cela ?’ si risponde nel Georgiano
con l'ergativo : kats-man l'homme (Brosset, Éléments de la
langue géorgienne, pag. 13). Nel Bongu si dice d'e sien chi è ?, ma
d'e-n atain chi l'ha fatto ? (risp. Kadam-en atain), e nel Miriam
niti-de marci kerem ipit chi la tua testa colpì ? (risp. Pasi-de).

Inoltre il medesimo essere appare in certo modo diverso
secondo che è operante o inerte. Nel primo caso è animato, nel
secondo inanimato. Nel Minyung, lingua dell'Australia, kēra
‘cockatoo’ fa all'ergativo kēro : la prima forma corrisponde al
femminile indoeuropeo, la seconda al maschile. Vi è passaggio
dalla classe inferiore alla superiore. Qualche cosa di simile si
osserva nel Pul, in cui un nome di animale può essere trattato
come un nome di persona, qualora al detto animale si attribuisca
un'azione propria dell'uomo (per es. del gallo si dice in una
favola i hani esso cantò, ma o wiʼi egli disse).

Ciò è tanto vero che talvolta il soggetto attivo e inattivo
sono espressi con parole totalmente diverse. Il pronome ‘tu’, per
esempio, ha nell'Avaro due forme affatto distinte, mu-n inattivo
e du-ca attivo. Le lingue caucasiche presentano spesso tale fenomeno
di forme suppletive nel pronome interrogativo, per es. Kürino
wu-ž : erg. ni chi ?, wu-č : erg. che ?, Thusch me : erg. ḥa
chi ?, u : erg. stewa che ?

Nell'Avaro il pronome di terza persona do- fa :

tableau soggetto inattivo | do-u | do-i | do-b | do-l | soggetto attivo | do-s | do-λ | do-z

È evidente che i suffissi non sono altro che segni del genere
e del numero, onde l'ergativo non è un caso, ma un tema. Infatti
265esso è la base di veri casi, per es. do-sú-l di lui, do-sí-je a lui,
do-s-dá su lui, do-l-dá su lei. E fatti simili si osservano in tutte
le lingue caucasiche e altrove.

329. Nella Morfologia vedremo confermato ciò che qui si
accenna, ma è necessario intanto togliere di mezzo una facile
obbiezione suggerita dal fatto che le forme dell'ergativo hanno
spesso anche il valore dello strumentale. Nel Tibetano, per esempio,
-s è segno dell'ergativo e dello strumentale insieme, e in una
proposizione come khoṅ-gi-s ṅa lag-pa-s brduṅs ‘egli me con-la-mano
ha-percosso’ si trovano rappresentate ambedue le funzioni.
Senonchè la frase non va intesa in senso passivo come
‘da-lui io dalla-(sua)-mano sono-stato-percosso’, bensì in senso
attivo come ‘egli me la-(sua)-mano ha-percosso’ con un primo
soggetto personale attivo seguito da un secondo soggetto non
personale, ma egualmente attivo.

330. L' oggetto esprime il termine al quale passa (transit)
l'azione dei verbi transitivi, il termine ad quem di un moto reale
o ideale, cioè il passaggio dell' azione dal soggetto all'oggetto
stesso. Tale moto nell'espressione passiva è concepito in senso
inverso :

image A batte B A è battuto da B

Tra l'oggetto diretto o accusativo e l'indiretto o dativo non
vi è differenza sostanziale, tanto che molte lingue usano un'unica
forma oggettiva. L'oggetto indiretto viene indicato in Italiano
dalla preposizione a, che propriamente esprime il moto verso
luogo (Lat. ad). Quanto all'oggetto diretto si confronti Romam
videre
con Romam ire, e si noti che in molti dialetti dell'Italia
centrale e meridionale, quando si riferisce a un essere animato,
l'oggetto diretto è preceduto appunto dalla preposizione a, per
esempio : romanesco sentiteme a mme. Similmente nello Spagnuolo :
ya amo a Dios. Cfr. amore verso Dio. Nel Rumeno si usa la
preposizione pe (= Lat. per) davanti a nomi di esseri animati
e a pronomi : chĭamă pe Pétru.

Nel Persiano il segno dell'accusativo -rā deriva dall'antica
posposizione rādiy che significa ‘a cagione di’ come la corrispondente
slava radi. Nell'Armeno l'accusativo determinato è
preceduto da una preposizione z (per es. ‘in principio Dio creò
z-erkin ev z-erkir il cielo e la terra’), la quale con l'ablativo
significa ‘riguardo a, sopra’, con lo strumentale ‘intorno’, ma
col dativo ‘verso’ (per es. ‘che tu non abbia mai ad urtare
z-kʻari z-otn kʻo contro una pietra il piede tuo’).266

331. Però l'accusativo può avere anche un'altra origine.
Accade spesso che l'oggetto, quando corrisponda all'idea dominante,
venga enunciato subito ed occupi nella frase il primo posto,
che di regola spetta al soggetto. In tal caso si ha un anacoluto :
l'oggetto resta a sè, in forma assoluta, ma viene poi ripreso
mediante un pronome ; per es. tuo padre lo vedo spesso. Ora, se
il pronome segue immediatamente al nome, può unirsi a questo
divenendo in tal modo un segno dell'accusativo (*padre-lo).

Ciò doveva più facilmente avvenire nelle lingue che, come
il proto-Indoeuropeo, premettevano di regola l'oggetto al verbo.
Perciò una frase come Latino equo-m vide-t può benissimo aver
significato in origine ‘il cavallo lo vede egli’. Cfr. nel Tamil
maran-danei hkaṇḍēn ‘albero-esso vidi-io’. Costruzioni simili
nell'Elamico e altrove.

Gl'indici dell'accusativo possono dunque derivare anche da
pronomi. Questi devono aver avuto non solo la funzione ma spesso
anche la forma oggettiva, di regola indicata mediante preposizioni
o posposizioni. Anzi le forme oggettive più antiche sono
pronominali, poiché la declinazione ebbe la sua prima origine
nei pronomi.

332. Quando l'oggetto viene dopo il verbo, l'elemento che
indica la direzione del moto ideale, trovandosi tra il verbo e il
nome, può unirsi a quello anziché a questo. Nello Hausa ya bug-í
yāro
‘egli battè (verso) il ragazzo’ l'elemento i (Ted. ‘hin’)
è unito al verbo anziché al nome, invece nel Berbero (Zuawa)
iffer i-k ‘egli ha nascosto te’ il medesimo elemento va col pronome.
Cfr. Scilcha irwul-i-s ‘egli fuggì verso lui’ (invece
irvul-a-s ‘egli sfuggì a lui’).

Nel Maleopolinesiaco da tangis piangere si forma il transitivo
tangis-i compiangere, in cui -i corrisponde all'elemento ora esaminato
dello Hausa e del Berbero ed esige dopo di sé un oggetto,
per es. tangis-i-a compiangere lui. È chiaro che -i- si riferisce
al pronome, benché sembri far parte del verbo.

333. Anche il genitivo è un caso « grammaticale » e in se
stesso inesprimibile. Infatti il rapporto di appartenenza o di possesso
inalienabile fu di regola sostituito nelle fasi primitive del
linguaggio con forme di apposizione denotanti in certo modo la
medesimezza del possessore e della cosa posseduta. Tuttavia il
detto rapporto fu anche non di rado rappresentato come una semplice
relazione di vicinanza nello spazio, cioè per mezzo di forme
di locativo ; per es. Mundari en hatu-re in questo villaggio : en
hatu-re-n hoṛo-ko
gli uomini (che sono) in questo villaggio =
267gli uomini di questo villaggio. Cfr. :in Latino mihi est liber o,
meglio, in Russo u menjá kniga ‘presso di me è un libro =
io ho un libro’.

Tutti gli altri casi esprimono o esprimevano in origine rapporti
di luogo, e si formarono per l'unione di avverbi al nome
e al pronome.

Formazioni verbali

334. Il verbo (verbum) è la parola per eccellenza, parola
olofrastica, cioè equivalente a una proposizione. Infatti le forme
del verbo finito, con soggetto pronominale incorporato, hanno
avuto origine da proposizioni binomie, con soggetto e predicato ;
per es. Indoeuropeo éi-mi andare io = io vado, Arabo ḥazin-ta
afflitto tu = tu sei afflitto, Cafro u-tanda tu amare = tu ami.
Le forme senza affissi personali non sono altro che proposizioni
monomie : Latino ī andare ! = va !, Greco φέρε portare ! = : porta !

Il tema verbale che rappresenta il predicato può essere un
infinito (nomen actionis) oppure un participio (nomen agentis o
acti). Un nomen actionis trovasi nelle forme già citate Indoeur.
éi-mi, Cafro u-tanda. Un nomen agentis è il Sanscr. dātā́ datore
= egli,darà, con la copula dātā́ smi datore sono = darò. Similmente
nel Gondi (gr. Dravidico) kīā-tō-r fattore = egli fa, kīā-tā
faciente = ella o esso fa. A. Slavo prišĭlŭ venuto = egli (è)
venuto, prišĭlŭ jesmĭ venuto sono, dalŭ dato = egli (ha) dato.
Latino legiminī letti (siete), cfr. Greco λεγόμενοι.

Il carattere primitivo dei nomina agentis o acti si manifesta
chiaramente col variare del genere e del numero. Nello a. Slavo
abbiamo dalŭ egli (ha) dato, dala ella (ha) dato, dalo esso (ha)
dato. Turco yaz-ar scrivente = egli scrive, yaz-ar-lar scriventi
= essi scrivono. Arabo ḥazin-a egli è afflitto, ḥazin-a-t ella è
afflitta, ḥazin-ū essi sono afflitti. Finnico anta-vi egli dà, plur.
anta-va-t essi danno. Spesso però il tema participiale rimane
invariato.

Per la sua origine la forma inglese I am reading non significa
‘io sono scrivente’. Il così detto participio in -ing (Anglos. -ung)
corrisponde ai nomina actionis tedeschi in -ung, come schenk-ung.
Nell'Anglosassone si diceva ic waes on huntunge io era a caccia,
donde, omessa la. preposizione, I was hunting. Una costruzione
simile trovasi nel Basco; etor-te-n n-ais in venire io sono, io
vengo, I am coming.268

335. Nel verbo indoeuropeo si alternano le forme dell'infinito
con quelle del participio o nomen agentis. Nei verbi in -mi il
tema verbale ha generalmente carattere d'infinito, per es. éi-mi
andare io, éd-mi mangiare io ; però Sanscrito dhṛš-ṇṓ-ti egli è
ardito (dhṛš-ṇú-,) egli osa. Nei verbi in le forme participiali
si trovano nella prima persona dei tre numeri e nella terza persona
plurale, le altre nelle altre persone :

tableau bhérō(-mi) | bhéro-mes(i) | -mos(i) | bhéro-wes | bhéro-nti | bhére- | bhére-t(h)e | bhére-t(h)es | -tes | bhére-ti

Non è chiara la ragione di siffatta distribuzione, ma si comprende
che l'imperativo abbia soltanto forme come bhére portare !
= porta ! e bhére-te portare voi ! = portate ! Del resto non è
da escludere che l'Indoeuropeo abbia avuto forme con -e generalizzato,
come Armeno bere-m io porto, bere-mk' noi portiamo,
bere-n essi portano. Cfr. éd-mi da *éde-mi piuttosto che da édō-mi.

Nel Ceceno e nel Thusch il tema del presente ha due forme,
poiché in alcuni verbi esso termina in -u (Thusch anche -o),
mentre in altri termina in -e (Thusch anche -i). Cfr. l'alternarsi
dei temi tōg-i- e tōg-o- (anche tōg-u-) nel Nubiano.

336. Il verbo non esprime soltanto azioni, ma anche sensazioni
e sentimenti, benché in modo indiretto (§ 268). Le azioni
partono da noi, di regola dalla nostra volontà, le sensazioni e
i sentimenti si provano, ossia ci vengono da uno stimolo esterno
o interno. Questa differenza — che corrisponde a quella fisiologica
tra nervi motori o centrifughi e nervi sensori o centripeti —
si rispecchia non di rado in differenti forme grammaticali.

Noi diciamo Pietro vede il cane come diciamo Pietro batte
il cane
, benché nel primo caso il soggetto non compie un'azione
ma riceve un'impressione. Conformemente alla realtà oggettiva
si dovrebbe dire a Pietro appare un cane, in cui il soggetto è
cane. In certi casi possiamo fare uso di due espressioni diverse :

tableau io vedo una casa | io odo un rumore | io amo i bambini | mi appare una casa | mi risuona un rumore | mi son cari (mi piacciono) i bambini

Noi diciamo ‘io mi vergogno, io mi pento, io mi annoio, io
ho (sento) pietà o compassione’, mentre i Latini usavano una
costruzione impersonale più logica (me pudet, ecc). Anche noi
possiamo dire ‘questo mi annoia’ invece di ‘io mi annoio di
269questo’. Diciamo poi sempre ‘questo mi rincresce’ e similmente
mi duole’. Cfr. in Tedesco ‘ich durste’ e ‘mich durstet’.

Espressioni perfettamente logiche sono ‘mi piace il vino, mi
piacciono le mele’. I francesi e gl'inglesi' usano il verbo ‘amare’
anche in questo caso. Il volgare io mi piace risulta dalla fusione
di due costruzioni, ossia dal contrasto di due modi di concepire.

337. Più che in qualunque altro gruppo linguistico la distinzione
tra le due classi di verbi è chiaramente espressa nelle
lingue caucasiche, nelle quali i verbi di sensazione e di sentimento
sono di regola costruiti col dativo della persona. Nel
Georgiano, per esempio, si dice :

m-dzul-s mini odium est = io odio
g-dzul-s tibi odium est
s-dzul-s illi odium est

Similmente : m-sur-s io desidero, m-dzag-s io detesto, m-goni a
io penso, m-í-nda io voglio, m-i-qwar-s mi è caro, io amo,
m-é-smi-s mi risuona, odo, g-é-smi-s. Però le costruzioni come
a. Georg, g-dzaga-n kep-ni ‘tu odii gl'idoli’ mostrano quale è
il vero valore della voce verbale : ‘a te (sono) odiati gl'idoli’.

Cfr. nel Basco gura dot volontà io ho = voglio, nai nuen
volontà io aveva = io voleva, malte dut caro io l'ho = io l'amo.

Si comprende facilmente che il tipo comune del verbo abbia
per la sua frequenza attratto a se molto spesso i verbi di sensazione
e sentimento. Così nel Georgiano accanto a m-tsʼam-s mi
è fede = ‘ho fede’ abbiamo w-i-tsʼameb io credo, m-sur-s e
w-i-surweb io desidero, m-i-qwar-s mi è caro : w-i-qwareb io
amo, w-naχaw io vedo, ecc.

338. Dobbiamo ora esaminare alcune teorie, dalle quali viene
misconosciuta la vera natura del verbo.

La vera essenza del verbo finito, come della proposizione, sta
nel rapporto tra soggetto e predicato. Alcuni glottologi hanno
voluto distinguere dal vero verbo il così detto nome-verbo, che
sarebbe fondato sul rapporto di possesso; per es. ‘il mio andare’
in luogo di ‘io andare, io andante’ = ‘io vado’. Quest'opinione
è semplicemente fondata sulla forma esteriore, perché sta di fatto
che spesso gli elementi soggettivi del verbo coincidono coi possessivi
del nome : Egizio sḏm-k ‘odi tu’ come pr-k ‘casa tua’.

Le radici, verbali, come abbiamo visto, esprimono sempre
originariamente un'azione, per es. tak-, tok- ‘battere’, Less. 261.
Ma alcuni glottologi ritengono che le radici siano propriamente
neutrali e si possano usare senz'altro tanto in senso attivo quanto
270in senso passivo. Qualcuno anzi è arrivato fino a considerare come
fondamentale il significato passivo, facendo derivare l'attivo dal
passivo anziché questo da quella. Secondo questa concezione molte
lingue sarebbero incapaci di esprimere in forma attiva il verbo
transitivo e, per esempio, invece di ‘io batto il cane’ dovrebbero
di necessità dire ‘da me è battuto il cane’.

Infine ambedue le concezioni sarebbero accoppiate nel verbo
possessivo-passivo. Dice Thalbitzer : « In the Eskimo mind the
line of demarcation between the noun and the verb seems to be
extremely vague » (Handbook di Boas, I, 1057), e si fonda sui
suffissi personali identici ai possessivi : kapiivoq there is a stab,
one is stabbed, kaphvara my its stab = I stab it, Peeli-p
kapiwaana
Peele's my-his-stab = Peele stabs me. invece di

he stabs me si direbbe my'being stabbed by him is
he sees me
my being seen by him is

Si comprende che dopo ciò il Thalbitzer venga alla conclusione :
« ve get the impression that to the Eskimo mind the
nominai concept of the phenomena of life is predominant ». Ma
è una conclusione assurda fondata su false premesse.

Credo opportuno combattere partitamente tali erronee concezioni,
perche esse impediscono di cogliere la vera natura del
verbo, parola « viva », anima del linguaggio.

Il così detto « verbo possessivo »

339. La concezione possessiva del verbo si trova in germe
già nelle opere di G. di Humboldt e fu poi applicata da F. Müller
ogni volta die egli ne ebbe il destro. Essa imperversa nelle opere
del Finck e raggiunge il colmo in quelle di H. Winkler, in cui
del preteso verbo possessivo si parla fino alla sazietà.

Per dare un'idea dell'estrema complicazione, con cui sono
costretti a rendere delle forme semplicissime i partigiani del verbo
possessivo, citerò alcuni esempi. Il Vei na-i-ko, che corrisponde
esattamente al nostro ‘io ti do’, viene reso dal Müller con
‘meiner-Deiner-Geben’ = ‘Dein durch mieli veranlasstes Geben
(Gegeben werden)’; e Slmilmente si dovrebbe tradurre nà-m-fa-ko,
propriamente n-à m-fa ho io (a) mio-padre do. Il Nama ma-do-gu-b
‘da (a) voi essi egli’ = ‘egli li da a voi, egli ve li da’ si
dovrebbe intendere come ‘seine Gebung des sie + ihre Gebung
dès Elicli (an Euch) = seine Gebung des sie an Euch’. Basterà
271osservare che i possessivi precedono il nome (ti gũ-s la mia pecora),
cosa,che dimenticò anche il Wundt, quando affermò che mũ-b
significa ‘suo occhio’ e nello stesso tempo ‘egli vede’.

Il Finck rende con un mostruoso ‘Ertönen-dessen-deinem-meinem’
un semplice ‘tu mi odi’ del Groenlandese (Haupt. 38),
e così ‘des Vaters sehen des Hundes’ dove, senza l'originale,
non si sa quale sia il soggetto e quale l'oggetto.

Perfino un semplice ‘tu sei buono’ dell'Algonchino viene da
Winkler trasformato nell'assurdo ‘il tuo esser buono’.

340. Contro la concezione possessiva del verbo finito si espressero
H. Schuchardt, W. Schmidt e altri.

Premetto alcune considerazioni generali, poi passerò all'esame
di alcuni casi speciali.

1. È assai dubbio che nei primordi del linguaggio si avesse
il concetto del genitivo-possessivo, poiché le forme primitive sono
di semplice apposizione dichiarativa o correttiva ; per es. Maleop.
mata-ku occhio mio, propr. mata-aku ‘occhio io’, Dakota mi-išta
mio occhio, propr. ‘io occhio’. In parecchie lingue si trova ancora
l'espressione ‘io occhio-mio’ oppure ‘mio-occhio io’. Non esistendo
il concetto del possesso, non poteva esistere il verbo possessivo.

2. Identità di forma non significa identità di funzione. Opportunamente
osservava Schuchardt che i Negri del Surinam dicono
wi hoso ‘our house’ come wi lobbi ‘we love’ : la diversa funzione
nasce naturalmente dalla diversa combinazione (con un nome
o con un verbo). Kafa tā mā́tō il mio cibo : tā mā́te io mangio.

3. Quando il soggetto è un pronome indipendente o un nome,
non ha la forma del genitivo-possessivo. Meinhof, Ham. 30, vorrebbe
vedere tale formazione nel Berbero, per es. Scilcha i-ffu̇γ
u-gullíd
uscì il re, cfr. tigimé u-gĕllíd la casa del re (a-gĕllíd re).
Ma nel Berbero non esiste affatto il verbo possessivo, e i-ffu̇γ
significa ‘egli uscì’ mentre il dimostrativo maschile u- corrisponde
alla terminazione maschile -w dell'Egizio, per es. sḏm-w
nṯr
‘ode-egli Dio’ accanto al semplice sḏm nṯr ‘ode Dio’.

4. Le forme nominali come ‘il mio scrivere, il tuo scrivere’
sono relativamente moderne e difficilmente possono mutarsi in
vere forme verbali, come ‘io scrivo, tu scrivi’.

5. L'assurdità della concezione possessiva appare, fra altro,
dall'imperativo. Chi vorrà, infatti, ammettere che invece di
‘mangia tu’ si sia detto ‘il tuo mangiare’ ?

Si può aggiungere che, quando l'affisso soggettivo ha la stessa
forma del possessivo e dell'oggettivo, molto spesso è quest'ultimo
che ha assunto la funzione d'indicare il soggetto.272

341. Nel Vei i pronomi si uniscono direttamente o con interposizione
di a ; cfr. da ro dire, fa padre, dže vedere, musu moglie :

tableau n-do | m-fa | n-ā-dže | n-ā musu | i-ro | i-fa | y-ā-dže | y-ā musu | a-ro | a-fa | ā-dže | ā musu

Le forme verbali corrispondono a quelle del Bantu con e
senza -a-, epperò i pronomi hanno il valore soggettivo. Se mai,
resterebbero da spiegare le forme possessive. Probabilmente a-fa
si deve intendere come ‘egli il padre’ sott. ‘di lui’. Infatti coi
nomi di parentela l'articolo -a assume nello Ewe il significato
di ‘suo’ : fofo-a il padre = padre suo, novi-a-nyõnu sua sorella
(novi-nye-ṅutsu mio fratello), cfr. Kru nè-a-yo della madre figlio,
Vei fāri a kira dell'alligatore la via, ma Bambara kung a fali
testa di maiale.

342. Il Reinisch considera come possessiva la coniugazione
del Kunama : sing. 1. n-a-láb-ke come á-wā mio padre, 2. n-i-láb-ke
cfr. é-wā tuo padre, 3.,i-láb-ke come í-wā suo padre.
Però nella seconda e terza persona del verbo si possono trovare
le vocali i e oppure u o, che non hanno niente a che fare coi
pronomi possessivi.

Coniugazione possessiva si avrebbe pure nel Barea secondo
Reinisch. Per esempio, da meda- maledire :

tableau mede | *meda-i | meda | *meda-ha | medo | *meda-u | ne | ni | io sono | geez | na-ya | na | na-ka | no | nu | nā-hū

Cfr. anche wurte da *wurta-i io trovo : wurta-go essi trovano,
de io ho : du-k noi abbiamo. Plurale : 1. -ki, -ke, 2. -ka, 3. -ku
opp. -i, cfr. -ka del plurale nei sostantivi ; ma spesso uniformemente
-ko opp. -go come negli aggettivi.

Il Reinisch confronta le forme come Tigray ḳátīl-yä bei
meinem töten = ich töte, 2a pers. ḳátīl a-ka ecc. (Fürw. 204).
La cosa sarebbe notevolissima, perche nel Barea odierno i possessivi
sono prefissi, non suffissi.

A ogni modo nelle forme na-ya, na-ka e nā-hū del Geez i
suffissi hanno significato oggettivo, non possessivo : ecco-mi, ecco-ti,
ecco-lo. Il -ya in luogo del -nī si spiega facilmente.

343. Il così detto « pseudoparticipio » dell'Egizio corrisponde
al perfetto semitico e, come questo, consta di predicato-soggetto ;
per es. mḗnej rimanente egli (è) = egli rimane, mén-tej rimanente
tu (sei) = tu rimani, mósjej partorito egli (è).273

La flessione dell' imperfetto, più recente, sembra essere invece
formata da un nome verbale seguito da suffissi possessivi ; e così
fu spiegata da F. Müller. Per es. :.

tableau mn-j | io rimango | pr-j | casa mia | mn-k | mn-ṯ | pr-k | pr-ṯ | mn-f | mn-s | pr-f | pr-s

Erman, Flexion des aeg. Verbums 30, dopo aver concesso che
la spiegazione più ovvia sembrerebbe esser quella di considerare
il tema verbale come un infinito, supponendo che invece di ‘er
hört’ si fosse detto ‘sein Hören’, soggiunge con ragione 1°. che
sarebbe cosa pur sempre singolare se « ein solches ‘sein Hören’
zum alleinigen Ausdruck der lebendigen geschehenden Handlung
geworden wäre » ; 2° che il tema verbale non ha la forma di
un infinito ; 3° che non si comprenderebbe la interposizione di
particelle o di voci oggettive, nè la forma ora maschile e ora
femminile del tema verbale. Perciò egli considera l'imperfetto
come derivato dall'unione di un participio con un pronome assoluto
soggettivo (nella proposizione nominale egizia precede appunto il
predicato), per es. sḏm-f udente egli (è) = egli ode, sḏm sw nṯr
udente lui Dio, Gott ist ihn hörend, sḏm-k udente tu (sei), sḏmw-f
udito egli (è), sḏm-χr-f er ist doch hörend.

Quanto ai suffissi soggettivi e possessivi, essi derivano dagli
antichi pronomi assoluti. Per il singolare abbiamo : wj io, me,
ṯw tu, te (ma nei testi delle Piramidi kw, k), femm. ṯn Pir. ṯm,
sw egli, lui (ma Pir. f), femm. sj. Queste forme si usano però
per il soggetto solo in determinati casi, e corrispondono infatti
ai pronomi oggettivi e possesssivi delle lingue affini. Perciò noi
dobbiamo ammettere, specialmente per la seconda persona, un passaggio
dalla funzione oggettiva alla soggettiva, come nel Berbero.

344. Secondo F. Müller nell'Andamanese alcuni verbi di significato
neutrale e riflessivo avrebbero una coniugazione possessiva :

tableau dōl d-en-āke | io desidero | a-d-en tōbare | il mio fratello maggiore | ṅōl ṅ-en-àke | a-ṅ-en tōbare | ōl en-āke | ā-en tōbare

Qui la forma possessiva è innegabile, senonchè con ogni probabilità
dōl d-en-āke non significa ‘io desidero’ bensì ‘io il mio
desiderio (è di….)’.

345. Nelle lingue ugrofinniche il verbo è predicato-soggetto.
La parte predicativa è rappresentata dalla radice o da un nome
verbale avente carattere d'infinito o, più spesso, di participio ;
274per es. Estonico. sure-k — se morente egli = egli muore, Vogulo
minè-γ--m opp. mən-γə--m andante io, io vado, Finnico sā-pi
ricevente = egli riceve, asu-va-t abitanti = abitano, Mordv. M.
rama-j comperante = egli compera, Magiaro vār-s aspettare tu
= tu aspetti, Mordv. palā-va — n baciato io = io vengo baciato.
Nella coniugazione negativa il suffisso personale si unisce alla
voce negativa e il predicato verbale appare nella sua purezza.,
per es. Mordv. ezi-ń rama-k non io comperante = ich kaufte
nicht, Cer. o-g tole-p sie nicht kommend = essi non vengono,
Finnico dial. e-n anna-k non io dante = io non do, ecc.

Non ostante questo generale carattere predicativo del verbo
ugrofinnico, Winkler ha preteso di spiegare il Ceremisso kole-m,
kole-t ‘muoio, muori’ con ‘mourir mori, mourir ton’ (La langue
basque, 1917, pag. 27). Ma sopratutto si è sostenuto e si sostiene
ancora da molti (F. Mueller, F. N. Finck ecc.) il carattere possessivo
della coniugazione oggettiva del Magiaro :

tableau vāro-k | io aspetto | vāro-m | io l'aspetto | napo-m | giorno mio | vār-s | vāro-d | napo-d | vār | vār-ja | nap-ja | v | ru-nk | vār-ju-k | napu-nk | vār-tok | vār-jā-tok | napo-tok | vār-nak | vār-jā-k | nap-jo-k

Il carattere predicativo della coniugazione semplice non può
essere messo in dubbio. Si noti in particolare che vār-na-k è il
plurale di un participio e significa propriamente ‘aspettanti’,
cfr. tese-n faciente = egli fa, tes-nä-k facienti = essi fanno,
e nell'Indoeuropeo bhéro-n-ti portanti = essi portano.

Quanto alla coniugazione oggettiva, il suo carattere possessivo
è soltanto apparente e limitato al singolare (le forme del plurale
si tacciono volontieri), e d' altra parte le differenze dei suffissi
personali si riducono a poca cosa. Noi abbiamo vāro-h, io aspetto,
āllo-k io sto, nẽze-k io guardo con -k da -m-k ‘io stesso, io
solo’ (cfr. Vogulo o-m io, o-m-k io stesso, io solo) ; cfr. del resto
also-m, io dormo, ese-m io mangio, men-tä-m io sono andato.

La coniugazione oggettiva è predicato-oggetto-soggetto. L'oggetto
di terza persona è rappresentato da -i-, per es. vār-tok
aspettare voi : vār-jā-tok (dial. vār-i-tok) aspettare lui (loro) voi,
kēr-tek pregare voi : kēr-i-tek pregare lui (loro) voi ; vār-ja
(dial. vār-i) per *vāro-j-ā aspettare lui (loro) egli, kēr-i (dial.
kēr-jä) per *kēre-j-ē pregare lui (loro) egli; vāro-m per *vāro-i-m
aspettare lui (loro) io, kēre-m per *kēre-i-m pregare lui (loro) io.275

346. Nelle lingue altaiche il verbo ha forma generalmente
predicativa, ma non mancherebbe accanto a quella la forma possessiva,
specialmente nel preterito. Si notino le forme del Tunguso :

tableau presente | ana-m | ich stosse | ana-n-di | ana-ra-n | passato | ana-tsā-f | ana-tsa-u | ana-tsā-s | ich stiess | ana-tsā-n | ana-tsā | possessivo | haga-f | haga-u | haga-s | tazza mia | haga-n

Un'altra forma di passato è ana-rka-f o -u, 3. sg. ana-rka-n.
Anche il futuro determinato ha suffissi identici ai possessivi :
ana-džiga-f, 3. sg. ana-džiga.

Le differenze si riducono alla 1a e 2a singolare. Però nel
presente troviamo anche ana-ra-f e ana-ra-s, le quali forme sono
date come equivalenti a quelle del plur. ana-ra-vun e ana-ra-sun.
Ciò non può essere esatto, e noi dobbiamo ristabilire il paradimma
in questo modo :

tableau presente | passato | ana-ra-f | ana-tsā-f | ana-ra-s | ana-tsā-s | ana-ra-n | ana-tsā-n

Nel Turco le forme « possessive » sarebbero pure limitate al
perfetto. Nel Jacutico abbiamo :

tableau bïsa-bïn | io taglio | bïsa-γïn | bïsar | bïs-tï-m | io tagliai | bïs-tï-n | bïs-ta | aγa-m | padre mio | aγa-ṅ | aγa-ta | bas-a | testa sua

Le differenze si riducono anche qui alla 1a e 2a singolare :
i suffissi della 1a e 2a plurale sono identici nelle due serie ; e
quanto alla terza persona il possessivo è -in o -a (dopo vocale
-tin o -ta) nel sing. e -lar-in o -lar-a nel plur., mentre il verbo
predicativo nel singolare è privo di suffisso e nel plurale ha -lar.

Nell'Osmanli abbiamo :

tableau yazar-ïm | io scrivo | yazar-sïn | yazar | yazar-ïz | yazar-sï(nï)z | yazar-lar | yaz-dï-m | io scrissi | yaz-dï-n | yaz-dï | yaz-dïk | yaz-dï-nïz | yaz-dï-lar | aγa-m | signor mio | aγa-n | aγa-sï | baš-ï | testa sua | aγa-mïz | aγa-nïz | aγa-larï

La prima serie è evidentemente predicativa, cfr. Turco or.
barïr men andante io = io vado, barïr sen andante tu = tu vai,
barïr andante = va, barïr mïz andiamo, barïr sïz andate, barïr-lar
andanti = essi vanno.276

Quanto alla seconda serie, la forma della 1a pl. yaz-dïk è
quella del participio perfetto attivo-passivo (cfr. Lat. amamini)
e F. Müller interpretava yaz-dï-m con ‘il mio avere scritto’
trans. e ‘il mio scritto’ intrans. precisamente come se si trattasse
di un yaz-dïγï-m, benché questa sia una forma nominale che
ammette i casi (cfr. bu yaz-dïγï-m mektub dir questa scritta
mia lettera è = questa è una lettera scritta da me, bu mektub-i
yaz-dïγï-m-dan soṅ-ra
dopo il mio avere scritto questa lettera
= dopo avere io scritto questa lettera), e non costituisce una
proposizione come yaz-dï-m che, perciò, non ammette casi.

Le differenze tra la prima e la seconda serie si riducono a
ben poca cosa, e riguardano specialmente la seconda persona. La
forma yazar-ïm sta invece di *yazar-mïn per influenza di kitab-ïm
libro mio. Nel Ciuvasso tale influenza si fa maggiore :

tableau singolare | plurale | isler-im | lavoro | osm. | išler-im | isler-iṅ | išler-sin | isler-e | išler | išler-imir | išler-iz | isler-ir | išler-si(ṅi)z | isler-e-s | išler-ler

Finck, Haupttypen 80, è costretto ad ammettere il valore
predicativo della serie sever-im liebend-ich, sever-sin liebend-du,
sever liebend, sever-iz liebend-wir, sever-siṅiz liebend-ihr, sever-ler
liebend-e, sopratutto perchè queste forme non concordano con
l'espressione del genitivo, per es. baba-nïn ev-i Vater-s Haus
sein, ben-im ev-im meiner Haus mein. Ma converrà ammettere
l'origine predicativa di tutto il verbo turco.

347. Un forte argomento in favore della concezione possessiva
del verbo sembrerebbe essere fornito dal Samojedo. Qui si distinguono
nettamente i verbi intransitivi dai transitivi. I primi hanno
flessione soltanto predicativa, i transitivi invece possono avere
anche flessione « possessiva », nel qual caso il tema verbale concorda
con l'oggetto. Secondo Castrén 207 seg. e 379 il verbo
transitivo ha suffissi soggettivi quando l'oggetto è determinato,
per es. njanj mue-m il pane presi io, ha invece suffissi possessivi
quando l'oggetto è indeterminato o manca, per es. njanj mue-u
io presi del pane, Brot (war) mein Nehmen, njanja-hã mue-haju-n
io presi due pani, zwei Bröte waren meirie zwei Nehmungen.

Il Jurak ha da sawa- buono, mada- tagliare, lamba- scarpa :

tableau sawa-(d)m | mada-(d)m | mada-u | lamba-u | sawa-n | mada-n | mada-r | lamba-r | sawa | mada | mada-da | lamba-da277

La seconda serie ha realmente carattere possessivo. Come si
spiega ? Castrén pag. 366 osserva che dal nóme verbale madawy
Hieb si forma con suffisso predicativo madawae-m ich bin oder
war ein Hieb (!) = ich habe gehauen e con suffisso possessivo
madawae-u mein Hieb = ich habe gehauen, ecc. Con teheʼ
hāda-haju-n
zwei Renntiere (sind) meine Getödteten = ich tödtete
zwei Rennthiere cfr. ṅuda-haju-n le mie due mani. Senonchè io
credo che il possessivo non si riferisca alla forma verbale bensì
al nome o all'intero gruppo formato dall'oggetto e dal verbo. Il
tema verbale ha valore di participio passato passivo : tyʼ hāda-i-n
renne uccise mie = io ho renne uccise, io ho ucciso renne.

Così io credo di poter spiegare la coniugazione possessiva
del Samojedo. Restano alcune difficoltà che si possono eliminare
ricorrendo a fenomeni di analogia.

348. Nell'Eschimo si nota qualche differenza fra il verbo
intransitivo e il transitivo. Nel dialetto groenlandese abbiamo :

tableau io odo | l'odo | duale | plurale

Appartengono alla prima serie le voci intransitive inattive,
come siniχ-poq egli dorme, oppure attive usate assolutamente
(senza oggetto), come sana-voq egli lavora = è occupato, tusaχ̇-poq
egli ode := ha la capacità di udire (non è sordo). Anche
toqu-poq ‘egli è morto’ appartiene alla prima serie. Invece toqu-pā
egli l'uccide, tusaχ̇-pā egli l'ode, l'ascolta, sana-vā egli lo lavora.

La prima serie è evidentemente predicativa, come riconosce
anche F. Müller, Grundriss II 179, senza accorgersi che così contraddice
all'assurda spiegazione dei pronomi assoluti (uwa-ṅa
‘meine Hier-heit’ ecc., Pron. 135). La seconda serie è apparentemente
possessiva, cfr. kiwfa-χ̇a servo mio, ecc. Ma le differenze
si riducono a ben poca cosa e dipendono probabilmente dalla
presenza o assenza dell' elemento -χ̇-, la cui funzione è ignota.

Nelle forme della seconda serie il pronome di terza precede
sempre gli altri : tusaχ̇p-a- udire lui (cfr. Kotto hama-a- amare
lui), ma tusaχ̇p-ā-se odono essi voi, essi vi odono.278

Per brevità ometto l'analisi delle forme verbali dell'Aleuto.

349. Nei Kechua i pronomi assoluti ‘io’ e ‘tu’ sono ben
distinti dai corrispondenti pronomi affissi :

tableau sing | plur. | incl. | escl. | porto | lama mio

Come si vede, non si può dire con F. Müller che vi sia una
« perfetta identità » fra l'espressione verbale e la nominale.
Questo è invece il caso del Lule :

tableau sing. | plur. | amo | madre mia

Questi e altri simili fatti richiederebbero un ampio esame,
che qui non può aver luogo.

La pretesa concezione passiva del verbo

350. La concezione passiva del verbo transitivo fu in generale
affermata per quelle lingue che distinguono il nominativo attivo
e inattivo : Basco e Caucasico, Tibetano e altre lingue indocinesi,
lingue dell'Australia e dell'America settentrionale.

Il breve scritto, di Schuchardt « Ueber den aktivischen und
passivischen Charakter des Transitivs » (IF., XVIII) provocò una
critica di F. N. Finck : « Der angeblich passivische Charakter des
transitiven Verbs »,(Z. für vergl. Sprachf., XLI).

Per comprendere la gravita della questione giova ricordare
che Uhlenbeck afferma non esistere nessuna ragione per considerare
la costruzione attiva come primaria e più naturale e la
passiva come secondaria e propria di stadi culturali avanzati.
Egli ritiene al contrario che per una certa fase dello sviluppo
spirituale umano l'espressione passiva sia la più ovvia e naturale
(Het passieve karakter van het verbum actionis in talen van
279Noord-Amerika, Amsterdam 1916, pag. 30). Eppure molte-lingue
non possiedono alcuna forma passiva del verbo, o hanno forme
passive manifestamente derivate dalle attive. E Schuchardt stesso,
il quale, come abbiamo visto (§ 257) afferma essere il « Vorgang »,
motivo della favella, ammette che al passivo non corrisponde nulla
nella realtà.

Inoltre Uhlenbeck nega che il concetto dell'agente sia per
la mentalità primitiva quello che è per noi. In una proposizione
come ‘il cacciatore uccide l'uccello con una pietra’ — ossia
passivamente ‘dal cacciatore viene ucciso l'uccello con una pietra’
— il cacciatore sarebbe solo in apparenza agente, in realtà strumento
primario e la pietra strumento secondario, mentre il vero
agente o causa prima sarebbe un potere occulto (ivi, pag. 2 e
27 seg.) : l'uccello viene ucciso non dal cacciatore ma dalla causa
prima (o ultima che dir si voglia) per mezzo del cacciatore, il
quale, alla sua volta, si serve della pietra come mezzo. Fatalismo
o determinismo in piena regola ! E se il cacciatore mangia
l'uccello, questo in realtà, attraverso il cacciatore, viene mangiato
dall'essere occulto ? Così, si va incontro ad assurdità palesi.

Discuteremo prima i principi generali, poi esamineremo il
preteso carattere passivo del verbo transitivo in alcune lingue
particolarmente interessanti sotto questo rispetto.

351. I caratteri distintivi della espressione attiva e passiva
sarebbero secondo Schuchardt i seguenti :

tableau espressione attiva | espressione passiva | soggetto | verbo | soggetto reale | oggetto reale | nome semplice accusativo | ergativo

In origine dunque il Latino voca-t sarebbe stata una forma
passiva, il Georgiano w-ašeneb ‘io fabbrico’ una forma attiva,
come anche ora, mentre ašeheb-s ‘egli fabbrica’ sarebbe stata
una forma passiva. L'imperfetto semitico sarebbe attivo, il perfetto
invece originariamente passivo, per es. Arabo tá-ḳtulu tu
uccidi o ucciderai : ḳatál-ta tu hai ucciso. Questo naturalmente
non si può ammettere, e la diversa collocazione dei pronomi
affissi non ha niente a che fare col significato attivo o passivo
del verbo, basta pensare ad Arabo ḳatál-ta tu hai ucciso : ḳutíl-ta
tu sei stato ucciso. Tutto ciò che si può concedere è che una
espressione come dich ruft der Vater da un punto di vista psicologico
sta fra l'attiva e la passiva.280

Il soggetto reale nell'espressione attiva può benissimo essere
rappresentato da un « caso » anzichè da un puro tema, e d'altra
parte l'oggetto reale è spessissimo espresso da un puro tema
anziché, da un accusativo. Quanto all'ergativo v. § 328 ; e possiamo,
aggiungere che esso troyasi spesso usato dove non si richiederebbe,
(per es. Mingrelio hotš-kh ekil l'uomo uscì) e, cosa più
notevole, manca dove sembrerebbe necessario, come avviene spesso
nel Bongu.

Uhlenbeck vede una caratteristica della concezione passiva
nel verbum plurale. Ma il valoroso glottologo olandese si è stranamente
ingannato. Dal fatto che il verbo transitivo « concorda
nel numero » con l'oggetto egli deduce che la concezione è passiva.
Ma le forme verbali suppletive non concordano propriamente
ne col soggetto ne con l'oggetto, poiché non si tratta di un verbo
unico ma di un sistema di due verbi, cfr. io uccido il reo e io
stermino i rei
. Forsechè questa seconda espressione è passiva ?

Un'espressione come ‘da te sia mangiato’ in luogo di ‘mangia
(tu)’ per le fasi primitive del linguaggio non è meno inverosimile
di una espressione come ‘il tuo mangiare’ (§ 340).

352. Perché si abbia una vera espressione passiva è necessario
che il verbo abbia una forma passiva distinta dall'attiva.
Le eccezioni sono apparenti. Nella lingua australiana di Lake
Macquarie all'attivo buntan baṅ ‘io batto’ si contrappone apparentemente
come passivo buntan tia ‘io sono battuto’, con forma
verbale invariabile ; ma in realtà buntan baṅ vale ‘battente (sono)
io’ e buntan tia è un'espressione impersonale ‘battente me’ =
‘si batte me’. Similmente nel Narrinyeri lak-in-ityan non si deve
intendere passivamente come ‘durchbohrt wird ihn = er wird
durchbohrt’, bensì attivamente come ‘si trafigge lui’ (lak-ir-an
‘si trafisse me’). E a questo proposito ricorderò le parole di
Codrington : « It may be said that what nearest approaches a
Passive Verb is an active Verb used impersonally » (191).

Circa il caso ergativo del Bongu dice Hanke : « Als Instrumental
gefasst, muss das Verbum im deutschen passivisch
wiedergegeben werden, wozu freilich die Form des Bongu-Verbums
keineswegs berechtigt » (Bongu-Sprache 119 ; cfr. « Die Bongu-Sprache
besitzt kein Passivum » 43).

La derivazione del passivo dall'attivo è a tutti nota. Il passaggio
contrario fu sostenuto, che io sappia, solo da Schuchardt
per i casi come Georg. m-i-qwar-s mi è caro (da me è amato) :
w-i-qwar-eb io amo. Le forme attive senza suffisso, come w-hs-cer
io scrivo, sarebbero analogiche.281

353. La concezione passiva del verbo transitivo basco fu affermata
per la prima volta precisamente da F. Müller nel suo
Grundriss III, II, 1887, confermata l'anno dopo da H. Schuchardt
e fatta oggetto di uno studio speciale da Stempf nel 1890. Il
Basco non possederebbe un vero verbo attivo, poiché l'attivo-transitivo
sarebbe espresso in forma passiva : n-a-kar-k ‘tu mi
porti’ significherebbe propriamente ‘io sono portato da te’.

Questa concezione passiva sembra essere ormai accettata dai
glottologi che si occupano del Basco, benché contro di essa si
siano dichiarati parecchi, fra cui ricorderò Vinson e H. Winkler.
Recentemente Schuchardt a proposito del Basco scriveva : « Ueber
dessen Passivismus sind wir Männer der Wissenschaft, mit Ausnahme
von Vinson, nicht mehr im Zweifel » (Exkurs zu Sprachursprung
III, verso la fine).

Il verbo intransitivo ha prefissi soggettivi, il transitivo nel
presente ha sempre l'oggetto incorporato come prefisso, mentre
il soggetto è suffisso :

tableau andare | portare | egli | essi | tu | voi | io | noi | n-a-bil | n-a-kar | h-a-bil | h-a-kar | d-a-bil | d-a-kar

F. Müller interpretava n-a-bil ‘io vado’ con ‘ich bin im
Gehen’ e n-a-kar-k ‘tu mi porti’ con ‘ich bin im Tragen
(Getragen werden) durch dich’, secondo l'analogia delle forme
perifrastiche come elor-te-n n-ais in venire io sono, I am coming.
Ma qui abbiamo veramente il locativo di un nome verbale, mentre
in -a-bil e -a-kar non c'è che la radice. E con quale diritto si
attribuisce a questa un significato passivo ? L'identità di forma
e di posizione degli elementi pronominali di n-a-bil e n-a-kar
non implica necessariamente identità di funzione : n-a-bil è ‘io
vado’, n-a-kar ‘mi porta’, n-a-kar-k ‘mi porti tu’ come in
Tedesco mich trägst du (§ 44). La forma degli affissi personali
concorda generalmente con quella dei pronomi con valore di nominativo
e di accusativo : ni io, me, hi tu, te, gu noi, ci, su voi,
vi. Perciò è un vero arbitrio interpretare h-a-kar-gu ‘tu sei
portato da noi’ invece di ‘ti portiamo noi’. Secondo la teoria
invece di -gu si dovrebbe avere l'ergativo -guk (per l'ergativo
v. § 328). In -k si potrebbe vedere hik anziché hi, ma il femminile
-n sarebbe da *hin. Quanto a -t, esso non concorda con
ni, ma nemmeno con nik.282

Una prova della concezione attiva si ha nella forma del passato
che, potendo stare senza oggetto, ha prefissi soggettivi come
il verbo intransitivo, per es. n-e-karr-e-n io portavo, h-e-karr-e-n
tu portavi, s-e-karr-e-n B. e-karr-e-n egli portava. Ma quando
sia incorporato l'oggetto, la collocazione dei pronomi è come nel
presente : n-e-n-kar-su-n mi portavate voi.

Chi vorrà credere che e-kar-k porta(lo) ! valga propriamente
‘sia (egli) portato da te’ invece di ‘porta(lo) tu’ ?

354. Il carattere passivo del verbo transitivo caucasico fu
oggetto di uno studio importante di H. Schuchardt (Ueber den
passiven Charakter des Transitivs in den kauk. Sprachen, Wien
1895). In gran parte tale carattere era stato già affermato nei
lavori di Uslar-Schiefner, F. Müller ed Erckert.

L'argomento richiederebbe un largo esame e io devo qui
limitarmi a poche osservazioni.

a) Una prima osservazione può farsi sul posto che occupa
l'ergativo nella frase. Esso sta di regola in principio, cioè nel posto
che generalmente spetta al soggetto, per es. Varkun atta-li dič-ib
uc̣i-li-j arc
Vater-durch gab (!) dem Bruder Geld, Georg, deda-m
bovš-e-b-s ekhvsi vašli mi-s-ca
la madre ai bambini sei mele ha
dato, Mingr. dida-kh boš-e-ph-s amšvi ušhhuri khe-meč-u id.

b) Parlando della costruzione georgiana della frase col verbo
di tempo aoristo, il Finck dice che l'espressione deda-m da-i-naχa
mthχowara
‘la madre vide il mendicante’ sembra significare
alla lettera ‘dalla madre fu veduto il mendicante’, ma che propriamente
essa si dovrebbe rendere all'incirca con ‘von der Mutter,
sie sah ein Bettler’ (all'incirca, perche esiste un vero passivo in
cui l'agente non è espresso dall'ergativo). Si avrebbe dunque una
costruzione mista, come appare anche dal fatto che l'aoristo ha
forme speciali per ciascuna persona al pari del presente attivo :

tableau presente attivo | aoristo passivo | me v-a-šeneb | io fabbrico | šen a-šeneb | is a-šeneb-s | me v-a-šene | io fabbricai | šen a-šene | iman a-šena

Le terze persone del plurale sono isini a-šeneb-en essi fabbricano
e imath a-šen-es essi fabbricarono. E soltanto nelle terze
persone si ha una differenza notevole fra le forme attive e le
‘passive’. Ma se la costruzione è passiva, perche il verbo concorda
nel numero col soggetto reale ?

c) Do alcuni esempi di proposizioni che a mio parere si
devono intendere in senso attivo.283

Avaro w-áts-as b-óṣila ču (Bruder-durch gekauft Pferd) il-
fratello-egli lo-compera cavallo = il fratello compera un cavallo,
Allah-as ha-b-una dunjal Dio-egli lo-creò il mondo, dí-ca razí
ha-w-úla emén
io contento lo-faccio il padre, dí-ca razí ha-j-úla
ebél
io contenta la-faccio la madre. In Allah-as è contenuto a-s
‘egli’ precisamente come nel Kurukh (gruppo Dravidico) āl-as
‘l'uomo’ è contenuto ā-s ‘egli’.

Arci dia-mu noš bo-χ̇o laha-s padre-egli cavallo lo-diede al
figlio. Da dia ‘padre’ si forma dia-mn ‘padre-egli’ come da doš-
‘sorella’ si forma doš-mi ‘sorella-essa’. L'ergativo di oss ‘uno’
è oss-mu, femm, oss-mi ; cfr. Indoeur. se̥-mó- qualcuno, s-mi- una.
Varkun atta-li dič-ib uc̣i-li-j arc il padre diede al fratello
denaro. Con atta-li cfr. Circasso ate-r il padre, Elamico atta-r,
Basco aita-r- id., Georg, šwi-li figlio.

Thusch a-s lei io parlo, a-ḥ lei tu parli. Io non saprei concepire
passivamente queste espressioni. Molto notevole la distinzione
fra a-s w-ože io caddi (non senza mia colpa) e so w-ože io caddi.
Senza dubbio a-s da *á-so è forma enfatica rispetto a so.

Nel Circasso la costruzione varia secondo sia presente o meno
l'oggetto. Si dice mo-r m-e-lläzže egli egli-lavora, psšythle-r
m-a-vve
il contadino egli-ara,, invece psšythle-m gŭbgho-r j-e-vve
contadino-egli il campo egli-ara.

Con questa costruzione si confronta quella del genitivo, peres.
Abadzech 'ate-m ji-χat del padre (al padre) il suo giardino. Ma
v. Pron. 109. Il prefisso verbale je- è = Camitosemitico ja- egli.

d) Nel Vannico sono forme attive Menua-š ali M. dice,
Menua-š ali-e M. disse. Perché il Thusch dada-s ali il padre disse
(e con questo il Ciaudangsi bā-s lhī-s id.) deve essere concepito
passivamente ? La caratteristica dell'ergativo più diffusa è appunto
-s o sim., che trovasi in lingue del Caucaso e nei gruppi Tibeto-Birmano
e Papua-Australiano, e corrisponde a -s del semplice
nominativo indoeuropeo. Cfr. Dakota mi-š io (enfatico : mi-š w-akaγa
moi je l'ai fait), i-š egli = Lat. i-s = Kurukh ī-s hic.

e) Vere costruzioni passive non mancano certo nelle lingue
caucasiche e frequenti sembrano essere le costruzioni miste ; ma
la complicazione è tale che, anche dopo reiterati studi del lavoro
di Schuchardt, sono lungi dal veder chiaro nella congerie dei fatti.

355. Uhlenbeck considera come una prova della concezione
passiva il fatto che gli affissi soggettivi del verbo inattivo siano
identici agli affissi oggettivi e distinti dagli affissi soggettivi del
verbo attivo. Siffatte distinzioni si trovano in parecchie lingue
dell'America settentrionale.284

1. Kolosh. distingue verbi attivi e inattivi :

tableau pron. assol. | sogg. att. | inatt. | ogg. | possessivo | io | tu | egli | rifl | noi | voi | essi | χa- waé | hu | a | du | ha | y

La differenza fra la II e la III serie non è grande e si manifesta
specialmente in ‘noi’, II tu, III ha. Minore è la differenza
fra la III e la IV serie.

2. Haida. Distingue verbi attivi e inattivi come il Kolosh :

tableau sogg. v. attivi | sogg. inatt. | ogg. | io | tu | egli | noi | voi | essi

Una differenza fra la prima e la seconda serie si trova solo
in ‘io, tu, noi’. Lo trovasi in ambedue le serie. Il possessivo
concorda con la seconda serie.

3. Zimshian. Distingue i verbi in transitivi e intransitivi :

tableau sogg. v. trans. | sogg. intr. | ogg. | io | tu | egli | noi | voi | essi

La differenza principale tra le due serie sta nella collocazione.
Il possessivo concorda con la seconda serie.

4. Cinuk. Una differenza fra transitivi e intransitivi si nota
solo nella terza persona singolare :

tableau trans. m. | intrans | tš- | g- | i- | poss | -i- | a-

Nel resto non c'è differenza tra forme transitive, intransitive
e possessive.

5. Maskogi. Nelle lingue di questo gruppo si distinguono
pronomi affìssi attivi e inattivi ; v. Speck, Some comparative
traits of the Maskogian Languages, American Anthropologist IX
(1^907), pag. 477 seg.

Questi fatti non provano niente in favore della concezione
passiva, ma confermano quello che noi abbiamo detto circa il
carattere suppletivo dei pronomi attivi e inattivi (§ 328). Nessuno
vorrà sostenere che tu- ‘noi’ att. del Kolosh sia un caso strumentale
di ha ‘noi’ inattivo.285

356. Anche, nel Dakota si osservano fatti simili, che Uhlenbeck
esamina a lungo. Forme distinte si hanno specialmente nei pronomi
‘io’ e ‘tu’ :

tableau io | mi-ye | mi-š | sogg. inatt. e ogg. | m-a- | sogg. att. | w-a- | tu | ni-ye | ni-š | ni- | y-a-

I. — ṭa (egli) muore, ma-ṭa io muoio, ni-ṭá tu muori —
ṭá-pi essi muoiono, ecc.

II. kaška (egli) lega, wa-káška io lego, ya-káška tu
leghi, ũ-káška noi due (io e tu) leghiamo ; kašká-pi essi legano,
ya-káška-pi voi legate, ũ-káška-pi noi leghiamo.

Il pronome oggettivo si prepone : ma-káška mi lega, ni-čáška
(palatalizzazione progressiva, per *ni-káška) ti lega, ma-yá-kaška
me tu leghi. Però si dice ũ-ni-čaška-pi noi ti leghiamo.

Secondo Uhlenbeck ma-kaška = io (da lui) sono legato,
ma-yá-kaška io da te sono legato, kaška (egli da lui) è legato ;
e qui si dovrebbe ammettere una « presenza virtuale » dell'agens
e del patiens, oltreché un valore passivo del tema verbale. L'argomento
addotto in sostegno di questa teoria passivistica è la forma
diversa dei pronomi nei verbi attivi e inattivi. Vediamo.

Già F. Müller aveva osservato che la flessione come wa-kaška
‘io lego’ è propria del vero verbo, mentre le forme predicative
degli aggettivi e sostantivi hanno prefissi che concordano con
quelli possessivi; per es. ni šũka tu (sei) un cane, ma-wášte io
(sono) buono, ma-ṭá io morire, io muoio. Cfr. ni-tãčã tu-corpo,
il tuo corpo, ma-pa io-testa, la mia testa. Una confusione tra
l'espressione predicativa e la possessiva non è possibile, perchè
i prefissi si usano con valore possessivo soltanto per ciò che è
inalienabile (parti del corpo e qualità dell'animo, nomi di parentela),
sicché ni-šũka non può significare ‘il tuo cane’, mentre
d'altra parte ni-tãčã non può logicamente significare ‘tu (sei)
il corpo’, benché esprima un rapporto di quasi-medesimezza.

Coi nomi di parentela i possessivi sono mi- mio e ni- tuo,
con gli altri nomi accanto a mi- (per es. mi-išta il mio occhio)
trovasi ma-, usato secondo Riggs « in those parts of the body
which exhibit no independent action », per esempio ma-pa la
mia testa, ma-poγe il mio naso, ma-we il mio sangue. Io credo
che in m-a- per *mi-a- si abbia un possessivo indiretto come
in mi-ta- mio : m-a-pa presso a poco ‘io la testa’ = la mia
testa. Similmente m-a-wášte io (sono) buono, m-a-ṭá io muoio.
Lo i viene eliso davanti a vocale come in m-ũ I use, n-ũ thou
usest, m-ãká io sono, n-ãká tu sei (y-ãká egli è).286

Abbiamo dunque mi-mio, m-a- per *mi-a- io, mio, ni- tu,
tuo. Ora mi e ni sono appunto le basi dei pronomi assoluti.

Anche i pronomi preverbali w-a-, y-a-, ecc., hanno significato
soggettivo e contengono l'elemento -a- già veduto : w-a-kaška
‘io (lo) lego’ non già ‘da me (egli) è legato’. Quanto a ma-yá-kaška
‘me tu leghi’, noi possiamo considerare ma- come soggetto
e ya-kaška come predicato : ma--yá-kaška ‘io — tu leghi’,
con anacoluto spiegabilissimo.

Io non so vedere quale significato attivo ci sia in w-a-ti io
abito, y-a-ksapa tu sei sapiente. D'altra parte Uhlenbeck stesso
ammette che stanno in contrasto con la sua teoria le forme del
verbo -kõ ‘fare’ con -m- per la prima e -n- per la seconda
persona, e le forme di -čĩ ‘pensare’ e ĩ ‘portare un vestito’
rispettivamente con -mi e -ni.

357. Le forme dello Hidatsa sono ancora più. chiare :

kideši (egli) ama — m-a-kideši io amo, d-a-kideši tu ami
i-kideši lo ama — m-i-kideši mi ama, d-i-kideši ti ama

Curioso è che il futuro si forma dal presente con l'aggiunta
dei pronomi nella forma di -mi e -di, per es. ma-kideši-mi io
amerò, da-kideši-di tu amerai.

Con l'oggetto : mi-da-kideši me tu ami, di-ma-kideši te io
amo. Come è possibile la concezione passiva di tali forme, che
allo Uhlenbeck sembra essere senz'altro evidente ?

Lo -i- di m-i-kideši mi ama, d-i-kideši ti ama è certamente
diverso da quello dei pronomi assoluti e identico allo i- di i-kideši
lo ama. Cfr. Dakota i-ye, i-š egli, poi k-i-čaγa a qualcuno (egli)
fa, m-i-čaγa a me (egli) fa, n-i-čaγa a te (egli) fa ; cfr. ancora
we-čaγa per *wa-i-čaγa io a qualcuno faccio, yē-čaγa per *ya-i-čaγa
tu a qualcuno fai. Un valore oggettivo ha senza dubbio
anche lo -a- dei verbi attivi-transitivi come Dakota w-a-kaška.
Si veda poi anche il § 250 per il meraviglioso accordo del Dakota
col Georgiano.

358. Nelle varie lingue del gruppo gli affissi di prima e
seconda persona hanno le seguenti forme :

tableau attivo | inattivo | dakota | tutelo | hidatsa | ponca | winnebago | w-a- | incl. | ũ- | y-a- | tu | mi- | m-a- | ni- | d-a- | di- | a-287

La serie a) ha sempre per vocale a, la serie b) generalmente
i (si notino le forme dell'inclusivo che dimostrano essere avvenuti
degli spostamenti nel Ponca e Winnebago). Stando al Dakota a
indicherebbe l'oggetto diretto, i in alcuni casi l'oggetto indiretto.
Resta da spiegare il variare delle consonanti.

I verbi attivi del Dakota che cominciano alla terza singolare
con y-a- e y-u- (anche y-o-) hanno alla prima persona md- e
alla seconda d-, dopo i quali prefissi secondo Uhlenbeck sarebbe
scomparso il y. In realtà invece il d è l'equivalente fonetico
dello y (=Hidatsa e Biloxi d, Dhegiha e Osage δ, Ciwere e
Winnebago r), e noi dobbiamo scomporre m-d- dial. b-d- e b-l-
= Biloxi n-d- Dhegiha b-δ- ecc., mentre d- dial. l- ha perduto
il primo elemento conservato nel Biloxi i-d-, Ciwere š-r-, Osage
š-t- per *š-d-, Dhegiha š-n- Kansa h-n-. Abbiamo dunque per
lo meno m- (dial. b-) ‘io’ anche in verbi attivi del Dakota,
per es. m-du-štã io finisco. Cfr., del resto, hi-y-ú egli viene,
hi-d-ú tu vieni, hi-b-ú io vengo.

Le consonanti caratteristiche del pronome ‘io’ sono dunque
le labiali ni (Kansa e Hidatsa mi, Ciwere mi-re, Dakota mi-ye,
mi-s io), b e w, cfr. Dhegiha Osage Kwapa wi-e io. Le consonanti
caratteristiche del pronome ‘tu’ sono le dentali n (Winnebago
ne, Dakota ni-ye, ni-š tu), d e y, cfr. Hidatsa di, Ciwere di-re,
Dhegiha δi e δi-e = Osage δi-e, poi Kansa yi tu. Si nota un
certo parallelismo fra queste caratteristiche che hanno riscontro
nell'Uraloaltaico e in altri gruppi-linguistici : Altaico bi, Georgiano
me io, preverbale w- id, (attivo e inattivo), ecc.

Quanto ad -a- cfr. Washo l-a-galāmi me egli ama, m-a-galāmi
te egli ama (Dak. m-a-kaška me egli lega). E nel Washo si trovano
anche forme con -i- e con -e-, per es. l-i-šli mi da, l-e-šli io do.

359. Il verbo dell'Algonchino fu considerato di tipo possessivo
da F. Müller e, come abbbiamo detto, H. Winkler arrivò a tradurre
un semplice ‘tu sei buono’ con ‘il tuo essere buono’
Uhlenbeck, invece, trova nel transitivo una concezione passiva.
Michelson concilia tutto ammettendo un possessivo-passivo ; per
esempio Fox ne-wāpḁme-gw-a ‘he looked at me’ sarebbe alla
lettera ‘my being looked at’.

Il verbo intransitivo è molto semplice : Alg. pimose (egli) va,
ni-pimose io vado, ki-pimose tu vai ; Ogibwe nibā dorme (plur.
nibā-wa-g), poi nin- io, ki- tu ; Cri nipa-w dorme (pl. nipā-wo-k),
poi ni-nipā-n io dormo, ki-nipā-n tu dormi.

Il verbo transitivo incorpora l'oggetto pronominale di terza
persona in forma di suffisso ; per es. Algonchino saki(h)- amare :288

tableau io | tu | egli | lui | esso | essi | ni-sakih-a | ki-sakih-a | o-sakih-a | ni-saki-ton | ki-saki-ton | o-saki-ton | ni-sakih-ak | ki-sakih-ak | -o-sakih-ā

Inoltre : ki-sahi tu ami (me), hi-sakih-in te amo io. Non c'è
nessuna ragione per concepire queste forme come passive. Un
vero passivo esiste ed è caratterizzato da -i-go, -gu-, cfr, il passivo
del Mongolo in -gu e quello del Bantu in -i-gọ- ; per es,
ni-sakih-igo io sono amato, ki-sakih-igo tu sei amato, o-sakih-igo
egli è amato (essi lo amano). Perciò si dovranno considerare
come passive anche le forme

tableau io | tu | ni-sakih-ik | ki-sakih-ik | ni-sakih-igo-n | ki-sakih-igo-n | ni-sakih-igo-k | ki-sakih-igo-k

Cfr. Blackfoot ni-táino-ko io sono veduto : ni-táino-k id. =
egli mi vede, ki-táino-ko tu sei veduto : ki-táino-k id. = egli
ti vede. Ma Algonchino sakih-a ‘egli è amato’ (plur. sakih-a-k)
è formato diversamente e sembra essere una voce impersonale :
‘(qualcuno) ama lui’, cfr. ni-sakih-a io amo lui, ecc. Similmente,
dal fatto che l'Ogibwe wābam-a si può tradurre con ‘egli è
veduto’, non ne viene che nin-wābam-a si debba intendere come
‘io sono veduto da lui’ invece di ‘io vedo lui’.

Con Alg. sakih-a propr. ‘amare lui’ cfr. Kotto hama-a- id.,
Groenl. tusaχ̇p-a- udire lui.

360. Non mi occupo del preteso passivismo del Malese e delle
lingue affini, perche, dopo essere stata ammessa per lungo tempo,
la concezione passiva fu poi combattuta e, come credo, con ragione.
Schuchardt stesso, esaminate le costruzioni del Cymrico, dopo
avere affermato che esse ricordano quelle del Malese, deve pur
riconoscere che il passivismo di questa lingua è « eine sehr
umstrittene Sache » (Exkurs zu Sprachursprung III, pag. 204).

Caratteristiche generali

361. Restano da esaminare alcuni fatti speciali e talune caratteristiche
arcaiche del linguaggio, delle quali poco o nulla abbiamo
potuto dire nelle pagine precedenti.

Dobbiamo in primo luogo segnalare il grande sviluppo e la
eccezionale importanza che ebbero le voci dimostrative nei primordi
del linguaggio. Niente di più naturale. Le voci dimostrative
provengono da una specie di gesto linguale, o in genere orale,
289che in origine accompagnava ihgesto propriamente detto. Il ricco
sistema dei dimostrativi attesta appunto la grande importanza
che aveva allora il gesto.

La primitiva ricchezza del sistema dei dimostrativi spiega la
varietà che presentano, nei singoli gruppi linguistici le forme del
genere e del numero, i pronomi personali, i numerali e altre
categorie, come l'abbondanza dei primitivi « verbi ausiliari »
spiega la grande varietà delle forme deverbali. Tutto ciò apparirà
chiaro dallo studio della Morfologia.

362. Al grande sviluppo dei dimostrativi si accompagna la
tendenza all'espressione concreta, che caratterizza le fasi arcaiche
del linguaggio. Di questa caratteristica tratta a lungo Lévy-Bruhl
nel libro « Les fonctions mentales dans les sociétés inférieures »
(1910), al quale rimando il lettore. I dimostrativi stessi esprimono
oltre che la vicinanza o lontananza spesso anche il sito e
il modo di stare dell'oggetto, se esso è visibile o invisibile ecc.,
e ciò specialmente in lingue americane. Queste infatti tendono a
descrivere gli oggetti e le azioni nello spazio nella stessa maniera,
plastica e grafica del « sign language » così comune presso gli
indigeni dell'America settentrionale.

L'incapacità di astrarre appare dall'uso obbligatorio dei possessivi,
per esempio coi nomi delle parti del corpo. In molte lingue
non si dice di regola ‘mano’ bensì ‘mano mia, tua’ ecc. In
talune lingue americane, ove manchi il possessivo determinato,
si usa l'indeterminato : ‘mano di qualcuno’. Nel Mota (Melanesia)
nago-k faccia mia, nago-ma faccia tua, nago-i faccia.

Similmente in certe lingue è obbligatorio l'uso dei pronomi
aggettivi col verbo transitivo, e resta escluso l'intransitivo assoluto.
Nell'Azteco non si dice ‘io batto’, ma solo ni-te-witeki ‘io
batto qualcuno’ oppure ni-tla-witeki ‘io batto qualche cosa’.

Frequente è il caso che manchino parole per fratello e sorella,,
essendo in uso dei termini per fratello e sorella maggiore o minore.

Abbiamo visto quanto è diffuso il « verbum plurale ». Esso
ha un carattere estremamente concreto. Se il verbo è intransitivo,
possiamo rappresentarcelo con A andare : A e B andare andare
(cioè A andare + B andare), ossia in forma suppletiva A e B
marciare
. Se il verbo è transitivo, si può rappresentare con
uccidere A : uccidere uccidee A e B (cioè uccidere A + uccidere
B), ossia in forma suppletiva sterminare A e B.

Ma l'esempio forse più caratteristico dell'espressione concreta
ci è dato dai numerali considerati nella loro origine : 1 = ‘questo’,
2 := ‘questo e questo’ oppure ‘questo e quello’.290

363. Il patrimonio primitivo di vocaboli era certamente più
ricco di voci verbali che di sostantivi, essendo questi, come sappiamo,
tutti di origine secondaria. Per molti oggetti mancava un
nome semplice e si doveva ricorrere a gruppi di parole, ossia a
perifrasi, dalle quali spesso derivarono dei nomi composti. Lo
studio delle perifrasi primitive, molte delle quali sono imaginose
e poetiche, sarebbe assai interessante. Darò alcuni esempi.

Sole. — Nelle lingue maleopolinesiache ‘occhio del giorno’ :
Malese mata-hari, Toba mata ni ari, Karo mata wari.

Luna. — Jucaghiro emin-pugup ‘della notte sole’, cfr. Ainokunne-čupp
‘nero sole’.

Stelle. — Agni sara-ma o n-zra-ma ‘della luna figli’, cfr.
Kyama pè-mwe da luna. In lingue dell'America meridionale
‘fuochi del cielo’ oppure ‘scintille della luna’, nel Tupi jaçi-tatá
‘della luna fuochi’.

Fulmine. — In Persiano ‘fuoco del cielo’.

Temne ka-sḁṅ ka o̱-baī bocca del re = ambasciatore, araldo,
ka-sḁṅ kḁ-wósi a dry mouth = intrepidity in speaking.

Sandeh dumó ziré casa dell'uccello = nido, ngua-dumó bocca,
della casa = porta,, quoto-nguá pelle della bocca = labbro,.
ppe-be foglia del braccio = mano, ppe-ndué foglia della gamba
= piede ; Colombaroli 40.

Australia occ. mulya mamerup naso alto = superbo, Aranda
alkna derka derka occhio verde verde = Hurenauge ; Gatti III 23.

Molte perifrasi sono formate per mezzo della parola ‘figlio’.
Nel Malese anak panah figlio dell'arco = freccia, pag. 65. Per
l'antichissima perifrasi ‘figlio della mano = dito’ v. Less. 371.

Interessante è la perifrasi ‘figlio di mamma = fratello’,
che trovasi in molte lingue dell'Africa ed è indizio del primitivo
matriarcato (§ 320).

364. Il linguaggio primitivo fu isolante, ossia formato di
parole-radici come il Cinese classico. Indi a poco a poco le parole
« vuote » o formali perdettero entro la proposizione la loro individualità
e indipendenza e, divenute proclitiche o enclitiche, si
subordinarono e unirono alle parole « piene » come prefissi o come
suffissi. Tale unione può consistere in un semplice accostamento,
come in forte-mente, o in una intima compenetrazione, come in
buoni e buone, in cui l'unione di due elementi può essere svelata,
solo dall'analisi storica e comparativa : *bono-i e *bona-i. Nel
primo caso si parla di agglutinazione, nel secondo di flessione.
Però questi processi non differiscono essenzialmente tra
di loro e non rappresentano che stati di aggregazione che gradatamente
291passano dall'uno all'altro, come si vede, per es., in
finir-anno, ameranno e ameremo. D'altra parte le lingue non
sono mai esclusivamente isolanti, agglutinanti o flessive, poiché
in tutte i vari processi s'intrecciano, benché in diversa misura ;
onde appare insostenibile ogni classificazione linguistica fondata
su tale criterio.

La primitiva evoluzione del linguaggio fu dunque in ordine
ascendente, cioè da una struttura semplice ad una struttura
complicata, ricca di forme. Ma in processo di tempo le lingue
« sintetiche » sogliono trasformarsi, sopratutto a cagione del
decadimento fonetico, in lingue « analitiche ». Così, per esempio,
il dileguarsi e confondersi di suoni finali fece scomparire quasi
del tutto la declinazione nelle lingue neo-latine e nell'inglese,
onde l'uso delle preposizioni in luogo dei casi. E questa è evoluzione
in ordine discendente, la quale tende a riportare il
linguaggio alle forme primitive, ma in un ciclo più elevato. Tale
ciclo si compì nel Cinese classico, che non è già una lingua
conservatasi isolante fino ab origine, ma divenuta tale per pròcesso
secondario. E l'evoluzione che ha compiuto e va compiendo
l'Inglese si avvicina non di poco a quella del Cinese.

Nei periodi storici noi conosciamo soltanto una evoluzione
discendente. Il proto-Indoeuropeo era assai più ricco di forme che.
il Latino e questo era più ricco dell'Italiano, ecc. Gli esempi
citati da F. Mueller di evoluzione ascendente non reggono. Le
lingue della Polinesia, per esempio, che sono di tipo semplicissimo,
non rappresentano già uno stadio più antico rispetto alle
lingue affini della Melanesia e della Indonesia, più ricche di forme,
bensì un impoverimento seriore.

La maggior parte delle lingue dei popoli « primitivi » conservano
ancora una struttura molto ricca e spesso complicata.

Glottologia e Antropologia

365. Come abbiamo detto a pag. 5, il fine ultimo della,
Glottologia è in pari tempo un mezzo per lo studio dell'Umanità
nel suo sviluppo parallelo a quello del linguaggio orale articolato.
Ma i dati della Glottologia essendo insufficienti per risolvere i
problemi più importanti, sorge il bisogno di integrarli e confrontarli
coi risultati di altre discipline che studiano l'Uomo sotto
altri aspetti, fra le quali possiamo nominare in primo luogo, la
292Paleontologia, l'Antropologia e l'Etnologia. Ora, per quanto io
sia lontano dal possedere la competenza necessaria in codeste
discipline, ritengo di non dovere esimermi dal mettere i risultati
della glottologia a confronto con quelli ottenuti per altra via.

I problemi massimi che mi propongo di studiare in tal moda
riguardano : 1° l'antichità dell'uomo e del linguaggio, 2° il centro
di origine e di dispersione, 3° le prime migrazioni umane, 4° le
più antiche forme culturali.

366. La scienza che meglio può illuminarci sull'origine é
sviluppo dell'umanità è la Paleontologia umana. Seguo per questa
l'opera recente di Marcellin Boule, Les hommes fossiles, Éléments
de Paléontologie humaine (Paris, 1921). È un libro eccellente,
che si legge con grande piacere e che lascia ottima impressione
per la serenità dei giudizi alieni da ogni esagerazione.

Come è noto, la storia della terra si divide in cinque ere :

tableau era quaternaria | era terziaria | era secondaria | era primaria | era arcaica | spessore dei terreni | durata anni | regno | dell'uomo | dei mammiferi | dei rettili | dei pesci

Le cifre della cronologia assoluta sono estremamente incerte.
Per la durata dell'era quaternaria i calcoli variano da 10.000
anni a 1.620.000, quelli per la durata dell'epoca glaciale'da
17.000 a 1.290.000, quelli per la durata dei tempi postglaciali
da 4.000 a 100.000 ! Stando così le cose, si può domandare se
è cosa seria il dare delle cifre. Boule pensa che si può valutare
a 10.000 anni, la fine del periodo glaciale, l'emigrazione della
renna e il principio della civiltà neolitica.

Tutti sanno quanto si sia dibattuta la questione dell'esistenza
dell'uomo nell'era terziaria. Questa si divide in quattro periodi :
eocene, oligocene, miocene, pliocene. Durante i due primi periodi
l'esistenza dell'uomo, coi suoi principali attributi, è « à peu près
impossible », essendo i primati circoscritti ai lemuri e alle
scimmie caudate. Durante il miocene sono già numerose le scimmie
antropomorfe e l'esistenza dell'uomo, o meglio di un pre-uomo,
è « très possible ». Infine durante il pliocene l'esistenza di uri
essere simile all'uomo, o anche di un vero uomo, è « tout à fait
probable ». Però finora non se ne ha alcuna prova diretta, né
di pietre lavorate intenzionalmente o utilizzate (eoliti) né, tanto
meno, di avanzi fossili.293

367. Noi dunque conosciamo soltanto l'uomo dell'era quaternaria.
Questa si suddivide nel modo seguente :

tableau helocene | attuale | super. | medio | infer. | clima | animali | fauna | neolitico | paleolitico | race294

Il resto umano più antico sarebbe finora la mascella scoperta
a Mauer presso Heidelberg nel 1907 alla profondità di 24 metri
sotto il suolo. È massiccia, robustissima, senza mento, con dentizione
umana. Per alcuni, caratteri si avvicina alla mascella del
gibbone. Per il nostro scopo è interessante l'osservazione che
« l'espace laissé à la langue était fort rétréci, moins que chez
les Anthropomorphes, plus que chez les Hommes modernes et
mème que chez les autres Hommes fossi les que nous connaissons.
Le jeu de cet organe dans le langage articulé devait ètre, par
suite, singulièrement réduit. Il semble bien… que nous voyons
ici réalisée, au point de vue anatomique, une sorte d'intermédiaire
entre l'Homme qui parle et les bètes qui
crient
 » (p. 154). Ma qui s'impone una certa cautela, sapendosi
che in uomini moderni lo spazio destinato alla lingua,
contrariariamente all'opinione del Boule, può essere non meno ristretto
che nella mascella di Mauer.

I resti dell'Uomo di Piltdown (Eoanthropus Dawsoni), scoperti
nel 1912, appartengono ad una età geologica incerta. Se la loro
antichità è quale si suppone, notevole sarebbe la somiglianza
con Homo sapiens, maggiore di quella che presenta l'uomo di
Neanderthal con l'attuale.

Grande ricchezza di fossili umani comincia soltanto col Pleistocene
medio (Moustiérien), benché in quei tempi remoti le condizioni
della vita, nelle caverne, con clima umido e freddo, fossero
particolarmente dure. La scoperta della famosa calotta cranica di
Neanderthal, avvennta nel 1856, suscitò infinite e vivaci discussioni.
Virchow la considerò addirittura come un prodotto patologico.
Senonchè, trent'anni dopo, i due scheletri di Spy mostrarono
la falsità dell'ipotesi, e dopo d'allora si susseguirono una ventina
di scoperte (Krapina, La Chapelle aux-Saints, La Ferrassie, ecc.),
che permisero di ricostruire il tipo omogeneo di Neanderthal,
differentissimo dai tipi odierni. E il Boule dedica molte pagine
interessantissime alla descrizione di questo tipo. L'uomo di Neanderthal
rappresenterebbe una specie arcaica, più arcaica che non
l'indichi l'età geologica dei resti scoperti. Ascendenti diretti di
Homo sapiens coesistevano con esso in Europa, dal che si deduce
che l'uomo di Neanderthal non può essere progenitore dell'uomo
attuale. Esso, inoltre, si estinse senza lasciare posterità e scomparve
improvvisamente per migrazione o per estinzione sul luogo
(secondo alcuni sterminato da razze superiori sopraggiunte) ; e per
ciò « aucun type humain actuel ne saurait être considéré comme
descendant direct, même modifié, du type de Neanderthal » (246),
295Secondo il Boule « Il n'est plus permis de soutenir que les Australiens
descendent de nos Moustiériens » (239) ; Naturalmente poi
l'uomo di Neanderthal aveva un'industria affatto rudimentale e
miserabile (pietra, forse osso e legno) e secondo Boule « Il n'avait
sans doute qu'un rudiment de langage articulé » (237).

368. Con gli uomini dell'età della renna le condizioni mutano
radicalmente. L'industria si fa molto varia e il materiale pure :
pietra, osso, avorio. Nell'otium consentito dalla caccia e dalla
pesca si sviluppano le tendenze artistiche : scultura, incisione,
pittura. Abbiamo di quei tempi, pur così remoti, dei veri capolavori,
delle figurine realistiche piene di vita e di moto.

Si possono distinguere tre tipi o razze molto simili tra loro :
1° Negroidi di Grimaldi della più antica età della renna, 2° tipo
Cro-Magnon dell'Aurignac, 3° tipo Chancelade del Maddaleniano.

Nel 1872 furono fatte le prime scoperte nelle grotte di Mentone
(Baoussé Roussé) o di Grimaldi, comune italiano. Sono nove grotte,
di cui una è distrutta. In quella detta « des Enfants » furono
trovati due scheletri di ‘Negroidi’, una donna vecchia e un giovane
di 15 a 17 anni. Notevole la grande lunghezza delle gambe
in confronto delle coscie, dell'avambraccio in confronto del braccio,
delle membra inferiori in confronto delle superiori. Le teste sono
voluminose, i crani iperdolicocefali, la faccia prognata. Anche qui
la lingua secondo Gaudry avrebbe avuto poco spazio per svilupparsi
e muoversi liberamente in avanti. Verneau ha studiato le
sopravvivenze di questa razza e Boule trova particolari somiglianze
coi Boschimani e Ottentoti, che avrebbero conferma dalle statuetta
femminili con steatopigia della più antica età della renna.

Il tipo di Cro-Magnon è conosciuto fino dal 1868. Ha statura
altissima (media 1,87) e conformazione robustissima. Sopravvive
ancora in due varietà o razze, bruna e piccola nell'Africa settentrionale
ed Europa meridionale, chiara e grande nell'Europa media
e settentrionale (v. Fritz Paudler, Cro-Magnon-Studien, Anthropos
XII-XIII, 1917-1918).

Il tipo di Chancelade è rappresentato da un cadavere di uomo
trovato nel 1888. Altezza da m. 1,50 a 1,55. Testut trova delle
somiglianze con gli Eschimo, come già Quatrefages aveva notato
molti rapporti fra il tipo Cro-Magnon e i Pelli Rosse.

369. Fin qui abbiamo accennato agli uomini fossili d'Europa.
Nelle altre parti del mondo, salvo forse l'America, l'esplorazione
è appena iniziata.

Asia. — Solo due resti paleontologici : alcune ossa probabimente
dell'età d'Aurignac trovate nella grotta d'Antelias in
296Fenicia, e un osso sacro del loess di Ho-nan in Cina. Il neolitico
si trova un po' dappertutto, il paleolitico mancherebbe nella Mongolia
orientale, Mangiuria, Corea, Cina e Giappone. In generale
i paesi montagnosi, coperti di nevi,o ghiacci nel Pleistocene, sono
poveri di prodotti paleolitici. Invece l'Asia meridionale ne è ricca,
e in particolare l'India abbonda di pietre tagliate simili a quelle
del paleolitico europeo.

Australia. — L'Australia fu un tempo unita all'Africa meridionale
e all'India per mezzo del « continente di Gondwana »,
ma già alla fine del Cretaceo o in principio del Terziario, quando
l'uomo non esisteva ancora, essa rimase isolata nella sua forma
generale attuale, racchiudendo imprigionate la fauna e la flora
dell'epoca. Come spiegare allora la presenza dell'uomo nell'Australia ?
Schoetensack fece nientemeno dell'Australia la culla del
genere umano, cosa per me assolutamente incomprensibile, dato
che essa non fu mai sede di primati antropomorfi. Nè si conoscono
documenti sicuri che attestino la presenza dell'uomo nell'Australia
nei tempi geologici. L'esplorazione delle sabbie aurifere su centinaia
di migliaia di chilometri quadrati non ha fornito dati conclusivi.
Si conosce, è vero, dal 1914, il famoso cranio fossile di
Talgai (Queensland), scoperto già nel 1884 a due metri e mezzo
di profondità, tutto incrostato all'interno ed esterno di calcare
ferruginoso (un pezzo di parietale conteneva il 3.60 per 100 di
materia organica). Lo stato di mineralizzazione lo farebbe considerare
come appartenente al pleistocene. Io non so quanto sia
attendibile questo criterio, poiché lo stesso grado di fossilizzazione
(cioè « transformation physique et chimique de l'os, qui a perdu
sa matière organique, s'est enrichi de matières minérales et a
pris une densité plus grande ») può variare secondo condizioni
di mezzo indipendenti dalla durata del tempo. Ad ogni modo il
cranio di Talgai coincide esattamente con crani australiani
odierni
.

Giuffrida-Ruggeri nel suo recente libro « Su l'origine dell'Uomo »
(Bologna, 1921) dedica un capitolo al cranio fossile di
Talgai e al suo significato per l'origine degli Australiani, dei
Tasmaniani e dei Melanesiani orientali. Quanto alla provenienza
egli scrive : « un tragitto per mare, su qualche galleggiante, non?
è fuori delle possibilità di un uomo primitivo, quale il Proto-australiano
di Talgai, ma certamente non può dirsi lo stesso del
Cane, onde se si trova il Cane è segno che l'Uomo l'ha portato
seco, o — forse meglio — che esso ha seguito l'Uomo, emigrando
insieme con lui » (pag. 162 seg.). Questa soluzione urterebbe
297contro una grande difficoltà, se veramente il cane (dingo)
fosse sempre stato selvatico, come afferma il Klaatsch, il quale
esclude che gli Australiani siano venuti su galleggianti, ritenendo
che il passaggio tanto dell'uomo quanto del cane sia avvenuto
per via di terra. Ma io credo che, se mai, il cane si sia inselvatichito ;
e ciò perchè i nomi di questo animale hanno numerose
connessioni extra-australiane (« Di alcuni nomi del cane », specialmente
a pag. 12). Quanto al collegamento terrestre ammesso
dal Klaatsch, la sua durata, come osserva il Giuffrida-Ruggeri,
dovrebbe essere stata brevissima, poiché non sarebbero passati
che l'uomo e il cane. Perchè non passarono altri mammiferi ?
Inoltre il passaggio secondo il Sera dovrebbe essere avvenuto
prima del Pliocene, essendo posteriormente mancato il collegamento
terrestre. Per queste ragioni io non posso ammettere la
emigrazione per via di terra, sostenuta dal Klaatsch e accettata
anche dal Giuffrida-Ruggeri.

Recentemente (1920) Dubois ha fatto conoscere due crani
fossili australoidi che aveva raccolto a Giava, nel distretto di
Wadjak, trenta anni prima, l'anno innanzi che egli scoprisse il
Pithecanthropus. Essi costituiscono il documento più importante
di Australoidi a nord dell'Australia (cfr. § 83).

Africa. — Il Sahara divide ora l'Africa in due regioni ben
distinte, ma prima che esso si disseccasse non era una barriera,
bensì un ponte. L'uomo si trovava ovunque nell'Africa fin da
tempi molto antichi, e pietre tagliate identiche a quelle del più
antico paleolitico europeo si trovano in catena quasi continua
dall'estremo nord all'estremo sud. Le comunicazioni terrestri,
come quella fra la Tunisia e la Sicilia, sussistevano probabilmente
ancora nella fase più antica del Paleolitico nord-africano
o Gétulien, corrispondente al vecchio Paleolitico europeo ed asiatico
(« Aurignacien et Gétulien sont deux aspects géographiques
d'une même culture méditerranéenne »). Somiglianze grandissime
si trovano anche fra il nostro Paleolitico e quello dell'Africa meridionale.
Quanto a fossili umani, due scoperte importanti furono
fatte nel 1914 : a Oldoway (Africa orientale già tedesca) uno
scheletro umano quasi completo, a 3 o 4 metri di profondità ;
a Boskop (Transvaal) frammenti d'uomo fossile. In ambedue i
casi è dubbio se si debba risalire al periodo geologico anteriore
all'attuale, e il tipo è assolutamente negroide.

America. — Durante il Pleistocene tre immensi ghiacciai
dello spessore da 1200 a 3000 metri, stendentisi dal Labrador,
dalle terre ad ovest della Baia di Hudson e dall'Alaska, coprivano
298tutto il Canada e la parte settentrionale degli Stati Uniti
fino al 37° parallelo. Perciò le immigrazioni furono possibili solo
durante qualche periodo interglaciale, se non piuttosto dopo il
recesso definitivo dei ghiacciai. La presenza dell'uomo fossile nell'America,
sostenuta tenacemente da molti nel passato, ha trovato
ora forti oppositori, fra i quali in primo luogo va ricordato
Hrdlička. Finora non si è trovata la minima traccia in America
di un Uomo morfologicamente diverso dall'attuale. La cultura
generale appartiene al tipo neolitico, gli avanzi umani sono numerosi
ma recenti, scarsi i documenti archeologici (il contrario di
quel che avviene in Europa). Ne si possono trarre conclusioni
sicure in favore dell'antichità dell'Uomo americano dal fatto che
esso sia stato contemporaneo di animali di specie estinte, perché
alcune di esse, per esempio il Mastodonte, vissero fino all'aurora
dei tempi moderni. Non credo poi necessario esporre il sistema
di F. Ameghino, il quale aveva finito col convincersi che nell'America
meridionale avessero avuto origine tutti i mammiferi,
compreso l'uomo, che avrebbe lasciato abbondanti reliquie nel
terziario americano. La sua idea preconcetta divenne un'idea fissa.
Fa meraviglia che uno scienziato serio abbia potuto appagarsi
di parole (chè non sono altro) come Anthropops, Tetraprothomo,
Triprothomo, Diprothomo, Prothomo (« n'a jamais existé que dans
l'esprit d'Ameghino »). La cosa, purtroppo, rasenta il ridicolo.

Boule, tuttavia, ritiene che « il faut faire remonter le peuplement
du Nouveau Monde au moins à l'aurore des temps géologiques
actuels » (434).

La scuola antropologica degli Stati Uniti combattè sempre,
sulle orme di Holmes, l'esistenza dell'uomo interglaciale in America.
Ora, secondo i calcoli più esatti, dopo l'ultimo recesso del
ghiaccio nel Nuovo Mondo sarebbero passati non più di 10.000
a 20.000 anni; e poiché il recesso avvenne gradatamente e anche
ora il ghiaccio occupa il ponte di passaggio, bisogna assegnare
una data abbastanza recente per l'ultima apertura di una comunicazione.
Perciò Clark Wissler (The American Indian, New York,
1917) si domanda se la durata di tempo che ne risulta può
bastare per spiegare lo sviluppo della cultura americana. Egli
ammette col Boas che l'uomo sia passato in America durante un
periodo interglaciale e considera il popolamento del Nuovo Mondo
come contemporaneo a quello dell'Europa occidentale, « and that
the subsequent return of the ice practically isolated the two
hemispheres, leaving each to develop as it might », Dopo quanto
s'è detto, non credo davvero che alcuno sia disposto ad ammettere
299nell'America, una popolazione contemporanea a Homo Heidelbergensis,
o anche soltanto a Homo Neanderthalensis !

Intorno alla origine degli Americani concludeva benissimo
Hrdlička in questo modo nel 1915 (The Peopling of America) :
« the American natives represent in the main a single stem or
strain of people, one homotype ; this stem is identical with that,
of the yellow-brown races of Asia and Polynesia ; and the main
immigration of the Americans has taken place, in the main, at
least, gradually and by the northwestern route in the earlier part
of the recent period, after man had reached a relatively high
stage of physical development and multiple secondary differentiations.
The immigration, in all probability, was a dribbling and
prolonged overflow, likely due to pressure from behind, or want,
and search, for better hunting and fishing grounds in the directioii
where no resistance of man as yet existed ».

370. La prima idea, molto semplicistica, fu che l'abitato
odierno delle razze fosse anche il loro luogo d'origine, onde si
dovrebbero ammettere molti centri di creazione o apparizione.
Tale era l'ipotesi di Agassiz, poligenista ad oltranza. Recentemente
Giuffrida-Ruggeri ammise tanti centri d'origine quante specie elementari
(Bianchi, Gialli, Neri), ma non molto lontani tra loro.

De Quatrefages osservò che il cosmopolitismo iniziale dell'uomo
sarebbe in contraddizione coi dati generali della geografia
zoologica. Quanto più le specie sono elevate, tanto più ristretto
suole essere il loro abitato originario. Ed esso sarebbe anche incontraste
con l'idea che abbiamo delle condizioni e cause che
promossero le migrazioni dei mammiferi.

A partire dagli stadi del tutto primitivi (lemuri e scimmie
platirrine) l'evoluzione del gruppo comprendente in potenza il
ramo umano non è seguita nè nell'America settentrionale, donde
scomparvero i Primati già nell'Eocene superiore, nè nell'America
meridionale, dove regnò esclusivamente il ramo delle platirrine.
Anche per questo, dunque, l'area d'origine dell'uomo non può
trovarsi nel Mondo Nuovo. Essa si deve cercare nel Mondo Antico,
escludendo subito l'Oceania.

I resti ossei più antichi furono esumati in Europa, e nondimeno
non sembra che qui si abbia un centro di evoluzione continua
dei mammiferi e dell'uomo. È una regione estrema, un
« cul-de-sac », ove vennero ad arrestarsi successivamente varie
ondate umane.

Le maggiori probabilità sono per l'Asia, specialmente meridionale.
Ai piedi dello Himalaya, nei Siwalik Hills, furono trovati
300numerosi resti di Antropomorfi vissuti alla fine del Miocene e
e nel Pliocene inferiore. In mezzo a tanto fervore di vita non
possono mancare resti umani, benché finora non siano scoperti.
Sembra che l'Asia fosse come il laboratorio ove e donde si differenziarono
i precursori dell'uomo, poiché le grandi scimmie fossili
vi sono numerose e di varie forme. Né va dimenticato che il
famoso Pitecantropo fu scoperto a Giava tra una fauna che, per
l'affinità con quella dell'India, dimostra essere stata quell'isola
alla fine del pliocene o agli albori del quaternario congiunta al
continènte asiatico.

Secondo Matthew, Climate and Evolution (Annals of the N.
York Ac. of Sc. XXIV, 1915), il centro di dispersione dell'umanità
sarebbe più a nord, verso il grande altipiano centrale asiatico.
Ma il clima in quell'epoca vi doveva essere freddo, se non rigido,
mentre sembra che i primi uomini fossero adattati a un clima
tropicale (secondo alcuni l'uso delle vesti avrebbe prodotto la
perdita dei peli). Il centro di dispersione dei mammiferi in generale,
e in particolare dei primati, è nel cuore dell'Asia (v. anche
Osborn, The Age of Mammals in Europe, Asia and North America,
New York, 1910), e Matthew mostra come le varie forme dei
primati hanno sciamato una dopo l'altra da quel centro. I medesimi
fattori che determinarono la dispersione dei primati devono
aver determinato anche la dispersione degli uomini.

371. Le prime onde migratorie furono quelle che, allontanandosi
a poco a poco sempre più dall'area centrale, pervennero
nelle regioni più lontane da essa : Africa centrale e Meridionale,
Australia, Terra del Fuoco. Ivi si trovano appunto le razze considerate
come più primitive. Le altre ondate successive si fermarono
meno lontano dal centro originario e le più recenti rimasero le
più vicine a questo. Dobbiamo infatti ammettere molte grandi
migrazioni avvenute in epoche diverse e in varie direzioni. Con
P Osborn possiamo ritenere che gli uomini primitivi, come cacciatori
onnivori, abbiano seguito le vie percorse dalla selvaggina
che a poco a poco si allontanava dall'area primitiva. Così la
selvaggina si allontanava perché inseguita dall'uomo, e l'uomo
la seguiva perché essa si allontanava.

Per farsi un'idea delle vie di migrazione e delle relative
possibilità è necessario stabilire quale fosse la configurazione delle
terre e dei mari nelle epoche in cui si presume avvenissero i
primi grandi spostamenti etnici. In generale mi sembra che si
abusi nell'ammettere anche per quelle epoche connessioni terrestri
che forse non esistevano più da lungo tempo. Tutto induce a
301credere che la configurazione geografica fosse allora non troppo
diversa dall'attuale.

Le più antiche migrazioni sarebbero quelle di Homo Heidelbergensis
e Neanderthalensis. Quanto a Homo sapiens, che più ci
interessa, le sue prime migrazioni sarebbero avvenute molto tempo
dopo (non tenendo conto dei resti di Piltdown troppo controversi).

image

Distribuzione degli Hominidi del ciclo Homo recens secondo Giuffrida-Ruggeri
(Su l'origine dell'Uomo, pag. 131) e loro centri di differenziazione.
PH = Pro-hominidi; 1. Homo recens ; 2. Australoidi; 3. Etiopici e Dravidi ;
4. Negri, Pigmei e Boschimani ; 5. Bianchi ; 6. Gialli.

ma per esse, ponendo il centro dell'origine nell'India, non è
necessario ammettere il difficile passaggio dell'Himalaya supposto
dal Matthew.

372. Credono alcuni che queste migrazioni si possano seguire
mettendole in confronto con la distribuzione geografica di oggetti
tipici o di usi e costumi caratteristici, cioè con quei fatti etnografici
in base ai quali si sono distinti diversi cicli culturali. E
veramente i risultati dell'etnologia possono riuscire molto utili,
ed istruttive sono senza dubbio le discussioni sui princípi di tale
scienza che furono iniziate nel 1911 da Haberlandt, Foy, Graebner,
302Ankermann e altri. Pero il tentativo di sintesi fatto nel 1919
dal Montandon, etnologo svizzero, non è tale da far concepire
soverchie speranze. Egli distingue, cinque cicli culturali.

I. Ciclo primitivo : Tasmania. Civiltà di tipo paleolitico estremamente
misera.

II. Ciclo del bumerang : Australia meridionale, poi insieme
col ciclo III estremità australi dell'Africa e dell'America.

III. Ciclo del totem : estensione vastissima, comprendente parte
degli Australiani, Eschimesi, ecc.

IV. Ciclo delle maschere o del sistema delle due classi : nord-est
dell'Australia, N. Guinea orientale e Melanesia orientale, inoltre
Golfo di Guinea nell'Africa occidentale e America centrale.

V. Ciclo dell'arco di guerra : in tutta la Melanesia, in Africa
e in America insieme col ciclo IV.

Tolto il primo ciclo, non si nota alcuna corrispondenza con
le varie razze, e la distribuzione geografica nei punti più distanti
del globo esclude in generale che migrazioni etniche e cicli culturali
si corrispondano. Altrimenti, per mettere d'accordo quelli con
questi, bisognerebbe sbalestrare i poveri uomini primitivi avanti
e indietro da un capo all'altro del mondo.

373. Ricostruendo il patrimonio delle parole proto-indoeuropee
è possibile determinare con una certa approssimazione quali cose
fossero a conoscenza dei progenitori degli Indoeuropei nel periodo
unitario. Ora, tra queste cose ve ne sono alcune che si trovano
solo in determinate regioni del globo ; onde lo studio della parola
può anche fornire dei dati preziosi per indagare la provenienza
dei popoli. Tentativi in questo senso furono fatti per determinare
la patria primitiva degli Indoeuropei, dei Semiti, dei popoli del
ceppo Maleopolinesiaco e di altri ; e si comprende che la determinazione
di questi centri secondari tornerebbe molto utile per
stabilire il primitivo centro di formazione e dispersione della
Umanità.

Io accennerò qui brevemente ad alcune serie di parole molto
diffuse, le quali, studiate con tutte le cautele necessarie in questo
ordine di ricerche, possono portare un utile contributo per la
soluzione del problema.

I nomi delle stagioni, e particolarmente quelli dell'inverno,
di ‘neve, ghiaccio’ ecc., possono giovare a questo scopo, e noi
ne abbiamo già dato parecchi esempi nel § 219 per confermare
la provenienza asiatica degli Americani. Invece i nomi del ‘mare’
e del ‘sale’ non ci forniscono dati utilizzabili, perché etimologicamente
significano altra cosa e il traslato può essere avvenuto
303in modo indipendente. Il Begia, Copto e Semitico yam ‘mare’
è = Samojedo yam ‘mare’ (Ciukcio iam-iam ‘sale’), ma la
parola in origine significava ‘acqua’, Less. 410. Indoeur. mari
‘mare’, però Georg, mari-li ‘sale’ = Sem. marr- ‘amaro’,
elat. a-marru = Lat. a-māro- ecc. Maleop. la-wud ‘mare’ =
Altaici da-busu- o da-wusu- ‘sale’ (Papua : Dungerwab ta-boda,
Dabu ada-bour = Mabuiag ada-bad acqua salata, Musa di-fode
sale), cfr. Mongolo usu acqua, ecc. Less. 395.

Del regno minerale sono interessanti anche i nomi dei metalli,
ma solo quello del ‘ferro’ ha una grande diffusione :
Quanto al regno vegetale, la parola più diffusa è certamente
quella che significa ‘noce, noce di cocco, nocciuola’ esaminata
in Less. 168 seg. (v, anche a pag. 122 il tipo kinu noce).

Più interessanti per il nostro scopo sono i nomi degli animali
superiori, tanto domestici quanto selvaggi. Particolarmente notevoli
mi sembrano essere le seguenti concordanze fra i nomi dell'elefante
africano ed asiatico (Less. 146) :

tableau africa | asia | mutsaya | nteghe | kanyika | kum | bayong | afudu | ngoala | balu | mbe | bilin | mongolo | mangiu | mon | mo-so | indocina | n-džako | n-tsaγo | zof | n-šoan | e-foan | n-tsenya | e-so | n-son | e-šan | dzaχa-n | saγa-n | sufan | tšin | tšing | tso | tson | a-šang | sang | tšang

V. anche 377 leone, 427 leopardo, 162 coccodrillo, 15, 354
e 425 serpente, 133 e 406 scimmia (Gbaya m-bulu = Brahui
bolu, Kredj buru = Tib. s-preu, Hausa biri = Gyarung še-pri).

374. Tenuto conto delle connessioni linguistiche, dei dati dell'antropologia
e della paleontologia umana e delle condizioni geografiche
e climatiche antiche e moderne, io determinerei in questo
modo il corso delle prime migrazioni umane.

Nell'Africa ebbero luogo due grandi migrazioni, quella dei
Negri o Bantu-Sudanesi e quella dei Camiti. La prima, più antica,
dall'Egitto mosse in direzione del Golfo di Guinea, indi piegò a
sud mandando in pari tempo propagini verso est, alcune delle
quali interruppero la corrente dei Camiti meridionali fra l'Equatore
e il fiume Zambese. La seconda migrazione, più recente,
movendo anch'essa dall'Egitto, si divise in due rami. Quello dei,
Camiti settentrionali si estese lungo le coste della Libia, quindi
fino al Sehegal e alle Canarie, e mandò anche diramazioni nell'interno
(Hausa, ecc). L'altro ramo, Cuscitico-Nilotico e Camitico
304meridionale, seguì la direzione generale da nord a sud, lungo
l'Africa orientale, risalendo il corso del Nilo. I gruppi di testa
della lunga colonna (Ottentoti e Boschimani) sono naturalmente
i più antichi in situ, ma pur sempre, come io credo, posteriori
ai Negri.

Nell'Oceania avvennero più migrazioni. Le più antiche sono
anche qui quelle dei Negri. Dall'Indocina scesero lungo la Penisola
di Malacca i progenitori dei Papua, Melanesiani, Australiani e
Tasmaniani, i quali, lasciati in quelle regioni gli Andamanesi, i
Semang e altre popolazioni affini, passando di isola in isola lungo
l'Arcipelago, si riversarono da una parte nell'Australia (penetrandovi
per la Penisola di York) e Tasmania, dall'altra nella N.
Guinea. Di qui nuove correnti mossero ad occupare le isole della
Melanesia (proto-Melanesiani) e Micronesia, e qualche debole nucleo
si spinse fino nella Polinesia, a Paumotu. Tutte queste migrazioni
di Negri sono però, come io credo, posteriori a quelle dei Negri
africani, anche perchè, con l'arte del navigare, presuppongono un,
notevole grado di cultura, dal quale alcune popolazioni (per es.
i Tasmaniani) decaddero. Le migrazioni dei Mongoloidi sono di
gran lunga più recenti. Essi pure scesero dall'Indocina, ma tenendosi
più ad oriente, ed occuparono l'Indonesia scacciandone o
assorbendone i Negroidi, indi si sovrapposero in deboli masse ai
Melanesiani specialmente nelle isole centrali, donde mossero per
ultimo ad occupare la Polinesia pressoché disabitata (salvo piccoli
nuclei, come quelli di Paumotu). Infatti le migrazioni dei Polinesiani
sono avvenute in tempi storici e si possono seguire, con
sufficiente precisione.

Quanto all'America, considerata l'Alaska come porta d'immigrazione
dall'Asia, appare verosimile che le principali correnti
migratone scendessero verso sud lungo le coste del Pacifico. Le
più antiche sono naturalmente quelle che pervennero nell'America
meridionale, arrestandosi alcune di esse all'estrema Terra del
Fuoco. Il movimento degli Eschimo da ovest ad est fino alla
Groenlandia è relativamente recente, mentre il parziale riflusso
in senso inverso con ritorno alle terre asiatiche sembra essere
ancora più recente. Che gli Algonchini siano di provenienza occidentale
difficilmente si può negare dopo la scoperta che il Wiyot
e Yurok, idiomi delle coste del Pacifico, appartengono al gruppo
algonchino.

Difficile è seguire le migrazioni sul suolo dell'Eurasia. Per
l'Asia, partendo dall'ipotesi del Matthew, che il primitivo centro
di dispersione degli Hominidae sia stato nel centro del continente,
305Giuffrida-Ruggeri stabilirebbe due grandi cicli di migrazioni, assegnando
al più recente i gruppi dei Leucodermi, Mongolici e Indonesiani
(Prime linee di un'Antropologia sistematica dell'Asia, 9).
Quanto all'Europa, i dati della Paleontologia umana ci obbligano
ad ammettere immigrazioni straordinariamente antiche.

Il libro di Haddon « The wanderings of peoples » (Cambridge,
1919) tratta più specialmente delle migrazioni meno antiche e
anche di quelle seguite in tempi storici.

375. Io imagino l'origine e l'evoluzione dell'Uomo e del Linguaggio
in generale come processi paralleli. Al precursore dell'uomo
corrisponde il linguaggio preumano, non articolato. La
trasformazione del precursore in « Homo sapiens » fu lenta e
graduale come la trasformazione del linguaggio preumano in vero
linguaggio umano. L'una e l'altra avvenne una sol volta, in
un'area più o meno estesa dell'India, come io credo, e per la
concomitanza di un complesso di fattori favorevoli.

I dati della Paleontologia umana e della Geologia non permettono,
a quel che pare, di far risalire l'evento a meno di
100.000 anni fa. Anche per lo sviluppo del linguaggio e per il
successivo grande differenziamento è necessario ammettere una
durata di tempo lunghissima. In U. io diedi (con molte riserve)
per il minimo e il massimo delle cifre troppo basse : ora non
avrei difficoltà a stabilire un minimo di 100.000 e un massimo
di 200.000 anni e più, se occorre. La ragione è che per infinite
prove mi sono ora convinto della grande, meravigliosa stabilità
del linguaggio. Tutta l'opera mia è una continua dimostrazione
di questa verità; e tuttavia sarà opportuno dare qualche esempio
particolarmente notevole. Scelgo per questo alcune forme antichissime
dei numerali 2 e 3.

Forme tasmaniane e papuane del numerale 2 si trovano in
lingue americane :

tableau tasmania | terraba | sabanero | gr. pano | papua | klamath | ka — la — bawa | ka — ta — bewy | k — ra — hu | g — da — hu | ka — ra — bö | la — bui | ra — hui | ra — bue | da — bui | lā — pi

Per altre forme americane v. § 211. Si aggiunga il Somali
la-ba 2, in 7 -dṓ-ba da *da-u-ba ;= Galla (Boni) lá-u-wa 2,
cfr. Austr. 137 lo-ba ‘paio, ambo’ = Hidatsa do-pa 2. E si
noti che -u-ba viene a coincidere esattamente col Sanscr. u-bhā
ambedue. Cfr. ancora Papua (Hagari e Uberi) a-hui 2 da una
306parte col Bribri bui 2 e dall'altra col Lituano a-bù femm. a-bì
ambedue. E infide il cuscitico lamma 2 sta per *tamba, cfr. da
una parte il Lat. ambo, Mordv. ombo altro = Tupi ambo-aé id.,
e dall'altra il Caripuna erambué due.

Si osservano ora le seguenti forme del numerale 3 :

tableau australia | papua | uralo-altaico | america | ma — n — gur | kura — m | mun — gura — ba | n — goro | gula — m | kuli — pa | mo — n — gul | kiri — mi | n — garo — p | na — gur | kōro — mi | gur — ba- | gol — ma | kore — pa | n — goro- | kro — mo | kura — pa | kula | kra — mia | kule — p

È facile osservare che l'ultima colonna del 3 corrisponde alla
prima colonna del 2 (Austr. kar-bu 3 = Terraba kra-bu 2,
Papua γalu-b 3 = Terraba kru-bu 2 ecc.), e infatti il 3 deriva
da 1 + 2, cfr. Oru-Lopiko (Papua) kone-hhala-vi 3 : kone-pu
Tauata kone 1. E anche mon- esprime l'unità. Nel tipo comunissimo
austr. kul-bari 3 il secondo termine è = afr. bari due.

Considerato che i progenitori degli australiani e papuani si
allontanarono dal suolo asiatico in epoca remotissima, proviamo
un senso di profonda meraviglia davanti a forme così complesse
tramandate fedelmente di generazione in generazione per una serie
innumerevole di secoli.

376. Al lungo periodo unitario della specie umana corrisponde
un eguale periodo unitario del linguaggio. Ciò va inteso naturalmente
in senso relativo, non potendosi escludere le variazioni
anche nei primissimi tempi. E qui possiamo rispondere a F. Müller
il quale non sapeva comprendere la formazione del linguaggio
« entro quel breve periodo di tempo in cui l'umanità formava
ancora un'unica famiglia » (cioè un unico popolo). Ma donde
attingeva egli la notizia che quel periodo di tempo fu di breve
durata ? E l'obbiezione non si dovrebbe riprésentare ammettendo
col Müller un grande numero (un centinaio !) di origini indipendenti
del linguaggio posteriori alla formazione delle varie razze
di uomini ancora allo stato alalo ? Io credo che al periodo unitario,
nel quale non soltanto si formò ma si sviluppò il linguaggio, si
possa tranquillamente assegnare anche una durata di 50.000 anni,
se non maggiore. Io, almeno, non vedo alcuna ragione in contrario,
nè conosco alcun fatto che vi si opponga, mentre la dispersione
dell'umanità breve tempo dopo la sua formazione mi sembra
inammissibile. Chi vorrà credere sul serio, con F. Müller, che
307l'uomo ancora allo statò alalo fosse in grado di compiere vaste
migrazioni anche attraverso,gli oceani ?

377. Non vi è paradosso, per quanto assurdo, che non s;ia
stato sostenuto da qualcuno. Vi fu chi sostenne essere le razze
umane anteriori alla « umanizzazione », come dice Giuffrida-Ruggeri,
il quale chiama questo un concetto paradossale e assurdo ;
e noi sappiamo che F. Müller poneva lo stadio iniziale del linguaggio
umano (« Beginn der Sprachentwicklung ») dopo la formazione
delle sue dodici razze.

Per me, invece, le razze sono posteriori al linguaggio ed
ebbero origine con le prime grandi migrazioni, quando si produssero
pure quei differenziamenti linguistici che stanno alla base
degli attuali massimi gruppi. Infatti le razze attuali sono bensì
molto antiche, ma si trovano sempre in situ, poiché i resti
umani scoperti in Africa, Australia e America non differiscono
dai tipi attuali. Esse sono il prodotto dell'area abitata. L'uomo
primitivo, infatti, meno difeso contro gli agenti esterni, ne subiva
la forza modificatrice assai più che l'uomo moderno. Adattabile
alle più svariate condizioni di vita e di ambiente, il suo corpo
doveva, possedere un grado notevole di plasticità. Se mi è lecito
esprimere un'ipotesi in materia non di mia competenza, direi che
le principali caratteristiche che distinguono l'uomo dai bruti
(riduzione del muso a faccia con conseguente sviluppo cranio-cerebrale,
ecc.) ebbero origine dal bisogno di assumere e mantenere
la stazione eretta.

Premuti dal bisogno, i primi uomini emigrando dalle terre
d'origine occuparono vasti territori privi di abitanti e, avulsi dal
ceppo primitivo e sottratti ali' influenza di esso, si moltiplicarono
modificandosi in relazione al nuovo ambiente. Le variazioni fisiche
nel corso del tempo sono naturali e inevitabili come le variazioni
linguistiche e, come queste, vengono favorite e promosse dall'isolamento.
Il quale, se talvolta esercita un'azione conservatrice e
preservatice nelle aree periferiche e inospitali, più spesso sembra
essere causa di divergenze e differenziazioni.

Si è osservato che la grande variabilità di forme che presenta
l'uomo ha riscontro nella polimorfia degli animali domestici, e
si ritiene che anche per l'uomo lo stato di domesticità, inteso
in un certo senso, abbia favorito la formazione di varietà e di
razze (v. Giuffrida-Ruggeri, Su l'origine dell'Uomo, cap. IX).

I passaggi graduali fra razze e razze, come fra lingue e lingue,
che si devono ammettere come regola nei tempi più antichi, scomparvero
poi in parte con l'eliminazione dei termini intermedi.
308Come si estinse la vetusta razza di Neanderthal, così si saranno
certamente estinte molte razze o varietà umane geograficamente
e somaticamente intermedie fra gruppi estremi, fra cui si produssero
in tal modo delle lacune o hiatus. E passaggi repentini
fra razze e razze e fra lingue e lingue si produssero pure quando
le migrazioni avvennero non per infiltrazione lenta e a guisa di
onde, ma per rapida traslazione di gruppi etnici da un luogo ad
un altro abbastanza remoto.

378. La famiglia degli Ominidi è ridotta al solo genere Homo,
che per i monogenisti costituisce la specie unica Homo sapiens
divisa in tre razze, poiché gli antropologi sono ormai ritornati
alle antiche classificazioni di Blumenbach : Bianca, Gialla (compresi
gli Americani), Negra. Per ì poligenisti queste sarebbero
tre specie : Homo albus o Caucasicus, Homo flavus o Mongolicus,
Homo niger o Aethiopicus.

Nel 1884 Flower, tenendo conto (come si dovrebbe far sempre)
del maggior numero di caratteri somatici, divideva l'umanità
appunto in tre tipi. Sostanzialmente identica è la classificazione
di Giddings del 1909. Questi considera come « main stem » il
tipo bianco, da cui gli altri due divergendo si sarebbero specializzati.
Duckworth chiama ‘Eurasiatico’ il tipo generalizzato in
Europa, Asia e America ; onde resterebbero come « diverging stems
from the main body » gli Australiani, Africani, Andamanesi, ecc.
Se è lecito ad un profano esprimere un'opinione in tale materia,
ammettendo come area d'origine l'India, parrebbe doversi considerare
il tipo dei Dravida come prossimo al tipo primitivo.

379. Sembra però che invece della tripartizione si possa e si
debba ammettere una bipartizione dell'Umanità attuale. Già nel
1913 Giuffrida-Ruggeri riunì le sue specie elementari in due
grandi categorie, specie boreali e specie equatoriali. Sono specie
boreali le meno pigmentate, cioè in sostanza i Bianchi e i Gialli,
con le propagini dell'Oceania e dell'America. Sono specie (o sottospecie)
equatoriali le rimanenti, cioè una di piccola statura (Pigmei)
e.una di grande statura e multiforme. Quanto al gruppo boreale,
recentemente osservava : « La scatola cranica originaria non presentava
differenze morfologiche fra quelli che dovevano rivestirsi
di cute rosea e quelli cui era riserbato il colore giallognolo »
(Prime linee di un'Antropologia sistematica dell'Asia, Firenze ;
1919, pag. 33). Quanto al gruppo equatoriale, mi sembra interessante
ciò che egli scrive circa la questione dei brachicefali
neri
in relazione coi Negroidi dell'India : « Noi crediamo che
la soluzione di tale quistione è da ricercare nella stratificazione
309etnica preistorica, quale si può ricostruire per le regioni a occidente
dell'Indostan. Molti indizi si hanno di una stratificazione
primitiva a caratteri equatoriali, caratteri che, mentre sono
ben diversi da quelli dei Bianchi e dei Gialli, comprendono nella
loro cerchia morfologica anche quelli dei Negriti. Ultimamente
lo Hüsing ha ammesso che effettivamente una stirpe costiera di
Negriti appare come la più antica popolazione fra l'India e il
Golfo Persico. Più tardi, secondo il medesimo erudito, la parte
interna dell'Iran avrebbe avuto una popolazione dravidica, della
quale residui si troverebbero tuttora, come residui di Negriti a
capigliatura crespa sarebbero rimasti nella Susiana sino ai tempi
storici. Ora i Dravidi essendo passati dall'Iran nell'India, avrebbero
trascinato elementi più brachicefali, come si può pensare
che fossero questi Negriti, i quali del resto non mancavano neanche
nella Penisola Indiana. Una fascia di Negriti si svolge lungo le
regioni meridionali dell'Asia » (ivi, pag. 40). Benissimo ; salvo
il passaggio dei Dravidi dall'Iran all'India, che per me è avvenuto
in senso contrario : dall'India i Negroidi sciamarono verso
occidente, verso oriente fino alla Cina meridionale, e nelle isole
oceaniche, naturalmente in tempi diversi.

Nel libro « Su l'origine dell'Uomo » vengono distinti e trattati
in due diversi capitoli il ciclo delle razze equatoriali e il ciclo
delle razze boreali.

Ognuno vede che i gruppi antropologici boreale ed equatoriale
di Giuffrida-Ruggeri corrispondono esattamente ai gruppi linguistici
boreale ed australe da me stabiliti a pag. 19. La cosa è
tanto più notevole in quanto che io ho avvertito la coincidenza
soltanto dopo che ebbi tracciato la mia sistemazione dei gruppi
linguistici. La quale, d'altra parte, viene a coincidere anche con
la sistemazione antropologica di G. Sergi, purché 1° si faccia
astrazione dalla base poligenistica, 2° si riuniscano in un solo
gruppo Heoanthropus ed Hesperanthropus. Così riuniti questi due
aggruppamenti corrispondono al ramo linguistico boreale, mentre
Notanthropus corrisponde al ramo australe.

380. Ci resta da fare un cenno della questione dei « Pigmei »
che è stata tanto dibattuta in questi ultimi anni. Quale è il posto
che essi occupano nel grande complesso umano ?

Secondo Kollmann i Pigmei sarebbero « Kindheitsformen »
dell'umanità, cioè rappresenterebbero uno stadio puerile e primitivo
dell'uomo, che in origine avrebbe appunto avuto una statura
piccola. Le odierne razze di alta statura si sarebbero sviluppate
da quelle di bassa statura. Al contrario, per G. Schwalbe ed E.
310Schmid sarebbero « Kümmerformen » dell'umanita, e propriamente
secondo Schwalbe varietà, locali sorte per speciali condizioni
di vita e di nutrimento e quindi fissate come razze in forza
del loro isolamento.

Il p. W. Schmidt. dedicò al problema dei Pigmei un volume
intitolato « Die Stellung der Pygmäenvölker in der Entwicklungsgeschichte
des Menschen » (Stuttgart, 1910). Egli si sforza di
dimostrare 1° che tutti i Pigmei, siano in Africa, alle Andamani,
nella Penisola di Malacca o alle Filippine, costituiscono una unità
somatica ; 2° che questa unità somatica è anteriore al tipo di
Neanderthal, cioè ai fossili europei più scimmieschi.

Le caratteristiche somatiche sarebbero la brachicefalia e i
capelli crespi ; e poiché queste due caratteristiche non si trovano
riunite presso nessuna razza alta, lo Schmidt ne deduce che i
Pigmei non possono essere derivati da razze di alta statura.

tableau Pigmei | kleinwüchsig | kurzköptig | kraushaarig | Negri | grosswüchsig | langköpfig | Mongoli | kurzköpfig | straffhaarig

Lo Schmidt si mostra invece propenso ad ammettere la trasformazione
contraria dai Pigmei alle razze di alta statura. Egli
trova che le forme infantili sono comuni ai Pigmei e ai Mongoli.
Se quelli hanno capelli crespi, cioè deboli, e questi capelli rigidi,
cioè forti, la cosa si spiega come un prodotto della temperatura..
E poiché la prima sede del genere umano non può essere stata
nella zona fredda, ne viene secondo lo Schmidt che la forma
primitiva fu quella dei capelli crespi. Una transizione si avrebbe
anche dai Pigmei ai Negri per il tramite dei Boschimani.

381. Sul problema antropologico dei Pigmei io non posso che
esprimere dei dubbi da profano. Anzitutto, quanto alla statura
quale è il massimo per essere qualificati Pigmei ? Intorno a metri
1,40 (Kollmann), al disotto di 1,50 (E. Schmidt), o una media
di 1,50 per gli uomini (W. Schmidt) ? Io temo che si vada incontro
al noto sofisma del sorite. I Vedda di Ceylon, i Toala di Celebes,
i Sehoi di Malacca vengono considerati da W. Schmidt come
« Pigmoidi » e come « Mischstämme ». La prima è una parola
e per la mescolanza si desiderano le prove. Niente di più variabile
della statura : le statistiche dimostrano che essa ha variato
a memoria d'uomo col variare delle condizioni di vita e di alimentazione.
I Lapponi vengono da alcuni (per es. Schwalbe) inclusi
fra i Pigmei, benché non abbiano i capelli crespi ; ora W. Schmidt
stesso ammette che la loro statura bassa sia effetto di « Verkümmerung »,
311e il D.r Europaeus attesta che essi passando alla vita
agricola, aumentano rapidamente di statura. Per me sarebbe un
fatto inesplicabile se i miserabili abitanti del deserto di Kalahari,
o i negri perseguitati che cercarono rifugio nelle foreste del Congo,
fossero dei giganti.

Quanto all'asserzione che le due caratteristiche della brachicefalia
e dei capelli crespi non si trovino riunite presso razze di
alta statura, sembra che non sia esatta, dal momento che esistono
dei Negri di alta statura, brachicefali, e con capelli lanosi o
crespi (Giuffrida-Ruggeri, La quistione dei Pigmei, Firenze 1910,
pag. 22). Del resto non pare che l'unità somatica di tutti i
Pigmei sia fuori di dubbio e, una volta ammessa, non è facile
spiegare la distribuzione geografica.

Ma sopratutto sembra insostenibile che i Pigmei siano alla
base di tutti i gruppi umani, perfino dei fossili. W. Schmidt
sostiene che i Pigmei sono più primitivi del tipo di Neanderthal,
come il Klaatsch considerò pre-neanderthaloidi gli Australiani !
Non credo che queste opinioni abbiano trovato largo favore fra
gli antropologo. A ogni modo contro la primogenitura dei Pigmei
sta il fatto che finora non si sono trovati dei Pigmei fossili.

Quanto alla pretesa cultura primitiva dei Pigmei, lo Schwalbe
ha dimostrato che essa è invece molto evoluta.

Non sono in grado di giudicare dell'origine « ologenetica. »
dei Pigmei, soluzione proposta da Giuffrida-Ruggeri, alla quale
nè lo Schmidt nè lo Schlaginhaufen avevano pensato. E per rientrare
nel campo linguistico di mia competenza, farò alcune osservazioni
sulle lingue dei Pigmei.

382. È noto che i Pigmei in generale non possiedono linguaggi
loro propri distinti da quelli delle popolazioni di alta statura fra
cui vivono. Tutto al più se ne distinguono per alcune caratteristiche
arcaiche. Questo fatto è abbastanza strano e dovrebbe far riflettere
coloro che vedono nei Pigmei dei residui di una umanità primitiva.

Fra i Pigmei africani soltanto i Boschimani. avrebbero, secondo
alcuni, un linguaggio proprio. Ma in Pron. 25 e seg. io ho dimostrato
che non esiste alcuna ragione per distaccare il Boschimano
dall'Ottentoto, e poiché questo lo ammette anche il p. W. Schmidt,
non credo di dover insistere sul nesso linguistico Ottentoto-Boschimano.
Non posso però essere d'accordo con lo Schmidt
quando nega che il Boschimano sia una forma scaduta (« Kümmerform »)
dell' Ottentoto, sembrandogli piuttosto che sia una
formazipne arrestatasi ad uno stadio più semplice (« auf einfacherer
Stufe stehengebliebene Entwicklung »). Contro siffatta conclusione
312basterà che io rimandi alle giuste considerazioni del
Lepsius da me riferite a pag. 23. Allo scadimento fisico corrisponde
in questo caso lo scadimento linguistico, che si manifesta
anche nella numerazione imperfetta. Questo non impedisce che in
alcuni casi il Boschimano abbia conservato forme assai antiche
come è, per esempio, il pronome sn ‘essi’ del !Kũ, che corrisponde
esattamente a sn ‘essi’ dell'Egizio = Begia -sna, Mehri
sen id., Georgiano i-sini quelli. Degli avulsivi o clicks lo Schmidt
dice che non si trovano « in keinen anderen Sprachen der Welt » ;
il che noi sappiamo non essere vero (pag. 42). — In conclusione,
io credo che, se non ci fosse stata di mezzo la statura, a nessuno
sarebbe venuto in mente di separare i Boschimani dagli Ottentoti,

Fra i Pigmei extra-africani soltanto gli Andamanesi avrebbero
un linguaggio proprio, che il p. W. Schmidt vorrebbe considerare
come assolutamente isolato ; il che noi sappiamo essere falso. Per
i suoi scopi egli avrebbe dovuto almeno ricercare elementi in
comune fra l'Andamanese e il Semang, i quali effettivamente si,
trovano in copia (pag. 64 segg.). Fra l'Andamanese e il Boschimano —
linguaggi che si trovano ad uno stadio evolutivo assai
diverso — non esiste alcuna affinità diretta.

Dobbiamo dunque concludere che per i loro linguaggi i Pigmei
non restano affatto isolati dal rimanente dell'Umanità attuale.

383. Faremo in ultimo, alcune considerazioni sulle più antiche
fasi culturali dell'umanità.

Di Homo Heidelbergensis scrive il Boule che « n'était peut-être
qu'un Pré-homme, un précurseur. Nous n'avons pas le droit
d'affirmer, bien que cela soit possible, qu'il parlait un langage
articulé, qu'il savait allumer du feu et tailler des pierres, qu'il
réalisait déjà l'Homo faber de Bergson ». Noi dunque non abbiamo
ragione di occuparcene.

Dall'uomo di Heidelberg all'uomo di Neanderthal passò « une
suite innombrable de siècles ». L'uomo di Neanderthal non è più
un precursore, è un vero uomo. Accanto ai suoi resti si trovarono
strumenti di pietra da lui acconciamente lavorati, carboni e ceneri
di fuochi che egli sapeva accendere ed alimentare (del resto tracce
di carboni e ceneri si sono trovate anche in depositi del primo
quaternario). Ma poiché gli uomini del tipo di Neanderthal si
estinsero senza lasciare discendenza, noi non possiamo sapere nulla
del loro linguaggio che, al pari, della razza, appartiene ad un
ramo disseccato del grande tronco.

L'umanità attuale (Homo sapiens) fu però contemporanea dell'uomo
di Neanderthal (Homo sapiens fossilis). Anche nei periodi
313più antichi noi, non dobbiamo raffigurarcela così in basso come
molti si compiacquero di rappresentarla quando imperversava la
tendenza a trasferire ai primordi dell'umanità ogni imperfezione
e rozzezza attuale o imaginabile. L'uomo primitivo — dice il
Klaatsch — non può essere chiamato nè cattivo nè stupido : « Der
primitive Mensch, unser Ahne, ist als eia hochstehendes Wesen
zu schätzen, das in mancher Hinsicht an Kraft der Individualität
und Kampfesmut seinen Epigonen der Kultur überlegen war ».
Senza forza e senza senno l'uomo primitivo non si sarebbe salvato
in mezzo alle dure difficoltà della vita e non avrebbe potuto
compiere migrazioni così meravigliose in ogni parte del globo.
E intanto la selezione naturale dei più atti preservava l'umanità
primitiva dal decadimento, cui andarono incontro soltanto alcune
sezioni estreme, ἔσχατοιἀνδρῶν. Ma non bisogna esagerare in senso
opposto, come fa W. Schmidt, il quale considera come patrimonio
primitivo quanto di meglio trova fra i suoi Pigmei, di cui ci
traccia un quadro idilliaco (per esempio : « die grossen, schönen,
lebhaften Augen, die mit fragender Wissbegier in die Welt hineinblicken »,
Pygmäenvölker 300). Non bisogna dimenticare che
l'uomo fu probabilmente antropofago fino da tempi antichissimi.
Parlando della estinzione dell'uomo di Neanderthal, Giuffrida-Ruggeri
dice che essa non avvenne per cause naturali, bensì
perchè quell'uomo forte ma rozzo « non trovò difesa efficace
contro il suo simile più evoluto, e non è stata una legge paleontologica
che lo ha eliminato, ma semplicemente una civiltà (!)
superiore, che gli ha tolto lo spazio e la vita : infatti i suoi civilizzatori
probabilmente erano quei cannibali, dei quali è rimasto
a Krapina in Croazia il macabro banchetto » (L'uomo attuale, 91).

384. Gli uomini dell'età della renna erano già assai progrediti
e, come abbiamo detto, avevano spiccate tendenze artistiche.
Dai disegni primitivi nacque la scrittura e non è inverosimile
che fra gli artisti europei dell'età della renna e gli artisti dell'Africa
meridionale (Boschimani) vi sia un legame storico. Certo
è a ogni modo che un termine per ‘incidere, scrivere, dipingere’
trovasi largamente diffuso : Georg, c̣er- Lazo ǧar- scrivere =
Khmer čār incidere, scrivere ; Bari kiri variopinto = Kürino
c̣ar-ú id., Finnico kirj-a cosa variopinta, scrittura, libro, Turco
ker-le- disegnare ; Talmud kijjēr pinxit, figuravit, Siriaco sĕra-ṭ
scripsit, cfr. Stieng sir sculpter, graver, Less. 87. A questa serie
kir-, kjar- è affine la serie gir-, gjar- rappresentata, per esempio,
dal Pul 'yar-, n-ḍjar- incidere, tatuare = Turco yar- (Osm. yaz-)
scrivere, Magiaro ir- da *yir- id.314

L'esame delle numerose parole culturali molto diffuse gioverebbe
assai per determinare il grado e il carattere delle civiltà
preistoriche, ma esigerebbe uno spazio considerevole. Devo quindi
rimandare al § 253 e alle mie « Comparazioni lessicali ».

385. Concludendo, posso bene affermare che i risultati della
Glottologia, ai quali io sono pervenuto in modo del tutto indipendente,
concordano benissimo con quelli che si possono considerare
come i risultati più sicuri dell'Antropologia.

1. — La trasformazione del precursore dell'uomo in « Homo
sapiens », e del linguaggio preumano in linguaggio umano articolato,
si compì insieme in epoca antichissima, che può forse essere
compresa fra i 100.000 e i 200.000 anni. Al periodo unitario
(in senso relativo) della specie umana e del linguaggio si deve
assegnare una durata lunghissima, almeno 50.000 anni.

2. — L'area di origine e di dispersione dell'uomo e del linguaggio
fu probabilmente l'India.

3. — Le prime migrazioni avvennero sul continente stesso
eurasiatico. Seguirono poi le migrazioni africane in due principali
correnti successive e le migrazioni oceaniche distinte in parecchie
correnti, di cui le più antiche sono quelle dei negri. Relativamente
recenti sono le migrazioni che diedero lo scarso popolamento
dell'America meridionale e settentrionale.

4. — Anche risalendo ad epoche remotissime troviamo un
grado notevole di cultura insieme con linguaggi bene sviluppati.
Qua e là, specialmente nelle regioni periferiche, seguì un decadimento
fisico e culturale, mentre il linguaggio potè spesso mantenersi
quasi inalterato.315